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Full text of "Monte Amiata e il suo profeta (David Lazzaretti)"

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LyELur, 

lARBOR 


BOH| 


Presetited  to  the 

LIBRARY  o/r/jé' 

UNIVERSITY  OF  TORONTO 

from 

the  estate  of 

GIORGIO  BANDINI 


Giacomo  Barzellotti 


MONTE  AMIATA 

e  il  suo  Profeta 


(DAVID  LAZZARETTI) 


Con  quadro  tavole  a  colori  e  qiiaranlanove  incisioni. 


MILANO 

Fratelli    T  k  e  v  e  s  ,    Editori 
1910. 


MONTE  AMIATA  E  IL  SUO  PROFETA 

(DAVID  LAZZARETTI). 


David  Lazzaretti,  detto  il  franto. 


n 


Giacomo  Barzellotti 


m 


MONTE  AMIATA 

e  il  suo  Profeta 


(DAVID  LAZZARETTI) 


Con  quattro  tavole  a  colori  e  quarantanove  incisioni. 


MI  LAN  O 

Fratelli    Treves,    Editori 
I  9  I  o. 


PROPRIETÀ   LETTERARIA    ED   ARTISTICA. 

/  diritti  di  riproduzione  e  di  traduzione  sono  riservati  per  tutti  i  paesi, 
coììipresi  i  regni  di  Svezia,  Norvegia  e  Olanda. 


Wilano.  —  Ti]).  Fi-;i1p11ì  'l'veves. 


Com'erano  vestiti  David  e  i  suoi  seguaci, 
e  quali  vessilli  poetavano  il  giorno  della 
"  discesa  „  del  profeta  da  monte  labbro 

(18    AGOSTO    1878). 


David  Lazzaretti. 


Sacerdote-Eremita. 


Principe  legionario. 


Discepolo. 


Musicante. 


Suora  di  carità. 


:^f 


Matrona. 


Fanciulla  pia. 


Fio-lia  dei  cantici. 


Vessillo  della  1.*  legione  italiana.       Vessillo  dei  militi  delle  sante  Milizie. 


Bandiera  di  legno  che  fu  innalzata  il  giorno  16  agosto  1878 
in  cima  alla  torre  di  Monte  Labbro. 


PREFAZIONE. 


Anche  oggi,  dopo  più  di  treut'auni  dalla  tragica  fine  dì 
David  Lazzaretti,  resta  di  lui  e  del  moto  religioso,  ch'egli 
suscitò  intomo  u  se,  un  ricordo  vivo,  non  solo  nel  popolo 
della  nostra  Montagna,  ma  in  tutta  Italia  e  fuori,  fra  quanti 
seguono  e  studiano  con  interesse,  crescente  ogni  giorno,  i 
fatti  della  coscienza  religiosa. 

(i)aando  uscì  a  Bologna,  in  due  edizioni  dello  Zanichelli, 
nel  ISS,")  e  nel  1SS(;,  il  mio  libro  su  David  Lazzaretti,  non  si 
era  ancora  spenta  l'eco  dolorosa  sollevata  nell'opinione  poli- 
tica del  paese  dai  sanguinosi  fatti  di  Arcidosso  per  la  grave 
parte  di  responsabilità,  che  n'era  ricaduta  sul  Governo;  du- 
ravano nel  loro  pieno  fervore  le  inchieste  e  le  discussioni, 
eon  le  quali  gli  alimisti  avevano  voluto  fare  dello  stato  men- 
tale di  David  e  dei  suoi  e  di  tutto  il  fenomeno  religioso 
del  Lazzarettismo  un  oggetto  di  studio  esclusivamente  ap- 
l^artenente  al  campo  della  loro  scienza. 

Il  mio  libro  dovè  certo  a  queste  circostanze  buona  parte 
della  fortuna  che  ebbe;  sebbene,  per  proposito,  si  tenesse 
lontano  così  «  dal  voler  rieccitare  i  sentimenti  »  sorti  da  quei 
fatti,  come  «  dal  farne  servire  il  racconto  a  suggerire  novità 
religiose,  sociali  o  politiche  »;  e  sebbene  dissentisse  nel  fondo 
dalla  tesi  degli  aUemstì,  rivendicando  ad  un  campo  di  osser- 
vazione più  largo,  e  —  mi  si  lasci  dir  così  —  più  intimamente 
umano  ^  lo  studio  del  Lazzarettismo  considerato  come  fatto 
morale  e  religioso. 

Debbo  e  posso  anche  dire  che  al  mio  lavoro  certo  non 
noc(j[ue  l'aver  voluto  essere  innanzi  tutto  un'opera  d'arte? 
Non  so;  ma  è  possibile  che  i  lettori  mi  abbian  tenuto  conto, 
se  non  altro,  della  buona  volontà  del  mio  tentativo.  E  lo 
chiamo  così  senz'ombra  di  falsa  modestia.  Nessuno  certo  sente 
più  di  me  l'abisso,  che  innanzi  agli  occhi  di  chiunque  intenda 
davvero  che  cosa  sia    un'opera  d'arte  e  di    pensiero,  si  apre 

G,  Baezellotti.  a 


VI  PREFAZIONE 


immenso  tra  l'arduo  cimento  dell'eseguirla  e  le  altezze  del- 
l'ideale, cou  cui  fu  concepita.  E  l'ideale,  che  avevo  davanti 
anche  in  questo  mio  lavoro,  era  contemperarne  in  intima 
unione  la  materia  con  la  forma,  fare  uscir  tutta  e  intera 
nella  sua  intima  vita  la  realtà  delle  cose  dalla  interpetra- 
zione,  che  ne  davano,  esprimendole,  resuscitandole,  l'intel- 
letto e  la  fantasia:  l'ideale  della  storia,  quale  io  la  penso, 
quale,  spero,  ce  la  darà  l'avvenire,  intesa  nel  suo  signitìcato 
più  alto  e  più  vero. 

Ma  appunto  perchè  questo  era  ed  è  il  mio  ideale,  non  nìi 
lascerò  mai  indurre  nella  tentazione  di  prendere  in  parola 
Giovanni  Pascoli,  che  nella  sua  bella  Antologia  Sai  Limitare, 
ove  son  riportati  più  brani  del  mio  libro,  lo  giudicava  opera 
di  verità  e  d'arte,  riuscita  consentanea  a  codesto  ideale  che 
l'aveva  ispirata.  —  Il  tuo  giudizio  —  o  Giovanni  Pascoli  — 
fu  anche  questa  volta  uno  dì  quei  tuoi  geniali  trascorsi  di 
critico  benevolo,  che  ti  vengon  dal  cuore,  pari  in  te  all'in- 
gegno profondamente  sensitivo, alto  e  squisito;  trascorsi  ignoti 
alle  anime  auguste  e  alle  menti  corte,  che,  incapaci  delle  cose 
grandi  e  l)uoue,  si  arrovellano  e  si  assottigliano  per  cercar 
di  scuoprire,  a  ogni  costo,  intorno  a  sé  non  altro  che  il  brutto 
e  il  cattivo. 

Ma  comunque  si  voglia  giudicare  l'opera  mia  sotto  l'aspetto 
letterario,  —  e  il  giudicarla  spetta  ora  di  nuovo  ai  lettori, — 
questo  però  io  credo  di  poter  dire  senza  vana  temerità,  ch(i 
il  motivo  scientifico  e  filosofico,  da  cui  mi  fu  suggerita,  è 
vero.  Essa  mi  si  disegnò  in  mente  fin  da  princìpio  come  hìì 
coutrihìito  (lìVcmbrioìiKiia  dei  fenomeni  reìi(/iosi  ;  —  così  mi  parve 
dì  poterla  definire,  secondo  un  concetto  che  esposi  nella  pre- 
fazione alla  prima  edizione  con  queste  parole: 

"Una  scienza,  nuova,  se  non  pei  suoi  intenti  e  pel  fine  a  cui  mira, 
certo  per  la  coscienza,  intima  in  lei,  del  metodo  critico  che  la  dirige, 
si  disegna  ogni  giorno  più  :^iille  rovino  della  Metafisica  antica,  e  coui- 
pone  a  poco  a  poco  in  forma  di  dottrina  quel  che  di  più  sicuro  vicn 
fuori  dalle  dispute  dei  sistemi.  Piuttosto  che  una  nuova  iilosofla,  io  la 
chiamenn  una  psicoloi/ùi  delUi  storia.  Essa  sta,  direbbe  un  matematico, 
allo  studio  dei  grandi  fatti  e  delle  leggi  generali  della  società  iimana 
come  la  Meccanica  molecolare  sta  all'Astronomia  e  alla  Fisica. -E  uno 
studio  paziente,  intiùtivo  e  metodico  al  tempo  stesso,  delle  Iccfgi  dello 
forze  più  semplici  che  operano  nella  coscienza  umana,  e  che  nello  loro 
manifestazioni  complesse  e  sotto  l'efRcacia  debile  necessità  sociali  danno 
per  resultalo  i  grandi  fatti  storici. 

"E  un  tale  studio,  a  cui  jìresta  materiali  sempre  nuovi,  non  solo 
il  lavoro  scientifico  dei  filosofi,  degli  antrojiologi  e  degli  alienisti,  ma 
anche  questo  continuo  pubblicare,  che  oggi  si  la,  memorie,  documenti 
ìnnarri  d'ogni  sorta,  accenna  a  voler  comj)rendeio  sempre  più  anche  i 
fenomeni  religiosi  nel  campo  della  psicologia.  ]^]  im  genero  di  ricerche 
proi)riamonte  indnttive,  che  si  vale  di  quanto  la  critica  storica  compa- 
rata ha  sco})erto  nello  studio  delle  singole  religioni,  e  mentre  ne  osserva 


PREFAZIONE  Mi 


i  fenomeni  in  tutte  le  circostanze  i)articolari  di  luogo,  di  tempo,  di  razza, 
nello  quali  si  sono  prodotti,  mira  a  trarne  fuori  il  valore  o  il  contenuto 
morale  umano. 

"Si  capisce  come  in  chi  guardi  dà  codesto  punto  di  luco  i  fatti 
della  coscienza  religiosa,  l'imparzialità  della  scienza,  pur  rispettando 
altamente  ciò  che  la  coscienza  umana  rispetta,  possa,  debba  anzi  giun- 
gere sino  a  dare  sovente  la  stessa  importanza  così  alle  più  grandi  e 
alle  più  sublimi,  come  alle  minime  e  allo  più  mnili  tra  le  manifesta- 
zioni del  sentimento  religioso  e  a  quella  delle  suo  malattie  e  dei  suoi 
delir.  Una  psicologia,  degna  davvero  di  applicare  i  principi  della 
scienza  moderna  alla  critica  delle  religioni,  non  dove  lasciare  ai  soli 
alienisti  il  tentarne  la  patologia.  In  uno  studio  scientiBco  della  vita 
del  Cristianesimo  la  storia  delle  eresie  e  delle  sètte  può  avere  per  il 
lettore  un  interesse  pari  a  quello  della  storia  dei  dorami. 

"  Se  non  che  i  fenomeni  della  coscienza  religiosa  prosentano,  come 
tutti  gli  altri  della  stessa  specie,  grandi  e  talvolta  insuperabili  diffi- 
coltà a  chi  voglia  coglierli  nella  loi'O  presenza  e  nella  loro  realtà  viva. 
E^  io  dubito  molto  che  possano  mai  riuscire  non  illusorie  quelle  espe- 
rienze  religiose  che  Ernesto  Renan  in  un  suo  libro  proponeva  di  ten- 
tare in  Asia  e  in  Affrica,  e  che,  a  parer  suo,  non  costerebbero  più  di 
venti  o  trenta  milioni.  E  la  stessa  difficoltà  che  si  attraversò  sempre 
ai  progressi  della  psicologia  individuale  e  sociale,  e  che  riesce  insupe- 
rabile ogni  qualvolta  il  fatto  religioso  da  osservarsi  sia,  non  solo  col- 
lettivo, ma  anche  di  quelli,  al  cui  prodursi  non  può  l'osservatore  assi- 
stere, perchè  passati  ormai  per  sempre  dalla  storia  dell'anima  umana 
e  propri  soltanto  alle  età  primitive  ingenue.  Tali  sono  il  sorgere,  il 
morire,  il  trasformarsi  di  religioni  destinate  ad  avere  vita  larga  e  po- 
tente, come  il  Buddismo,  il  Cristianesimo,  il  Maomettanismo  ;  fenomeni, 
di  cui  noi  non  possiamo  più  ormai  farci  che  appena  un'idea,  osser- 
vando da  vicino  ciò  che  avviene  in  mezzo  al  vivo  fermento  delle  sètte 
religiose  in  Russia,  in   Oriente  e  negli  Stati  Uniti. 

"  Talvolta,  è  vero,  anche  tra  le  nazioni  più  civili  d'Europa,  ove  la 
coltura,  la  riflessione  critica,  la  infinita  prosa  borghese  del  vivere  mo- 
derno spensero  anche  negli  animi  popolari  la  spontaneità  della  natura 
creatrice  delle  religioni,  del  linguaggio  e  delle  primitive  forme  d'arte, 
accade,  più  in  specie  tra  i  volghi  delle  campagne,  qualche  eruzione 
improvvisa  di  fede  alta  e  viva  o  di  fanatismo  da  rammentare  quelle 
d'altri  tempi.  Di  qui  l' interesse  che  destarono  da  per  tutto,  appena 
avvenuti,  i  fatti  d'Arcidosso.  Importa  molto  che  esperienze  rare,  fugge- 
voli come  queste  non  si  sottraggano  allo  studio  della  psicologia  sociale, 
che  non  siano  lasciate  solo  a  chi  debba  farle  passare  attraverso  al  va- 
glio, sovente  un  po'  troppo  minuto  e  angusto,  di  un'analisi  da  specia- 
lista. Eppure  solo  chi  ha  provato  quanto  sia  difficile,  massime  poi  in 
certi  casi,  osservare,  sperimentare  nel  vero  senso  scientifico  di  (lueste 
parole,  e  sa  che  cosa  voglia  dire  far  la  stoiia  vera,  imparziale  di  un 
ijenchè  minimo  fatto  accaduto  ieri  sotto  i  nostri  occhi,  può  capire  quale 
ufficio  delicato  sia  per  una  critica  seria  il  cogliere  nei  suoi  veri  tratti, 
il  mettere  in  quel  punto  di  prospettiva,  da  cui  dovrà  poi  guardarla 
la  scienza,  la  descrizione  di  un  moto  religioso  sorto  in  mezzo  a  popo- 
lazioni della  campagna  incolte,  passionatissime. 

"E  questo  io  mi  son  provato  a  fare  nel  mio  libro.  Dove  mirando 
a  riprodurre  il  più  che  m'era  possibile  la  vita,  il  moto  del  fenomeno 
da  me  descritto,  ho  sempre  avuto  l'occhio  a  rilevarne  i  tratti  che  me- 


YIII  PREFAZ  ONE 


glio  lo  porgono  allo  studio  della  scienza;  come  fa  l'artista,  che  j^repa- 
rando  per  un  Museo  o  per  un  Laboratorio  l'esemplare  d'una  Fauna 
quasi  estinta,  studia  di  conservarne  sino  ai  particolari  minuti  le  forme 
caratteristiche,  specialmente  quelle  nelle  quali  l'impronta  del  tipo  più 
alto  della  specie  si  ravvisa  tra  le  imperfezioni  embrionali  e  le  degene- 
razioni mostruose. 

"E  anche  nei  fatti  di  Arcidosso  questo  tipo  della  specie  ci  si  rico- 
nosce. È  quello  del  sorgere,  dell' imporsi  che  fa  a  mano  a  mano,  per 
quasi  dieci  anni,  alla  coscienza  di  un  largo  volgo  di  credenti  una  fede 
nuova,  il  cui  valore  di  propaganda  sta  tutto  nell'azione  personale  d'un 
uomo,  nato  ad  esprimere  in  sé  in  forma  rozza  quanto  si  vuole,  ma  non 
per  ciò  raon  vera,  il  tipo  del  credente  entusiasta,  del  profeta  popolare, 
del  fondatore  di  setta  religiosa:  una  specie  di  Maometto  da  villaggio 
toscano,  furbo  e,  a  un  tempo,  esaltato,  credulo  e  accorto,  ingenuo  e 
intrigante,  a  volte  assennato,  a  volte  maniaco.  Ed  è  notevole  come 
nel  tempo  stesso  ch'egli  vuol  riprodurre  in  sé,  per  suggerimento  della 
sua  fantasia  esaltata,  molti  tratti  esteriori  della  vita  di  Gesù  Cristo, 
la  disposizione  di  mente  e  d'animo  dei  credenti  in  lui  venga  ad  essere, 
innanzi  e  dopo  la  morte  del  loro  maestro,  analoga  e  in  parto  anche 
identica  a  quella  dei  primi  Cristiani.  Una  specie  di  ricorso  psicologico, 
che  si  rinnova  nella  coscienza  religiosa  popolare  tutte  le  volte  che,  com- 
mossa da  nuove  rivelazioni  divine,  sente  il  bisogno  di  asp>ettare  a  ter- 
ìnine  e  a  tempo  fisso  la  verificazione  dei  suoi  timori  e  delle  sue  spe- 
ranze apocalittiche,  fa  del  Millenarismo,  non,  come  molti  hanno  creduto 
sin  qui,  un  episodio  proprio  soltanto  a  certe  epoche  del  Cristianesimo, 
ma,  a  parer  mio,  un  concomitante  necessario  di  tutti,  o  di  quasi  tutti 
i  moti  religiosi  mistici,  massime  nei  loro  principi".  Ij,' esperienza  che  ce 
ne  offre  il  Lazzarettismo,  sta  a  conferma  di  questa  nuova  e  più  larga 
interpetrazione  che  io  propongo  qui  d(à  motivi  psicologici  delle  cre- 
denze millenarie.  Ma  codesta  esperienza  ci  mostra,  credo,  qualche  cosa 
di  più.  Ricollegandosi,  come  io  credo  aver  dimostrato,  alla  grande  tra- 
dizione mistica  medievale  e  all'idea  madre  dell' E  vanr/elo  eterno,  il  Laz- 
zarettismo  può  accennare,  col  riapparire  improvviso  di  tale  idea,  a 
(|uello  tra  i  possibili  svolgimenti  futuri  del  Cristianesimo,  che  forse 
troverebbe  nel  passato  della  coscienza  popolare  addentellati  più  natu- 
rali e  più  tenaci.  „ 

Delineata  e  condotta  così,  l'analisi,  di  cui  è  ordito  tutto 
il  mio  lavoro,  vuol  ricercare  dietro  a  ciò  che  il  moto  Lazza- 
rettista  ha  di  più  pro])rio  e  di  particolare  nelle  sue  circo- 
stanze di  luogo  e  di  tempo,  nelle  condizioni  di  mente  e  d'a- 
niuio  dei  suoi  attori,  quello  che  io  chiamai  «  l'eterno  reli- 
gioso »  deiranima  popolare,  anzi  dell'anima  umana.  Codesto, 
clie  era  come  il  motto  del  libro,  ne  dava  insienu'  al  motivo, 
dal  «luale  l'opera  era  stata  suggerita,  ([uasi  la  nota  l'ouda- 
meutale  di  veritj'i  e  —  se  mi  è  lecito  dirh»  —  di  modernità; 
alla  (juale,  allora  e  poi  sempre  i>iìi,  doveva  rispondere  dal 
l'ondo  l'animo  dei   lettori. 

(j>nando  io  scrivevo,  le  questioni  riguardanti  i  i)roI)lemi 
della  coscienza  religiosa  destavano  Ira  noi  poco  o  punto  inte- 
resse. Non   un  alito  di  novità  si  moveva  nel  pensiero  dei  ere- 


PREFAZIONE  IX 


denti.  I  cultori  degli  studi  biblici,  fìoreuti  altrove  e  da  un 
pezzo,  in  Italia  si  sarebbero  potuti  contare  sulle  dita,  e  non 
avevano  svegliato  intorno  a  sé  il  minimo  moto  di  attenzione 
nel  gran  pubblico.  Un  lil)ro  di  polemica  religiosa,  messa  in 
azione,  qual'è  II  Santo  di  Antonio  Fogazzaro,  allora  non 
avrebbe  avuto,  ad  onta  di  tutto  l'ingegno  e  l'arte  che  vi  ha 
messo  l'autore,  la  folla  dei  lettori  che  ha  avuto  ieri  al  suo 
apparire.  In  vari  miei  scritti,  usciti  fra  il  issò  e  il  '1)5,  ove 
trattando,  come  io  soglio,  soggetti  morali  e  problemi  di  psi- 
cologia storica,  avevo  sempre  tenuto  fìsso  l'occhio  su  quello 
del  nostro  carattere  nazionale,  deploravo  cpiesta  indiffe- 
renza, questa  noncuranza  generale  delle  nostre  classi  colte 
per  tutto  ciò  che  riguarda  la  storia  e  la  critica  delle  idee 
religiose  ^. 

I  giovani,  che  son  sempre  la  sensitiva  intellettuale  di 
un'epoca,  andavano  però  già  fin  d'allora  incontro  ai  nuovi 
tempi,  che  xjreparava  la  fine  del  secolo.  E  da  molti,  a  cui 
forse  più  d'una  pagina  del  mio  libro  aveva  detto  a  voce  alta 
il  segreto  comune  della  loro  mente,  mi  venne  più  volte,  du- 
rante codesti  anni  del  mio  insegnamento  a  Napoli,  quella 
calorosa  e  viva  e  schietta  simpatia  d'assenso  spontaneo,  che 
a  chi  pensa  e  lavora  per  un  ideale  vai  più  di  migliaia  di  ap- 
plausi e  di  articoli  lodativi. 

Da  alcuni  anni  in  qua  le  condizioni  dello  spirito  pubblico 
si  sono  però  andate  mutando  fra  noi.  Se  non  c'è  —  e  inu- 
tilmente si  tenterebbe  di  destarla  —  una  questione  religiosa, 
l'attenzione  e,  se  non  altro,  la  curiosità  delle  menti  più  colte, 
lììii  modernamente  sensitive,  s'è  ormai  cominciata  a  voltare 
verso  i  problemi  della  coscienza  religiosa  e  verso  coloro  che 
li  trattano. 

E  poi  il  sorger  che  fa  ogni  giorno  più  fra  i  credenti  un 
nuovo  intimo  bisogno  di  rendersi  consapevoli  della  loro  fede 
alla  piena  luce  dell'intelletto;  l'eco  sempre  più  larga  »  ora 
ditt'usa  anche  tra  i  laici,  degli  ultimi  resultati  della  critica 
religiosa  straniera;  l'entrata  dei  cattolici,  disciplinati  a  par- 
tito militante,  nella  vita  politica  del  paese;  —  questi  ed  altri 
fatti  e  primo  fra  tutti  la  viva  attenzione  destata  nel  pub- 
blico dalle  dottrine  dei  Modernisti,  vanno  a  poco  a  poco  for- 
mando anche  in  Italia  tutto  un  nuovo  ambiente  d'idee  e  di 
sentimenti,  ove  il  valore  storico  e  sociale  dei  fatti  della  co- 
scienza religiosa  potrà  esser  sempre  meglio  compreso  e  stu- 
diato con  equità  e  con  serena  larghezza  di  critica. 

In  tali  disposizioni  delle  menti  e  in  mezzo  a  sitìatte  ten- 
denze della  nostra  coltura,  la  materia  di  questo  mio  libro, 
guardata    sotto   l'aspetto  scientifico,  da  cui   mi  si  è  oflerta, 


^  Vedi    il   mio   libro    Dal  Rinascimento   al  Risorgimento.    R.   Sandron.  Pa- 
lermo ;  seconda  edizione,  1909. 

G.  Barzellotti.  a* 


PREFAZIONE 


mi  pare  possa  dirsi  uu  soggetto  di  studio  oggi  più  vivo  e 
d'attualità  che  non  fosse  trent'anui  sono  quando  David  cadde 
ucciso.  Il  giudizio  autorevole,  dato  da  Ernesto  Eenan  nel  l.s<S5, 
(ì('ÌV'ìmportau~u  dei  fatti  di  Areidosso,  chiamati  da  lui  un  do- 
eument  infiniment  pn'cienx  ponr  Vhistoirc  critiqKv  (ics  nUf/ious^,  ora 
può  essere  meglio  compreso  e  misurato  in  tutto  il  suo  va- 
lore dai  lettori  italiani  colti.  Con  l'allontanarsi  di  quei  fatti 
da  noi  nel  tempo,  con  l'essersi  dileguata  sino  all'ultima  trac- 
cia dei  sentimenti  e  delle  passioni  uiunicipali  e  politiche,  da 
cui  furono  accomi>agnati  e  seguiti,  essi  si  sono  ora  intellet- 
tualmente avvicinati  sempre  più  all'occhio  della  critica  e  della 
scienza.  Uscendo  fuori  del  cerchio  (diciamolo)  un  po'  angusto, 
ove  la  tecnica  specialistica  degli  (ilienlsti  voleva  e  vorrebbe  an- 
che oggi  chiuderlo,  come  in  un  suo  proprio  dominio,  lo  studio 
del  moto  religioso  Lazzarettista  potrà  mostrare  sempre  più 
allo  psicologo  e  allo  storico  delle  religioni  qual  ricco  fondo 
di  esperienze  umane  abbia  in  sé.  E  agli  osservatori,  agli  stu- 
diosi della  vita  morale  del  popolo  italiano,  che  troppi  anche 
fra  i  migliori  uomini  delle  nostre  classi  politiche  ignorano, 
la  rivelazione  che  del  suo  persistente  bisogno  religioso  vien 
fuori  innegabile  dai  fatti  di  Areidosso,  può  dare  oggi  più 
d'un  utile  ammonimento,  (j^uesto,  tra  gli  altri:  che  il  credere 
—  come  oggi  pare  credano  le  classi  dirigenti  d'Italia  —  cosa 
affatto  indifferente  all'esistenza  di  uno  Stato  il  mantenervi 
o  no  inviolata  la  parte,  che  la  religione  vi  ha  sempre  avuto, 
come  regime  interiore  degli  animi;  il  credere  a  cuor  leggero 
che  si  possano  abbattere  impunemente  tutti  i  sostegni  tradi- 
zionali della  vita  e  della  condotta  morale  di  un  popolo  senza 
poter  sostituirne  di  nuovi  uno  solo  che  li  valga,  è  peggio  che 
ignoranza  supina;  è  incoscienza  stolta  e  colpevole. 

L'interesse  che  destò  subito  la  notizia  della  strana,  avven- 


'  Kcco  la  lettera  ch'egli  mi  scrisse  il  20  di  marzo  1880  : 
"  Monsieur.  Je  vous  remercie  bien  vivcmeiit  ile  l'envoi  que  vous  avez  bieii 
voiilu  me  fjire  de  vutre  prói'ii'ux  volume  sur  Lazzaretti.  Vous  avez  parfaitement 
vu  l' int'Tét  des  faits  d' Areidosso,  et  votre  livre  est  uu  modrle  de  la  manière  dont 
i-es  sortes  d'enqnótes  doivent  ('tre  faites.  C'est  un  doenmeut  iiitinimeut  précicux 
pour  riiistoire  iriti(inc  des  reliijions.  En  particulier,  le  mouvenunt  <::alilcen  du 
I*-'"'  siècle  de  nutre  ère  et  le  raouvemeut  omhrieu  di'  Francois  d'Assise  eu  n^-oi- 
vent  de  tW'svives  lumièr^'s.  Pour  faire  scientiUqucmeut  l'étude  des  religions.  il 
est  presque  aussi  impnrtant  de  bien  counaitri*  les  ti'ntativfs  avortées  que  celles 
([ui  ont  róussi.  Hans  lo  pass''.  Ics  d' cuuients  sur  les  tiuitatives  avort'''('s  sont 
très-rares.  In  fait  de  ce  ii;enre,  se  déroulaur,  au  ^M'and  jour  de  la  publieité  et  aua- 
lyié  avec  le  soin  et  la  sagacité  que  vous  y  avez  mis,  coustitue  un  phónomène 
unique  et  de  la  plus  haute  valeiir. ,. 

"  Je  regretto  que  l'àge  et  de  nombreux  devoirs  rendent  maintenant  ]dus 
rares  mes  vovages  en  Italie;  vous  étes  un  des  csprits  avec  l(>squels  j'aurais  le 
plus  aimó  à  m'i'ntreti'uir. 

■'  Veuilliz  rroire,  cher  Monsieur  Barzelletti,  à  mes  sentiuients  les  plus  dis- 
tingu-^s  et  les  plus  dévou"S.  „  E.  Renan. 


PllEFAZIONE  XI 


tura  religiosa  del  Lazzaretti,  è  rimasto  vivo,  anzi  i^uò  dirsi 
sia  cresciuto  col  tempo  anche  fuori  d'Italia.  Ce  lo  mostrano 
gli  articoli  e  i  libri,  che  sono  apparsi  quasi  ogni  anno  sino 
ad  oggi,  dettati,  oltreché  da  intenti  critici  e  scientifici,  da 
quella,  direi,  suggestione  di  simpatia,  che  vien  fuori  dal  fatto 
stesso  e  dalla  genuina  impronta  che  v'ha  lasciato  di  sé  lo 
spirito  popolare  italiano  e  dal  mirabile  sfondo,  su  cui  il  fatto 
si  proietta,  di  uno  dei  più  bei  paesaggi  fra  quanti  ne  ha  il 
«  bel  i)aese  ».  Doi^o  il  racconto,  che  da  par  suo  ne  scriveva 
sulle  traccie  del  mio  libro  (Juy  de  Maupassant  in  un  primo 
articolo  del  Figaro  il  1."  gennaio  del  1S<S(),  e  un  denso  studio 
dello  storico  F.  T.  Perrens,  uscito  due  anni  appresso  nella 
Nourelk  Bevue,  col  titolo  Lhi  Saronarole  rmtiqm  à  la  fin  du 
XIX'  siede,  è  stata  tutta  una  serie  di  pubblicazioni  succedu- 
tesi a  brevi  intervalli  sino  al  libro  di  E.  Hutton:  In  the 
nnlmoirìi  Tmeauì/,  apparso  oggi,  che  ha  un  intero  e  lungo 
capitolo  sul  Lazzaretti. 

E  cogli  articoli  e  coi  libri  venivano  i  visitatori  stranieri, 
tirati  qua  dal  fascino,  che  ha,  massime  sulle  nature  nordiche, 
questa  rara  varietà  italiana,  che  ci  presenta  la  storia  contem- 
IDoranea  dei  moti  religiosi  sorti  dall'  ingenua  anima  popolare. 
È  uno  di  quei  documenti  umani  che  i^iù  attraggono  chi  ne 
vada  in  cerca.  E  non  passa  anno  ormai  che  le  piccole  borgate, 
prossime  ad  Arcidosso  e  i  casolari  spersi  tra  i  boschi  verso  la 
Maremma,  ove  il  Profeta  ha  tuttora  i  suoi  fedeli,  non  accol- 
gano di  questi  esploratori,  di  questi  interpetri  stranieri  del- 
l'anima del  Lazzaretti smo.  I  vecchioni  dalla  gran  barba  can- 
dida, sui)erstiti  della  schiera  degli  apostoli,  degli  eremiti,  dei 
prinvÌ2>i  legionari,  che  scortava  il  Santo  nella  sua  fantastica 
discesa  dal  Monte,  stupiscono  in  quella  loro  ingenuità  bonaria 
di  montagnoli  al  vedere  come  l'opera  del  Maestro,  rimasta 
finora  —  essi  dicono  —  incompresa  dal  mondo,  possa  pure 
attirare  ancora  un'attenzione  così  viva. 

Qualche  anno  fa,  una  domenica,  essi  stavano,  com'è  loro 
uso,  riuniti  sotto  i  castagni  a  pregare,  a  cantare  gl'inni  e  le 
lodi  composte  da  David,  quando  venne  tra  loro  per  conoscerli 
e  per  interrogarli  il  dottor  Emilio  Easmussen,  un  danese. 
Egli  s'era  i)roposto  di  tenere  all'  Università  di  Copenhagen, 
ove  insegna,  un  corso  di  lezioni  sul  tipo  dei  Messia.  E  ora 
veniva  a  studiarlo  sul  vero,  a  raccoglierne  i  tratti  dalla  viva 
voce  di  questi  credenti  in  un  nuovo  Messia  apparso  oggi.  Il 
Rasmussen  si  trattenne  vari  mesi  in  mezzo  a  loro.  Quale  ricca 
raccolta  di  materiali  egli  abbia  fatto  pel  suo  studio  lo  mo- 
stra il  libro  da  lui  pubblicato  nel  1904  a  Copenhagen  col 
titolo  Un  Cristo  ai  nostri  giorni,  che  si  vale  del  mio,  e  ne 
conferma  le  induzioni  intorno  al  Gioachimismo  delle  profezie 
di  David.  Il  libro  è  già  alla  sua  seconda  edizione.  Io  ne  parlo 
nelle  note.  Me  lo  ha   reso   accessibile  la  longanime  cortesia 


XII  PREFAZIONE 


del  prof.  Lucio  Mariani,  il  chiaro  archeologo  romano,  alla 
cui  sicura  conoscenza  del  danese  ho  potuto  ricorrere. 

Tra  gl'italiani  che  di  recente  hanno  parlato  del  Lazzaretti 
con  sicura  conoscenza  di  questi  luoghi  e  dell'  ambiente  so- 
ciale, ov'egli  visse  e  operò,  è  Mario  Pratesi,  nato  a  Santa 
Fiora.  Io  nomino  qui  l'autore  dei  Hkordi  veneziani^  perchè  le 
pagine  del  suo  liljro  Paesi  e  figure  iVItalia  (Torino,  Eoux  e 
A'iarengo,  IIM ),")),  che  narrano  i  fatti  di  Arcidosso,  sono  tra  le 
l)iù  belle  della  sua  larga  opera  di  scrittore  ;  larga  e,  a  un 
tempo,  di  squisita  tìnezza  toscana  e  tutta  penetrata  da  una 
evidenza  di  osservazione  della  natura,  per  cui  egli  può  dirsi 
l'unico  dei  nostri  scrittori  contemporanei,  che  abbia  resa  dal 
vero  la  mirabile  multiforme  bellezza  di  quasi  ogni  jjarte 
d' Italia. 

L'esser  così  restato  presente  nel  ricordo  e  nell'attenzione 
degli  studiosi  e  del  pubblico  il  soggetto  che  io  trattavo  ven- 
ticinque anni  sono,  ha  continuato  a  questo  mio  libro  un  po' 
della  fortuna  che  el)be  api)ena  uscito.  Esaurite  le  due  edizioni 
bolognesi,  il  Lazzaretti  è  stato  ed  è  letto  ancora  nei  brani, 
che  ne  riportano  varie  Antologie;  letto  nelle  scuole  di  lette- 
ratura, perchè  creduto  adatto  a  farvi  sopra  osservazioni  ri- 
guardanti pili  che  altro  la  forma  e  lo  stile.  Ma  per  ciò  che 
ne  riguarda  lo  spirito,  e  quel  profondo,  sincerissimo  rispetto 
d'ogni  cosa  morale  e  d'ogni  idealità  religiosa,  che  io  m'ero 
proposto  scrivendo,  nessuna  prova  migliore  né  più  confortante 
l)Otevo  avere  d'esser  riuscito  fedele  in  tutto  a  questo  mio 
proposito,  che  il  vedere  il  mio  libro  posto  tra  le  mani  dei 
giovani  da  uomini,  il  cui  solo  nome  suona  altezza  morale 
d'ingegno  e  di  carattere.  Basti  per  tutti  un  solo  nome.  Giu- 
seppe Cesare  Abba  ha  letto  più  volte  —  me  lo  diceva  egli 
stesso  —  lunghi  brani  del  mio  libro  nelle  sue  lezioni  di  let- 
teratura al  Liceo  di  Brescia. 


* 

(^)uesta  che  ora  viene  in  luce  col  presente  volume  nelle 
nitide  stami)e  dei  Fratelli  Treves,  è,  ancor  più  clie  una  nuova 
edizione  del  Lazzarelti,  una  pubblicazione  nuova,  ^'on  ho  mu- 
tato né  il  disegno  né  le  i)ro])orzioni  dell'opera  mia,  ma  vi  ho 
portato  molti  ritocchi  e  aggiunti  particolari  importanti  e  cu- 
riosi e  (jualclic  ])iù  largo  cenno  degli  scritti  del  Profeta.  E 
interamente  nuova  e  scritva  per  (juesta  pul)b]icazione  è  l'in- 
troduzione sul  Monte  Amiata,  che  tniccia  i)er  soiiime  linee 
e  colorisce  con  anedd(>ti  caratteristici  la  storia  di  queste  bor- 
gate e  delle  condizioni  intellettuali  e  morali  e  della  vita  degli 
abitanti;  materia  cni-iosa  e,  spero,  da  interessare  i  lettori, 
che  ho,  in  parte,  tratta  da    manoscritti    interamente    inediti 


PREFAZIONE  XIII 


del  secolo  X^^II.  Ne  uscirà,  son  certo,  più  cliiaro  agli  occhi 
degli  osservatori  dei  fenomeni  morali  da  qnale  ambiente  ata- 
vico di  tradizioni  religiose  e  sociali  sia  venuta  la  forma  mcntl'i 
del  Santo  e  dei  suoi  seguaci.  Di  questi  e  della  loro  società 
religiosa,  vivente  tuttora,  icariano  le  note  aggiunte  al  volume, 
nelle  quali  i  lettori  troveranno  anche  nuovi  dati  intorno  al- 
l'origine delle  profezie  del  Lazzaretti  e  i  giudizi  esi)ressi  su 
di  lui  da  due  suoi  recenti  biogratì. 

Ai  visitatori,  ormai  semx)re  più  frequenti,  della  nostra 
Montagna  —  sino  a  ieri,  quasi,  presso  che  sconosciuta  anche 
agi'  italiani  —  vorrebbe  questo  volume  essere  come  l' inter- 
petre  della  sua  bellezza.  A  ritrarne  il  carattere  severo  e  gran- 
dioso è  venuto  quassù  due  volte  —  ospite  graditissimo  — 
Andrea  Vochieri,  il  noto  conferenziere.  Le  sue  belle  foto- 
grafìe, qui  riprodotte  dalle  numerose  incisioni,  di  cui  è  sparso 
il  volume,  lo  mostrano  anche  questa  volta  maestro  nel  saper 
vedere  e  cogliere  il  vero  artisticamente.  Lo  ringrazio  d'aver 
voluto  con  tanta  bontà  da  amico  prestare  a  questo  volume 
l'opera  dell'arte,  di  cui  egli  si  è  fatto  un  i)iacere  così  nobile. 

E  ora  <lue  altre  parole  e  ho  finito. 

Guardato  oggi  a  questa  ormai  notevole  distanza  di  tempo, 
il  moto  religioso  dei  montanari  dell'Amiata  sembra  come 
allargarsi  ai  nostri  occhi  —  sem])re,  è  vero,  nelle  proporzioni 
che  ha  ri  micetto  ad  altri  fatti  tanto  più  grandi  —  se  lo  con- 
sideriamo nei  suoi  molti  e  notevoli  punti  di  contatto  col  pas- 
sato dell'anima  nazionale  italiana.  È  l'aspetto,  da  cui  si  porge 
meglio  all'osservazione  del  critico  e  dello  psicologo.  Xon  senza 
un  profondo  interesse  essi  vedranno  infatti  da  quali  oscure 
e  più  che  secolari  lontananze  della  vita  e  della  coscienza  del 
nostro  popolo  possano,  in  tempi  commossi  da  grandi  fatti, 
tornare  a  vibrargli  nell'animo  e  nella  mente  mistiche  esalta- 
zioni e  fantasie  come  quelle  del  Gioachimismo  delVEvanneìo 
eterno.  Ohe  i  Lazzarettisti  non  sian  consapevoli  —  forse  non 
lo  fa  mai  neanche  David  —  della  piena  consonanza  della 
loro  fede  nel  secondo  avvento  dello  Spirito  con  quella  dei 
mistici  medievali,  è  circostanza  che  agii  occhi  del  critico  ac- 
cresce anziché  toglier  valore  e  significato  al  fatto.  Adolfo 
Harnack  potrebbe  scorgervi  una  riprova  della  strana  persi- 
stente vitalità,  che  hanno  nella  coscienza  popolare  alcuni  tra 
i  molivi  dello  svolgimento  del  domma  cristiano. 

Ho  anche  fiducia  che  Guglielmo  James  possa  trovare  nuova 
materia  alle  sue  g'eniali  osserv' azioni  psicologiche  in  questa 
varietà  latina,  che  ci  i^reseuta  il  Lazzarettismo,  della  specie 
delle  esperienze  reìif/iose,  da  lui  studiate,  se  non  sbaglio,  prin- 
cipalmente su  dati  e  su  esemplari  anglosassoni.  E  tratti  di 
famiglia  schiettamente  latini  sono  nella  tìsonomìa  del  moto 
Lazzarettista  questi,  fra  gii  altri:  l'assenza  di  quasi  ogni 
libera  iniziativa  di  riflessione   individuale  sui    motivi   intimi 


XIV  PREFAZIONE 


delle  loro  nuove  credeuze,  così  nel  maestro  come  nei  disce- 
l^oli  ;  —  quindi,  la  parte  prevalente  data  all'elemento  sociale, 
esteriore,  rituale  e  alla  gerarchia  ;  —  poiché  David  non  volle 
mai,  neanche  in  ultimo,  fare  la  sua  riforma  senza  lìoma  e 
senza  il  Papa;  —  e  poi,  altro  tratto  latino,  anzi  italiano,  l'ac- 
cordo delle  mistiche  aspirazioni  religiose  col  patriottismo  e 
col  disegno  di  tutto  un  nuovo  assetto  politico  del  mondo,  e 
I)iù  in  particolare  delle  nazioni  lati  uè,  unite  insieme  sotto  il 
primato  italiano; — iutine,  un'aura  di  reminiscenze  classiche 
e  del  Einascimento,  ispirata  dalla  lettura  dei  nostri  grandi 
scrittori  in  questi  umili  montagnoli,  seguaci  di  un  barroc- 
ciaio, che  nel  suo  Paìilatiuismo  voleva  associata  alle  tre  na- 
zi(mi  sorelle  la  Grecia,  loro  madre  spirituale. 

Ma  appunto  perchè  venute  su  dallo  spirito  delle  nostre 
classi  ijopolari ,  queste  e  le  altre  idealità  direttive  della  ri- 
forma predicata  da  David  andarono  diritte  al  cuore  dei  suoi 
seguaci,  e  danno  anche  a  ciò  che  la  sua  i^ropaganda  ebbe  in 
sé  di  più  italianamente  teatrale  un  colorito  poetico  che  ispira 
simpatia.  E  la  simpatia  cresce  anche  nell'osservatore  il  più 
disijosto  alla  critica,  se  si  guarda  alla  gentilezza  dei  senti- 
menti e  del  costume,  innata  nel  sangue  italiano,  che  non  si 
smentisce  mai  in  codesto  pur  così  vivo  agitarsi  <li  migliaia 
di  rozzi  ]uontanari  per  più  e  più  anni.  L'indole  retta  e  mite 
del  nostro  contadino,  che  oggi  i  disonesti  aizzatori  della  lotta 
di  classe  —  veri  nemici  del  popolo  e  della  patria  —  abbev^e- 
rano  d'odio  e  d'invidia,  si  è  mostrata  anche  quassù  aliena  da 
ogni  violenza  e  da  ogni  brutalità  di  fanatismo  pur  sotto  l'im- 
juilso  del  sentimento  religioso  mistico,  che  è  di  tutti  i  senti-, 
menti  uiiuini  quello  forse  che  più  facilmente  trascende.  (^)ua- 
lunque  possa  essere  il  giudizio  che  l'alienista  o  l'uomo  di 
semplice  buon  senso  o  il  credente  rigoroso  vogliano  dare 
dello  stato  di  mente  dei  Lazzarettisti,  dovrà  però  riuscire 
unanime  nel  riconoscere  ch'essi  non  han  commesso  alcun 
atto  malvagio.  Xella  loro  rude  ingenuità  e  nella  loro  igno- 
ranza di  quanto  il  dotto  e  il  hlosofo  ])ensano  in  materia  di 
religione,  questi  umili  montanari  hanno  però  concei)ito  la 
religione  nella  sua  forma  più  vera  come  moralità  dell'animo 
e  della  vita. 

Il  Lazzarettismo  è  Vuuico  moto  religioso,  che  in  Italia  e 
—  credo  si  possa  dire  —  negli  altri  paesi  latini,  sia  ai  nostri 
giorni  venuto  su  dallo  spirito  po])olare  e  abbia  durato  a  lungo 
e  lasciato  Iraccie  di  se,  tuttora  vìve.  Osservarlo,  studiarlo  — 
senza  )u^  t^sagciariui  nò  de])rezzarne  il  valore  —  come  un 
complesso  di  docimienti  e  di  (hdi  umani  port.inti  in  se  l'im- 
])ronta  della  realtà  ^iva,  concreta,  i)ali)abile,  può  essere,  mi 
pare,  non  inutile,  (tggi  soi)rattutto,  tra  noi,  in  (|uesto  rivol- 
gersi elle  i'a  l'attenzione  <l('lle  nostre^  classi  su]>eriori  verso  i 
problemi  nu)rali,  in  (piesta  non  so  se  debbo  dire  o  speranza 


PREl'WZIOSK  '  XV 


0  aspettativ^q,  o  curiosità  crescente  di  un  qualche  nuovo  o 
tentativo  o  fatto  possibile  o  prossimo  forse  a  sorgere  nel 
campo  delle  idee  religiose.  A'ederle  in  atto,  vederle  non  nel 
miraggio  di  astratte  speculazioni,  ma  nel  cimento  dei  fatti  e 
di  tutto  ciò  che  agisce  sui  fatti  e  sugli  uomini  e  li  muove  e 
li  suscita;  vedere  come  nascano  le  religioni,  come  —  è  la  tesi 
del  mio  libro  —  in  certe  date  condizioni  di  tempi,  di  luoghi, 
di  ambienti  morali,  ne  spunti  o  per  lo  meno  se  ne  accenni  il 
germe  o  l'embrione,  può  giovare  oggi  sotto  più  aspetti.  Può, 
se  non  altro,  giovare  a  dissipar  l'equivoco,  in  cui  sono  molti, 
i  quali,  con  un'ignoranza  delle  leve  motrici  degli  animi  umani, 
che  farebbe  davvero  stupire,  se  in  Italia  non  fosse  cosa  co- 
mune, specie  tra  i  dotti,  credono  che  i  moti  religiosi  e,  in 
genere,  i  moti  di  ordine  morale,  x)Ossano  essere  il  i)rodotto 
delle  idee  astratte  e  della  scienza  e  possano  esser  fatti  dagli 
uomini  di  pensiero,  dai  dotti. 

Non  v'è  supposizione  più  puerilmente  falsa  di  questa. 
Nessuna  rivoluzione  religiosa,  che  abbia  penetrato  a  fondo 
gli  animi  umani  e  la  vita  dei  popoli  e  vi  abbia  lasciato  ef- 
fetti durevoli,  è  mai  stata  opera  del  pensiero  e  della  sxìecu- 

1  azione  scientitìca.  È  stata  invece  sempre  l'effetto  di  vivi  im- 
pulsi di  fede,  la  cui  leva  motrice  non  può  trovare  largo  e 
saldo  appoggio  se  non  nel  cuore  delle  moltitudini,  ed  è  stata 
e  sarà  sempre  in  mano  di  uomini  del  tipo  mentale  diame- 
tralmente opposto  a  quello  dell'uomo  di  studi,  del  pensatore 
astratto,  dell'erudito,  del  critico. 

Per  quanto  mirabili  di  dottrina  e  d'ingegno,  i  Tj^rrell  e 
i  Loisy  —  come  già  i  Lamennais  e  i  DòUinger  —  non  muo- 
veranno mai  una  foglia.  Dall'azione  intellettuale  ch'essi  eser- 
citano sul  pensiero  delle  classi  superiori,  non  verranno  mai 
effetti  ed  impulsi  di  un'etticacia  morale  pratica  bastante  a 
muovere  dal  fondo  lo  spirito  di  una  nazione  e  di  un  popolo 
intero. 

A  nessuno  fin  qui  è  dato  prevedere  quale  potrà  essere, 
in  un  avvenire  forse  tuttora  molto  lontano  da  noi,  la  sorte 
delle  religioni  oggi  dominanti.  E  certo  il  Cattolicismo,  l'unica 
grande  forza  morale  saldamente  organizzata  che  sia  rimasta 
nel  mondo,  non  accenna  i^er  ora  a  cadere.  Ma  quale  abbia 
ad  esserne  forse  un  giorno  il  destino,  e  se  o  in  qual  modo 
possibile  la  trasformazione,  se  per  forza  sua  propria  e  inte- 
riore, o  sia  per  forza  esterna  di  altra  credenza,  che  gli  suc- 
ceda, questo  ijotrà  e  dovrà  deciderlo  con  sentenza  definitiva 
solo  la  voce  della  grande  anima  delle  folle  e  la  coscienza 
dei  popoli. 

Fiancastagnaio,  il  20  settembre  del  lOOU. 

Giacomo  Barzellotti. 


Monte    Amìata, 


•G.  Baezellotti. 


Monte  Arniata  veduto  dalla  Ròcca  di  Piancastagnaio. 


L'Amiata,  chiamato  anche  Montagna  di  Santa  Fiora,  è 
uno  dei  piìi  bei  monti  d'Italia.  Dai  Romani  era  detto  Mons 
Tunli,  Moìis  Tiuiiafiis.  Situato  all'  estremo  limite  meridio- 
nale della  Toscana,  tra  l'Umbria  e  la  maremma  grossetana, 
alto  1734  metri  sul  mare,  esso  segna  l'elevazione  mag- 
giore di  quello  che  i  corografi  chiamano  altipiano  toscano  ; 
è  un  potente  cono  trachitico,  sorto  per  forza  vulcanica  su 
un  basamento  di  roccie  sedimentari  arenacee,  scistose  e  cal- 
cari, spettanti  per  la  massima  parte  al  terziario  antico  od 
eocene.  Le  acque  all'  interno  del  cono  trattenute  in  un  re- 
ticolato di  fratture  e  di  meati,  formano  un'  immensa  prov- 
vista sotterranea.  Ne  sgorgano,  alla  base  della  grande  cu- 
pola trachitica,    sorgenti    copiose,    limpide,    freschissime,  la 


MONTE   A5IIATA 


maggiore  delle  quali,  a  libeccio,  forma  il  liume  Fiora,  — 
anticamente  fiume  Armino  ;  —  altre  per  1'  Orcia  scendono 
neir  Ombrone  e  pel  Paglia  nel  Tevere. 

Presso  a  queste  sorgenti  sul  lembo  del  pianoro  ondulato, 
che  fa  da  cornice  allo  zoccolo  della  montagna,  ed  è  tutto 
vestito,  in  un'  estensione  di  piìi  diecine  di  chilometri  qua- 
drati, da  folte  selve  di  castagni,  sono  cinque  grossi  paesi  : 
Arcidosso,  Castel  del  Piano,  Santa  Fiora,  Pìancastagnaio, 
Al  (badia  San  Salvatore,  abitati  da  una  popolazione  laboriosa 
e  intelligente,  che  parla  un  toscano  senese  con  qualcosa  di 
romano  nell'accento  e  nell'espressione. 

L'Amiata  è  tra  le  parti  montuose  della  Toscana  una 
delle  più  fittamente  al)itate,  e,  sebbene  prossima  alla  Ma- 
remma, delle  più  sane.  L'aria  vi  è  purissima;  il  clima  aspro 
d'inverno,  piacevolmente  temperato  l'estate;  ricca  la  vege- 
tazione digradante  per  varietà  di  colori  dal  fosco  rossastro 
dei  faggi,  che  cuoprono  fitti  la  parte  superiore  del  monte, 
e  dal  verde  intenso  dei  castagni  e  dal  cupo  degli  abeti  e 
dei  Cerri  sottostanti,  al  cinereo  degli  olivi  e  al  verde  chiaro 
dei  vigneti  sparsi  lungo  il  pendìo  sino  al  piano.  Il  terreno 
non  grasso,  ma  per  molta  parte  facile  ad  irrigare,  remunera 
Topera  industriosa  dell'uomo.  I  maremmani  salgono  lassìi 
l'estate  per  rifarsi  bevendo  le  acque  salubri  delle  P);ignore 
presso  Arcidosso,  bagnandosi  in  quelle  caldissime  di  San  Fi- 
lipix»,  ove  restano  avanzi  di  terme  romane. 

Il  Monte  Amiata  è  —  dice  il   Repctti  nel  suo  JJlzlomirlo 

rjeojjrajìco  Jit^lco  storico   della  Toscana  (Firenze,   18.')0)  — 

'•  un   pezzo    di    Svizzera  nel  centro    della  bella  Toscana  „  ; 

rimasto  ])('rò  finora    ])oco    noto   anche   agi'  italiani,  sebbene 

L>vt^       per   la  bontìi  e   l'elasticità   dell'aria  e  per   la   bellezza  pitto- 


Il  paese,  il  jìojìoIo.  le  industrie 


resca  del  paesaggio  sia  preferibile  a  molti  altri  luoghi  di 
villeggiatura  moutauina.  i\[a  già  in  questi  ultimi  anni  vi 
sono  cresciuti  di  numero  i  villeggianti  e  i  visitatori,  non 
spaventati  dalla  via  non  breve  da  farsi  in  carrozza  venendo 
da  Roma  per  Chiusi  (piìi  breve  quella  da  Siena  per  Mon- 
tamiata),  ne  dalla  scarsità  e  dalla  poca  modernità  degli 
alloggi. 

E  anche  questi  vanno  oggi  crescendo  e  migliorando,  a 
seconda  della  domanda,  specie  in  Castel  del  Piano  e  Arci- 
dosso,  pili  vicini  alle  linee  senese  e  maremmana,  e  anche 
nell'Abljadia  San  Salvatore,  ove  da  alcuni  anni  si  sono  sta- 
bilite varie  famiglie  straniere  a  causa  dei  lavori  della  mi- 
niera di  mercurio,  aperta  da  una  società  tedesca,  e  che 
supera  per  ricchezza  di  prodotti    tutte  le  altre   della  Mon- 


tagna. 

L'industria  del  mercurio  e  antichissima  nel  Monte  Amiata, 
ben  noto  per  ciò  ed  esplorato  come  una  tra  le  regioni  che 
ne  sono  piti  ricche  in  Europa.  Vi  si  trovano  traccie  di  scavi 
anteriori  molto  all'èra  nostra.  Tutta  la  Montagna  abbonda, 
oltre  che  di  questo,  di  altri  minerali  metallici  e  di  terre 
minerali  e  di  singolari  produzioni  naturali,  che  hanno  invi- 
tato ad  esplorarla  e  a  studiarla  iin  dal  secolo  decimottavo 
naturalisti  insigni  e  dotti  viaggiatori,  come  Pier  Antonio 
Micheli,  (liovanni  Antonio  Targioni  Tozzetti  e  Giorgio 
Santi,  che   la  descrissero  a  parte  a  parte. 

All'ombra  degli  antichi  castagni,  pei  luoghi  più  solitari, 
nella  pace  dei  meriggi  estivi,  sulle  praterie  ondulate  sparse 
di  musco ,  ove  luccicano  serpeggiando  vene  chiarissime , 
fra  le  grandi  scogliere,  sparse  di  licheni,  pare  aliti  ancora 
un'aura  di  leggende.  Ma  ne  serba   deboli    traccie  la  tradi- 


6  MOXTK    AMIATA 


zione  popolare,  ora  ne  ricca  ne  varia,  non  so  se  per  la 
natnra  poco  immaginosa  della  mente  di  quei  montanari,  o 
per  essere  essi  rimasti  sempre  isolati  là  in  quell'angolo  del 
vecchio  Stato  di  Siena,  a  causa  della  ditììcoltà  delle  strade, 
a  confine  della  Maremma  spopolata  e  d' immense  boscaglie, 
che  li  separavano  da  Roma  e  da  una  gran  parte  degli  Stati 
pontifici.  Ricordo  ancora  le  sere  d'autunno,  passate  quan- 
d'ero l)ambino  intorno  al  focolare,  ove  cuocevano  le  monne, 
intento  per  ore  e  ore  a  sentire  ^leo  dalle  prof  acole,  che 
ce  ne  raccontava  delle  bellissime.  ]\la  le  lunghe  fila,  di  cui 
le  tesseva,  gli  venivano  dai  lieali  di  Francia  e  dai  poemi 
cavallereschi  francesi  e  dai  nostri. 

Le  più  antiche  memorie  che  si  hanno  dei  paesi  del- 
l'Amiata  risalgono  ai  tempi,  in  cui  i  monaci  dell' Abl)adia 
San  Salvatore  —  prima  furono  Benedettini  e  dal  1221»  in 
poi  Cistercensi  —  avevano  possessi  e  privilegi  in  ogni  parte 
della  Montagna  e  vi  esercitavano  il  potere  civile  e  religioso. 
Di  contratti  relativi  a  case  e  a  terre  da  loro  possedute 
presso  Santa  Fiora  e  Piancastagnaio  —  anticamente  detto 
Casal  Piano  —  si  hanno  documenti  che  risalgono  sino  al 
nono  secolo  nelle  carte  del  Monastero  conservate  ora  negli 
archivi  di  Firenze  e  di  Siena. 

La  celebre  Bibbia  Amiatina,  che  Pietro  Leopoldo  portò 
a  Firenze  dopo  soppresso  il  ^lonastero,  e  ora  è  uno  dei 
])iu  preziosi  tesori  della  biblioteca  Laurenziana,  stava  in 
mano  di  quei  monaci  fino  dal  nono  secolo.  Era  stata  fatta 
esemplare  in  Inghilterra  e  offerta  alla  Cattedra  di  San  Pietro 
da  Ccolfrido  abate  di  Jarrow  nel  Northumberland,  e  dopo 
la  morte  di  lui,  che  pare  avvenisse  nel  TK!,  jìortata  a  Roma, 
donde,  non  si  sa  sotto  qual  pontefice,  era  passata  all'Abbadia. 


Tm  celebre  Bibbia  atmiatina 


Giovali  Battista  De  Rossi  ha  il  merito  di  essere  stato  il 
primo  a  sospettare  "  che  la  Bibbia  fosse  uno  tra  i  codici 
superstiti  delle  biblioteche  della  Sede  apostolica,  ricoverati^ 
lancfi  da  Roma  nel  monastero  amiatino,  e  di  aver  divinata 
l'antica  lezione  dell'epigrafe  dedicatoria,  confermata  poi  mi- 
rabilmente dal  testo  di  essa  additato  in  un  codice  Harleiano 
del  British  Museum  dal  professor  Hort  dell'  Università  di 
Cambridge  „.  Ho  citato  qui  ciò  che  mi  scriveva  dalla  Lau- 
renziana  il  dotto  E.  Rostagno.  Della  biblioteca  del  celebre 
monastero  restano,  oltre  la  Bibbia,  altri  sei  codici  che  sono 
essi  pure  nella  Laurenziana. 

Degli  antichi  edilizi  del  monastero  e  della  sua  chiesa 
poco  avanza  dopo  i  rifacimenti  degli  ultimi  secoli.  Nel  sua 
Diario  senese  il  Gigli  parla  a  lungo  delle  reliquie,  che  i 
monaci  esponevano  alla  venerazione  dei  fedeli,  tra  le  quali 
era,  dice,  anche  "  un  frammento  della  mensa  di  Àbramo 
quando  convitò  l'angelo  „.  Ultimo  abate  fu  un  Fatteschi 
abadingo,  di  cui  la  Biblioteca  Vittorio  Emanuele  a  lloma 
conserva  molti  studi  eruditi  e  tra  questi  una  storia  inedita 
del  monastero. 

L'antica  leggenda,  che  lo  voleva  eretto  dal  re  longobardo 
Kachis,  è  morta  nel  Monte  Aniiata.  Vive  invece  ancora 
l'altra,  da  me  riferita,  che  attribuisce  la  fondazione  del  con- 
vento della  Trinità  presso  Santa  Fiora  a  un  conte  della 
celebre  famiglia  degli  Aldobrandeschi,  a  cui  apparteneva 
queir  (  )mberto  che  Dante  incontra  tra  i  superbi  nel  Pur- 
gatorio. La  dominazione  degli  Aldobrandeschi,  signori  di 
Santa  Fiora,  che  erano,  pare,  di  origine  salica,  si  estendeva 
già  nel  secolo  XII  a  presso  che  tutta  la  maremma  toscana, 
e  durante  il  secolo  seguente  e  dopo  succedette  quasi  in  ogni 


8 


ZMONTE    AMIATA 


parte  della  ^Montagna  a  quella  esercitata  anche  negli  ordini 
civili  dai  monaci  dell'Abbadia,  i  quali  però  conservarono  a 
lungo  in  pili  luoghi  la  giurisdizione  spirituale.  A  Siena  nel 
Trecento  si  diceva  :  "  I  Conti  di  Santa  Fiora  hanno  tante 
castella  quanti  l'anno  ha  dì,,.  Lo  dice  anche  l'ingenuo  e 
pio  fra  Filippo  da  Siena  nei  suoi  Asseìnpri  ;  libro  pieno  di 


Il  Convento  dell'Abbadia  San  Salvatore  (pag.  6). 


sacre  i)aure  mistiche  e,  per  usare  una  l)ella  espressione  del 
Jvcnan,  "  di  sante  inezie  „  ;  dove,  fra  i  peccatori,  la  cui  vita 
€  la  morte  son  portate  ad  esempio  per  cditicazione  del 
buon  lettore,  figurano  ])iìi  d'una  volta  i  vassalli  dei  signori 
Conti  di  Santa  Fiora;  i  quali  })are  fornissero  allora  al  dia- 
volo un  c<»ntiiigcnte  di  dannati  assai  rispettabile.  Delle  lunghe 
e  frequenti  guerre  tra  i  Conti  e  la  repubblica  di  Siena  parla 
spesso  il  Tizio  nella  sua  im])ortnnte  cronaca  inedita. 


Vicende  dei  paesi  della  Montagna 


Nel  secolo  XIY  i  paesi  della  .Monta<>,na  vengono  quasi 
tutti  dalle  mani  degli  Aldobrandeschi  o  di  altri  signori 
in  quelle  dei  Senesi.  Arcidosso  è  conquistato  nel  1331. 
Nello  stesso  anno  gli  Aldobrandeschi  vendono  Castel  del 
l^iano  alla  Repubblica,  che  nel  1347  compra  da  loro  anche 


La  Eucca  di  Piancastagiiaio,  veduta  di  fuori  del  paese. 


il  paese  dell'Abbadia  San  Salvatore.  Nel  1334  le  si  sotto- 
mettono i  Visconti  signori  di  Campiglia  d'Orcia.  Il  popolo 
di  Piancastagnaio,  dopo  essersi  messo  fin  dal  13G0  sotto 
l'accomandigia  dei  Senesi,  si  dà  loro  liberamente  nel  1415 
con  capitolazioni  e  statuti  speciali  firmati  Tanno  seguente. 
Il  19  ottobre,  giorno  di  San  Massimino,  i  Senesi  tolgono 
agli  Orsini,  Conti  di  Pitigliano,  il  castello  del  paese,  il  cui 

G.  Barzellotti.  2 


10  MONTE    AOTATA 


cassero  sta  tuttora  in  piedi  quasi  intero,  ed  è  uno  dei  piti 
notevoli  avanzi  dell'antica  architettura  militare  italiana. 

Nella  seconda  metà  del  secolo  XVI  i  paesi  dell' Amiata 
seguono,  dopo  la  resa  di  Siena  e  di  Montalcino,  le  sorti 
dello  Stato  senese,  e  ven^-ono  sotto  la  signoria  di  Cosimo, 
meno  Santa  Fiora,  che  resta  agli  Sforza,  finche  un  conte 
Mario  per  debiti  ne  vende  l'alta  sovranità  al  Granduca  Fer- 
dinando IL  Gli  Sforza,  che  nel  IGT't  per  le  nozze  di  Fe- 
derigo II  con  donna  Livia  Cesarini,  figlia  ed  erede  del 
Duca  Giuliano,  unirono  a  quello  del  loro  casato  il  nome 
dei  Cesarini,  rimasero  feudatari  del  Granducato  con  prero- 
gative e  poteri  sui  loro  vassalli,  che  Pietro  Leopoldo  abolì. 
All'entrare  del  secolo  XYII  Piancastagnaio  fu,  come  ve- 
dremo, eretto  in  feudo  da  Ferdinando  I. 

Sebbene  soggetti  con  le  altre  parti  della  Toscana  alla 
sovranità  dei  Granduchi  fiorentini,  i  paesi  della  Montagna, 
che  avevano  subito  le  conseguenze  politiche  della  caduta 
della  repubblica  senese,  restano  però  ancora  per  secoli  di- 
pendenti, in  parte,  specialmente  nel  loro  regime  ammi- 
nistrativo, dallo  Stato  di  Siena  ;  il  quale,  coni'  è  noto,  con- 
servò a  lungo  col  nome  un  resto  di  autonomia  nel  Gran- 
ducato toscano.  Il  Capitanato  di  Montagna,  clic  nel  ló.sT 
fu  da  lladicofani  trasferito  ad  Arcidosso,  era  tenuto  per  le 
cose  della  giustizia  e  per  le  cause  civili  da  un  cittadino 
senese  con  2000  lire  di  stipendio.  Piancastagnaio  prima 
della  sua  costituzione  in  feudo  sotto  i  marcliesi  Bourbon  del 
^lonte,  aveva  il  Potestà  da  Siena,  che  dal  li)S\)  in  poi  fu 
per  ordine  del  (Granduca  Ferdinando  T  tratto  annualmente 
a  sorte  "  da  un  bossolo  di  dieci  cittadini  maggiori  di  anni  -40, 
fatto  ogni  dieci  anni  dalla  Palla  di  quella  città,,.  Un  ero- 


L'Amiatn  e  lo  Siaio  di  Siena  11 


iiista  pianese  dice  clie  il  Granduca  prese  questo  provvedi- 
mento "  acciò  che  la  terra  e  suo  popolo  fosser  J^en  retti  da 
persone  mature  e  giudiziose,  sendo  massime  il  luogo  posto 
confinante  a  stati  alieni  ...  Anche  dopo  che  per  l'istituzione 
del  feudo  i  magistrati  preposti  alla  giustizia  civile  e  cri- 
minale furono  ^'  messi  „  —  cosi  si  diceva  —  dal  signor 
Marchese,  se  avveniva  che  la  sentenza,  pronunziata  dal  suo 
auditore  in  seconda  istanza,  nelle  cause  civili  non  fosse 
stata  conforme  alla  prima  data  dal  Potestà,  si  poteva  "  ap- 
pellare al  Concistoro  della  Signoria  di  Siena  ,,.  Al  magi- 
strato dei  Conservatori  di  questa  città,  che  era  come  "  il 
depositario  .,  dei  Iteni  del  Comune,  doveva  rendersi  conto 
del  modo,  in  cui  venivano  amministrati. 

Le  popolazioni  dell' Amiata  hanno  tenuto  sempre  e  ten- 
gono tuttora  come  loro  capitale  Siena,  non  Firenze.  La 
comunità  d'interessi  e  di  relazioni  di  ordine  civile,  politico, 
amministrativo,  e  sopra  tutto  di  commerci,  che  le  ha  legate 
per  secoli  alla  città  principale  dello  Stato,  di  cui  facevan 
parte,  era  rafforzata  dalla  comunità  dell'origine  e  delle  tra- 
dizioni di  razza  e  da  quella  del  carattere.  I  nostri  monta- 
gnoli sono,  anche  pili  che  gli  abitanti  della  maremma  to- 
scana, schiettamente  senesi,  non  solo  nella  fisonomia  e  nel 
parlare,  ma  e  nelle  altitudini  e  nell'impronta  sociale,  sopra 
tutto  poi  in  ciò  che  forma  la  caratteristica  principale  della 
mentalità  di  un  popolo  :  nel  loro  modo  di  sentire  e  di  con- 
cepire la  vita  e  le  cose  morali.  La  forma  intellettuale  mi- 
sticamente immaginosa  della  religiosità  senese  è  uno  dei 
tratti  pili  notevoli  della  loro  indole. 

Da  quell'esame,  che  resta  ancora  a  fare,  della  fisonomia 
mentale  delle  nostre  maggiori  città  toscane,  fiorite  ai  tempi 


12  MONTE   AMIATA 


dei  Comuni,  —  esame  che  deve  esser  parte  importantis- 
sima di  tutta  una  psicologia  comparata  della  nostra  storia,  — 
uscirà,  come  fatto  dei  più  caratteristici,  l'antitesi  che  con- 
trappone l'una  all'altra  in  tutte  le  manifestazioni  essenziali 
al  loro  genio  e  alla  loro  vita  storica  le  due  grandi  rivali  : 
Firenze  e  Siena.  L'intraprendente  spirito  fiorentino,  che  ai 
suoi  tempi  migliori  unì  sempre  in  un  forte  equilibrio  di  facoltà, 
vòlte  all'azione,  i  maggiori  ardimenti  del  pensiero  e  della 
fantasia  inventiva  col  senno  e  coll'esperienza  sicura  delle 
cose,  incarna  in  se  quell'acuto  intuito  del  vero,  quel  senso 
della  realtà  e  della  vita,  per  cui  la  mente  d' Italia  muove, 
all'uscire  dal  Medio  Evo,  i  primi  passi  verso  l'età  moderna, 
precorrendo  di  qualche  secolo  le  altre  nazioni  d' Europa. 
In  tutte  le  forme,  nelle  quali  si  rivela  più  immediata  la 
fìsonomia  del  genio  della  grande  città,  che  fa  mente  e  anima 
della  seconda  Italia,  si  vede  espresso  questo  tratto  domi- 
nante :  l'accordo  delle  più  alte  idealità  nel  concepire  potente 
e  nel  creare  con  la  sicurezza  del  saper  cogliere  la  realtà 
concreta,  certa,  palpai  die.  Questo  si  vede  nei  suoi  massimi 
pensatori  e  scrittori  da  Dante  al  Machiavelli,  che  mentre 
guardano  alto  alle  più  audaci  novità  dell'ordine  morale  e 
civile,  sempre  fermano  saldo  il  piede  nel  vero  dei  fatti  e 
della  vita,  nelle  grandi  tradizioni  della  coscienza  e  della 
coltura  d'Italia,  disci])linando  col  "  freno  dell'arte  ,,  il  loro 
istinto  geniale  di  veggenti,  di  precursori  sublimi.  Ciò  si 
vede  nei  sommi  artisti  fiorentini,  da  (Hotto  al  Masaccio  e 
a  Leonardo,  dal  P)runellesclii  al  Buonarroti  :  idealisti  poten- 
tissimi nel  concepire  e  nel  comporre,  neirMllargare  e  nel 
sollevare  alto  i  motivi  creatori  delle  opere  loro;  realisti  nel 
guardare  il  vero,  maestri  maggiori  a  tutti  in  Italia  nel  di- 


Le  due  grandi  ricali:  Firenze  e  Siena 


13 


segno  schietto,  vig-oroso,  impeccabile.  E  ancora:  negli  uo- 
mini di  Stato  fiorentini  e  nel  più  grande  di  tutti  in  Lorenzo, 
che  n'esprime  in  sé  il  tipo  mentale  rappresentativo,  l'amore 
alto,  delicato  d'ogni  arte  ideale  e  bella,  il  sentimento  intimo 
della  poesia  degli  affetti  si  unisce  col  tatto  finissimo  della 
realtà   dei   fatti   sociali    e    dell'  opportunità   politica.    L' ar- 


Saiita  Fiora  vediita  dal  Convento  della  Trinità  (pag-.  10). 


guto  spirito  della  città  guelfa,  che  però  ha  saputo  cosi  so- 
vente respinger  da  se  le  invadenti  ambizioni  della  Corte 
romana,  lo  spirito  fiorentino,  mortale  avversario  del  Papato 
mondano  con  Dante,  gran  motteggiatore  di  preti  e  di  frati 
coi  suoi  novellieri,  non  ha  mai  sopportato  in  sé  a  lungo 
gli  eccessi  dell'idealità  religiosa  ;  non  conta  tra  i  pochi  suoi 
santi  un  asceta,  un  mistico.  La  sua  unica  grande  avven- 
tura  religiosa,  quella  del  Savonarola,  non  fiorentino,  e  dei 


14  MONTE  a:\iiata 


suoi  piagnoni,  finisce  soffocata  nel  sangue  fra  le  risa  eli 
scherno  dei  Comjjarpiacci. 

In  reciso  contrasto  col  tijDO  mentale  genialmente  reali- 
stico dello  spirito  fiorentino  sta  l'anima  di  Siena,  della  grande 
sognatrice.  Posta  in  territorio  non  fertile,  senza  fiumi  da 
servire  al  commercio,  là  fuori  di  mano  su  quei  suoi  monti 
e  prossima  alla  maremma  deserta,  Siens  impedita  com'era 
nel  suo  crescere  dalla  potente  rivale  vicina  e  dalle  continue 
discordie  delle  tante  sue  fazioni,  non  ha  mai  spinto  lo  sguardo 
molto  oltre  le  sue  mura.  Con  la  parte  migliore  del  suo  spi- 
rito fino,  acuto,  sensitivo,  volto  ad  esprimere  sopra  tutto 
l'intimità  delle  cose  morali,  ha  vissuto,  quasi  raccolta  in  se, 
la  vita  dell'arte  e  della  coscienza  religiosa;  —  ha  dato  all'I- 
talia con  quei  suoi  così  soavi  pittori  d'immagini  sacre  tutta 
una  schiera  d'idealisti  e  di  mistici  del  disegno,  che  continuano 
le  loro  ingenue  figure  di  Madonne,  anche  dopo  che  l'audace 
realismo  della  scuola  fiorentina  è  già  proceduto  molto 
avanti  ;  —  ha  dato,  unica  fra  le  città  toscane,  un  drappello 
di  grandi  anime  religiose,  che  rappresentano  le  forme  piìi 
alte  ed  eroiche  d' intimità  spirituale  mistica ,  delle  quali 
l'Italia  sia  stata  capace:  Pier  Pettinalo,  Caterina  Benincasa, 
San  Bernardino;  —  ha  dato  al  moto  della  riforma  piìi  se- 
guaci che  forse  nessun'  altra  città  d' Italia  :  teologi  filosofi, 
quale  l'Ochino,  e  capi-scuola,  quali  i  due  Socini.  Se  Ilde- 
brando fu  senese,  Siena  ha  dato  al  mondo  il  })iìi  sublime 
idealista   dell'azione  che  abbia  il  Medio  Evo.'' 

11  carattere  doiiiiiiante  della  menta.litìi  senese  è  una  certa 
tendenza    all'eccesso,  airut()})ia    sjìirituale,  al  concepire    di- 

'y  Vedi  su  Siena  il  liei  libro  di  Taoi.o  I'ki hlumim    La    17^/  e  Voliera  di  Si- 
gismondo Tizio.  EoiUia,  19U3. 


La  bella  dita  sognatrice  15 


segni  jilti,  immaginosi,  desideri  audaci,  spesso  senza  pro- 
porzione coi  mezzi  per  porli  in  atto  ;  —  tendenza  che 
l'Aliglìieri,  rappresentante  della  schietta  mentalità  fioren- 
tina, mette  in  rilievo  e  rimprovera  ironicamente  ai  Senesi; 
a  "  quella  gente  vana,  che  sperava  in  Talamone  e  cercava  sotto 
terra  l'acqua  Diana  ,,  ;  che,  al  modo  dei  compagni  della  bri- 
gata spendereccia,  portava  l'eccesso  strano,  fantasticamente 
l)izzarro  anche  nella  prodigalità  e  nell'uso  dei  piaceri  e  nel 
lusso.  I  Senesi  —  dice  l'Anonimo  fiorentino  in  un  luogo 
del  suo  commento  a  Dante  —  "  sono  gente  maravigliosa  „  ;  — 
gente,  cioè,  che  contempla  le  cose  e  gli  uomini  con  l'occhio 
della  fantasia,  che  le  vede  piii  grandi,  e  guarda  —  direl)l)e 
Lorenzo  Sterne  —  al  di  là  del  mondo.  Ma  è  appunto  questa 
tendenza  alle  idealità  immaginose,  genialmente  utopistiche, 
che  fa  di  alcuni  personaggi  senesi,  in  cui  si  esprime  piti 
al  vivo  il  tipo  mentale  della  l)ella  città  sognatrice,  altret- 
tanti eroi  degli  afi'etti  piìi  nolfili  ;  —  tale  quel  Provenzan 
Salvani,  che  mendica  in  piazza  per  riscattare  l'amico.  —  E 
questa  tendenza  dà  alle  leggende  senesi,  cosi  ricche  e  signifi- 
cative nella  figurazione  ideale  tipica  dei  sentimenti  più  umani 
e  piti  intimi,  un'  intensità  d'espressione  e  di  colorito,  che 
non  hanno  le  leggende  di  alcun' altra  città  o  parte  d'Italia. 
Basti  qui  ricordarne  una  tra  molte  :  quella  di  Cangeneva, 
"  che  malata  d'amore  rivede  dopo  molti  anni  l'amante  suo 
trasvestito  da  pellegrino,  lo  riconosce  e  gli  muore  fra  le  brac- 
cia fulminata  dalla  commozione  „ .  ^^ 

Firenze  e  il   contado  non  hanno    quasi   leggende,    oltre 
quelle  antiche  delle  origini,  che  ogni  altra  città  italiana  ha 


')  Vedi  nel  mio  libro  Studi  e  Ritratti  il  capitolo  II  "Siena  e  i  Senesi,,.  Bo- 
logna, Zanichelli,  1893. 


16  MONTE   AMIATA 


avuto.  La  legg'enda  senese  si  protrae  nella  vita  storica  del 
Comune  più  a  lungo  forse  che  in  ogni  altro  d' Italia,  ed 
è  —  dice  Giuseppe  liondoni  nel  buon  libro  che  ne  ha 
scritto  —  "  la  più  ricca,  compiuta  e  notevole  fra  le  to- 
scane „  ;  —  sarei  tentato  di  aggiungere  :  —  fra  le  italiane. 
Lo  spirito  della  leggenda,  che  ama  le  penembre  delle  cose 
e  della  vita,  pare  aleggi  ancora  sulla  bella  città  antica,  per 
quelle  sue  vie  serpeggianti,  ove  non  è  mai  una  lìnea  retta, 
sotto  quegli  archi  solitari  e  in  quelle  svolte  piene  di  mi- 
stero. Pare  che  un  alito  come  di  visione  e  di  sogno  spiri 
da  quella  campagna,  che  s'insinua  da  tante  parti  nella  città, 
e  arriva  quasi  al  palazzo  dei  Signori,  e  gli  sorride  quieta 
da  lontananze  cineree,  tutta  a  linee  dolcemente  ondulate, 
preraffaellesche,  d'un  colorito  che  fa  pensare  a  quello  dei 
più  gentili  e  mistici  pittori  che  ci  s' ispirarono. 

Tra  le  leggende,  che  esprimono  in  modo  più  tipico  e 
suggestivo  l'aspetto  della  mentalità  senese,  messo  in  rilievo 
da  Dante,  la  più  notevole  è  quella  di  re  Giannino.  E  si 
ammetta  pure,  come  oggi  crede  più  d'un  critico,  che  essa 
non  abbia  quasi  fondamento  di  vero  ;  ma,  ad  ogni  modo. 
Tessere  stato  possibile  il  comporta  con  verosimiglianza  da 
dati  e  da  fatti  o  da  frammenti  dì  fatti  e  di  dati,  l'essere 
essa  stata  accolta  e  creduta  a  lungo  dal  popolo  in  Siena, 
è  cosa  che  mi  pare  abbia  oggi  un  significato  per  il  demo- 
psicologo. 

Forse  in  nessun  altro  personaggio  da  leggenda  o  da 
romanzo  lo  spirito  dell'avventura  incredibile,  l'eccesso  strano 
dell'  utopia  fantastica  paiono  prendere  spirito,  vita  e  figura 
come  in  (liannino  di  Guccio  di  ]\rino  Baglioni,  oscuro  mer- 
cante senese,  a  cui  un  giorno  Cola  di  Ivienzo,  chiamandolo 


Be  Giannino  e  il    ■  beato  .,  Brandano  17 

apposta   a   Roma,   palesa   ch'egli    è   figlio   legittimo    di   re 
Luigi  X    di    Francia.  (TÌannino  ci  crede,  ma  non    scnopre 
subito  il  suo    segreto,  che  però    per  la  rivelazione,  fattane 
da  un  frate,  a  cui  egli  l'aveva  confidato,  giunge  agli  orecchi 
della    Signoria    di    Siena.  E  questa    subito    deputa  sei  savi 
uomini   per    esaminare  i  titoli    regali  di  Mino  ;    delibera  di 
farli    notificare    al    Papa,    all'Imperatore    e    ad    altri    })rin- 
cipi;  pone  i  propri  famigli  a  custodia  di  lui  e  dei  suoi,  e 
decide  ch'egli  sia  mantenuto  a  spese  del  Comune.  Poi,  mu- 
tato consiglio,  abbandona  la  causa  del  pretendente.  Il  quale 
allora,  risoluto    a    farsi  valere  da  se,  e  dopo    aver    cercato 
per  tutta  Europa,  di  città  in  città,  di  corte  in  corte,  aiuti 
d'uomini  e  di  danari,  va  in  Avignone    per    tirar  dalla  sua 
il  pontefice  ;  e,  rifiutando  questi  di  ascoltarlo,  spera  di  poter 
tentare   con   soldati  di  ventura  l' impresa   di   rivendicare  il 
trono   paterno;  ma,  tradito    più   volte,  fugge  in  Provenza; 
là  è  fatto  prigioniero  e  patisce  ogni  sorta  di  torture,  finche 
per  intercessione  di  alcuni  mercanti  senesi  è  inviato  al  giu- 
dizio del  re  di  Napoli,  e  muore  in  Castel  dell'  Uovo.  Questa 
strana  leggenda    dovè    esser  nota  a  David  Lazzaretti,  che 
si  credeva  e    si  disse  egli  pure  disceso  dai  re  di  Francia. 
E  dei  vaneggiamenti  ambiziosi  del  mercante  senese  qualcosa 
certo  passò  nella  testa  del  profeta  di  Monte  Labbro. 

Ma  pili  che  la  ormai  lontana  figura  di  re  (liannino,  si 
riflette  sulla  persona  e  su  tutta  l'opera  religiosa  di  David 
quella  di  Brandano,  ancora  viva  nelle  memorie  e  nell'anima 
del  volgo  di  Siena  e  dei  nostri  montagnoli.  Bartolomeo  Ca- 
rosi  da  Petroio,  che  il  popolo  chiama  ancora  "•  il  beato  ., 
Brandano,  nato  l'anno  stesso,  in  cui  nacque  Lutero,  è  fra 
gli    spiriti    misticamente  '^  ehhri  di  Dio  „ ,    che    V  Italia  ha 

G.  Barzellotti.  3 


18  MONTE    AMIATA 


avuto,  uno  dei  più  originali  e  dei  piìi  potenti.  Da  giovane 
era  libertino  e  bestemmiatore.  Convertito,  si  fece,  per  prin- 
cipio d'espiazione  delle  sue  colpe,  legare  su  una  croce,  e 
vi  restò  tutto  un  giorno,  rappresentando  in  un  sacro  mistero 
la  parte  del  buon  ladrone.  Va  per  anni  e  anni,  scalzo,  ve- 
stito di  sacco  con  un  teschio  in  mano,  pellegrinando  per  la 
Toscana,  per  l'Italia,  per  la  Spagna.  Perseguitato,  deriso 
e  venerato  —  lo  chiamavano  "  il  pazzo  di  Cristo  ,,  — ■  pre- 
dicava per  le  chiese,  per  le  vie,  sulle  piazze  gridando  : 
"  Fate  penitenza,  che  la  morte  viene  ,.  e  spargendo  ovunque 
le  sue  profezie,  che  per  lo  più  cifrano,  in  rima,  con  motti 
felici,  quasi  fatidici,  il  carattere,  i  costumi  e  le  vicende 
delle  città  e  dei  villaggi,  a  cui  alludono,  e  per  ciò  son 
ripetute  anche  oggi  in  Toscana.  Basti  riferirne  alcune. 
"  Lucca,  Lucca,  hai  uno  che  t' imbocca  „  ;  e  di  Firenze  : 
"  la  città  del  giglio  ;  trista  la  madre  che  ci  avrà  il  figlio  „  ; 
e  :  "  Arcidosso,  tu  hai  da  rodere  un  osso,  che  dire  non  te 
lo  posso,,;  e  ancora:  "Piano  senza  governo  „.  Savonarola 
incolto,  Brandano  incoraggiò  Siena  a  difendere  la  sua  li- 
bertà, ne  predisse  la  caduta.  Quando  gli  Spagnoli  e  il  Men- 
doza  fabbricavano  la  fortezza,  che  doveva  tenere  in  freno 
la  città,  il  ^^ pazzo  di  Cristo,,  andava  ripetendo  qua  e  là 
fra  i  crocchi  dei  popolani:  "  Don  Diego,  questa  tua  tela 
r  hai  ordita  male,  ti  mancherà  il  ripieno,  percliè  Iddio  te 
la  taglierà  e  non  la  Unirai  „. 

La  nu)ndanit5i  del  Papato  e  del  clero  del  Kinascimento  ebbe 
in  lui  un  accusatore  e  un  motteggiatore  spietato.  Un  giorno 
a  Roma,  poco  prima  del  terribile  sacco,  entra  in  San  Pietro 
con  in  mano  stinchi  di  morto,  e  li  dii  al  I*apa  e  ai  cardi- 
nali, mormorando:   "Pentitevi...  Lo    gettano    in    carcere  e 


I  manoscritti  di  Bartolommeo  Bellomini  19 

poi,  in  un  sacco,  nel  Tevere,  e  ne  esce  fuori  tutto  fango, 
"  quasi  spettro  vindice  della  coscienza  „  —  dice  il  Ron- 
doni —  pauroso  ai  romani  corrotti. 

Mori  il  24  di  maggio  del  1554.  Nell'ultimo  assedio  e 
nella  disperata  difesa,  finita  il  17  aprile  del  1555,  le  scolte 
senesi  ripetevano  le  sue  profezie  fra  gii  stenti  delle  notti 
vegliate  sulle  mura.  Egli  aspetta  ancora  un  biografo,  die 
sappia  cogliere  nella  sua  fisonomia  stranamente  espressiva 
i  tratti  gagliardi  di  quella  del  popolo,  da  cui  era  uscito  e 
che  intessè  alla  sua  la  propria  leggenda. 


In  questo  ambiente  senese,  a  cui  ha  aggiunto  forza  per 
secoli  la  tradizione  dei  legami  sociali  e  politici,  sono  sem- 
pre vissute  le  popolazioni  del  Monte  Amiata;  ove,  dopo  la 
resa  della  città  capitale  dello  Stato,  si  rifugiarono  non  po- 
che tra  le  famiglie,  che  ne  emigravano  volontariamente.  A 
mostrare  quale  fosse  la  vita  dei  nostri  montagnoli  nel  se- 
colo decìmosettimo,  — ■  quando  quella,  eh' è  anche  oggi  la  loro 
fisonomia  mentale  e  morale,  può  dirsi  già  formata,  —  mi 
varrò  qui  di  notizie  tratte  da  manoscritti  inediti,  che  ho 
raccolti,  e  che  ci  danno  principalmente  la  cronaca  di  que- 
sto piccolo  paese,  ove  nacque  mio  padre. 

Sono  tre  volumi  —  due  di  formato  grande,  uno  piii 
piccolo  —  mancanti  però  di  parecchie  pagine,  e  qua  e  là 
rosi  dai  tarli  e  dall'umido  ;  tutti  e  tre  di  mano  di  un  tal 
Bartolommeo  Bellomini,  nato  —  ce  lo  dice  egli  stesso  — 
qui  a  Piancastagnaio  il  20  di  marzo  del  1(J44,  di  una  fa- 
miglia delle  principali  del  paese  e  ora  estinta. 


20  MONTE   AMATA 


Il  Hellomini  dev'essere  stato,  com'erano  molti  ai  suoi 
tempi,  un  infaticabile  scrittore  di  memorie;  scrittore,  si 
noti,  nel  senso  strettamente  letterale  della  parola,  almeno 
per  lina  buona  parte  —  più  che  la  metà  —  del  primo  vo- 
lume di  queste,  ch'egli  stesso  ci  dice  di  aver  copiate  dalle 
Memorie  di.  Ser  Fahritio  Selvi  o  dalla  Selva  di  Piano,  no- 
taro  ;  uomo  —  a  quel  che  pare  —  dei  pili  ragguardevoli 
nel  suo  paese  e  nella  Montagna  sullo  scorcio  del  secolo  de- 
cimosesto, e  che  si  trovò  mescolato  a  piti  d'uno  dei  fatti  im- 
portanti da  lui  ricordati.  La  riproduzione  delle  memorie 
del  Selvi  di  mano  del  Bellomini,  la  quale  nella  parte  ben 
conservata  del  primo  volume  di  questi  manoscritti  co- 
mincia col  15G4,  va,  ce  ne  avverte  il  copista,  fino  a  tutto 
il  1608.  La  sostanza  di  quel  che  vien  dopo  in  questo  vo- 
lume e  di  tutto  il  secondo,  che  gli  fa  seguito,  —  ed  è 
assai  più  consunto,  —  e  di  due  terzi  circa  del  volume  più 
piccolo,  a  cui  pure  mancano  parecchie  pagine,  è  del  Hello- 
mini ;  il  quale  1'  ha  raccolta  da  altre  memorie  e  da  storici, 
che  (|ua  e  là  cita,  e  dai  ricordi  di  famiglia  e  dai  suoi. 

Ciò  che  n'è  rimasto  non  oltrepassa  il  1G7.').  Il  volume 
più  piccolo  riproduce,  e  qua  e  là  riassume,  con  qualche 
notevole  aggiunta,  gli  altri  due. 

Perchè  liartoloramco  P)ell()mini  scriveva,  si  direbbe,  per 
il  puro  ])iacere  di  scrivere,  di  riempire  una  dojx)  l' altra 
centinaia  e  centinaia  di  pagine  di  (juella  bella  carta  [la- 
loì/iha  di  Falu'iano,  clie  aveva  anche  allora  lo  stesso  mar- 
chio che  ha  oggi,  ma  era  di  ben  altra  solidità  e  resistenza. 
Scriveva  con  l'arida,  concisa  precisione,  propria  m  quasi 
tutti  i  numero-i  annalisti  e  diaristi  di  (jnel  secolo,  cosi  en- 
fatico e  verboso    in    presso  che  ogni  altro   genere  di   scrit- 


s  r^ 


*^. 


aiCORDATEYì    CHE   i>OVET£  MOBlhE 
PER  ^'01  NON  VI  È  ALTBO.CHEÌL  H\B/\Dl^O 

ÒL  INFERNO 
yWERtJE  ÌL  PAR.\DLSO  5L    OFF.RABETE 

AVE.RETE  L  INFERIVO,  Si    OPERAJETr 
MALL^ 


Bartolomeo  Carosi  (Brandano).  Opera  del  Duomo  (pag.  17). 


22  MOKTE   AMIATA 


ture.  Egli  parla  dì  se,  dei  suoi  primi  studi,  dei  matrimoni 
e  delle  morti  dei  suoi,  degii  omicidi,  delle  aggressioni,  dei 
tumulti  accaduti  nel  suo  paese,  delle  carestie,  delle  epide- 
mie, che  lo  hanno  colpito,  delle  apparizioni  di  una  Ma- 
donna; ne  parla  con  la  stessa  fredda  impassibilità  del  no- 
taro  che  stende  un  contratto,  con  la  quale  accenna  a  cose 
lontane  ed  estranee  e  che  non  lo  toccano  :  alle  guerre  di 
Fiandra,  a  quelle  contro  i  Turchi,  alle  grandi  battaglie 
della  guerra  dei  trent'anni,  agli  sponsali,  alle  coronazioni, 
alle  morti  dei  principi,  all'apparire  di  nuove  mode  ;  tra 
le  altre,  a  quella  delle  parrucche,  ch'è  del  1(105.  La  mano 
che  per  anni  e  anni  ha  tracciato  migliaia  di  linee  fitte  di 
quel  suo  carattere  minuto,  serrato,  uniforme,  non  dev'essere 
mai  stata  scossa  da  un  sussulto  di  commozione. 

In  lui,  nel  suo  modo  di  esporre  o,  meglio,  di  registrare 
le  cose  e  i  fatti,  che  gli  paion  notevoli,  l'uomo,  F  indivi- 
duo non  si  mostra  mai.  Non  un'opinione,  non  un  giudizio 
0  un  apprezzamento  che  appaia  esser  suo.  Quello  che  pero 
si  sente  sempre  in  lui  è  —  Ippolito  Taine  qui  non  man- 
cherebbe di  metterlo  bene  in  rilievo  —  l'uomo  del  suo  tempo, 
della  sua  provincia,  del  chiuso  ambiente  del  villaggio,  al 
di  Va  del  quale  non  ha  quasi  mai  fatto  un  passo;  il  croni- 
sta montagnolo,  non  privo  di  una  certa  coltura,  ma  che 
spesso  fila  1  suoi  periodi  con  poca  dirittura  grammaticale, 
e  qua  e  là  cade  in  solecismi  senesi  e  amiatini  ;  il  seicentista 
vissuto  nell'ambiente  della  Controriforma,  a  cui  stanno  a 
cuore  specialmente  le  notizie  di  lloma  e  della  Corte  papale, 
e  clic,  stringato  com'è  i)er  solito,  si  diffonde  a  raccontare  mi- 
nutamente la  morte  di  Alessandro  settimo  ;  e  (|uando  ])arla 
deirapi)arizi(me  di   tre  comete,  per  le  (juali   in    l'iano  si  fé- 


Il  Seicento  nei  manoscritti  del  Bdlomini  23 

cero,  dice,  molte  processioni,  si  ferma  —  Don  Ferrante 
non  avrebbe  fatto  altrimenti  —  a  descriverne  a  parte  a 
parte  tutti  ,^l' intiussi. 

Tra  le  notizie  della  piccola  vita  del  suo  paese,  che  na- 
turalmente gli  premono  piìi  di  tutte,  eg-li  ci  dà  ne'  loro 
minimi  particolari  specialmente  quelle  degli  abbellimenti  e 
dei  restauri  fatti  in  ogni  chiesa,  e  dei  lavori  ordinati  dal- 
l' illustrissimo  signor  Marchese,  di  cui  registra  ogni  venuta 
in  Piancastagnaio,  e  quelle  delle  gare,  che  ogni  tanto,  in 
occasione  di  feste  e  di  cerimonie  sacre,  sorgono  per  que- 
stioni di  precedenza  fra  le  tre  parti  del  paese  e  perfino  fra 
le  compagnie  nelle  processioni.  I  tratti  caratteristici  della 
vita  pubblica  del  Seicento,  che  fu  il  secolo  delle  cerimonie, 
dei  privilegi  e  dei  contlitti  di  attribuzioni,  si  ritrovano  tutti, 
sia  pure  in  miniatura,  nella  cronaca  della  vita  modesta  di 
questo  borgo  montagnolo;  —  se  pure  si  posson  chiamare 
cronaca  gli  appunti  scuciti  del  Bellomini,  che  però  —  si 
noti  —  divengono  un  vero  e  proprio  racconto  continuato, 
e  hanno  qua  e  là  persino  qualche  sprazzo  di  colorito  e  di 
moto  solo  quando  egli  viene  a  parlarci  del  "  successo  di 
Piano  a  causa  di  Sara  Hehrea  „. 

Più  tardi  riassumerò  questo  episodio  curioso  dell'anti- 
semitismo amiatino  di  più  che  due  secoli  fa.  Intanto  ve- 
diamo quali  fossero,  a  tempo  del  Pellomini,  in  alcuni  loro 
aspetti  più  importanti,  le  condizioni  sociali  e  morali  di  Pian- 
castagnaio, che  ritlettono  in  se  quelle  degli  altri  paesi  della 
Montagna  senese. 

Come  precarie  e  rischiose  dovessero  essere  le  condi- 
zioni della  pubblica  sicurezza  si  vede  da  ciò  che  il  Scivi 
e   il   Bellomini   tornano  più  volte   a    dirci  dei   banditi.  La 


24  MONTE   AMIATA 


loro  era  un'età  —  quella  cosi  mirabilmente  descritta  nei 
Promessi  Sposi  —  di  lento  passaggio  dalla  vita  passionata, 
violenta,  semianarcliica  del  Medio  Evo  e  del  l\inascimento 
al  regime  dello  Stato  moderno  ;  e  in  cui  la  mano  dei  go- 
verni, anche  là  ove  ormai  si  potevan  dire  costituiti,  non 
era  ancora  uè  così  larga  ne  così  forte  da  potere  aver  presa 
su  tutto  l'organismo  e  su  tutti  gli  atti  e  i  moti  dei  corpi 
politici  e  civili  e  degl'  individui  ad  essi  soggetti.  Quindi, 
non  ostante  il  rigore  spesso  eccessivo  delle  leggi  e  le  mi- 
nacele delle  pene  —  ricordate  le  famose  gride  del  Dottore 
iVzzeccagarbugli  ?  —  restava  ancora  libera  da  mille  parti 
la  via  all'uso  e  all'abuso  e  all'  impunità  della  forza  illegale, 
esercitata  sui  deboli  dalla  prepotenza  dei  molti,  che  pote- 
vano sfidare  i  poteri  legali;  in  una  società  così  profonda- 
mente divisa  in  se  stessa  dall'antagonismo  tra  la  Chiesa 
e  lo  Stato,  alleati  solo  di  nome,  e  della  quale  i  i)rivilegi 
e  le  immunità  delle  varie  classi  e  degli  ordini  religiosi  e 
delle  corporazioni  e  delle  famiglie  potenti  si  disputavano  il 
dominio. 

Era  uno  stato  di  cose,  in  cui  si  capisce  come  in  Lom- 
bardia, pur  sotto  il  feroce  governo  spagnolo,  fossero  possi- 
bili uomini  del  tipo  di  un  Innominato,  e  negli  Stati  pontiticì 
dovesse  farsi  sentire  benefica  la  ferrea  mano  del  governo 
di  un  Sisto  V,  così  spietata  nella  repressione  delle  vio- 
lenze e  delle  ruberie  dei  nobili,  che  infestavano  le  cam- 
pagne romane. 

In  Toscana  le  famiglie  fiorentine  ])iìi  potenti,  finita  co- 
gli Strozzi  la  resistenza  dei  fuorusciti,  si  piegarono  presto 
quasi  tutte  al  giogo  mediceo,  accettarono  titoli,  vissero  sem- 
pre più  mollemente.    Xello  Stato  di  Siena,   caduta  assai  più 


Un  •■'  Innominato  „  toscana  25 


tardi,  e  cIk'  durò  un  pezzo  a  mordere  il  freno,  l'antica  fie- 
rezza repubblicana,  insofferente  d'ogni  servitìi,  persiste  an- 
cora in  pieno  secolo  decimosettimo  nell'  animo  dei  nobili, 
e  ne  spinge  molti  ad  arrolarsi  negli  eserciti  stranieri,  in 
cui  più  d'uno  primeggiò  durante  la  guerra  dei  trent'anni. 
Unita  all'orgoglio  del  sangue  e  alle  abitudini  violente  della 
vita  militare  di  quei  tempi,  cotesta  fiera  insofferenza  d'ogni 
freno  degenera  in  rivolta  feroce  contro  ogni  legge  politica 
e  sociale  in  uomini  di  tempra  indomabile,  delinquenti  nati 
di  alta  razza,  come  Alfonso  Piccolomini,  e  fa  di  lui  un  In- 
nominato toscano,  un  terribile  capo  di  masnade  di  ladroni 
e  di  taglieggi atori,  un  i strumento  delle  trame  ordite  dalla 
Spagna  contro  Ferdinando  I;  lo  porta  a  finire  —  lui  della 
grande  famiglia,  disceso  da  un  nipote  di  Pio  II,  protetto 
dal  duca  di  Savoia,  lui  signore  di  Montemarciano  —  della 
morte  ignominiosa  dei  malfattori. 

Il  Bellomini  —  o  piuttosto  Ser  Fabrizio  Selvi,  copiato 
dal  suo  compaesano  —  ci  parla  più  d'una  volta  del  grande 
masnadiere  senese,  che  quando  si  volse  contro  il  Granduca, 
ed  era  a  capo  di  cinquecento  cavalli,  i)arve  voler  minac- 
ciare anche  il  territorio  dello  Stato  di  Siena.  Il  21  agosto 
del  1590  il  Selvi  fece,  nella  sua  qualità  di  notaro  del  ca- 
pitano di  giustizia  di  Pienza,  l' inventario  della  roba  se- 
questrata là  per  ordine  del  Granduca  nel  bel  palazzo  Pic- 
colomini, dove  stava  la  signora  "  Hii^polita  „,  moglie  del 
ribelle  "e  tutta  la  sua  corte  „.^'  In  ciò  che  il  buon  notaro 
pianese  ci  dice  —  pensando  al  Catilina  sallustiano  —  di 
questo  eondottiere,  "  giovane  robusto,  fiero,  valoroso,  disposto 


1)  L' inventario   è  stato   pubblicato   nel  Bullettino  senese  di  Storia  Patria 
(anno  XII.  fase.  1,  1905)  da  Paolo  Piccolomini,  che  però  non  parla  del  Selvi. 

G.  Bakzellotti.  4 


26  MONTE    AMIATA 


a  soffrir  fame,  sete,  caldo,  freddo  et  ogni  disagio,...  e  dai 
suoi  seguaci  assai  amato  „,  si  sente  come  l'eco  di  una 
voce  pubblica,  dell'ammirazione  che  la  superiorità,  anche 
ne!  male,  impone  per  solito  ai  più.  Se  non  che  Fabrizio 
Selvi,  accennando  al  "  fine  infelicissimo  „  del  "  giovane  va- 
loroso,,, conchiude:  "et  in  verità  non  meritava  altrimenti 
rispetto  alle  persecuzioni  et  gravissimi  danni  fatti  alla 
S.  Chiesa  et  contro  il  Vicario  di  Cristo  Gregorio    XIII  „. 

Più  che  i  grandi  banditi,  ai  quali  dai  prossimi  Stati 
pontifici  era  facile  invadere  quello  di  Siena,  incutevan  ter- 
rore i  malviventi  nativi  della  Montagna;  ove  —  dice  il 
Selvi  —  potevano  facilmente  "  mantenersi  „  a  lungo  "  per 
esservi  luoghi  sicurissimi  di  selve  e  caverne  „.  Erano  o 
banditi  di  professione,  che  andavano  "  alla  sicura,  in  trenta 
et  cinquanta  insieme,,,  i  più  a  cavallo;  —  il  cronista 
nomina,  come  capi  piii  famosi,  un  Niccolò  di  Arcidosso,  un 
Flaminio  (  )livieri  di  Castel  del  Piano  ;  —  o  fuorusciti,  che 
s'eran  buttati  alla  macchia  per  aver  commesso  qualche 
delitto.  "  Furon  tanti  homicidi  et  rovine  che  facevano,  che 
detter  gran  spavento,  et  li  castelli  sopradetti  erano  rimasti 
senza  otficiali  et  senza  giustizia  ;  loro  comandavano  all'altri, 
tenevan  le  chiavi  delle  porte  dei  castelli,  facevano  spianar 
pane,  et  comandavano  che  fossi  portato  dove  volevan  loro, 
et  facevano  mandar  bandi  da  parte  dei  loro  capi,,. 

I  delitti  erano  frequenti  in  una  i)opolazione  pur  tanto  mi- 
nore di  quella  d'oggi.  —  Piancastagnaio,  che  ora  ha  piìi 
di  (juattromiranime,  nel  1G72  ne  faceva  col  contado,  dice 
il  l)ell(»niini,  '•  mille  et  ottocento,  senza  l' Hebrei  „.  — 
Quanti  fossero  i  furti,  non  di  rado  di  cose  sacre,  e  (iuali 
violenze    si    commettessero  impunemente,    non  solo    per    le 


Casi  di  banditi  e  di  ammazzamenti 


campagne,  ma  in  pieno  giorno,  per  le  vie  e  per  le  piazze  di 
queste  nostre  borgate,  ove  oggi  l'omicidio  è  rarissimo,  e  il 
furto  è,  si  può  dire,  ignoto,  si  vede  dalla  frequenza  e  dalla 
qualità  dei  casi  riferiti  nelle  cronache  pìanesi. 

Basti  questo.  Nel  IGOO,  in  aprile,  è  tirata  di  notte 
una  fucilata  contro  Cliovan  Valerio  Bichi,  cittadino  senese 
abitante  in  Piano.  Ne  vien  data  la  colpa  a  un  Michele  di 
Jacomo  Pini,  nemico  del  Bichi  e  allora  confinato  fuori  del 
paese  per  un  omicidio  commesso  pochi  giorni  prima.  Con- 
dannato in  contumacia  alla  forca  e  alla  conosca  dei  beni, 
il  fuoruscito,  che  tiene  la  campagna,  si  vendica  uccidendo, 
a  due  passi  dal  paese,  un  amico  del  Bichi,  ammazzandogli 
parecchie  bestie  vaccine,  mettendogli  a  fuoco  poderi  e  fie- 
nili. E  non  gli  basta.  Fa  attaccare  a  una  colonna  —  che 
c'è  ancora  —  in  piazza  del  paese  cartelli  con  versi  in  terza 
rima,  "  da  lui  composti  „,  perchè  era,  dice  il  Sei  vi,  "  di 
buonissimo  ingegno  „  ;  versi  pieni  d' ingiurie  atroci  contro 
il  Bichi,  fuggito  a  Siena,  e  che  minacciano  di  morte  chiun- 
que ne  prenda  le  parti  o  ne  tratti  gi'  interessi,  chiunque 
per  lui  ne  colga  i  castagni  e  ne  vendemmi  le  vigne  :  una 
vera  e  propria  intimazione  di  boicottaggio  in  tutte  le  re 
gole. 

E  non  deve  essere  riuscita  vana.  Perchè  quell'anno  — 
aggiunge  il  Scivi  —  i  castagni  di  Domenico  Ricci,  cognato 
del  Bichi,  che  a  Siena  aveva  prestato  testimonianza  in 
processo  contro  una  sorella  del  Pini,  non  poterono  esser 
còlti.  Ma  al  Ricci  toccò  di  peggio.  Il  bandito  aveva  in  Piano 
un  nipote,  che  appena  ventenne  già  valeva  lo  zio.  Costui, 
una  bella  mattina,  comparve  in  piazza  "  con  l'archibuso 
basso  „,  andò  verso    un    crocchio,  in  cui  era  anche  Fabri- 


28  MONTE    AMIATA 


ZÌO  Selvi  e  stava  tranquillamente  a  parlare  il  Ivicci,  lo 
prese  di  mira  "  dicendo  all'altri  che  si  scansassero  „,  e  fece 
fuoco.  Il  Ricci  morì  appena  trasportato  a  casa. 

Dopo  tutto  questo  con  l' aggiunta  di  una  taglia  messa 
da  Sua  Altezza  Serenissima  sulla  testa  di  Michele  Pini,  ci 
s'aspetterebbe  di  leggere  nella  nostra  cronaca  la  cattura  dì 
lui  e  del  nipote  e  la  loro  morte  sulla  forca.  Invece  leg- 
giamo che,  "  essendosi  ingeriti  ad  accomodare  questa  cosa 
alcuni  gentilhuomini  amici  loro,  questi  ottennero  da  S.  A.  che 
pacificati  con  le  parti  li  detti  banditi  andassero  con  l'e- 
sercito ecclesiastico  all'impresa  contro  il  Turco,,.  Cotesti 
gentiluomini,  come  fossero  stati  mediatori  fra  due  parti  bel- 
ligeranti, ebbero  ''  per  istrumento  di  mandato  fatto  dai  due 
l)anditi  commissione  di  far  per  loro  la  pace  col  signor  Va- 
lerio e  con  suo  tiglio  ,,.  I  quali  "  ritornarono  in  Piano  senza 
potere  cercare  reintegratione  alcuna  dei  loro  danni  „. 

Era  l'esito  che  per  lo  più  avevano  allora  simili  casi,  e 
a  cui  si  comprende  bene  come  potessero  adattarsi  volen- 
tieri, se  non  le  parti  lese,  le  popolazioni;  le  ([uali  più  an- 
cora che  dell'impunità  lasciata  ai  colpevoli  venivano  a  sof- 
frire del  carico  di  mantenere,  tinche  essi  eran  ricercati,  gli 
odiosi  esecutori  della  giustizia  impotente  a  trovarli  e  a 
col})irli.  11  Scivi,  che  })ure  era  un  legale,  manda  un  gran 
respiro  di  sodisfazione  quando  scrive  :  che,  fatta  quella 
bella  i)ace  fra  il  Bichi  e  il  Pini,  finalmente  "  far  liccntiati 
un  caporale  con  sei  l»irri  che  continuamente  stavano  in 
Piano  duranti  tali  sospetti  di  detto  .Micliele,  ai  quali  era 
di  Insogno  sovvenirsi  dai  l'ianesi  di  continuo  di  legna, 
strami  pei  loro  cavalli  et  di  letti  con  grandissimo  danno  et 
pregiudizio  di  quest' liuomini  per  otto  mesi  che  vi  sterno.,. 


Piancastagnaio  eretto  i)i  feudo 


29 


L'avvenimento  più  importante  per  la  cronaca  di  Pian- 
castagnaio, di  cui  si  parli  in  queste  memorie,  è  l'istituzione 
del  feudo.  Ferdinando  1  lo  diede  —  come  già  dissi  — 
nel  IGOl  alla  famiglia  del  Monte,  e  ne  istituiva  altri  in 
pili  parti  del  Granducato.  Che  i  nuovi  padroni  non  doves- 
sero riuscire   troppo    facilmente   graditi    a   popolazioni,  av- 


Piancastagnaio.  —  l'alazzo  del  Marchese  (pag.  30). 


vezze,  come  erano  state  per  secoli  le  toscane,  specie  quelle 
del  senese,  al  regime  di  governi,  che  almeno  non  impone- 
vano ai  sudditi  le  forme  odiose  del  vassallaggio,  ce  lo  dice 
la  deliberazione  presa  allora  dalla  Comunità  di  Piano  "  per 
pubìdico  consiglio  di  huomini  124  „.  Furono  mandati  due 
"  imbasciatori  „ ,  uno  dei  quali  era  il  Scivi,  "  alla  Corte  di 
S.  A.  S.  per  supplicarla  che  ci  volessi  mantenere  sotto  il 
suo  felicissimo   governo  e  non  sottoporci  ad  altri  „.  Ma  fu 


30  MONTE    AMIATA 


inutile.  Approvati  dal  Grranduca  i  capitoli  del  feudo  con 
diploma  del  20  novemltre  IGOl,  il  Marchese  (Hovan  Bat- 
tista Bourbon  del  Monte,  generale  di  fanteria  della  Eepub- 
blica  di  Venezia,  faceva  il  27  del  gennaio  seguente,  di 
domenica,  a  ore  22,  la  sua  entrata  solenne  in  Piano  con 
40  persone  a  cavallo.  Ricevuto  al  confine  di  Santa  Fiora 
da  due  ''  imbasciatori  „  mandati  dalla  Comunità,  "  gli  an- 
dorno  in  contra  tutti  li  soldati  in  ordine  „.  Scavalcò  in 
piazza  ed  entrato  subito  in  chiesa,  ricevè  in  un  l>acino  dal 
capo  priore  le  chiavi  delle  porte;  poi  nel  palazzo  pul)ì)lico, 
dove  con  intervento  di  tutto  il  Consiglio  ''  si  lesse  il  privi- 
legio del  feudo  „ ,  gli  fu  giurata  obbedienza  e  fedeltà,  e 
non  mancò  "  l'oratione  „  in  suo  onore  composta  da  Fabrizio 
Scivi,  allora  maestro  di  scuola,  e  recitata  da  un  chierico 
suo  scolare.  La  porta  del  castello  era  ornata  di  un  festone 
con  le  armi  del  (Granduca  e  con  quelle  del  Marchese,  che 
stavano  anche  su  due  archi  "ammantati  d'abeto,, ,  fatti  in 
piazza,  sui  quali  si  leggeva:  " fructaosi  ex  montihus  hls 
defiuent  In  Planum  imhres  ,,. 

I  Pianesi,  popolo  mite  tutto  dato  ai  lavori  dei  campi, 
si  accomodarono  presto  al  governo  di  un  signore,  la  cui  fa- 
miglia nobilissima  da  un  pezzo  tenevano  per  una  loro  gloria, 
e  nel  cui  palazzo,  in  paese,  già  fin  dal  1574  si  vedeva  nel 
salone  un  (|uadro  che  ne  rappresentava  i  fatti  di  valore 
com})iuti  contro  gli  eretici  nelle  guerre  di  Fiandra.  I  capi- 
toli, statuti  e  privilegi  della  Comunità  dovevano  —  ci  dice 
il  Selvi  —  restare  nel  loro  valore.  Dalle  memorie  di  lui 
e  del  Bellomini  si  vede  però  che  tutto  nel  paese  piìi  o  meno, 
allora  e  poi,  dovette  far  capo  all'autorità  e  all'influenza  per- 
sonale del  Marchese  0  del  Commissario  suo  rappresentante: 


Il  reijime  della  Comunità  Pianese  31 

dalle  cose  della  giustizia  e  dalla  tutela  della  sicurezza  pub- 
blica, sino  ai  provvedimenti  per  l'annona  o  per  la  sanità, 
che  il  (  'Omune  prendeva  in  caso  di  bisogno,  sino  alla  scelta 
del  maestro  di  scuola  e  del  medico,  nominati  dal  Consiglio. 
Il  Marchese  risiedeva  a  Mrenze  vicino  al  sovrano,  col  quale 
all'occorrenza  trattava  gli  affari  più  importanti  del  paese. 
Ci  veniva  ogni  tanto  col  suo  séguito  per  qualche  mese,  e 
allora  ''  dava  udienza  a  tutti  „ ,  riceveva  e  "  graziava  ,,  sup- 
pliche e  detiniva  liti  e  controversie,  per  lo  più  d'interessi, 
"  faceva  veglie,  dotava  zittelle  „ ,  andava  a  caccia  di  cignali 
e  di  caprioli.  La  Marchesa  abbondava  in  elemosine,  spe- 
cialmente per  le  chiese.  Era  un  regime  che  aveva  del  pa- 
triarcale, non  senza  però  quella  magnificenza  di  forme ,  che 
l'arte  dei  tempi,  così  grande  e  ricca  ancora,  per  quanto 
avviata  a  decadere,  portava  in  ogni  parte,  in  ogni  angolo 
d' Italia  e  in  ogni  manifestazione  della  vita  del  nostro 
popolo.  Nel  1G04  Valentino  ^Lartelli  perugino,  "  architet- 
tore dell'Ili. ™°  Signor  Marchese  „ ,  cominciava  la  fabbrica 
del  bel  palazzo,  ch'è  anche  oggi  il  maggiore  ornamento  di 
Piano,  e  ricorda  nella  elegante  sobrietà  delle  linee  quelli 
romani  dell'ultimo  Cinquecento.  Nel  1G22,  innanzi  e  presso 
il  palazzo,  "  furono  fatte  „,  dice  il  Bellomini  ^^  belle  delltie,,: 
uno  stradone  con  a  lato  fontane,  vasche,  lavatoi,  peschiere, 
statue,  giuochi  d'acqua  e  con  in  fondo  il  Belvedere,  —  così 
lo  chiamano  ancora  i  Pianesi,  —  che  io  descrivo.  La  mi- 
nuzia scrupolosa  messa  dal  Bellomini  nel  darci  a  parte  a 
parte  fino  le  dimensioni  e  le  misure  esatte  d'ogni  cosa  e 
d'ogni  oggetto  e  lavoro  che  si  poteva  vedere  in  questi  luoghi 
di  delizia,  ci  prova  com'essi  fossero  l'ammirazione  e  l'or- 
goglio dei  suoi  compaesani. 


32  MONTE   AMIATA 


Del  resto,  nell'aridità  eli  queste  memorie  ciò  che  colpi- 
rebl)e  il  lettore  d'ogg-i  è  la  larga  parte  che  hanno  sempre 
le  notizie,  dirò  così,  artistiche  nel  breve  spazio  tenuto  dalla 
cronaca  locale  accanto  a  quella  generale  dei  fatti  del  tempo. 
Sono,  è  vero,  per  lo  piìi  notizie  di  lavori  e  di  oggetti  nuovi 
da  servire  all'uso  del  culto.  —  (^)u^^uta  ricchezza  di  cose 
d'arte  sacra  abbiano  persino  le  piìi  umili  borgate  dell'an- 
tico Stato  di  Siena,  ce  lo  mostrò  la  mirabile  esposizione 
del  1904  sapientemente  ordinata  da  Corrado  Ricci.  —  Ma 
nel  modo  in  cui  il  Scivi  e  il  Bellomini  ci  danno  coleste 
notizie  si  sente  tutto  il  valore,  che  essi  e  i  loro  coetanei, 
qui  in  questo  remoto  angolo  della  Toscana,  attribuivano  al 
loro  ben  modesto  patrimonio  artistico.  Par  di  cogliere  quasi 
un'intima  nota  di  compiacenza  nella  premura  che  ha  il  buon 
cronista  di  citarvi,  sempre  quando  può,  il  nome  di  qualche 
artista  di  grido  che  abl)ia  lavorato  nel  suo  o  in  altri  paesi 
della  .Montagna.  I  nomi  che  ricorrono  piìi  spesso  sono  quelli 
dei  Nasini,  famiglia  di  pittori  oriunda  di  Castel  del  Piano, 
che  hanno  dipinto  nella  chiesa  della  Madonna  di  San  Pietro 
presso  Piancastagnaio  e  nella  chiesa  del  Monastero  dell'Ab- 
badia San  Salvatore,  quando  —  e  fu  nel  1050  —  "  sì  ri- 
formò ,, ,  dice  il  Bellomini,  "  tutto  il  detto  Monastero,  e 
furon  levate  fpur  troppo  !  )  tutte  quelle  anticaglie  sì  dalle 
lial)itazioni  delli  monaci  come  dalla  chiesa,  et  si  ridusse  il 
tempio  a  miglior  forma  e  piìi  maestosa  „.  Pur  troppo,  ripeto, 
quel  secolo  sostituì  (juasi  da  per  tutto  alle  antiche,  anche 
se  ottime,  le  (»})ere  dell'arte  sua.  E  forse  anche  i  nostri 
paesi  (kdla  .Mctiitagna  debbono  a  questi  rifacimenti  seicen- 
tistici  la  perdita  di  pregevoli  lavori  anticlii,  massime  di 
pittura.  La  chiesetta  di  San  ciarlino   ])rosso  Pinno,  ora  di- 


Crocifisso  ch'è  nella  chiesa  del  Convento  dell'Abbadia  San  Salvatore. 


G.  Barzellotti. 


34  MONTE    AGIATA 


strutta,  aveva  un  dipinto  di  scuola  giottesca.  E  a  Piano 
furono  scoperti  nel  1904,  levando  l'intonaco  delle  pareti 
nella  chiesa  del  Convento,  due  dipinti  di  mano  senese.  Uno 
è  una  Madonna,  attribuita  alla  scuola  di  Simon  Martini,  un 
altro  di  minor  pregio  è  proba! )ilmente  del  Quattrocento.  An- 
che Castel  del  Piano  ha  una  l)ella  Madonna  di  mano  senese. 
Santa  Fiora  e  la  chiesa  del  non  lontano  convento  della  Tri- 
nità posseggono  varie  opere  dei  Della  Robbia,  il  maggiore 
tesoro  artistico  del  Monte  Amiata. 

Non  ostante  le  colpe  del  Seicento,  è  però  un  fatto  che 
tutto  quanto  ha  ora  la  nostra  ^lontagna  di  artisticamente 
pregevole  non  viene  piìi  in  qua  della  fine  di  quel  secolo  ; 
fatto  da  notarsi,  che  porta  a  confronti  non  certo  molto  fa- 
vorevoli con  altri  tempi  e  specialmente  col  nostro.  Finche 
l'arte  tra  noi  è  stata  grande  davvero  e  feconda  in  tutte  le 
sue  forme,  ciò  che  per  me  vale  a  dire  tìncliè  è  stata  il 
prodotto  pili  potente  e  insuperabile  del  nostro  genio  nazio- 
nale, essa  ha  irraggiat(j,  presente  ovunque,  ogni  città,  ogni 
borgo,  quasi  ogni  casa  e  ogni  tugurio  d'Italia,  ha  circolato 
per  invisibili  vene  capillari  in  ogni  fibra  della  nostra  coltura. 
]\ra  a  man(>  a  mano  che  declina  e  perde  di  fecondità  e  di 
forza  inventiva,  scema  sempre  piìi  quella  sua  C(tsì  profonda 
e  larga  penetrazione  in  ogni  parte  del  suolo  italiano.  Gli 
artisti  non  lavorano  più  che  nei  grandi  centri;  l'itpera  loro 
cessa  d'esser  cosa  di  tutti;  diviene  oggetto  di  lussi»  privato 
o  segno  pubblico  della  ricchezza  e  della  gloria  dei  potenti, 
ammirato  dal  popolo;  poi  si  apparta  e  sparisce  dalla  vista 
dei  più  per  essere  studiata  dagli  antiquari  e  dai  critici  nei 
Musei  e  nelle  Gallerie.  In  Firenze  alla  fine  del  secolo  XVIII 
—  dice  l'Justi  nella  Fi^a  del  Wluckelmami  —  centinaia  di 


Notizie  di  opere  (Varie  35 


opere  d'arte  stavano  ancora  in  pnl)ltlico    sotto  gli  occhi  di 
tutti.  Il  popolo  ne  godeva. 

Nel  secolo  XIX,  mentre  la  scienza  dava  una  così  mi- 
rabile espansione  sociale  a  tutti  i  mezzi  materiali  della  ci- 
viltà, l'arte  in  tutte  le  sue  forme,  compresa  la  poesia,  s'è 
andata  ritirando  sempre  piìi  dalla  vita  del  nostro  popolo, 
specialmente  dalle  piccole  città  e  dalle  campagne.  In  que- 
sti paesi  dell' Amiata,  che  pur  sono  in  Toscana,  oggi  solo 
forse  qualche  vecchio  legge  e  dice  a  mente  il  Tasso  e 
l'Ariosto.  I  teatri,  costruiti  tutti  m(dti  anni  ta,  non  si  aprono 
piti  ormai  che  a  rare  recite  di  dilettanti  o  a  riunì<»ni  elet- 
torali. Nel  Cinquecento  e  nel  Seicento  vi  eran  frequenti 
le  rappresentazioni.  Nel  1595,  a  mezzo  maggio,  in  Pian- 
castagnaio  "  fu  recitata  nella  piazza  del  Castello  una  rap- 
presentazione di  S.  Crisanto  e  Daria,  et  alli  2<S  di  ago- 
sto di  detto  anno  nella  solita  fiera,  la  rappresentazione  di 
S.  Bartolomeo  con  1)ellissime  scene  et  apparati  e  con  gran 
concorso  di  genti,,.  —  "Nel  1G56  si  recitò  nel  teatro  di 
Piano  dai  signori  comici  di  detto  luogo  con  concorso  grande 
di  forestieri  et  persone  dei  luoghi  confinanti  l'opera  inti- 
tolata VOronfe,,.  Verso  la  fine  del  secolo  decimottavo  du- 
ravano ancora  in  piìi  luoghi  del  Monte  Amiata  alcuni  usi, 
oggi  anche  qua  passati  da  un  pezzo,  che  erano  per  se  stessi 
poesia  vivente  e  vissuta  dal  popolo  ;  tra  gli  altri,  l'uso  del 
piantare  il  maggio.  Giorgio  Santi,  il  quale  era  qua  nel 
1789,  dice  nel  suo  Vi((<igio  al  Montamiata  che  i  piìi  ro- 
busti giovanotti  pianesi  e  santafioresi  andavano,  ogni  anno, 
di  maggio,  nei  grandi  boschi  vicini  a  tagliare  un  abete, 
lo  trasportavano  a  forza  di  braccia  in  paese  per  piantarlo 
in  piazza,   acclamati    da   tutti   e    tanto   più,   "  specialmente 


36  MONTE    AMIATA 


dalle  donne,  quanto  più  bello,  j^iìi  alto    e   più    granito  era 
il  maggio,,. 

Non  che  la  vita  patriarcale  di  queste  borgate  non  avesse 
ogni  tanto  le  sue  tempeste  ;  ma  —  sia  detto  senza  offesa 
dei  nostri  buoni  montagnoli,  che  vorrebbero  passare  per 
molto  fieri  —  erano  anche  allora  tempeste  in  un  bicchier 
d'acqua,  che  il  quos  ego  di  pochi  birri  bastava  a  sedare. 
Tra  il  1665  e  il  1673  Piano  e  Santa  Fiora  si  commossero 
per  alcuni  fatti,  di  cui  il  Bellomini,  allora  giovanotto,  ci 
dà  al  solito  non  più  che  un  breve  e  secco  cenno  ;  dove  però 
quel  grande  pittore  realista  di  scene  popolari,  che  fu  Franco 
Sacchetti,  saprebbe  indovinare  tra  le  linee  il  fluttuar  con- 
fuso della  folla  dei  due  villaggi  per  rievocarlo  in  qualche 
sua  novella.  Una  glie  ne  avrebbe  potuto  suggerire  il  tumulto 
successo  in  Piano  nel  luglio  del  1665,  a  causa  di  un'im- 
posta, messa  dai  "  Signori  Senesi  „  a  tutto  lo  Stato  per 
rifarsi  di  una  somma  data  da  loro  in  regalo  al  principe 
Cosimo  di  Toscana  nell'occasione  delle  sue  nozze  con  una 
figlia  del  Duca  d'Orleans.  L'imposta  non  doveva  esser  molto 
grave  neppure  per  quei  tempi  ;  ma  molti  pianesi  stentavano 
a  pagare,  con  la  taccagneria  propria  anche  oggi  a  questi 
terrazzani  e  più  ai  contadini,  che  si  farebbero  scannare  pur 
di  non  metter  fuori  un  soldo.  Tra  gli  altri.  Bernardino  Fab- 
bri ni  non  voleva  pagare  un  grosso,  la  miseria  di  (quattro 
crazie  d' imposta.  Spirato  il  tempo,  andarono  per  fargli  il 
sequestro  —  allora  si  diceva  "  il  pegno  „  —  un  birro  e  un 
tal  Felice  guardia  del  Marchese;  e  forzato  l'uscio  di  casa 
sua  —  che  non  c'era  alcuno  —  entrarono  e  presero  un 
archil)Ugio.  Stavano  per  uscire  quando  comparisce  il  Fab- 
brini;  s'infuria  e  minaccia,  gridando  alla   guardia  di  voler 


Dipinto  di  scuola  senese  scoperto  nella  chiesa  del  Convento  di  Fianca  stagnaio  (pag.  34). 


38  MONTE    A  MI  ATA 


riavere  l' archibugio  ;  si  abbaruffano  ;  la  guardia  fugge  alla 
volta  di  piazza,  rincorsa  da  Bernardino,  e  sul  punto  d'esser 
raggiunta  si  volta  e  gli  spara  contro  "  una  terzettata  „,  che 
per  fortuna  non  lo  coglie.  Al  rumore  corre  gente  da  tutte 
le  parti,  e  con  sassi,  bastoni  e  armi  dà  addosso  alla  guardia. 
Si  grida  :  ammazza  !  ammazza  !  "  Le  campane  suonano  a 
arme  „.  Il  povero  Felice  ripara  nel  palazzo  di  giustizia,  di 
dove  è  trascinato  fuori  a  furia  di  popolo. 

Ma  il  lettore  non  si  spaventi.  Tutto  questo  chiasso  non 
ebbe  sul  momento  altro  grave  effetto  che  quello  di  far  par- 
tire da  Piano  "  fuori  di  tempo  „  il  Commissario  "  che  si 
licentiò  dall'ufficio  „  ;  —  un  Battirelli  d'allora.  —  Nel  rigo- 
roso processo,  fatto  dal  Commissario  venuto  dopo,  terribile 
uomo,  che  i  Pianesi  presero  in  burla,  —  lo  chiamavano 
spiantacase,  —  fu  implicato  e  messo  in  carcere  anche  Ago- 
stino, padre  del  nostro  Bellominì  ;  ma  riconosciuto  innocente, 
venne  con  altri  rilasciato  per  ordine  del  Commissario.  Il 
quale  —  scrive  qui,  sorridendo,  il  nostro  Bartolommeo  — 
aveva  osato  dire  "  che  con  la  robba  del  Bellomini  ne  voleva 
maritare  una  figliola....  ;  et  al  fine  dell'offitio  si  parti  malvo- 
luto, et  anco  di  notte  „. 

E  da  novella,  anzi  da  novella  umoristica,  è  quest'altro 
fatto  accaduto  pure  in  Piano  cinque  anni  dopo.  Ecco  il 
soggetto  della  novella. 

L'Ili.'""  ed  Ecc."'°  signor  Marchese  Giovan  Battista, 
"  padrone  di  Piano  „,  fa  —  si  direbbe  oggi  —  un  colpo  di 
stato  in  famiglia.  "  Leva  il  governo  e  il  dominio  „  del  paese 
al  figlio  Andrea,  a  cui  1'  aveva  dato,  e  mette  in  prigione 
nella  rócca  il  "'  Sig.'*^  Giacomo  Mucci  „  suo  fattore,  che  vi 
resta  chiuso  tutto    l'inverno,  e  facendo  molto  freddo  si  ri- 


Questione  d'annoìia  39 


scalda  con  ardere  legna,  che  tira  .su  per  la  ferrata  della 
cella.  Poi,  attraverso  un  foro  che  vi  fa,  bruciando  una  ta- 
vola, scende  in  una  stanza  di  sotto  ch'è  aperta;  da  questa 
sale  in  cima  alla  ròcca,  e  di  lassìi  si  cala  a  terra  aggiuntando 
lenzuoli  e  coperte,  —  come  molti  anni  dopo  Felice  Orsini 
dalla  rocca  di  Mantova  ;  —  ripara  nella  chiesa  vicina  della 
Madonna  di  San  Pietro,  indi  nel  Monastero  dell'Abbadia,  e 
di  là  a  Firenze  "  a  dire  le  sue  ragioni  „  al  Marchese,  che 
lo  riconosce  innocente  e  lo  riprende  al  suo  servizio. 

Il  racconto  della  non  troppo  tragica  prigionia  del  fat- 
tore pianese  si  chiude  con  un  episodio,  che  fa  vibrare  di 
una  lieve  nota  comica  la  monotona  gravità  delle  memorie 
del  Bellomini,  Il  Mucci  era  ancora  in  carcere,  quando  una 
notte  si  sentirono,  una  più  forte  dell'  altra,  quattro  scosse 
di  terremoto.  All'ultima,  che  fu  la  piìi  grande,  tutta  la  po- 
polazione si  riversò  atterrita  per  le  vie  e  per  le  piazze.  La 
pili  larga,  piazza  di  Castello,  era  gremita  di  gente.  Al  ru- 
more si  sveglia  all'  improvviso  il  ciucci,  sente  tremare  il 
Castello,  si  mette  in  testa  che  ci  siano  gli  spiriti,  le  paure, 
e  comincia  a  gridare  :  gli  spiriti  !  gli  spiriti  !  e  a  raccoman- 
darsi agitando  le  braccia  fuori  dalle  inferriate  ;  mentre  di 
giù  dal  fìtto  della  folla,  che  tra  lo  spavento  dà  in  un  enorme 
scroscio  di  risa,  gli  gridano  in  coro  :  "  Ma  non  senti,  grullo, 
ch'è  il  terremoto  ?  „ 

La  sommossa  scoppiata  a  Santa  Fiora  nell'aprile  del  1673 
non  ebbe  esito  più  grave  di  quella  di  Piancastagnaio,  ma 
solo  qualche  scatto  più  vivo,  spiegabile  in  un  popolo,  nel 
quale  il  regime  soldatesco  degli  iVldobrandeschi  e  degli 
Sforza  doveva  avere  infuso  lungo  parecchie  generazioni  abi- 
tudini e  spiriti  di  fierezza,  che  non  erano  negli  altri  paesi 


40 


MONTE   AMIATA 


della  nostra  Montagna.  Si  aggiunga  una  circostanza  :  la 
«ausa  del  malumore  era  questa  volta  pili  grave.  Non  si 
trattava  di  tasse  ;  si  trattava  di  pane.  Il  Duca  Sforza  "  lia- 
veva  inviato  là  il  Sig.'^  Mutio  suo  Gentilhuomo  per  far  il 


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La  Eócca  di  Piancastagnaio,  veduta  dall'interuo  del  paese  (pag.  39). 


Consiglio  di  far  levare  a  detta  Corte  il  grano  del  sig.  Duca 
in  i)erpetuo  „.  —  Erano,  si  noti,  da  qualclic  anno  molto  scarse 
le  raccolte  nello  Stato  di  Siena.  —  Non  Mi)pena  annunziata 
ai  Consiglieri  la  volontà  del  Duca,  uno  si  alzò  di  scatto, 
e  disse  '*clie  ciò  non  si  sarel>l»e  mai  fatto  ,,.  11  gentiluomo 


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Altare  cou  la  Madonna  della  Cintola,  di  Andrea  della  Robbia  (pag.  34). 
Santa  Fiora  -  Provincia  di  Siena.  Pieve. 


G.  Barzellotti. 


42  MONTE   AMTATA 


del  Duca  gli  fu  subito  addosso  e  "  lo  prese  pel  collarino  „, 
domandandogli  come  si  chiamava.  A  quest'atto  di  violenza, 
tutto  il  Consiglio  fu  in  piedi  urlando  e  protestando  ;  e,  corsa 
fuori  all'  istante  la  voce,  il  popolo  si  mosse  a  tumulto  da 
ogni  parte  "  pigliando  tutti  li  capi  di  strade  con  armi 
bianche  et  da  fuoco  et  gridando  viva  il  Gran  Duca,  viva 
il  Gran  Duca  !  „  —  Non  vi  par  d' essere  in  mezzo  a  una 
di  quelle  sollevazioni  dei  comuni  siciliani  dì  alcuni  anni 
sono,  quando  le  donne  e  i  ragazzi  portavano  in  trionfo, 
fra  gli  urli  e  gli  evviva,  i  ritratti  del  Re  e  della  Regina 
d'Italia  ? 

Anche  a  Santa  Fiora,  come  a  Piano,  tutto  finì  senza  san- 
gue, ben  inteso,  con  la  momentanea  partenza  del  Sig.'"'^  Muzio 
e  del  Sig.™  Dottore  Andrea  Tommasi,  allora  viceconte,  che 
erano  i  più  mal  veduti,  e  con  la  giunta  di  tre  colpi  di  fu- 
cile innocui,  sparati  di  notte  contro  i  muri  e  contro  la 
porta  del  palazzo  di  giustizia,  dove  abitava  il  viceconte, 
e  di  un  cartellacelo  attaccato  alla  porta,  che  il  Tommasi 
stesso,  poi  subito  tornato  in  paese,  staccò  da  sé.  L'  unico 
atto  dei  Santafioresi,  che  in  questa  circostanza  sa  un  po'  di 
coraggio  —  sempre  però  temperato  d'una  certa  prudenza  — 
è  il  rifiuto,  che  essi  opposero  alla  pretesa  aifaceiata  dal 
Duca  di  aver  dal  Consiglio  "  una  lettera  di  Humiltà  „  ; 
"  al  che  „ ,  dice  il  cronista,  "  non  volse  soggettarsi  la  Co- 
munità per  non  farsi  rea  „. 

Non  mancarono  però  di  venire,  alla  fine  del  salmo,  e 
quando  tutto  poteva  parere  dimenticato,  i  soliti  gastiga- 
matti.  —  Così  l'oste  di  Renzo  —  se  ve  ne  ricordate  —  chia- 
mava i  soldati  che  vedeva  pattugliare  per  le  vie  di  ]\[ilano 
la  sera  dopo  il  tumulto.  —  (.Questa  volta  n<»n  erano  soldati; 


Processioni  e  funzioni  sacre  43 

erano  quaranta  birri,  che  arrivarono,  piti  di  tre  mesi  dopo, 
da  Castel  del  Piano  con  "  un  Commissario  et  Cancelliere  di 
Firenze  per  fare  la  causa  di  Santa  Fiora;...  e  di  ordine  di 
S.  Altezza  „  catturarono  un  soldato,  "  fecero  molti  prigioni  „ , 
minacciarono  parecchi  sequestri,  spaventarono  tutto  il  paese  ; 
e  due  mesi  dopo  "  se  ne  ritornorno  a  Firenze  „ ,  "  la- 
sciando ogni  cosa  nell'essere  imperfetto,,.  La  cronaca  non 
aggiunge  altro.  Probabilmente  un  tardo,  ma  generale  perdono 
sarà  stato  concesso  dal  benigno  Sovrano  per  l'intercessione 
di  Sua  Eccellenza. 

Tumulti  come  questi,  che  divampavano  a  un  tratto  per 
poi  quietar  subito,  non  commovevano  dal  fondo  ogni  ele- 
mento della  popolazione,  sollevandola  tutta  coll'impulso  di 
passioni  e  di  affetti  generali  durevoli  ;  com'  erano  invece 
quelli  suscitati  dal  sentimento  religioso,  profondo  anche  oggi 
nei  nostri  montagnoli,  profondissimo  allora  che  durava  nella 
sua  piena  forza,  sparso  anche  in  ogni  piti  piccolo  borgo 
d'Italia,  quel  gran  fomite  di  propaganda  cattolica  e  di  pietà 
devota  che  avevano  suscitato  in  Europa  le  missioni  ordinate 
dai  papi  della  Controriforma.  Alle  manifestazioni  del  sen- 
timento religioso,  ravvivato  più  in  specie  dall'  opera  del 
clero  regolare,  non  v'  era  quassìi  in  questi  paesi  anima 
viva  che  non  prendesse  parte.  Si  vede  da  ciò  che  il  Scivi 
e  il  Bellomini  ci  dicono  di  quelle  che  si  succedevano  a 
ogni  poco  a  Piano  e  in  tutto  l'Amiata  :  grandi  radunate  di 
gente,  accorsa  anche  dalla  campagna  a  udire  qualche  pre- 
dicatore e  che  lo  seguiva  scalza  nelle  pubbliche  penitenze 
indette  da  lui;  solenni  funzioni  sacre,  a  cui  nessuno  man- 
cava; processioni  per  la  traslazione  o  per  lo  scoprimento 
di  qualche  immagine  miracolosa  o  per  ogni  male  pubblico, 


44  MONTE    AMIATA 


come  quelle,  assai  frequenti,  alle  vigne  e  ai  castagni  per 
benedire  —  si  diceva  e  si  dice  così  anche  oggi  con  pio  eu- 
femismo —  le  cappelle  e  le  ruche,  insetti  nocivi  ;  pelle- 
grinaggi di  devoti,  anche  delle  classi  sociali  superiori,  a 
qualche  santuario  lontano.  —  I  Bellomini,  per  esempio, 
vanno  piii  volte,  a  poca  distanza  di  tempo,  a  visitare  il 
Santo  di  Padova. 

Da  una  tale  universalità  e  intensità  del  sentimento  cat- 
tolico si  alimentava  l'avversione  vivissima  del  popolo  contro 
gli  Ebrei,  profonda,  si  noti,  anche  ora,  se  non  così  gene- 
rale come  a  quel  tempo.  ()ggi  non  v'è  pili,  credo,  un  ebreo 
in  questi  paesi,  se  non  vi  capiti  di  passaggio,  mentre  in 
maremma  ne  ha  ancora  moltissimi  Pitigliano  poco  lon- 
tana. In  Piancastagnaio,  di  dove  non  so  dire  quando  siano 
scomparsi,  non  è  rimasto  del  loro  lungo  soggiorno  qua  se 
non  il  nome  di  bagno  degli  ebrei,  dato  dal  popolo  a  una 
bella  fontana  di  acqua  purissima,  che  si  allarga  in  una 
vasca  naturale  tutta  om1)re  e  musco  presso  il  paese.  Che 
nel  1672  in  Piano  ve  ne  fossero  molti,  lo  dice  il  fatto  che 
anche  qui  avevano  il  ghetto  e  la  sinagoga  e  commerciavano 
largamente  in  roba  e  in  danaro,  come  apparisce  da  alcune 
deliberazioni  prese  dal  Comune  e  riferite  dal  Pellomini.  Ma 
quanto  fossero  invisi  al  paese,  clie  però  al  bisogno  sapeva 
sempre  approfittarsi  di  loro  senza  tanti  scrupoli  di  coscienza, 
si  vede  e  si  sente  nel  lungo  racconto,  già  da  me  accen- 
nato, che  il  cronista  pianese  ci  fa  dei  casi  avvenuti  in  Piano 
per  Sara  ebrea.  Sono  i»iìi  di  quaranta  pagine,  in  cui  egli, 
che  ne  fu  testimone,  li  narra  giorno  per  giorno,  e  che  per 
(juanto  aride  e  solo  rilevate  da  qualche  rarissimo  tratto  un 
po'  ettìcace,    hanno    pur    tuttavia  in  se  quelhi  —  diceva  il 


Fonte  battesimale  col  Battesimo  di  Gesù  Cristo,  dei  Della  Eobbia  (pag.  34). 

Santa  Fiora  -  Provincia  di  Siena.  Pieve. 


46  MONTE   AMIATA 


Manzoni  —  '•  forza  viva,  propria  e  incomunicabile  „ ,  che  è 
sempre  in  ogni  narrazione  di  fatti  scritta  da  chi  li  abbia 
veduti  e  vi  sia  stato  in  mezzo. 

Il  dì  20  di  maggio  del  1673,  mentre  nella  pieve  di 
Piancastagnaio  si  celebravano  le  funzioni  del  sabato  della 
Pentecoste,  entrò  in  chiesa,  accompagnata  da  molte  fanciulle, 
una  bambina  ebrea  di  circa  sei  anni.  Il  pievano  Don  Vir- 
gilio Forti,  che  allora  benediceva  il  fonte  battesimale,  la 
chiamò  e  le  domandò  "  che  cosa  volesse  „.  Rispose  volersi 
far  cristiana.  Lo  stesso  ripetè,  terminate  le  funzioni,  in  pre- 
senza del  Commissario  del  Marchese,  che  era  stato  chiamato 
dal  Pievano.  Allora  il  Commissario,  presala  per  la  mano, 
la  condusse  con  se  "  alla  residenza  „ ,  e  poi  la  consegnò  al 
Dottore  Don  Pietro  Pieri,  uno  dei  primi  del  paese,  perchè 
la  tenesse  nella  sua  casa,  ove  fu  condotta  scortata  da  una 
massa  di  popolo  accorsa.  Sara  —  cosi  si  chiamava  la  bam- 
bina —  era  figlia  di  Efraim  Pasigli  e  di  Rosa  Spagnola 
abitanti  in  Piano. 

D'ora  in  poi  il  piccolo  paese,  pieno  in  un  attimo  della 
grande  notizia,  non  vivrà  per  quasi  un  mese  che  della  vita 
intensa  della  passione  religiosa,  fanatica,  destata  in  ognuno, 
senza  distinzione  d'  età,  di  sesso,  di  ceto,  di  condizione, 
dal  desiderio  e  dall'aspettativa  inquieta  di  veder  battezzata 
'^  Vehreina  ,,.  Intorno  a  lei,  inconscia,  guardata  gelosamente 
dai  Pieri  come  una  preda,  e  reclamata  dai  suoi,  cominciano 
subito  ad  agitarsi,  fra  il  tumultuare  continuo  del  popolo, 
sentimenti,  interessi  opposti,  pretese  di  autorità  e  di  privati 
in  vivo  contrasto  tra  loro  per  contendersela.  Dalle  due  parti, 
dagli  Ebrei  e  dai  Cristiani,  subito  si  ricorre  al  Marchese 
con  lettere  spedite  alla  stessa  ora  a    Firenze    per   persone 


La  bambina  ebrea  47 


(li    fiducia.    Intanto    nell'  attesa    di    una  risposta  il  popolo 
prega  in  tutte  le  chiese,  e  va  mormorando  del  Commissario, 
perchè   si  sospetta  che  sia  d'accordo  cogli    Ebrei,    i    quali 
dicono  —  così,  pare,  hanno  anche  scritto  a  Firenze  —  che 
la  bambina  è  stata  rubata  e  domandano   che  sia  restituita. 
Ed  è  in  questo  senso    favorevole    a   loro    la   risposta,    che 
viene  tre  giorni  dopo   da   Firenze   per    il  loro  spedito.  La 
risposta  dice  :    la  bambina  "  assolutamente   doversi  rendere 
per  esser  successo  in  Fiorenza   non  molti  anni  avanti   un 
altro  caso    simile,  cioè    d'una  Hebrea   rubbata,    et  toccò  a 
restituirla,,.    Il    Commissario,    "allegro,,,   partecipa  subito 
r  intenzione  "  dei  Sig.^'  Padroni  „    alla   famiglia    Pieri    con 
minaccia  di  una  multa  di  diecimila  scudi  se  rifiutavano.  I 
Pieri    rifiutarono.   Come    dovessero    agire    sull'animo    della 
bambina    lo    dice    la    risposta,    data   da  lei    a  chi   la  sera 
stessa  del  sabato  le  portava  la   cena  mandatale  dai   geni- 
tori :   "  doppo  haver  inteso  esserli  mandata  dall'Hebrei,  negò 
di  esser  Hebrea,  et  che  lei  non  intendeva  mangiar  carne  in 
giorno  di  sabl)ato,  et  non  haver  né  padre  ne  madre  Hebrea, 
ma  sì  bene  il  Sig.^"  Dottor  Silvestro  Pieri    et  la  Sig.^""  Or- 
sola sua  consorte  „. 

Da  questo  momento,  intorno  alla  famiglia  depositaria 
di  Sara  si  accende  per  lei  una  lunga  lotta  giornaliera, 
senza  tregua  di  tutte  le  autorità  ecclesiastiche,  concordi 
nel  non  volerne  la  restituzione,  contro  l'autorità  laica;  e 
per  di  più  la  lotta  delle  autorità  ecclesiastiche  fra  loro, 
della  romana  del  Sant'IMzio,  che  aveva  un  rappresentante 
in  paese,  con  la  vescovile,  col  Vicario  capitolare  di  Sovana 
accorso  subito.  L'una  e  l'altra,  forti  dei  propri  diritti,  vo- 
glìono  ciascuna  avocare  a  se  la  causa  di  Sara.  E  in    pie- 


48  MONTE   AMIATA 


colo  uno  di  quei  conflitti  di  giurisdizione,  che  allora  s' in- 
sinuavano in  ogni  parte  della  vita  dei  tempi,  e  dalle  più 
alte  sfere  della  diplomazia  e  della  politica  si  ripercuote- 
vano in  basso  anche  nei  più  angusti  ambienti  delhi  vita 
locale,  nelle  famiglie  e  nelle  coscienze.  Li  portava  con  se 
il  regime,  vigente  ovunque,  che  nella  sua  architettura  giu- 
ridica e  sociale  ritraeva  da  quella  barocca  dell'arte  contem- 
poranea. Come  in  questa  s' incontrano  e  s'  intrecciano  fa- 
ticosamente più  forme  e  stili  diversi  e  spesso  opposti  tra 
loro  e  per  carattere  storico  e  per  effetto  estetico,  così  in 
quel  regime  seicentistico  i  poteri,  le  attribuzioni,  i  privilegi 
superstiti  di  autorità,  diverse  e  storicamente  opposte  tra 
loro,  si  soprapponevano,  si  complicavano,  spesso  urtandosi, 
premendo  tutti  a  un  tempo  su  quella  società  e  sulla  vita  e 
sull'animo  degl'individui. 

Anche  qui  in  Piano,  fra  le  quattro  mura  di  questo  mo- 
desto borgo  dell' Amiata,  nel  caso  di  una  povera  bambina 
ebrea,  si  riproduce  ciò  che  allora  accadeva  presso  le  corti 
e  nella  politica  d'Europa.  Mentre  il  Commissario  del  Mar- 
chese è  ancora  in  casa  Pieri,  dove  ha  fatto  la  sua  intima- 
zione, arrivano  dal  Convento  fuori  del  paese  due  frati  :  il 
padre  Guardiano  e  il  padre  baccelliere  fra  Giovan  Bat- 
tista Alberti,  "cancelliere  del  Santo  Otìitio  „  ;  "entrano 
risolutamente,,,  e  l'Alberti  innanzi  al  Commissario,  che  si 
oppone  e  i)rotesta,  ingiunge  —  "  dà  precetto  „  si  diceva 
allora  —  ni  pievano  presente  e  ai  Pieri,  da  ])arte  del 
Mcario  del  Sant'Uflizio,  di  non  restituire  la  fanciulla  senza 
partecipazione  di  questo.  "Et  così  il  Commissario  se  ne 
uscì  senz'  haver  effettuato  cos'  alcuna  „ .  Ma  sopraggiunto 
cinque  giorni  dojjo  Monsignor   Ercole  de    Romani,  Vicario 


V  A, .v^  ■  -4i^y;u'i^<kv.N  >>:>^a'AVv    w  .-  \é  .».■•. 


La  Ss.  Trinità,  dei  Della  Robbia  (pag.  34). 
Santa  Fiora  -  Pi'0\incia  di  Siena.  Convento  di  Santa  Trinità  Maggiore. 


G.  Barzellotti. 


50  MONTE    AMIATA 


della  diocesi,  accorse  a  casa  Pieri;  esaminò  subito  Sara 
"  in  presenza  di  molta  gente  „  ;  tornò  per  riesaminarla  il 
giorno  stesso,  la  sera  ;  fece  subito  —  dice  qui  il  Bellomini 
—  ritornare  "  ogni  cosa  nelle  sue  mani  „ ,  sebbene  —  ag- 
giunge argutamente  il  cronista  —  "  l'avesse  avuta,  anzi 
se  la  fosse  spontanemente  presa  tal  causa  il  Sant'Uffizio,,. 
Il  giorno  dopo,  le  due  autorità  rivali  s' incontrarono  in 
casa  Pieri.  E  qui  il  padre  Alberti,  con  l' insinuazione  ma- 
ligna di  sospetti,  sorti,  diceva,  contro  il  Amicarlo,  perchè 
aveva  domandato  agli  Ebrei  "di  pagargli  la  cavalcata,,, 
sostenne  spettare  al  rappresentante  del  Sant'  Uffizio  il  di- 
ritto di  esser  presente  al  nuovo  esame  della  bambina.  Il 
Vicario  resistè  e  la  spuntò  ;  poi  il  giorno  dopo  partì  per 
la  Maremma,  e  da  Acquapendente,  ove  si  trattenne,  mandò 
"  il  processo  della  bambina  „  ,  già  da  lui  istruito,  all'Arci- 
vescovo di  Siena,  al  Cardinale  Piccolomini,  che  come  suo 
metropolitano,  doveva  esserne  informato  e  venire  in  suo 
soccorso. 

Intanto  mentre  la  cosa  pende  ancora,  e  accenna  a  voler 
restare  incerta,  sino  a  che  un'autorità  superiore  o  i)iìi  forte 
non  intervenga  per  deciderla,  quelle  contendenti  sul  luogo 
seguitano,  ciascuna  per  suo  conto  e  in  proprio  nome,  a 
far  piovere  su  tutte  le  teste  della  famiglia  Pieri  e  sul  Pie- 
vano intimazioni  sopra  intimazioni  di  non  consegnare  Sara 
ad  alcuno  senza  loro  ordine  espresso.  E  minacciano  })ene 
d'ogni  genere,  spirituali  e  temporali,  pecuniarie  sopra  tutto. 
Alla  "  pena  di  scudi  trecento  „,  comminata  dal  Sant'Uffizio 
(gran  conoscitore  degli  uomini)  era  aggiunta  "  lii  sussidio  la 
scomunica ,,.  Anche  la  Comunità  si  adopera  per  la  buona 
causa,  e  scrive  per  informarlo  ])ene  al  signor  Marchese  Gio- 


Conflitto  di  axtoriià  rivali  51 

van  Battista.  E  a  lui  e  all'altro  Marchese  Andrea  a  Fi- 
renze e  al  Marchese  Orazio  a  Roma  e  all'Arcivescovo  di 
Siena  vanno  da  ogni  parte  lettere  con  firme  raccolte,  spe- 
.  eie  tra  i  preti  e  i  frati,  per  attestare  "  la  verità  del  fatto  „ . 
La  causa  di  Sara,  che  a  ogni  costo  dovrà  esser  battezzata, 
è  la  causa  di  tutti. 

Ciò  che  desta  maggior  interesse  in  questo  piccolo 
dramma  pianese,  che  nell'agitarsi  delle  tonache,  dei  fer- 
raioli e  delle  zimarre  dei  personaggi,  dirò  così,  ufficiali 
non  manca  di  una  nota  comica,  è  lo  sfondo  della  scena, 
l'ambiente  popolare.  Quei  gravi  personaggi  autorevoli  hanno, 
chi  più  chi  meno,  un  po'  l'aria  di  recitare  una  parte.  Il 
popolo,  il  protagonista  vero  del  dramma,  è  profondamente 
sincero  nel  suo  zelo  fanatico  per  la  salute  dell'anima  di 
Sara  e  nel  suo  odio  contro  gli  Ebrei,  potenti  in  paese; 
odio  lungamente  represso  e  che  ora  scoppiava  da  ogni 
parte.  Era,  per  le  vie  di  Piano  e  fuori,  una  caccia  al- 
l'ebreo, fatta  a  colpi  di  sassi  dai  ragazzi,  fra  le  grida  e 
gli  eccitamenti  furiosi  delle  donne,  che  sempre  nelle  agita- 
zioni sociali  imitano,  esagerando,  perchè  piìi  deboli,  le  pas- 
sioni e  le  violenze  degli  uomini.  Appena  si  seppe  che  da 
Firenze  eran  venute  lettere  per  la  restituzione  della  bam- 
bina, i  pianesi  —  dice  la  cronaca  —  "a  popolo  concorsero 
a  casa  Pieri  „ .  Il  Commissario,  che  ne  usciva,  tra  un 
mormorio  minaccioso,  si  sentì  dire  :  che  se  aveva  avuto 
danari  dagli  Ebrei,  li  poteva  restituire,  "  ma  che  di  resti- 
tuire la  fanciulla  non  si  pensassi  „.  Due  giorni  dopo,  spar- 
sasi a  un  tratto  la  voce  che  gli  Ebrei  tentavano  di  portar 
via  Sara,  al  grido  di  una  donna  insorse  tutto  il  paese, 
"  et  in  un  istante  si  radunorno  li  ragazzi  con  sassi  et  pu- 


52  MONTE   AMIATA 


gnali,  le  donne  con  sassi,  bastoni,  scimitarre,  accette  et 
spade,  e  fra  l'altri  Francesca  detta  la  Patonna  et  fìlia  di 
Baldassarre  con  la  spada  in  mano  et  li  pendoni  al  collo 
come  li  soldati  „ .  A  ogni  viso  nnovo  che  si  fosse  veduto 
in  paese,  si  gridava  all'ebreo.  In  piazza  i  ragazzi  quel 
giorno  presero  a  sassate  un  povero  mereiaio  credendolo 
ebreo,  "  et  esso  subbito,  incominciando  a  farsi  il  segno 
della  S.  Croce,  diceva  esser  battezzato  da  cristiano,,.  Ar- 
rivarono quel  giorno  stesso  a  cavallo  da  Acquapendente, 
per  la  via  delle  Vigne,  —  dalla  quale  a  chi  sale  nelle 
giornate  serene  si  apre  un'occhiata  sempre  più  larga  fino 
al  Cimino  ceruleo  e  al  Gran  Sasso  d'Italia,  —  tre  eccle- 
siastici, che  agli  abiti  non  vennero  subito  riconosciuti  per 
tali,  "et  furono  veduti  di  brutta  cera,  come  l'Hebrei,,. 
I  ragazzi  li  presero  a  sassate.  C'era  pericolo  che  accadesse 
anche  di  peggio,  verso  sera,  al  ritorno  degli  uomini  dai  lavori 
delle  vigne,  "  parte  riscaldati  dalla  collera  del  successo  da 
essi  saputo,  parte  dal  viaggio  et  molto  piìi  dal  vino,,.  Ave- 
vano saputo  che  un  ebreo,  sospetto  d'aver  tentato  di  rnbare 
Sara,  era  stato  da  alcuni  paesani,  per  sottrarlo  all'  ira  dei 
ragazzi  e  delle  donne,  condotto  con  gran  fatica  nel  palazzo 
del  ^Marchese  e  là  rinchiuso  in  una  camera.  E  perchè  crede- 
vano che  quelli  che  l'avevano  guardato  volessero  farlo  uscire 
di  notte,  molti  giovani  "  si  erano  posti  a  tutte  le  cantonate 
di  fuori  la  Porticciola,  et  per  tutti  l'altri  posti,  chi  con 
archibusi  et  chi  con  moschetti  et  miccio  acceso,  a  tal  che 
pareva  che  dovesse  porsi  a  sacco  et  fuoco  ogni  cosa,,. 

]\[a  ai  tumulti  e  alle  offese  minacciate  contro  le  persone 
e  le  case  degl'Israeliti,  in  (|uello  e  nei  giorni  successivi,  si 
opposero  molti  dei  più  autorevoli  e    stimati    nel    paese,  — 


Comunicatorio,  dei  Della  Robbia  (pag.  34). 
Santa  Fiora  -  Provincia  di  Siena.  Pieve. 


54  MONTE   AMIATA 


tra'  quali  anche  alcuni  preti,  —  cercando  in  ogni  modo  di 
quietare  il  popolo  e  di  proteggere  i  perseguitati.  Un  povero 
bambino  ebreo,  rincorso  a  sassate  da  una  turba  di  monelli, 
fu  da  alcuni  paesani  riportato  a  casa  dai  suoi.  Il  Vicario 
"  con  altri  fra  preti  frati  et  secolari,  al  numero  di  trenta 
persone  in  circa  „ ,  liberò  il  prigioniero  dal  palazzo  del  Mar- 
chese, e  lo  condusse  "  tremante  se  ben  senz'oifesa  „  alla 
porta  della  Sinagoga.  Ti  si  erano  rifugiati,  come  in  un 
luogo  d'asilo,  quella  notte  dopo  il  tumulto,  molti  ebrei  ed 
ebree.  E  il  Bellomini  racconta,  non  senza  una  certa  com- 
piacenza, di  avervi  egli  insieme  con  altri  accompagnate 
quella  notte  le  donne  e  le  bambine  di  un  certo  Isacco,  affi- 
date loro  dal  padre,  a  cui  mentre  dormiva  era  stata  fra- 
cassata la  porta  di  casa  "  con  puntate  di  moschetto,  sassi 
et  colpi  di  accetta,,.  Traversando  il  paese,  incontravano 
qua  e  là  armati  in  attitudine  di  sospetto  minaccioso,  —  al- 
cuni erano  ubriachi,  —  che  con  molta  fatica  riuscirono  a 
persuadere  di  tornarsene  a  casa.  Arrivati  allo  sbocco  di 
piazza,  per  queste  vie  strette,  dove  scendeva  appena  ogni 
tanto  un  breve  raggio  di  luna,  s'intesero  dire  a  voce  bassa 
nell'ombra:   "Siete  piti  eretici  e  turchi  degli  ebrei,,. 

Il  popolo  giudicava  così,  nel  suo  ingenuo  fanatismo,  la 
loro  opera  di  pacieri  e  di  salvatori;  suggerita,  del  resto, 
oltre  che  dalla  pietà,  probabilmente  dalle  relazioni  perso- 
nali, che  alcuni  tra  i  primi  e  tra  i  piìi  facoltosi  del  paese 
dovevano  avere  cogli  Ebrei,  e  dall'essere  il  Marchese  — 
come  si  poteva  supporre  e  poi  ai)parvc  chiaramente  —  ri- 
soluto di  non  tollerare  in  alcun  modo  che  fossero  offesi. 
Il  giorno  dopo  il  tumulto,  durante  la  celel)razi(»ne  della 
messa,  IMonsìgnor  Vicario  in  persona  ammonì  dall'altare  il 


Freghiere  pubbliche  nel  "luogo  vecchio., 


o-y 


popolo  "  di  non  dare  fastidio  agli  Ebrei  „ .  —  "E  questo  „ 
dice   la    cronaca,    "  causò   nei    Cristiani  qualche  terrore  „. 
—  Seguitavano  intanto  a  venire  lettere  e  spediti  dai  mar- 
chesi Giovan  Battista  e  Orazio,    che   ingiungevano  di  ren- 
dere la  bambina  ai  suoi.  Ma  per  quanto  grande  pesasse  su 
tutti  l'autorità  dei   "  signori   padroni  „  ,    non  vi    fu,    non  vi 
poteva  essere  un  solo,  un  unico   pianese,  a  cui   non  appa- 
risse assurdo,   "  impossibile  „  —  è  proprio  la  parola  usata 
dal  Bellomini  —  in  fatto  e  in  diritto    ciò    che  scriveva   il 
marchese  Giovan    Battista  :    "  non   potersi    Sara   battezzare 
fino  l'età  di    anni   dodici,   et  con   il   consenso   del  padre  o 
madre   o    di    altro    hebreo    suo   parente  „ .    —   Impossibile  ! 
esclamavano    tutti  ;  —    "  perchè,    ritornata   la    fanciulla    in 
mano  delli  Hebrei,    non  sarebbe    forsi   pervenuta  all'età  di 
anni  dieci,  se  il  Sig.^*^  Iddio  non  faceva  speciale  miracolo  „. 
E  tutto  il  paese  pregava  per  lei.  Andavano  scalzi,  uo- 
mini, donne,  bambini  al  luogo  vecchio  ;  —  così  si  chiamava, 
e  si  chiama  ancora,  quello,   in  cui  secoli    prima   era   stata 
dipinta,  non  si  sa  da  chi    sul    vivo  masso  sotto  i  castagni 
fra  dirupi  orridi,  altissimi,  la  bella  immagine  della  Madonna, 
che  guarda  il  figlio  Gesìi  con  occhi    così  soavi.  —  L' im- 
magine stava  già,  a  quel  tempo,  nella  chiesa  vicina    detta 
di  San  Pietro  ;  —  ove,  secondo  la  leggenda,  era  miracolo 
samente   venuta    da   se;  —  nella    piccola   chiesa  solitaria, 
tutta  bianca  fra  i  castagni,   che    spira  a  vederla    un  senso 
arcano    di   pace    devota.    E    anche    là    andava   allora    ogni 
giorno  la  folla    a   pregare,    a    cantare  il  Rosario.    La  Ma- 
donna  fu   scoperta   tre  volte.    La   terza  volta,  il  primo  di 
giugno,  vi  fu  condotta  la  bambina  accompagnata  da  molte 
donne,  e  assistè  al  Rosario  dietro   le    grate  di  un  coretto, 


56  MONTE    AMIATA 


cli'è  sopra  l'altare,  "  trattenendovisi  fino  alla  fine  con  qual- 
che devotione  „.  k^alivano  le  litanie  fra  le  spire  odorate  degli 
incensi  da  centinaia  d'anime  ;  e  centinaia  d'occhi  cercavano 
in  alto  fra  le  grate  del  coretto  quelli  di  Sara,  poi  si  vol- 
gevano a  pregare  intenti  la  bella  Madonna  perchè  la  sal- 
vasse, perchè  "  la  facesse  arrivare  al  santo  battesimo  „. 

Durò  tutto  cosi  per  più  di  una  diecina  di  giorni  in 
questa  sospensione  ansiosa  degli  animi,  sino  a  che  non  fu- 
rono abbastanza  informate  della  cosa  le  autorità  superiori, 
che  potevano  pesarvi  sopra  in  modo  decisivo,  e  la  più 
forte,  la  sovrana,  credè  venuto  il  tempo  d' intervenire.  Il 
primo  indizio  della  nuova  piega,  che  prende  allora  subito 
la  piccola  e  chiassosa  questione  giurisdizionale  sorta  in 
Piano,  è  la  notizia  venuta  ai  Pieri  il  2  di  giugno  per  let- 
tera da  Siena,  che  quelF  arcivescovo  sapeva  bene  "  ogni 
cosa,  et  che  molto  accudiva  a  questo  negotio  „.  Ma  —  fatto 
anche  piii  importante  e  significativo  —  la  lettera  venne  con 
un'altra,  scritta  dal  signor  Avvocato  fiscale  di  Siena  al 
signor  Commissario  del  Marchese,  che  gli  diceva  "  che  in 
modo  nissuno  s'interessassi  in  questo  negozio,,.  Che  altri 
ordini  non  meno  assoluti  di  questo  dovessero  essere  stati 
impartiti  ad  un'altra  autorità,  alla  più  immediatamente  in- 
teressata finora  nella  causa  di  Sara,  sarelibe  stato  possibile 
indovinarlo,  pochi  giorni  dopo,  dalla  mutazione  che  fece  a 
un  tratto  la  condotta  del  Vicario  capitolare  di  Sovana. 
Monsignore  Ercole  de  Romani  aveva,  quand'era  ancora  a 
Piano,  pensato  a  fare  di  Sara  una  monaca,  e  scritto  per  ciò 
al  vescovo  di  Pienza  })cr  domandargli  "  se  voleva  accet- 
tarla „  nel  monastero  di  (|uella  città.  Poi  da  ritigliano  aveva 
con  lettera,  mandata  (pia   [)er  uno  spedito,  ordinato  al  pie- 


G.  Barzellotti. 


58  MONTE    AMIATA 


vano  di  portargli  subito  la  bambina,  facendosi  accompa- 
gnare da  una  scorta  armata,  e  aveva  minacciato  di  "  pene 
pecuniarie ,,  e  di  scomunica  il  paese  per  il  caso  che  vi  fosse 
sorto  qualche  tumulto.  E  poiché  il  pievano  indugiava  e  i 
Pieri  ricusavano  di  lasciar  partire  Sara,  l'ordine  era  stato 
replicato  con  nuove  minacele  contro  chiunque  "  la  conse- 
gnassi ad  altri  „ ,  e  Don  Virgilio  Forti  aveva  dovuto  met- 
tersi in  viaggio  per  andare  a  Pitigliano  ad  intendersi  col 
suo  superiore. 

Ma  era  appena  arrivato,  che  riparti  per  Piano  in  com- 
pagnia del  Vicario  ;    il    quale    "  andò    a   scavalcare    al   pa- 
lazzo deirill.™°  Sig.^®  Marchese  „,  mostrò  ordini  ricevuti  da 
Siena  dal  Vicario   di   quell'arcivescovado,  e  la   sera  stessa 
intimò  per  "  precetto  „  al  pievano  di    far   condurre   Sara  a 
Siena  "in  termine  di  tre  giorni....  con  li  soldati,,.  A  Mon- 
signore premeva,  si  vede,  di  tenere  alto  il  più  possibile  il 
prestigio  dell'autorità  ecclesiastica,   dichiarando   unicamente 
di  ubbidire  ad  ordini  venuti  da   lei,  e  accennando  a  voler 
far  condurre  la  bambina  a  Siena  e    non  oltre.  Ma  il  fatto 
è  che  —  come  la  cronaca  ci  dice  più  tardi  —  già  a  Pi- 
tigliano aveva  ricevuto  lettere  dell'avvocato  fiscale  di  Siena, 
in  cui  questi  lo  pregava  di  accompagnare  Sara  a  Firenze, 
e  che  quando  poi  si  mosse  da  Piano  con  lei,  già  si  diceva 
ch'egli  doveva   andare  a  Firenze,   "  così   essendo  ordine  di 
S.  Altezza,,.  Forse  i  Pieri  non  lo  seppero,  o  fu    i)iuttosto 
il  sentimento,  vivissimo   in   loro,    dell'  impoguo  preso  dalhi 
famiglia  di  non  cedere  e  ne  anche  dividere  con  chicchessia 
la  custodia  del  prezioso  deposito,  che  gì'  indusse  a  ostinarsi 
nella  resistenza  al  Vicario,   il    quale  si  riteneva  arbitro  di 
disporre  della  baml)ina.  Dicevano  che  per  incarico  ricevuto 


Interviene  Vautorità  sovrana  59 

dalle  autorità  di  Siena,  essi  e  non  altri  dovevano  condurre 
là  Sara.  E  alle  intimazioni  di  Monsignore  e  alle  sue  nuove 
minacele  di  fulmini  temporali  e  spirituali  —  scudi  mille  e 
scomunica  latae  sententlae  —  il  signor  Dottor  Don  Pietro 
Pieri  replicava:  "essere  esso  fiscale  del  Sant'Offitio  et  non 
soggetto  al  Vicario,  et  che  niente  stimava  i  suoi  precetti, 
et  che  se  non  sapeva  fare  il  Vicario  l'andassi  ad  imparare, 
et  che  il  papato  sarebbe  presto  terminato,,.  Monsignore  gli 
"  ribattè  e  gli  disse  in  qualche  parte  le  sue  sillabe  „  ;  — 
così  con  viva  espressione  del  tempo  il  Bellomini.  —  La 
questione  giurisdizionale  si  riaccendeva,  minacciando  di  an- 
dare a  finire  in  un  rumoroso  battibecco  da  strada,  anche 
per  la  parte  che  vi  prese  un  intruso,  un  dottore  Don  Or- 
sone  Gori;  curiosa  figura  di  mestatore  da  villaggio,  tra 
l'arrogante  e  il  fatuo,  che  va  di  suo  dal  Vicario,  mentr'  è 
a  tavola  ;  s' introduce  da  se  "  con  poca  creanza  „  ;  accusa 
Monsignore  di  "  dar  buone  parole  „  agli  Ebrei  e  di  arro- 
garsi diritti  giurisdizionali  che  non  ha;  e  dopo  questa 
"  bravata  „  è  causa  di  una  rissa,  che  sorge  per  strada  tra 
un  suo  zio,  compiovano,  che  è  ubriaco  e  sostiene  le  parti 
del  nipote,  e  Angelo  Bellomini  cancelliere  del  Vicario,  che 
ha  biasimato  l'intruso.  Con  tutto  ciò  il  Gori,  a  forza  di  sfac- 
ciataggine, ottiene  poi  di  poter  fare  andare  una  sua  nipote 
a  Siena  in  compagnia  di  Sara  e  di  accompagnarla. 

"  Perchè  dopo  molte  ciarle  „  —  arriva  qui  a  dire  la 
cronaca,  pure  così  misurata  sempre  nei  giudizi  —  venne 
finalmente  risoluta  la  partenza  di  Sara.  La  partenza  fu  so- 
lenne, spettacolosa,  e  primi  a  darne  le  mosse  furono  i 
Pieri,  ai  quali  premeva  di  mostrare  al  paese  che  il  loro 
diritto  ad  avere  in  custodia  "  l'hebreina  „  restava  intangi- 


60  MONTE   AMIATA 


bile.  Il  9  di  Giugno  "il  Sig/'^  Dottor  D.    Pietro   Pieri  si 
avviò  con  gente  armata  di  bocche  da  fuoco,  et  con  la  co- 
mitiva della  maggior   parte   di   ragazze,   donne  et  huomini 
di  Piano  alla  SS."''  Madonna  di  S.  Pietro,  dove  da  M.  Pel- 
legrino Merciadrini    fu    fatta  una  sinfonia,   et  doppo  fumo 
cantate  le  litanie  con  la  SS.™""  Madonna   scoperta,    et   ter- 
minate  s'  incominciorno    a   porre    in  viaggio.    Arrivò   poco 
doppo  il  Sig.^^  Vicario  a  cavallo,  et  con  quella  comitiva  che 
era  di  sei  cavalli,    se   ne    andorno  via,    et  allora  il  popolo 
restò  tutto   piangente  et  afflitto  „ .  Ciò  che  più  lo   irritò    e 
lo  insospettì  fu  il  sentire,  la  notte    dopo  la  partenza  della 
bambina,  cantare  "  gli  Ebrei  di  continuo  nella   sinagoga  „ . 
Quel  canto  pareva  di  trionfo.  La  folla  che  si  vedeva  tolta 
Sara  quasi  a  forza,  e  non  poteva  sapere  che  cosa  si  volesse 
fare  di  lei,  ne  diceva  di  tutti  i  colori.  Mormorava  del  Vi- 
cario, che  s'era,  dicevano,    fatto  fare  dagli  Ebrei  un  abito 
nuovo  ;  e  bisbigliavano  —  aggiunge    la  cronaca  —   "  anco 
altre    cose    che    per    decenza    le  voglio    tralasciare,,.    Dei 
principali    del    paese    si    diceva   in    piazza    "  che   avessero 
avuto  ])uoiie  mancie  „  per  "  aver  fatto  fede  „    a   Juda    Pa- 
sigli  che  la  sua  figliuola  era  stata  rubata.  Si  sparlava  dei 
Bellomini  e  si  diceva  che  "  erano  diventati  hebrei  „.  "  Ogni 
cosa  ,,  —  concliiude  il  cronista  —  "  veniva  detto  da  gente 
che    non    sapevano    se    fosser  vivi ,,.   Ma  fuori    clic  i  soliti 
monelli,  che  seguitarono  a  tirar  sassi  da  lontano  su  qualclie 
ebreo  venuto    di    fuori,  nessuno   in   paese  si  mosse.  Erano 
stati  veduti  dei  birri  all'Abbadia  San  Salvatore,  e  lo  spau- 
racchio bastò  a  tener  quieti  tutti. 

Il  viaggio    di   Sara  fu  rapido    in    s('guito    agli    "  ordini 
di  S.  Altezza  „.  La  voce  della   sua   conversione  era  stata 


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62  MONTE    AMIATA 


accolta  con  giubbilo  in  tutti  i  paesi  intorno,  e  al  suo  pas- 
saggio   la  gente  correva  da  ogni   parte.    All'Abbadia   tutti 

—  "a  popolo ,, ,  dice  la  cronaca,  —  andavano  a  vederla 
"  et  con  grandissime  dimostrazioni  di  allegrezza  gridavano  : 
Viva  i  Pianesi,  Viva  i  Pianesi  „ .  Molti  del  paese  la  vol- 
lero accompagnare  armati  per  un  buon  tratto  di  strada, 
perchè  si  diceva  che  c'era  gente  che  l'aspettava  per  ru- 
barla. Ma  fu  vano  sospetto.  A  Ricorsi,  ove  alle  falde  della 
Montagna  si  entra  nella  via  romana,  —  l'antica  via  Cassia, 

—  trovarono  la  lettiga  "  fermata  „  dal  Pieri  e  dal  Com- 
pievano. Vi  entrarono  Sara,  Giulia  —  la  nipote  di  Orsone 
Gori,  che  andava  a  Siena  per  vestirsi  monaca  —  e  il  Vi- 
cario. Il  Pieri  che  faceva  gli  onori  di  casa,  pagò  da  bere 
"  a  tutta  quella  gente  „  che  era  là,  la  licenziò  e  con  la 
comitiva  a  cavallo  e  con  altri  a  piedi  proseguì  alla  volta 
di  Siena. 

Alla  porta  della  città  il  prete  Orsone  Gori,  che  era,  lo 
sappiamo,  della  comitiva  e  seguitava,  pare,  a  dirne  delle  sue, 
si  voltò  verso  il  Vicario  e  gli  disse  :  "  Don  Ercole,  adesso 
non  siamo  piìi  sotto  la  vostra  iurisdizione  „ .  —  "  Anzi  „  , 
gli  rispose  l'altro,  "adesso  piìi  che  mai,,.  E  sapeva  quel 
che  diceva.  Andò  infatti  subito  dall'avvocato  fiscale,  che 
gli  disse  :  "  esser  l' intentione  di  S.  Altezza  Ser."""  che 
fossi  la  bambina  condotta  a  compiacimento  del  Vicario, 
consentendo  di  far  questo  favore  „.  E  aggiunse  che  la 
mattina  dopo  di  l»uon'ora  sarebljc  stata  pronta  una  lettiga 
per  portarlo  a  Mrenze.  Monsignore  capì  per  aria,  non  fece 
nessun'altra  visita  a  Siena,  ne  anche  all'Arcivescovado,  e 
la  mattina  doj)o  all'alba  riparti  ])er  Firenze  con  Sara  e  una 
donna  di  compagnia  e  due  pitigliancsi.    Il   signor    Dottore 


L'ebreina  deve  andare  a  Firenze  63- 

Don  Pietro  Pieri  dovè  restare  a  Siena,  sotto  "  precetto  „ 
di  non  muoversi  "  se  non  doppo  cinque  hore  della  partenza 
del  Sig.^®  Vicario  „.  Non  ai  Pieri,  che  avevano  usate  — 
dice  qui  la  cronaca  —  "  cattive  creanze  „  a  Monsignore, 
e  potevano  esser  sospetti  di  aver  voluto  esercitare  una 
specie  di  suggestione  sulla  bambina,  ma  solo  all'autorità 
diocesana,  che  finora  era  stata  tutrice  di  Sara,  spettava 
di  consegnarla  a  chi  per  ordine  del  Principe  l'avrebbe  d'ora 
in  poi  tenuta  in  custodia. 

Monsignor  de  Romani  dovè  compiacersi  molto  degli  onori 
che  gli  furon  fatti  nella  capitale  del  Granducato  ed  a 
Corte.  Ce  lo  lascia  indovinare  la  cronaca  del  Bellomini, 
che  ne  senti  poi  parlare  da  lui.  Giunto  a  Firenze,  Monsi- 
gnore lasciò  la  bambina  al  palazzo  del  signor  Ferrante 
Capponi  Senatore,  "  et  di  lì  se  ne  andò  all'  Hosteria  della 
Luna  „  ;  dove,  appena  saputo  il  suo  arrivo,  il  signor  ^lar- 
chese  Giovan  Battista  mandò  subito  il  segretario  signor  Ca- 
gnacci a  prenderlo  "  con  la  carrozza  per  condurlo  al  suo 
palazzo,  et  esso  bello  et  in  carrozza  vi  andò.  Di  li  a  poco 
fu  dal  Sig.^®  Senatore  mandato  a  chiamare  per  consegnare 
la  bambina  alla  Sig.'''  Marchesa  ****  Medici  et  esso  andò  a 
consegnarla.  Fu  piti  volte  da  S.  Altezza  a  parlare  di  questo 
negotio,  et  S.  Altezza  gli  disse  che  haveva  saputo  che  ha- 
veva  ricevuti  affronti  et  cattive  parole  da  Pianesi,  et  esso 
gli  soggiunse  che  di  questo  ne  supplicava  S.  Altezza  non 
farne  motivo  nissuno,  stimando  esso  che  ciò  gli  fossi  fatto 
per  zelo  della  bambina;  basta;  fu  cortesissimamente  da 
tutti  ricevuto,  et  nel  tempo  che  si  trattenne  in  Firenze  si 
trattenne  sempre  nel  palazzo  del  Sig.^®  Marchese  Giovan  Bat- 
tista padrone.  Fu  consegnata  la  bambina  a  detta  Signora, 


64  MONTE  AMTATA 


et  data  da  S.  Altezza  in  educatione,  per  essere  detta  Si- 
gnora molto  riguardevole  et  atta  a  quest'offitio  per  le  sue 
rarissime  qualità  „.  Le  forme,  che  allora  eran  tutto,  non 
potevano  essere  osservate  meglio.  Il  partito  adottato  dal 
Principe,  contrario  com'era  a  quello  proposto  dal  Marchese, 
di  restituir  ^^ara  ai  suoi,  le  dava  tempo  di  prepararsi  per 
potere  poi,  in  apparenza  almeno,  risolversi  da  se  a  mutar 
fede;  mentre  intanto  soddisfaceva  alle  tendenze  dell'autorità 
ecclesiastica,  che  il  Granduca  "consentiva  a  favorire,,, 
e  nel  tempo  stesso  secondava  le  inclinazioni  personali  della 
sua  politica. 

Ciò  che  di  lui  ci  dicono  gli  storici  spiega  infatti  piena- 
mente l'esito  che  ebbe  questo  caso  di  Sara  ebrea.  Cosimo 
terzo,  allora  regnante,  col  quale  il  Granducato  toscano  sotto 
il  regime  di  casa  Medici,  esausta  ormai  d'uomini  e  d'in- 
gegni, volgeva  a  quell'ultima  decadenza,  che  dopo  di  lui 
precipitò  nei  vizi  abietti  di  Gian  Gastone,  fu  —  dice  il 
Galluzzi,  giudice  non  sospetto  di  severità  verso  i  Medici 
—  un  principe  debole,  vano,  ambizioso,  bigotto.  Si  circondò 
di  preti  e  di  frati,  ai  quali  lasciava  una  così  larga  ingerenza 
nelle  scuole  e  nell'educazione,  da  permetter  loro  persino  di 
farsi  inquisitori  dei  costumi  privati  e  delle  cose  delle  fa- 
miglie. Sollecito  dei  favori  della  Corte  papale,  di  cui  aveva 
bisogno  per  acquistarsi  autorità  e  credito  presso  le  altre 
corti,  fece  importanti  concessioni  a  Roma,  derogando  spesso 
alla  ferma  pratica  del  sistema  giurisdizionale,  ch'era  stato 
tradizione  costante  della  sua  casa.  Teneva  so])ra  tutto  alla 
reputazione  clic  ebbe  di  principe  santo  e  di  teologo,  e  per 
ciò,  oltre  all'esercitare  lìubblicamente  atti  di  devozione,  e 
all'esser  largo  di  doni  alle  cliiese,  ai  conventi,  ai  santuari, 


La  Eesiirrezione  ;  dettaglio  di  un  Pulpito,  dei  Della  Eobbia  (pag.  34). 
Santa  Fiora  -  Provincia  di  Siena.  Pieve. 


G.  Baezellotti. 


66  MONTE   AJIIATA 


promosse  a  sue  spese  segTetamente  le  missioni  cattoliche 
in  oriente  e  fra  i  protestanti,  si  adoperò  per  Fnnione  della 
chiesa  greca  russa  con  la  romana,  "  sostenne  „  —  dice  il 
Galluzzi  —  "  alla  sua  corte  con  riguardevoli  pensioni  un 
infinito  numero  di  convertiti,...  uno  stuolo  di  Turchi  e  di 
Ebrt'i  fatti  cristiani,  di  eterodossi  cattolicizzati  e  di  apostati 
richiamati  in  grembo  alla  Chiesa ,,  ;  —  falsi  convertiti,  i 
più,  pei  quali  il  mutar  fede  solo  nelle  pratiche  esterne  era 
un'  industria  e  non  altro.  Crii  assegnamenti,  che  "  alimen- 
tavano oziosi  e  facinorosi,,,  aggravando  l'erario  esausto,  il 
popolo  li  chiamava  con  arguzia  toscana  pensioni  sul  Credo.  ^^ 
Non  si  sa  che  cosa  sia  avvenuto  di  Sara  alla  corte  dì 
Cosimo  terzo.  Il  manoscritto  della  cronaca  pianese  è  lace- 
rato e  resta  interrotto  una  o  due  pagine  dopo  quella  in 
cui  si  parla  dell'arrivo  della  bam1)ina  a  Firenze  e  della 
sua  consegna  alla  signora  che  doveva  educarla.  Ma  si  può 
ritenere  come  assai  piti  che  proba1)ile  che  Vhehreina,  dopo 
un'edificante  professione  di  fede,  sia  stata  ammessa  anche 
lei  fra  i  pensionati  di  Corte.  Chi  sa  che  anche  Juda  Pa- 
sigli  e  Uosa  Spagnola  non  ne  siano  stati  contenti?  Certo 
non  ne  furon  contenti  i  buoni  pianesi,  che  volevano  vederla 
battezzare  nella  loro  pieve.  Seguitarono  però  a  cantar  Ro- 
sari per  lei.  Ma  già,  non  piìi  di  cinque  giorni  dopo  la  sua 
partenza,  un'altra  grave  questione  giurisdizionale,  —  a  cui 
anche  il  Bellomini  dà  grande  importanza,  —  (»ccui)ava  e 
appassionava  il  paese.  Si  discuteva  se  nei  giorni,  ne'  ([uali 
il    Rosario    era   cantato    in    Pieve,    potesse    cantarsi  prima 


1)  Vedi  —  (iltre  la  Storia  della  Toscana  del  Galluzzi,  tomo  9",  libro  8".  ca- 
pitolo X,  —  iu;llo  lielli;  Conferenze  fiorentine  d' Isidoro  onr.  Lunck»  quella  sui 
"  Medici  gran  duchi  „. 


Uehreina  alla  corte  ili  Cosimo  III  67 

nella  Chiesa  della  Madonna  di  San  Pietro;  —  ciò  che  ne- 
gavano i  Bellomini,  e  altri  invece  sostenevano  esser  leci- 
tissimo, spalleggiati  dal  Vicario  del  Sant'Uffizio.  Trascorso 
appena  il  momento,  in  cni  la  passione  religiosa  aveva  fatto 
vibrare  in  tutti  gli  animi  una  nota  più  intensa  e  piìi  alta, 
la  piccola  vita  giornaliera  del  villaggio,  coi  suoi  pettego- 
lezzi, con  le  sue  rivalità  di  ceto  e  gelosie  di  famiglie  e  di 
persone,  tornava  subito  quella  di  prima. 

Ho  voluto  fermarmi  a  tratteggiare  l'intreccio  e  le  scene 
del  piccolo  dramma  pianese,  che  si  svolge  intorno  a  Sara 
ebrea,  e  in  cui  attore  vero  e  principale  ci  apparisce  il 
sentimento  religioso  del  popolo,  perchè  si  veda  qual  fosse 
la  potenza  di  questo  sentimento  nei  nostri  montagnoli,  in 
un  ambiente  non  diverso  nella  sostanza  da  quello  che  ha 
prodotto,  due  secoli  dopo,  il  moto  dei  Lazzarettisti.  La 
religione,  o,  meglio,  la  pratica  del  culto  e  dei  riti  del  Cat- 
tolicismo  romano ,  cosi  pieni  di  prestigio  e  di  fascino 
estetico,  era  V  unica  idealità  a  cui  questo  popolo  si  po- 
teva sollevare  da  una  vita  tutta  di  lavoro  manuale.  E  si 
comprende  quale  influenza  dovesse  avere  qua  il  clero,  — 
potente  anche  oggi,  —  allora  che  il  Cattolicismo  si  man- 
teneva tuttavia  all'apice  della  sua  forza  sociale,  e  l'abbrac- 
ciare lo  stato  ecclesiastico  era  pei  piìi  l'unica  via  sicura  di 
emergere,  e,  come  oggi  si  dice,  di  far  carriera  con  l'inge- 
gno e  con  gli  studi  o  anche  solo  col  favore  dei  grandi  o 
della  fortuna. 

Una  tale  condizione  di  cose,  durata  quasi  fino  ad  oggi, 
ci  spiega  come  gli  uomini,  che  troviamo  espressamente  no- 
minati in  queste  memorie  pianesi,  perchè  nativi  di  qua  e 
venuti  in  fama  per  virtù    o   per  ingegno  e  dottrina,   siano 


68  MONTE    xVMlATA 


—  eccetto  Gian  Domenico  Peri,  il  poeta  di  Arcidosso,  e 
alcuni  artisti  —  tutti  uomini  di  chiesa  :  preti,  frati,  teologi, 
vescovi,  studiosi  pii,  saliti  in  onore  o  ad  alti  uffici  o  morti 
in  concetto  di  santi.  Non  ripeterò  qui  cotesti  nomi  oggi  di- 
menticati. Ma  non  posso  —  e  il  lettore  me  ne  scuserà, 
spero  —  tacerne  uno  :  il  nome  del  padre  maestro  Raf- 
faello Barzellotti  di  Piano,  ministro  provinciale  di  Toscana 
dei  Minori  Conventuali,  morto  quarantenne  a  G-rosseto  il 
lo  decembre  del  lGo5,  mentr' era  in  visita;  —  "dottis- 
simo filosofo  et  teologo  ,, ,  —  dice  il  Bellomìni  in  uno  dei 
volumi  scritti  da  lui  ;  e  in  un  altro  ag-giunge  :  "  questo 
era  in  disputare  tanto  speculativo  et  sottile,  che  era  tenuto 
per  il  mondo  un  altro  Scoto,,.  Corse  voce  che  causa  della 
sua  morte  fosse  stato  un  medicamento  fattogli  dare  da  altri 
frati  dell'ordine  invidiosi  di  lui. 

Un  vecchio  ritratto  in  tela,  eh'  è  qua  a  Piano  nella  bi- 
blioteca di  casa  mia,  rende  al  vivo,  in  mezza  figura,  il 
Provinciale  francescano,  qual'  era  quando  morì  nel  colmo 
della  virilità  e  del  comando  :  bellissimo  uomo,  di  statura 
che  —  si  vede  —  doveva  essere  alta,  slanciata.  Il  viso 
severo,  d'un  fino  ovale  allungato,  d'una  bianchezza  pallida, 
rilevata  dal  nero  dell'abito  francescano  e  della  berretta  e 
della  folta  barba  corta,  appuntata  sul  mento,  ha  tutta  la 
sua  espressione  dagli  occhi,  che  di  sotto  ì  neri  sopraccigli 
sottilmente  arcuati,  paiono,  se  ti  muovi,  seguirti  intenti  con 
un  lungo  strano  sguardo  scrutatore.  E  in  quegli  occhi 
Tacut;!  penetrazione  dell'analista,  avvezzo  a  dissecare  fibra 
a  fibra,  nella  scuola  e  sul  pulpito,  con  la  critica  inesora- 
bile del  grande  caposcuola  francescano  Giovanni  Duns  Scoto 
le    argomentazioni  rivali  della    teologia  domenicana.    Guar- 


L'Ascensione;  dettaglio  di  un  Pulpito,  dei  Della  Robbia  (pag.  34), 
Santa  Fioia  -  Piovineia  di  Siena.  Pieve. 


70  MONTE   AMI  ATA 


dando  questo  ritratto,  io  mi  son  domandato  più  d'una  volta 
quanta  parte  di  quel  fascino,  che  hanno  sempre  avuto  su  di 
me  le  acute  indagini  dell'analisi  filosofica,  vòlta  alle  cose 
morali,  derivi  da  tutta  una  tradizione  di  abiti  mentali,  an- 
tica forse  nella  mia  famiglia. 


* 


Anche  durante  le  vicende  politiche,  le  quali  si  successero 
in  Toscana  nel  passaggio  del  Granducato  dalla  Casa  Me- 
dicea ai  Lorenesi,  gli  abitanti  della  nostra  montagna  segui- 
tarono a  vivere  la  loro  modesta  vita  di  pastori  e  di  agri- 
coltori, indisturbati  nella  loro  povertà,  lontani,  —  com'erano, 
come  son  rimasti,  si  può  dire,  fino  a  non  molti  anni  fa,  — 
da  tutte  le  grandi  vie  del  commercio  e  dell'  industria.  Quanto 
scarse  dovessero  essere  le  rendite,  che  dava  loro  la  coltiva- 
zione del  castagneto  e  quella  dei  pochi  campi,  che  si  po- 
tevano seminare  in  una  regione,  allora  quasi  tutta  boscosa, 
si  vede  dal  Insogno  così  frequente,  in  cui  si  trovavano  tutti 
questi  Comuni,  di  far  venire  a  loro  spese  grano  e  altri  ce- 
reali dal  resto  dello  Stato  di  Siena.  A  queste  coudizioni 
economiche  contribuiva  il  compiuto  abbandono  della  ^la- 
remma  vicina,  che  solo  piìi  d'un  secolo  dopo,  e  a  molti 
anni  di  distanza  dai  provvidi  suggerimenti  di  Sallustio  Ban- 
dini,  cominciò  a  richiamare  l'attenzione  degli  nomini  di 
Stato  e  del  Governo  della  Toscana.  Fino  dalla  i)rima  metà 
del  secohj  decinntttavo  i  ])rogressi  della  Geologia  e  della 
Botanica  e  il  bisogno  delle  esplorazioni  scientiiiche  volsero 
anche  al  Monte  Annata  e  alle  sue  ricche  produzioni  na- 
turali lo  studio  dei  nostri  uomini  di  scienza.  Nel  IT.'K)  per- 


I  viaggi  scientifici  al  Monte  Amiata  71 

correva  questi  luoglii  l' insigne  botanico  Pier  Antonio  Mi- 
cheli, seguito  circa  quarant'anni  dopo  da  Giovanni  Antonio 
Targioni  Tozzetti,  che  aggiunse  le  proprie  alle  osservazioni 
del  maestro,  e  le  pubblicò  nelle  sue  Relazioni  di  alcuni 
viaggi  in  diverse  parti  della,  Toscana  (ITTI!).  Venne  qua, 
terzo  esploratore,  nel  179ó,  Giorgio  Santi,  clic  insegnava 
Storia  Naturale  nell'  Università  di  Pisa  ;  e  raccolse  e  pub- 
blicò più  larga  messe  di  osservazioni  nel  suo  Viaggio  al 
Montamiata.  Tutti  e  tre,  dandoci  il  resultato  dei  loro  studi 
scientifici  intorno  alla  costituzione  del  suolo  vulcanico  e  ai 
prodotti  del  bel  monte,  accennano  alla  vita  dei  suoi  abitanti. 
Era  —  ancora  verso  il  declinare  del  settecento  —  su  per 
giii  la  stessa  di  almeno  due  secoli  prima.  Sebbene  fosse 
cresciuta  in  estensione  la  coltura  del  grano  e  della  vigna 
e,  in  qualche  luogo,  anche  quella  dell'olivo,  prevaleva  però 
sempre  e  dava  in  massima  parte  il  nutrimento  al  popolo  la 
coltura  dei  castagneti.  I  costumi  si  mantenevano  ancora 
semplici,  quasi  primitivi  ;  poche  e  rozze  le  industrie  locali, 
quasi  tutte  per  gli  usi  dell'agricoltura;  principali,  quella 
della  fabbrica  dei  l)arili,  dei  bigonci,  dei  capiste!  e  delle 
seggiole  e  delle  madie,  fatte  all'Abbadia  e  in  Piano  con  le- 
gno di  castagno  e  di  faggio,  che  andavano  in  tutto  lo  Stato 
di  Siena  ;  e  l'altra  dello  scavo  della  cosi  detta  terra  gialla  o 
terra  d'ombra,  da  servire  ai  pittori,  che  si  trova  più  in 
specie  presso  Castel  del  Piano,  e  si  esportava  —  e  si  esporta 
ancora  —  anche  all'estero.  Era  tralasciata  quasi  del  tutto, 
e  dava  scarso  utile  la  coltivazione  delle  miniere,  che  il  Tar- 
gioni  studiò  e  giudicò  delle  più  promettenti,  che  avesse  la 
Toscana.  Il  Santi  ne  trovò  aperta  una  soln,  di  cinabro  — 
minerale,  di  cui  l'Amiata  è,  come  già  dissi,  ricco  più  di  ogni 


MONTE    AMIATA 


altra  regione  ci'  Italia.  —  Era  una  delle  tre  ora  aperte  a 
Selvena  e  che  danno  molto  utile  ;  scavata  allora,  —  cosi 
dice  il  Santi,  —  "  poco  men  clic  a  fior  di  terra,  senza  pozzi, 
senza  gallerie,  e  vi  lavoravano  solo  tre  nomini  „ . 

Ma  già  quando  Giorgio  Santi  percorreva  la  nostra  mon- 
tagna, si  cominciavano  a  sentire  anche  quassù  gli  effetti 
benefici,  che  portò  alla  Toscana  il  governo  di  Pietro  Leo- 
poldo. Nel  territorio  del  Vivo,  ove  la  storica  famiglia  dei 
Conti  Cervini  promoveva  fin  d'allora  le  industrie  di  quel 
luogo,  così  ricco  di  acque,  e  le  terme  di  San  Filippo,  note 
anche  ai  Romani,  richiamavano  gente  di  fuori,  s'erano  già 
aperte  vie  carrozzabili  in  comunicazione  con  la  via  Cassia 
non  lontana.  L'abolizione  dei  feudi  e  delle  manimorte,  spe- 
cie di  quelle  dei  conventi,  soppressi  dal  Principe  filosofo, 
doveva  presto  produrre  in  tutto  il  Monte  Amiata,  insieme 
ai  benefizi  morali  di  una  maggior  libertà  civile  e  ammini- 
strativa lasciata  ai  Comuni,  quello  economico  immenso  di 
facilitare  con  la  vendita  delle  terre  svincolate  la  ripartizione 
del  possesso  e  l'estendersi  della  coltura  dei  cereali.  La  po- 
polazione, che  dalla  metà  del  secolo  XVII  a  quella  del  se- 
colo successivo  era  andata  notevolmente  scemando  in  tutti 
1  nostri  Comuni,  tornò  poi  a  salire  rapidamente,  e  })rima 
della  metà  dell'ottocento  era  quasi  raddoppiata.  Contribuì 
poi  a  migliorarne  il  vitto  e  le  forze  anche  l' introduzione 
di  nuove  colture,  di  quella  delle  patate,  tra  le  altre,  e  di 
quella  del  granturco.  La  coltura  intellettuale  e  morale  non 
era  però,  alla  fine  del  Settecento,  progredita  in  jiroporzione 
eguale.  In  ciascuno  dì  (|uesti  paesi  il  Santi  dice  di  aver 
conosciuto  persone  e  famiglie  notevolmente  istruite  e  civili. 
Ma  la  gran  massa  del  popolo  serbava  ancora  intatta  la  sua 


Il  Monte  Aìiiiata  nel  Settecento  e  nell'Ottocento 


ingenua  ignoranza  montagnola,  e  tutto  il  fervore  primitivo 
del  suo  rozzo  sentimento  religioso.  I  monaci  del  convento 
della  Trinità  avevano  dovuto  —  dice  il  Santi  —  togliere 
dalla  loro  chiesa  la  mascella  del  coccodrillo,  ucciso  là,  se- 
condo la  leggenda,  molti  secoli  prima  da  uno  dei  Conti  di 
Santa  Fiora,  per  sottrarla  alla  devozione  fanatica  di  quei 
pastori,  che  venivano  in  folla  a  toccarla  e  a  baciarla. 

Grli  effetti  dei  mutamenti,  che  la  rivoluzione  dell' ottan- 
tanove portò  anche  in  Italia  nelle  idee,  nei  costumi  e  nei 
fatti  civili,  furono  appena  avvertiti  da  queste  popolazioni. 
Il  governo  napoleonico  vi  passò  poco  amato  dai  piìi,  per- 
chè straniero  e  partigiano,  senza  lasciarvi  alcuna  traccia  di 
quelle  opere  pubbliche,  che  promosse  in  altre  parti  d' Italia. 
Con  la  restaurazione  del  1815  e  col  ritorno  della  Casa  di 
Lorena,  che  negli  ordini  amministrativi  riprese  una  parte 
della  tradizione  leopoldina,  comincia  un  periodo  di  relativo 
progresso  per  la  vita  economica  dei  nostri  montagnoli.  L' im- 
pulso dato  dal  provvido  governo  di  Ferdinando  III  e  del 
suo  sapiente  ministro  il  Fossombroni  al  bonificamento  delle 
Maremme,  proseguito  poi  sotto  Leopoldo  II,  si  fece  sentire 
anche  qua.  Il  catasto,  che  la  Toscana  —  prima,  se  non 
sbaglio,  tra  le  regioni  d'Italia  —  ebbe  nel  1834,  giovò 
all'agricoltura,  assicurando  col  sottrarle  all'arbitrio  e  alle 
controversie  le  delimitazioni  del  possesso  ;  e  della  viabilità 
migliorata  ed  estesa  si  valse  il  poco  nostro  commercio, 
che  per  altro  anche  dopo  il  diffondersi  e  il  prevalere  delle 
teorie  liberiste  in  Toscana  e  in  altre  parti  d' Italia,  trovava 
una  barriera  nei  divieti  e  nei  dazi  opposti  dai  prossimi 
Stati  pontifici.  E  il  miglioramento  economico  e  amministra- 
tivo proseguì  sotto  il  governo  di  Leopoldo  II  ;  principe  di 

G.  Barzellotti.  10 


74  MONTE   AMIATA 


non  grande  levatura,  ma  onestamente  desideroso  del  bene, 
che  nel  1841,  in  quel  primo  periodo  del  suo  regno,  quan- 
d'era pili  toscano  che  austriaco,  e  voleva  vedere  da  se  e 
studiar  da  vicino  i  bisogni  dei  sudditi,  percorse  gran  parte 
del  senese  e  venne  inaspettato  anche  quassù  ove  fu  ospite 
della  mia  famiglia.  Del  resto,  uno,  il  maggiore  anzi  tra  i 
benefizi  di  quel  regime,  che  più  che  fare  lasciava  fare,  era 
per  una  regione  come  la  nostra  di  non  molte  ne  grandi  ri- 
sorse naturali,  la  mitezza  delle  tasse,  non  vessatorie  e  non 
inasprite,  come  ora,   da  quelle  locali. 

E  con  tutto  ciò  non  facevano  quasi  un  passo  le  condi- 
zioni della  vita  delle  nostre  classi  popolari,  quelle  special- 
mente dei  lavoratori  più  poveri,  ammassati  allora  —  come 
in  gran  parte  anche  oggi  —  nei  malsani  tuguri  di  questi 
vecchi  villaggi  angusti,  anneriti  dai  secoli.  Certo  non  con- 
tribuiva ad  elevarne  il  livello  intellettuale  l' istruzione,  tutta 
ancora  o  quasi  tutta  in  mano  ad  un  clero  per  la  massima 
parte  incolto,  e  che,  salvo  eccezioni  notevoli,  non  dava  nem- 
meno troppi  esempì  di  dignità  e  di  moralità  nel  costume.  Ma 
per  la  mite  indole  toscana  dei  nostri  montagnoli,  pur  così 
prossimi  alle  violente  popolazioni  del  romano,  erano  già  al- 
lora rarissimi  i  delitti  di  sangue  e  i  reati  contro  la  proprietà; 
non  si  conosceva  —  come  non  s'  conosce  ne  anche  oggi  — 
quello  di  abigeato.  La  sicurezza  delle  persone  era  generale, 
in  una  regione  c('>rsa  ancora  poco  più  che  un  secolo  innanzi 
da  banditi  e  da  masnadieri,  e  ove  l' immensa  boscaglia,  che 
prima  continuava  sino  alla  Maremma  e  un  pezzo  in  là  nel 
romano,  e  lasciava  arrivar  quassù  i  cignali  e  i  lupi,  s'era 
cominciata,  a})pena  nei  primi  anni  del  secolo,  a  diradare  per 
l'estendersi  dei    campi  seminativi.  Io  non  mi  rammento  di 


Che  rofa  ha  fatto  qua  il  governo  italiano  75 

aver  mai  sentito  nelle  lunghe  cene  d'estate  raccontare  ai  vec- 
chi di  casa  mia  un  unico  caso  di  aggressione  o  di  ricatto 
avvenuto  nel  Monte  Amiata. 

Non  si  può  affermare  che  una  tale  condizione  di  cose  si 
sia  sostanzialmente  mutata,  per  ciò  che  riguarda  la  vita  ma- 
teriale e  morale  delle  popolazioni  della  Montagna,  dopo  che 
esse  vennero  sotto  il  governo  italiano.  Senza  stare  a  dir 
qui  cose  dette  altrove  in  questo  libro,  osserverò  accennando 
principalmente  agli  ultimi  venti  anni,  come  anche  chi,  al 
pari  di  me,  creda  che  tutto  non  deve  aspettarsi  dal  Go- 
verno, possa  però  pensare  che  i  benefìzi,  venuti  in  gran 
parte  almeno  alle  altre  regioni  italiane  dal  largo  uso  di 
tutte  le  pubbliche  libertà,  non  siano  stati  per  noi  tali  quali 
avremmo  dovuto  aspettarceli  in  quasi  mezzo  secolo. 

Non  che  qualcosa  non  sia  stato  fatto.  L'avvicinarsi  della 
via  ferrata  ai  paesi  niìi  prossimi  alla  Maremma;  l'esten-  , 
sione  assai  maggiore  data  all'  insegnamento  elementare,  vi- 
gilato  dal  Governo  e  dalla  Provincia;  i  provvedimenti  fatti 
prendere  ai  Comuni  pei  pubblici  servizi  ad  essi  affidati  ; 
l'aprirsi  di  nuove  vie  provinciali  ;  —  tutto  questo  ed  altro 
ha  certo  portato  anche  fra  i  nostri  monti  una  ripercussione 
dei  nuovi  impulsi  che  tutta  la  vita  civile,  intellettuale  ed 
economica  del  paese  ebbe  dal  suo  costituirsi  a  nazione.  Ma 
su  quanto  è  stato  fatto  per  opera  dei  pubblici  poteri,  a 
cui  —  nella  mediocrità ,  quasi  generale  tra  noi ,  delle 
fortune  private  —  toccava  la  più  larga  parte  d' iniziativa, 
hanno  potuto  molto,  con  effetti  in  proporzione  assai  peg- 
giori che  in  parecchie  altre  parti  d' Italia,  gli  errori,  che 
viziano  dal  fondo  l'amministrazione  dello  Stato  italiano  : 
massimo    fra  tutti,  quello    dell'accentrar  troppo,  e  del  non 


7t)  MONTE    AMIATA 


avere  mai  sin  qui  avuto  il  potere  centrale,  nella  sua  azione 
così  detta  tiifrice,  la  forza  e  la  continuità,  necessarie  a  te- 
nere le  Provincie  e  i  Comuni  nei  limiti  di  una  corretta 
amministrazione.  Così  è  avvenuto  che  qua,  dove  l'opera 
moderatrice  dell'autorità  governativa  avrebbe  dovaito,  per 
riuscir  benefica,  esser  piìi  presente  ed  etìicace,  se  ne  siano 
fatti  sentire  molto  i  pesi,  poco  o  punto  i  vantaggi  e  i 
provvedimenti.  Il  maggior  peso  era,  ed  è  ancora,  quello 
della  sovrimposta,  aggiunta  dalle  Provincie  e  dai  Comuni 
alle  tasse  imposte  loro  dal  Groverno,  divenuta  eccessiva 
anche  qua  da  noi,  perchè  l'erario  dello  Stato,  dopo  aver 
insipientemente  tolto  a  quello  delle  Provincie  e  dei  Comuni 
gran  parte  dei  loro  proventi,  lo  ha  poi  per  di  piìi  aggravato 
di  spese  obbligatorie.  Una  delle  maggiori  e  delle  pili  no- 
cive all'economia  dei  Comuni  amiatini  della  provincia  di 
Grosseto  è  stata  quella  della  costruzione  delle  strade,  im- 
posta nel  l<s6<s,  in  seguito  a  una  legge,  buona  in  se,  ma 
pessimamente  interpetrata  ed  eseguita  —  giova,  mi  pare, 
citar  qui  un  esempio  caratteristico  —  dalla  prefettura  di 
Grosseto,  che  "  non  ebbe  nell' applicarla  alcun  riguardo  ai 
mezzi  disponibili  dai  Comuni,  e  ne  impegnò  il  bilancio  in 
passività  rilevanti  „.  Lo  notava  con  queste  parole  nella  re- 
lazione di  una  sua  inchiesta  sui  fatti  di  Arcidosso  e  sulle 
condizioni  della  nostra  regione  l'avvocato  Evandro  Cara- 
vaggio, oggi  senatore,  allora,  nel  l-STS,  ispettore  centrale 
del  Ministero  dell'  Interno.  Ed  egli  metteva  giustamente  in 
rilievo  "  lo  squilibrio  finanziario  di  tutti  cotesti  Comuni  „, 
in  quattro  dei  quali  —  Castel  del  Piano,  (  'inigiano,  Roccal- 
begna  e  Santafiora  —  "  ramiiKmtare  della  sovrimposta  pro- 
vinciale   e    comunale  era  già    })iìi    del    (l<>pi)i(>   supcriore  al 


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M. 


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78  MONTE   àMIATX 


contributo    erariale,  mentre    era  più  di  tre  volte    superiore 
nel  comune  di  Arcidosso  „. 

Il  cav.  dottor  Emilio  Ginannesclii  di  Castel  del  Piano, 
persona  autorevole  e  pratica  delle  pubbliche  amministrazioni, 
richiesto  da  me  del  presente  stato  di  cotesta  parte  della 
Montagna,  mi  rispondeva  in  una  sua  lettera,  densa  di  fatti 
e  di  cose,  non  credere  che  la  vita  economica  delle  popola- 
zioni si  possa  dire  migli  orata  in  questi  anni  dal  1878  in  poi. 
—  "  Se  dovessimo  riferirci  —  soggiungeva  —  alla  elevatezza 
delle  imposte  pubbliche,  sarebbe  il  caso  di  concludere  ch'è 
peggiorata....  Dal  1878  ad  oggi  la  sovrimposta  comunale  e 
provinciale  sulla  fondiaria  è  andata  continuamente  aumen- 
tando ;  i  dazi  locali  già  esistenti  si  sono  esacerbati,  ed  altri 
se  ne  sono  aggiunti  „,  per  la  sempre  crescente  necessità  di 
nuovi  servizi  pubblici.  E  ciò  —  si  noti  —  mentre  coli' au- 
mentare delle  imposte  la  media  della  rendita  dei  contribuenti, 
dei  piccoli  proprietari  in  specie,  che  qua  sono  il  maggior 
numero,  non  cresceva,  anzi  in  proporzione  scemava  a  causa 
dei  pochi  progressi,  di  cui  sono  state  capaci  finora  le  in- 
dustrie agricole  in  una  regione  non  fertile,  a  tanta  distanza 
dai  centri  del  commercio  italiano.  Si  aggiungeva,  a  carico 
della  vita  e  del  benessere  dei  non  possidenti,  dei  braccianti, 
la  gravezza  di  alcune  nuove  tasse,  che  —  come  quella  di 
focatico  —  si  prestano  piìi  ad  essere  talvolta,  per  le  par- 
zialità malevole  delle  fazioni  locali,  ingiustamente  repartite. 
Si  aggiungeva  a  danno  di  tutti,  ma  piìi  delle  classi  povere, 
r  iniqua  esecuzione,  che  ha  avuto  anche  tra  noi  la  legge 
forestale,  giusta  in  se,  ma  assurdamente  concepita,  e  a  cui 
hanno  potuto  sfuggire  parecchi  tra  i  maggiori  proprietari; 
mentre  per  lo  più  ne  ha  sofferto  il  piccolo  contadino,  spesso 


Eccesso  (ielle  imjìoste  locali  79- 


colpito  dal  vincolo  in  quell'unico  campicello,  di  cni  viveva, 
e  che  i  suoi  avevano  coltivato  ai)  immemorahili.  Ne  soffrono 
intere  popolazioni,  che  in  alcune  parti  della  Montagna  usu- 
fruivano da  secoli  diritti  di  pascolo  e  di  legnatico,  e  ora  non 
hanno  più  ove  mandare  le  bestie,  ne  come  accendere  il  fuoco. 
Non  so  se  in  altre  regioni  d' Italia,  ma  certo  nella  nostra  uno 
dei  maggiori  fomiti  del  malcontento,  che  già  comincia  a  venir 
su  anche  dalle  classi  agrarie,  è  questa  legge.  Essa  si  risolve 
in  un'evidente  violazione  del  diritto  di  proprietà,  non  inden- 
nizzando —  come  pur  si  fa  altrove  —  chi  è  gravato  dal 
vincolo.  Inutilmente  vessatoria,  perchè  manca  il  personale 
necessario  a  farla  osservare,  provoca  più  di  qualunque  altro 
aggravio  F  irritazione  delle  classi  povere ,  toccandole  in 
quell'oggetto  di  consumo,  ch'erano  abituate  a  procurarsi  piìi 
facilmente  e  gratis.  Ed  esse  si  vendicano  incendiando  i 
boschi.  GÌ'  incendi ,  così  frequenti  in  questi  ultimi  anni 
nella  Maremma  e  in  Montagna,  e  di  cui  non  si  è  quasi 
mai  fin  qui  potuto  o  forse  voluto  scoprire  le  origini,  sono, 
per  la  più  parte  e  a  giudizio  di  tutti,  dolosi. 

La  Relazione  del  Caravaggio  intorno  ai  fatti  di  Arci- 
dosso  voleva  ravvisare  nella  cattiva  condizione  finanziaria 
dei  Comuni  di  cotesta  parte  della  Montagna  una  tra  le 
cause  del  moto  Lazzarettista.  Io  cerco  di  mostrare  nel  mio 
libro  come  quel  moto  sia  stato  essenzialmente  un  prodotto 
del  sentimento  religioso  e  delle  condizioni  di  mente  e  di 
coltura  dei  nostri  montagnoli  ;  come  qua  non  vi  fosse  allora 
—  e  non  si  può  dire  vi  sia  ne  anche  oggi  —  una  questione 
sociale  0  agraria.  Non  che  fra  i  motivi,  i  quali  diedero  presa, 
specie  in  ultimo,  alla  violenta  propaganda  di  David,  pre- 
dicante una  compiuta  riforma  sociale,  non  entrassero  anche 


80  MONTE   AMIATA 


le  condizioni  economiche,  certo  assai  misere,  massime  di 
quella  parte  molto  numerosa  dei  suoi,  che  viveva  nel  lati- 
fondo della  Contea  di  Santa  Fiora;  —  Comune  fin  d'allora 
dei  più  aggTavati  e  dei  meno  ricchi,  che  poco  dopo  andò 
incontro  a  un  vero  disastro  finanziario,  e  ove  sono  stati  mol- 
tissimi i  contribuenti  piìi  poveri  che  per  non  poter  pagare 
le  tasse  abbandonarono  al  fisco  il  poco  loro  avere.  Ma  la 
povertà  o  il  malcontento  suscitato  dalle  gravezze  non  fu, 
ripeto,  la  causa  originaria  e  determinante  di  quell'agitazione 
religiosa,  i  cui  promotori  erano  tutti  possidenti  e  contadini 
nel  proprio;  i  quali  —  lo  riconosce  anche  il  Caravaggio  — 
"  non  esitarono  a  spogliarsi  dei  loro  averi  per  un'  idea,  o, 
per  meglio  dire,  —  così  lo  scrittore  corregge  poi  il  suo 
primo  giudizio,  —  a  profitto  di  un  ciurmadore  „.  —  "  Le 
masse  erano  allora  —  dice  la  lettera  già  da  me  citata  — 
aliene  dall' occuparsi  delle  pubbliche  amministrazioni,  ne  sop- 
portavano pazientemente  gli  effetti,  anche  se  poco  buoni,  e 
senz'agitarsi  tolleravano  ogni  pubblico  aggravio  „. 

Non  cosi  oggi.  In  questi  ultimi  trent'anni,  in  cui  nelle 
classi  popolari  italiane  si  sono  venute  sempre  pili  destando, 
col  senso  dei  bisogni  economici,  la  coscienza  e  l'esigenza 
di  ciò  che  dalle  altre  classi  e  dallo  Stato  potrebbe  farsi  per 
loro,  le  aspirazioni  a  un  miglioramento  sociale,  giuste  in 
se,  e  acuite  dagli  agitatori  politici,  hanno  fatto  strada  anche 
qua.  Non  molta  però  ancora;  sebbene  il  moto,  sorto  ovun(|ue 
intorno  a  queste  popolazioni,  accenni  anche  fra  di  esse  a 
voler  prender  forma  di  i)artito  })olitico,  e  possa  trovare  ali- 
mento specie  nei  centri  del  lavoro  minerario,  tanto  cresciuto 
da  alcuni  anni,  e  che  ormai  occupa,  si  può  dire,  tutta  la 
popolazione  di  due  grossi  paesi  :  dell'Abbadia  San  Salvatore 


Poco  valgono  gli  aizzatori  del  j^opolo 


81 


e  di  Castellazzara.  Ma  quel  che,  per  ora  almeno,  tien  lon- 
tani i  pili  dei  nostri  montagnoli  da  agitazioni  inconsulte,  è 
oltre  il  fatto  innegabile  delle  migliorate  condizioni  della 
classe  operaia,  il  poco  credito,  di  cui  qua  godono  coloro  che 
vorrebbero  aizzarla.  Essi  non  sono,  come  i  trlhunl  plehis 
delle  nostre  città,  borghesi  politicanti,  avvocati  retori,  dive- 


Castel  del  Piano  (pag.  83). 


nuti  per  ambizione  aizzatori  di  popolo  e  predicatori  dello 
stolto  e  malvagio  domina  della  lotta  di  classe.  Essi,  i  nostri, 
sono,  i  pili,  qualcosa  di  peggio  :  piccoli  e  poveri  proprietari, 
che  non  avendo,  quasi  rendita  alcuna,  vivono  o,  meglio,  fanno 
le  viste  di  viver  di  rendita,  cercando  di  suscitar  disordine 
e  malcontento  contro  chi  ha  più  di  loro.  Oziosi  in  mezzo  a 
tutta  una  popolazione  che  lavora,  essi  esprimono  in  se  — 
per  un  curioso  contrasto  tra  le  loro  opinioni  e  la  loro  vita  — 

G,  Barzellotti.  11 


82  MONTK    AJIIATA 


il  vero  tipo  di  quel  ceto  sociale  dei  fammUom,  che,  dato 
un  giorno  prevalessero  le  dottrine  del  Socialismo,  dovrebbe 
essere  il  primo  a  scomparire.  ^' 

Se  gli  agitatori  hanno  poco  s('guito  fra  gli  operai,  non 
ne  hanno  poi  affatto  nella  popolazione  delle  campagne,  for- 
mata quasi  tutta  dai  coloni,  che  poco  o  nulla  risentono  dei 
pubblici  aggravi,  e  per  quanto  siano  per  indole  gente  sem- 
pre malcontenta  di  tutto,  non  si  sa  come  potrebbero  mai 
trovar  ragione  o  pretesto  a  voler  mutati  d'una  sillaba  i  patti 
del  contratto  di  mezzadria  in  uso  qua,  eh 'è  il  più  largo  e 
il  pili  favorevole  al  lavoratore  fra  quanti  ce  ne  possano, 
essere;  Tutto  da  noi  si  divide  a  metà  fra  il  padrone  e  il 
lavoratore.  Di  tasse  in  comune  n(ni  e'  è  che  quella  per  il 
bestiame  ;  il  contadino  è  gravato  solo  del  focatico,  e  non 
passa  quasi  anno  che  il  padrone  non  gli  dia  a  prestanza 
in  generi  e  in  danaro  quel  tanto  del  necessario  a  vivere, 
cui  non  è  bastata  la  sua  parte.  Il  debito  che  spesso  gli 
resta  all'uscire  dal  podere,  egli  non  lo  paga  quasi  mai.  Si 
può  dire  che  i  nostri  contadini  siano  gii  unici  mortali  che 
hanno  l'impunità  del  far  debiti  e  del  non  pagarli. 

Ben  altra  è  invece  la  condizione  del  campagnolo,  che 
dopo  il  lavoro  giornaliero  torna  la  sera  in  paese,  e  non  li  a 
di  suo  se  non  la  povera  casa  gravata  dell'intollerabile  im- 
\  posta  sui  fabbricati.  Questa,  che  in  Italia  si  riduce  a  una 
vera  e  propria  confìsca  di  quasi  tutta  la  rendita  degl'  im- 
mobili, è  tra  le  cause   principali   e   piìi  giuste  del   malcon- 


^' Alnnii  casi  rccciili  di  disnidiiii.  jndvocati  ai'tificialiiicntc  in  (jualclic  ])aese 
(Iella  Montagna  dalle  Leghe  dei  Lavoratori,  istituite  di  recente  anche  qua.  par- 
reli1)ero  indicare  uno  stato  di  cose  diverso  da  que.*!to  che  io  qui  descrivo.  ]\la  esso 
resta  sempre  vero  e  innegabile  per  quel  che  riiruarda  le  condizioni  sociali  e  lo 
spirito  della  gran  massa  di  queste  popolazioni. 


Regione  ignorata  e  j^oco  curata  83 

tento  crescente  anche  da  noi  ;  e  poiché  rende  difficile,  in 
tanto  e  continuo  aumento  deUa  popolazione,  l'estendersi  delle 
abitazioni  a  ì)uon  mercato,  contribuisce  ad  aumentare  il  di- 
sagio delle  classi  povere.  Il  peggioramento  delle  condizioni 
economiche  dei  piccoli  proprietari  si  vede  al  diradarsi  che 
fanno,  da  pochi  anni  in  qua,  sotto  la  scure  del  taglialegna, 
i  bei  castagni  un  tempo  così  iitti  e  giganteschi  nella  nostra 
montagna. 

E  con  tutto  ciò,  negli  ultimi  trenta  o  quarant'anni,  questi 
paesi,  specie  i  pili  industriosi,  come  Arcidosso  e  Castel  del 
Piano,  hanno  fatto  progressi  notevoli  nel  loro  aspetto  este- 
riore e  nella  igiene  privata  e  pubblica.  L'iniziativa  di  alcuni 
cittadini  vi  ha  promosso  imprese  utili  e  benefiche;  basti 
citare  un  solo  esempio  :  quella  del  pastificio,  istituito  a 
Castel  del  Piano  dall'ingegnere  Eugenio  Monaci.  Egli  è  stato 
uno  dei  primi  a  servirsi  della  ricca  forza  motrice,  che  pos- 
sono dare  alle  industrie  le  nostre  copiose  sorgenti,  le  quali 
ora  forniscono  l'illuminazione  elettrica  a  tutti  questi  paesi. 
Né  sono  mancate  le  fondazioni  di  beneficenza.  Tra  le  mag- 
giori —  la  prima  del  genere,  sorta  qua  —  è  l'asilo  infan- 
tile istituito  in  Piancastagnaio  dalla  mia  famiglia,  e  a  cui 
mio  padre  fabbricò  un  ampio  locale  luminoso,  ove  imparano 
a  leggere  e  a  scrivere  e  stanno  una  gran  parte  del  giorno 
pili  di  settanta  bambini. 

Chi  guardi  al  poco  o  niim  conto,  in  cui  il  Groverno 
nazionale  ha  sempre  tenuto  fin  qui  i  bisogni  delle  nostre 
laboriose  popolazioni,  dovrà  riconoscere  che  questa  può  dirsi 
ancora  una  regione  ignorata.  Io  mostro  in  questo  libro  come 
l'esito  sanguinoso  dei  fatti  di  Arcidosso  fosse  dovuto  per 
gran  parte  all'  ignoranza,  in  cui  erano  le  autorità  politiche 


84  :moxte  A:\riATA 


intorno  alle  vere  condizioni  intellettuali  e  morali  di  questa 
gente.  In  piena  civiltà  moderna,  lo  Stato  italiano  trattò  il 
fenomeno  religioso  del  Lazzarettismo  nel  modo  stesso  in 
cui  si  sarebbe  trattato  in  pieno  ^ tedio  Evo,  cioè  col  ferro 
e  col  fuoco. 

E  neppure  oggi,  dopo  trent'anni  da  quei  fatti,  le  no- 
stre classi  dirigenti  e  i  nostri  uomini  politici  hanno,  io 
credo,  il  piti  remoto  sospetto  che  anche  in  Toscana  possa 
esservi  una  regione  altrettanto  dimenticata  e  meritevole  di 
\  attenzione  e  di  provvedimenti  amministrativi  da  parte  del 
f  Groverno  quanto  le  pili  dimenticate  dell'  Italia  meridionale. 
Io  non  ho  memoria  che  mai  uno  solo  tra  i  tanti  prefetti, 
succedutisi  a  capo  delle  provincie  di  Grosseto  e  di  Siena, 
abbia  visitato  un'unica  volta  questi  luoghi  a  fine  di  ben 
conoscerne  la  ricchezza  naturale  e  i  bisogni  sociali  e  mo- 
rali. Ed  è  stato,  del  resto,  iìn  da  principio  un  grave  errore 
l'aver  diviso  fra  coteste  due  provincie  una  regione,  di  cui 
tutte  le  parti  hanno  tra  loro  tanta  conformità  di  carattere 
e  d'interessi,  e  di  non  averla  mantenuta  tutta  in  un  corpo 
solo,  com'era  nell'antico  Stato  senese;  — •  errore  ammini- 
strativo, del  quale  è  stato  conseguenza  l'altro,  che  ne  ha 
smembrata  la  rappresentanza  politica  in  due  collegi,  in  cia- 
scuno dei  quali  i  Comuni  amiatini  sono  stati  sempre  troppo 
poca  cosa  per  farsi  politicamente  valere.  E  sono  stati  troppo 
poca  cosa  —  diciamolo  una  buona  volta  —  anclie  in  parte 
[)er  colpa  loro  ;  perchè  non  hanno  mai  o  quasi  mai  dato  i 
loro  suffragi  ad  uomini  ])en  consapevoli  e  studiosi  a  fond<» 
dei  bisogni  e  degl'interessi  della  regione,  ad  uomini  abba- 
stanza autorevoli  da  patrocinarli  con  successo  in  l'arlamcnto 
e  nei  consigli  del  Re. 


Che  cosa  aspetta  e  promette  VAmiata  85 

Ora  i  Comuni  dell' Amiata  aspettano  che  per  opera  di 
savi  provvedimenti  amministrativi  sia  secondata  anche  qua 
r  iniziativa  dei  privati  e  Fattività  laboriosa  di  queste  popo- 
lazioni; che  coir  avvicinarsi  delle  vie  ferrate  cessi  il  nostro 
quasi  isolamento  dai  centri  del  commercio  e  dell'industria 
italiana,  e  l'agricoltura,  rimasta  da  noi  ancora  generalmente 
estensiva,  ne  riceva  impulsi  ad  accrescere  e  ad  intensifi- 
care i  suoi  prodotti.  Ciò  che  negli  ultimi  anni  si  è  fatto, 
specialmente  dalla  Provincia  di  Siena,  per  agevolarci  gli 
accessi  alle  lontane  stazioni  ferroviarie,  è  già  qualcosa,  ma 
lascia  ancora  molto  a  fare.  E  sopra  tutto  si  aspetta  qua 
che  l'opera  provvida  del  Groverno  dia  mano  a  più  istruire, 
a  meglio  educare,  a  sollevare  le  condizioni  intellettuali  e 
morali  della  vita  delle  classi  inferiori  tuttora  molto  basse; 
che  lo  Stato  o  avocando  a  se  le  scuole  o  accrescendo  ai 
Comuni,  col  non  gravarli  troppo,  i  mezzi  di  estenderle,  di 
migliorarle,  di  mettere  in  atto  la  legge  dell'insegnamento 
obbligatorio,  oggi  lettera  morta,  contribuisca  efficacemente 
a  sanare  anche  qua  la  piaga  dell'analfabetismo  appena  di- 
minuito negli  ultimi  venti  anni. 

In  nessun' altra  parte  della  penisola,  ove  pure  il  popolo 
è  tutto  per  indole  così  disposto  a  lasciarsi  disciplinare,  il 
seme  di  un'istruzione,  data  bene  e  veramente  moralizza- 
trice, troverebbe  anime  e  menti  più  aperte  di  queste  a  ri- 
ceverlo :  anime  senesi  passionatamente  sensitive,  ribelli  d'i- 
stinto ad  ogni  violenza,  ma  pronte  ad  ammirare  e  a  voler 
bene,  se  sapute  prendere  con  affetto  ;  menti  senesi,  mobil- 
mente immaginose,  facili  così  ad  esser  dominate  dal  mara- 
viglioso  e  dal  sublime  delle  grandi  idealità  religiose,  come 
a  cogliere  nella  vita  il  lato  comico  delle  cose  e  delle  per- 


86  MONTE   AMIATA 


sone,  e  per  ciò  indocili  ad  ogni  autorità,  che  non  si  faccia 
loro  sentire  e  riconoscere  intellettualmente  superiore.  Da 
nature  come  queste,  di  buona  lega  toscana,  per  quanto  ir- 
ruvidite dall'ignoranza  e  dal  secolare  isolamento  montagnolo, 
un'istruzione,  quale  io  la  vorrei,  moralmente  e  civilmente 
educatrice,  può  formare  un  popolo  di  lavoratori,  di  operai, 
di  cittadini  tra  i  migliori  d' Italia  ;  non  irreligioso,  ma  mondo 
da  ogni  scoria  di  credulità  superstiziosa,  svezzato  dal  triste 
vizio  dell'ubriachezza,  e  non  servo  al  lavoro  manuale  della 
gleba  e  delle  miniere  ;  ma  capace,  nelle  sane  abitudini  della 
vita  frugale,  di  sollevare  la  mente  alle  pure  altezze  del- 
l'arte, che  finora  gli  furon  contese,  e  a  cui  lo  invita  lo 
spettacolo  luminoso  di  questa  grande  natura  alpestre,  che 
lo  circonda. 


Piancastognaio,  l'agosto  del  1908. 


DAVID   LAZZARETTI,   di  Arcidosso, 
detto  IL  SANTO. 


Monte  Labbro  (pag.  90). 


Piancastagnaio  (Monte  Amiata), 
20  settembre  1878. 


La  quiete  di  questo  angolo  della  Toscana,  abitato  da 
una  popolazione  quasi  tutta  agricola,  a  cui  giunge  appena 
l'eco  di  ciò  die  avviene  fuori  di  qui,  fu  turbata  da  un 
fatto,  che,  se  non  è  nuovo  in  Italia,  era  senza  esempio  in 
questa  parte  della  penisola:  dal  tentativo  di  rinnovazione 
religiosa  e  sociale,  represso,  ora  è  un  mese,  in  Arcidosso, 
e  che  costò  la  vita  all'uomo  che  se  n'era  fatto  capo,  a  Da- 
vid Lazzaretti.  Il  suo  nome,  ignoto,  si  può  dire,  fino  a  ieri 
in  ogni  altra  parte  d'Italia,  fuorché  in  queste  montagne  e 
nella  Sabina  e  nella  Maremma  toscana,  ove  da  un  pezzo 
egli  aveva  fama  di  santo,  è  ora  notissimo,  ed  ha  eccitato  le 
polemiche  appassionate  dei  giornali,  che  discutevano  quale 
sia  stata  nei  fatti  d' Arcidosso  e  nelle  circostanze  che  li  ac- 

G.  Baezellotti.  12 


90  DAVID    LAZZARETTI 


compag'narono  e  li  precederono,  la  condotta  del  Governo. 
Senza  voler  punto  entrare  qui  in  tale  questione,  clie  può 
essere  risoluta  solo  con  tutti  i  dati  del  processo,  oggi  pen- 
dente a  Grrosseto,  io  osservo  intanto  come  ciò  die  piìi  forse 
contribuì  a  provocarla  fosse  l'esser  riuscito  affatto  nuovo  e 
impensato  fuori  di  qui,  quasi  rivelazione  d' impreveduto  pe- 
ricolo, il  fatto  della  morte  del  Lazzaretti  e  dell' agitazione 
religiosa  promossa  da  lui  ;  tanto  che  molti  domandarono  se 
e  fino  a  qual  punto  il  Governo  ne  era  informato,  e  perchè, 
conoscendola,  l'avesse  lasciata  covare  e  crescere  sino  a  ren- 
der necessario  per  reprimerla  l'uso  delle  armi. 

Ora,  lasciando  stare  che  il  Lazzaretti  aveva  subito  vari 
processi,  dai  quali  era  andato  libero  per  mancanza  di  prove, 
è  poi  un  fatto  che  il  prestigio  esercitato  da  lui  su  questi 
montanari,  fu  sino  a  pochi  mesi  fa  quello  di  un  preteso 
riformatore  religioso,  di  un  sedicente  profeta.  Ciò  che  fin 
da  principio  v'era  nelle  sue  prediche  e  nei  suoi  scritti  di 
pili  conforme  alle  mire  del  partito  clericale,  ciò  che  poi  vi 
apparve  di  piìi  concorde  con  le  idee  dei  Socialisti  e  dei 
Comunisti,  non  era  stato  mai,  ad  arte  o  no,  espresso  da 
lui  così  esplicitamente,  prima  di  pochi  mesi  fa,  ne  aveva 
mai  prodotto  negli  animi  rozzi  di  questi  contadini  effetti  e 
moti  da  turbare  la  quiete  pubblica.  Fino  al  suo  ultimo  ri- 
torno dalla  Francia,  ov'egli  da  vari  anni  soleva  recarsi  ogni 
tanto  ad  attingere  ispirazioni,  la  sua  condotta  non  era  stata 
mai  tale  da  farlo  apparire  un  agitatore  nel  senso  politico 
di  questa  parola.  Egli  si  diceva,  è  vero,  in  intimo  com- 
mercio con  Dio,  e  abitava  sulla  vetta  nuda  e  solitaria  di 
Monte  Labln'o  vicino  ad  Arcidosso,  sua  i)atria,  in  una  torre 
e  in  un  eremo,  che    gli    avevano  fabbricato  i  suoi  seguaci 


^apostolato  di  David  91 


lassù,  (li  (love  si  domina  gTan  tratto  del  Monte  Amiata  e 
della  Maremma  toscana.  Il  luogo  ove  sorgeva  la  torre  e 
con  essa  una  chiesetta,  in  cui  il  Santo  predicava  e  ufììzia- 
vano,  come  suoi  ministri,  due  preti  (non  storniti,  mi  si  dice, 
di  una  certa  coltura)  apparteneva  al  compare  del  Lazzaretti, 
a  un  Vichi,  contadino  nel  proprio.  Costui  ed  altri  credenti 
dei  pili  fedeli,  avean  messo  in  comune  ciò  che  possedevano, 
dandolo  ad  amministrare  a  David,  che  pensava  a  far  loro 
le  spese.  Poiché  è  notevole  che  una  gran  parte  dei  suoi 
seguaci  erano,  anziché  proletari  e  semplici  operanti,  piccoli 
proprietari,  contadini  assai  agiati  e  possidenti  essi  pure. 
In  questa  anticipata  applicazione  che  il  Santo  fece  fin  da 
principio  delle  teorie  comunistiche  da  lui  predicate  piti  tardi, 
si  vollero  cercare  motivi  bastanti  a  farlo  condannare  per 
truffa.  Ma  coloro  che  s'erano  cavati  di  tasca  i  capitali  della 
società  da  lui  amministrata,  protestarono  d'averlo  fatto  di 
loro  piena  e  spontanea  volontà.  Volenti  non  fit  injuria. 

Del  resto,  la  propaganda  aperta  dei  principi  del  Comu- 
nismo ;  le  promesse  di  un  prossimo  rivolgimento  sociale,  a 
cui  doveva  forse  seguire  una  generale  divisione  dei  beni  ;  il 
grido  di  Viva  la  repahòlica  regno  di  Dio,  sollevato  innanzi 
alla  folla,  e  scritto  a  grandi  lettere  nella  bandiera  issata 
sulla  torre  di  Monte  Labbro  ;  —  a  tutto  ciò  il  Lazzaretti 
era  venuto  solo  poco  tempo  innanzi  la  sua  morte,  quando 
eccitato  dal  prestigio,  che  gli  dava  la  sua  parola  su  qualche 
migliaio  di  campagnoli,  avea  concepito  chi  sa  quali  speranze 
nell'avvenire  della  sua  setta.  E  anche  in  materia  di  fede  egli 
era  rimasto  a  lungo,  quanto  alla  sostanza  almeno,  nei  ter- 
mini dell'ortodossia.  Gli  scritti,  pubblicati  sotto  il  suo  nome 
in  Arcidosso,  l'ultimo  dei  quali  col  titolo  :  La  mia  lotta  con 


92  DAVID    LAZZAEETTI 


Dio,  e  del  1877,  protestano  della  sua  devozione  al  Cattoli- 
cismo  e  al  Pontefice.  La  chiesa  di  Monte  Labbro  era  stata  so- 
lennemente consacrata  dal  vescovo  di  Montalcino  ;  e  col  suo 
consenso  e  con  quello  del  clero  d'Arcidosso  aveva  il  Lazza- 
retti predicato  piii  volte,  vari  anni  or  sono,  chiedendo  le  of- 
ferte e  l'opera  manuale  dei  suoi  seguaci  per  la  fabbrica  di  una 
nuova  chiesa  da  erigersi  a  pochi  passi  dal  paese  per  la  via 
che  mena  a  Santa  Fiora,  proprio  in  quel  punto  dove  egli  cadde, 
circa  un  mese  fa,  colpito  da  una  scarica  dei  carabinieri. 

Mi  premeva  metter  bene  in  rilievo  fin  da  principio  que- 
ste circostanze,  che  accennano  l'origine  e,  a  parer  mio,  la 
sostanza  dei  fatti  d'Arcidosso,  e  il  punto  di  prospettiva,  da 
cui  bisogna  osservarli.  Poiché  essi  apparvero,  io  credo,  assai 
maggiori  del  vero  a  quanti,  in  altre  parti  d' Italia  e  fuori, 
li  guardavano  coli'  interesse  solito  a  destarsi  oggi  innanzi 
ad  ogni  nuovo  fenomeno  della  coscienza  popolare.  E  certo 
la  figura  del  profeta  dovè,  per  un'illusione  ben  naturale  in 
questo  caso,  guadagnare,  anzi  che  perdere  colla  distanza, 
agli  occhi  di  chi  lo  vedeva  in  fantasia,  parato  della  sua 
divisa  rosso-turchina,  su  cui  spiccava  il  nero  cupo  della  gran 
barba  e  dei  lunghi  capelli,  scendere  da  Monte  Labbro  a  passo 
lento,  salmodiando  a  capo  di  piìi  che  duemila  contadini,  e, 
se  la  morte  non  l'avesse  fermato,  invadere  i  paesi  del  Monte 
Amiata,  e  dilagare  co'  suoi  giìi  al  piano  per  tutta  la  pro- 
vincia senese  e  grossetana,  pronto  forse  a  ripetervi  l'esempio 
di  Giovanni  di  Miinster.  Ma  chi  abbia  guardato  un  jx)'  d.i 
vicino  e  da  lungo  tempo  il  fondo  del  quadro,  su  cui  codesta 
figura  campeggia,  potrà  ridurla  alle  giuste  proporzioni,  non 
dirò  ne  anche  della  storia,  ma  della  cronaca  locale  ;  potrìi 
capir  subito  come  soli  otto  cara1)inieri  sian  bastati  ad  arre- 


Jl  Monte  Amiata  e  gli  abitanti  93 

stare  quella  piena  popolare,  senza  che,  morto  il  profeta,  sia 
rimasta  larga  traccia  del  movimento  tentato  da  lui.  E  ciò, 
perchè  cotesto  movimento,  nato  in  una  parte  del  contadi- 
name del  3Ionte  Amiata  e  delle  Maremme  toscane,  non  s'era 
mai  allargato  al  grosso  della  popolazione,  per  quanto  a  se- 
condarlo possano  aver  concorso,  specie  sull'ultimo,  le  isti- 
gazioni di  chi  forse  voleva  profittarne  per  fini  meramente 
politici,  e  le  condizioni  economiche  assai  aggravate,  da  qual- 
che anno  a  questa  parte,  per  la  scarsità  delle  raccolte  e 
l'aumento  dei  balzelli.  Ma,  tenuto  pur  conto,  quanto  si  vo- 
glia, di  queste  ultime  circostanze  e  della  possibile,  ma  non 
provata  complicità  del  Lazzaretti  colle  mire  di  qualche  par- 
tito sovversivo,  riman  sempre  certo  che  quelle  cause,  che 
operano  altrove  ovunque  esiste  una  vera  e  propria  questione 
sociale  0  una  questione  agraria,  non  ebbero  una  parte  per 
lo  meno  sostanziale  e  determinante  nei  fatti  di  Arcidosso. 

Nelle  grosse  borgate,  che  poste  a  pendìo  sui  fianchi 
dell' Amiata,  gli  fan  quasi  corona,  mezzo  nascoste  tra  selve 
di  castagni  secolari,  e  hanno,  sul  loro  capo,  imminente  la 
grande  e  bella  montagna  fitta  di  faggi  fino  alla  cima,  e 
sotto  ai  loro  piedi  larghi  campi  di  grano,  pasture  e  vigne, 
abita  una  popolazione,  che,  se  non  è  delle  più  ricche,  non 
è  certo  delle  pili  povere  della  Toscana;  campagnuoli  i  piìi, 
che  passano  la  giornata  a  opera  fuori  del  paese  e  vi  rien- 
trano a  notte;  ne  sono  pochi  quelli  che  lavorano  nel  pro- 
prio e  ne  cavan  da  vivere  ;  che  qua  il  possesso  è  tuttora, 
salvo  in  uno  o  in  due  di  questi  paesi,  assai  più  ripartito 
che  in  molte  altre  provincie  d' Italia.  Non  cosi  numerosi 
quindi  gli  assolutamente  miserabili,  che,  salvo  nelle  annate 
scarsissime,  non  riescano  per  la  più  parte,  lavorando  a  gior- 


94  DAVID   LAZZARETTI 


nata,  o  spelluzzicando  di  quel  degli  altri  nella  castagnatura, 
a  metter  da  parte  la  polenda  o  il  pan  nero  per  l' inverno. 
Una  vita  non  bella  davvero ,  e  ce  lo  dice  lo  squallore 
di  molti  tuguri  in  questi  villaggi  ;  ma  ne  anche  disperata 
d'ogni  risorsa.  Il  contratto  agricolo,  universalmente  in  uso 
qua,  è  la  mezzeria  ;  che,  sebbene  siamo  a  due  passi,  si  può 
dire,  dall'antico  confine  pontificio,  e  nella  parlata,  nell'a- 
spetto e  nel  sentire  di  questa  gente  cominci  già  a  balenare 
un  po'  del  romano,  essa  è  tuttora  toscana  nelle  consuetudini 
e  nella  vita  e  nelle  tradizioni,  che  da  secoli  si  congiungono 
con  quelle  della  repubblica  di  Siena  e  dei  reggimenti  me- 
diceo e  lorenese.  Lo  stato  della  popolazione  agricola,  in  con- 
fronto a  quello  dei  contadini  di  altre  parti  d' Italia  e  della 
stessa  Toscana,  non  e  tra  i  peggiori,  specie  poi  se  teniamo 
conto  di  non  poche  consuetudini,  invalse  ormai  per  lungo 
uso,  e  che  volgono  tutto  il  sistema  delle  relazioni  interce- 
denti tra  il  proprietario  e  il  contadino  in  gran  parte  a  van- 
taggio di  quest'ultimo.  Al  quale  un  lavoro  assai  meno  gra- 
voso di  quello  degli  opranti,  costretti  a  viver  nei  villaggi, 
assicura  il  vitto,  che  è  dei  piìi  sani  :  pane,  polenda  di  ca- 
stagne e  di  granturco,  patate,  fagioli,  ecc.  Questo  stato  di 
cose  e  l'indole  assai  mite  della  popolazione  rende  sicuris- 
sima la  campagna,  che,  sebbene  prossima  al  romano,  e,  sino 
a  pochi  anni  fa,  confine  tra  questo  e  la  Toscana,  è  stata 
ben  rare  volte  e  per  breve  tempo  corsa  da  malviventi,  mai 
da  bande  di  briganti  o  da  ricattatori. 

Ma  se  la  condizione  materiale  ed  economica  di  questi 
paesi  non  e  delle  peggiori,  la  condizione  intellettuale  è  tra 
le  pili  basse,  almeno  in  confronto  al  rimanente  della  Toscana. 
Non  che  l'attitudine  ad  apprendere  e  le  facoltà  naturali  siano 


Condizioni  intellettuali:  il  clero  95 

scarse  ;  v'è  anzi  nel  popolo  svegiiatezza  d'ingegno,  memoria 
pronta,  buon  senso  ;  e  alla  povertà  della  fantasia  popolare, 
attestata  dal  difetto  qnasi  assoluto  di  tradizioni,  di  leggende 
locali  (difetto  notevole  davvero  in  luoghi,  ove  la  natura  è 
cosi  grandiosa  e  ispiratrice),  è  compenso  in  parte  lo  schietto 
sentimento  del  bello  die  dà  al  parlare  di  questa  gente  molta 
eleganza  ed  eihcacia.  Ma  l'istruzione  è  tuttavia  così  bassa 
che  gli  analfabeti  salgono  a  piìi  che  due  terzi  della  po- 
polazione. L' isolamento,  in  cui  essa  ha  vissuto  a  lungo 
per  esser  questi  luoghi  fuori  di  mano,  e  non  attraversati 
da  alcuna  delle  grandi  linee  di  comunicazione  e  di  com- 
mercio che  ha  l'Italia,  è  stato  causa  che  qua  unico  maestro 
e  educatore  per  secoli  fosse  il  clero,  di  poco  superiore  per 
cultura  e  per  costumi  al  volgo,  da  cui  in  gran  parte  usciva. 
Poiché  il  sacerdozio  era,  ed  è  ancora,  ne  solo  in  questa 
parte  d'Italia,  in  una  gran  parte  di  coloro  che  lo  profes- 
sano, un  mezzo  per  vivere,  non  una  vocazione.  Quali  siano 
stati  gli  effetti  dell'influenza  del  clero  su  questi  montanari, 
lo  dice  abbastanza  la  fede  cieca,  che  una  gran  parte  di  essi, 
specie  nelle  campagne,  prestava  alle  profezie  di  David,  alla 
cui  prossima  resurrezione  alcuni  credono  tuttora.  Nei  paesi 
pili  grossi,  ove  da  vari  anni  per  opera  dell'  insegnamento 
laico,  per  le  comunicazioni  e  i  commerci  resi  piii  frequenti 
all'approssimarsi  della  via  ferrata,  l'istruzione  crebbe,  il  nu- 
mero dei  seguaci  del  Lazzaretti  era  assai  minore;  il  che 
però  non  vuol  dire  che  fosse  del  pari  molto  minore  il  suo 
prestigio,  sebbene  spesso  non  voluto  ne  potuto  confessare  da 
quelli  stessi,  ed  erano  forse  i  più,  che  lo  subivano  a  loro 
insaputa,  perchè  già  disposti  a  credere  ciecamente  dall'in- 
fluenza dell'insegnamento  religioso.  Sino  tra  le  persone  piti 


96  DAVID    LAZZARETTI 


civili  e  colte  d'Arcidosso  e  dei  paesi  vicini  e  in  quel  clero 
v'era  chi  voleva  vedere  in  David  un  mandato  da  Dio,  un 
ras  electionis.  "  Per  qualche  tempo  io  l'ho  creduto  insignito 
veramente  di  una  grazia  speciale  „  ;  ^ —  mi  disse  giorni  sono 
un  sacerdote,  che  ha  conosciuto  di  persona  il  Lazzaretti  ;  — 
però  soggiungeva  averlo  più  tardi  convinto  di  menzogna  e 
d'eresia.  Clli  domandai  come  poteva  essere  che  uomini  rozzi, 
contadini  e  contadine  credenti  fino  allo  scrupolo,  prestassero 
fede  al  Lazzaretti  anche  quando  egli,  in  ultimo,  avea  preso 
a  mutare  la  sostanza  e  la  forma  del  credo  cattolico,  e  Roma 
lo  aveva  scomunicato.  "  Illusione  diabolica,  illusione  diabo- 
lica! „   —  mi  rispose  il  prete  con  voce  solenne.  — 

Bastino  questi  cenni  a  dare  un'idea  dello  stato  intellet- 
tuale della  gran  massa  della  popolazione,  da  cui  uscivano  i 
discepoli  del  profeta.  Ciò  che  sino  dal  1808  diede  origine  alla 
sua  fama  e  al  suo  prestigio  fu  l'essersi  sparsa  la  voce  che 
egli  si  era  convertito  a  un  tratto  da  bestemmiatore  e  da 
uomo  di  vita  assai  libera  in  un  umile  penitente,  che  racco- 
mandava a  tutti,  e  specie  ai  suoi  antichi  compagni  e  amici, 
la  necessità  della  fede,  della  preghiera  e  della  costumatezza. 
Barrocciaio  in  gioventìi,  il  suo  mestiere  gli  era  stato  occa- 
sione a  percorrere  tutti  i  paesi  del  Monte  Amiata  e  la  Ma- 
remma, e  a  larvisi  conoscere  e  risi)ettare  per  la  forza  er- 
culea, la  singolare  abilità  nel  maneggiare  il  bastone,  l'aspetto 
grave  e  non  senza  impronta  d'intelligenza,  e  la  parola  fa- 
cile, efiìcace.  Sparsasi  la  fama  della  sua  conversione  tra 
([uesta  gente,  che  se  lo  vide  comparire  innanzi  do})o  una 
lunga  assenza,  tutt'altro  da  quel  di  ])rima,  col  viso  solenne 
e  ispirato  e  in  fronte  uno  stigma  con  una  croce  in  mezzo 
a  due  e  (0  +  C),  ch'egli    diceva   avuto  da  San  Pietro   ad 


I  lìvincivì  dell' cqìostolato  di  David  97 

attestare  la  sua  missione,  moltissimi  ovunque  andasse  cor- 
revano ad  accoglierlo  e  a  parlargli,  non  esclusi  i  preti. 
Insieme  coli' arciprete  d'Arcidosso  egli  visitò,  vari  anni  sono, 
quasi  tutti  i  paesi  del  Monte  Amiata,  e  si  trattenne  un 
giorno  anche  qui  a  Piancastagnaio,  annunziando  maturi  i 
tempi  designati  da  Dio  alla  rinnovazione  morale  e  civile 
dei  popoli,  ch'egli  dovea  preparare  col  suo  insegnamento. 
Aggiungeva  essere  stato,  fin  dal  1848,  chiamato  a  questa 
sacra  impresa,  e  che  vivendo  egli  solitario  e  penitente  in 
una  grotta  della  Sabina,  gli  apparve  un  guerriero  e  gli 
disse  :  essere  un  suo  antenato,  un  Lazzaro  Pallavicino,  morto 
penitente  e  seppellito  in  quel  luogo,  dopo  aver  combattuto 
a  lungo  per  la  Chiesa  e  pel  Papa  contro  un  Re  di  Francia, 
che,  fattolo  prigioniero,  gli  era  stato  liberale  della  vita  per 
averlo  scoperto  suo  figlio  naturale.  David  sosteneva  che, 
avendo  fatto  scavare  in  quella  grotta,  vi  aveva  trovato  uno 
scheletro  e  avanzi  d'armi  corrose  dal  tempo. 

Fino  dal  suo  primo  apparire  innanzi  alle  turbe  non  man- 
cava dunque  al  profeta  quell'aureola  un  po'  massiccia,  che 
cinge  il  capo  alle  statue  de'  Santi  recate  così  spesso  in  pro- 
cessione per  le  campagne  italiane.  E  come  non  credergli 
quando  egli  era  segnato  in  fronte  da  Dio,  e  discendeva  da 
un  figlio  di  re  e  di  un  re  di  Francia,  da  un  campione  della 
Santa  Sede?  Questo  e  altri  racconti  di  apparizioni,  di  pro- 
digi, di  rapimenti  estatici  David  andava  ripetendo  qua  e  là 
pei  paesi  del  Monte  Amiata,  e  li  accennava  lasciandoli  in  una 
mezza  luce  fantastica,  nei  discorsi  tenuti  da  lui  ogni  dome- 
nica a  Monte  Labbro  tra  il  1869  e  il  1870,  in  quell'immi- 
nenza della  guerra  franco-prussiana,  quando  le  speranze  e 
i  timori  del  partito  clericale  si  ridestavano  in  tutta  Europa. 

G.  Barzellotti.  13 


98  DAVID    LAZZARETTI 


Metto  qui  apposta  questa  data  come  commento  storico  alle 
vaghe  predizioni  di  terribili,  imminenti  castighi  divini,  ripe- 
tute più  volte  in  codeste  prediche,  che  si  possono  leggere 
pubblicate  nel  1870  in  Arcidosso  col  titolo:  Rescritti  pro- 
fetici. Sono  cento  trenta  pagine  circa  di  rozza  stampa,  che 
contengono  inoltre  preghiere  e  profezie  in  prosa  e  in  verso, 
e  il  Regolamento  di  una  Società  della  santa  lega  o  fratel- 
lanza cristiana,  istituita  da  David  ;  né  vi  manca  in  fondo 
VEnimma  ^'■referente  all' Autore  dei  presenti  scritti.,.  Il  libro 
dei  Rescritti  profetici  ha  poco  di  notevole  e  che  lo  distingua 
dagli  altri  dello  stesso  genere,  letti  dal  volgo  italiano,  fuor- 
ché là  dove  il  Lazzaretti  è  tratto  a  parlare  di  se,  sia  per 
difendersi  dall'accusa  d' impostura  e  di  mala  fede,  sia  per 
rintuzzare  la  punta  del  ridicolo  con  cui  erano  assalite  le 
sue  profezie.  Allora  l'amor  proprio  del  profeta,  toccato  nel 
vivo,  dà  alla  sua  parola  una  sincerità  che  non  è  senza  eth- 
cacia.  Ed  è  curioso  di  vedere  come  di  sotto  al  velo  della 
riserva  e  dell'unzione,  impostagli  dal  suo  nuov*»  carattere 
sacro,  trasparisca  ogni  tanto,  nell'energia  mal  repressa  di 
qualche  espressione,  l'uomo  antico,  il  barrocciaio  montagnolo. 
Un'altra  cosa  che  già  si  accenna  in  questi  scritti  di 
David,  e  apparisce  poi  via  via  sempre  piìi  fra  i  tratti  di- 
stintivi della  sua  natura,  è  l'attitudine  umile  e  guardinga 
a  un  tempo,  ch'egli  prende  in  faccia  al  partito  del  cui  ap- 
poggio si  vale,  pronto  però  a  staccarsene  appena  creda  averne 
trovato  uno  piìi  saldo.  Fino  a  pochi  mesi  fa  (poiché  nel 
marzo  scorso  si  ritrattò  innanzi  al  Vescovo  di  ]\[ontalcino 
delle  idee  ereticali  in  cui  confessava  di  essere  caduto  i  egli 
si  è  dichiarato  sottomesso  in  tutto  ai  suoi  superiori  spiri- 
tuali, ai  preti,  dei  quali  però,  parlando  coi  suoi  seguaci  e 


La  sua  esaltazions  non  esclude  l'accortezza  99 

in  pubblico,  piìi  volte  aveva  scoperto  le  mag-ag-ne.  Poiché 
in  lui  c'era  bensì  l'uomo  ingenuamente  impulsivo  e  rozzo, 
esaltato  dal  fanatismo  religioso,  ma  non  tanto  ingenuo  ed 
esaltato  dal  non  saper  tastare  il  terreno  su  cui  si  avven- 
turava e  guardarsi  intorno  per  spiare  da  chi  gli  tornasse 
pili  conto  d'essere  seguito  ;  l'uomo  non  tanto  perduto  nei 
suoi  sogni  da  non  accorgersi  con  fino  istinto  pratico  come 
e  quando  essi  potevano  servirgli  a  fini  personali  e  in  specie 
a  soddisfare  la  sua  passione  dominante,  che  non  era,  io 
credo,  l'amor  del  denaro,  ma  quello  della  fama  e  del  favore 
popolare.  Nato  e  cresciuto  in  queste  montagne,  egli  era  una 
di  quelle  nature  fatte  per  agire  potentemente  sulla  immagi- 
nazione e  sullo  spirito  popolare,  appunto  perchè  ne  ritrag- 
gono in  se  quasi  il  tipo  e  ne  sono  l'espressione  schietta  e 
vivissima.  Il  fondo  del  suo  carattere  era  quel  misto  d'igno- 
ranza e  di  finezza  naturale,  di  credulità  superstiziosa,  d'esal- 
tazione e  di  accorgimento  pratico,  che  non  è  raro  trovare 
accoppiati  negli  uomini  del  nostro  volgo  anche  delle  cam- 
pagne, specie  in  Toscana. 

E  da  sperare  che  il  processo,  ora  istituito,  metta  in  chiaro 
se  fin  da  principio,  e  sino  a  qual  segno  poi  David  sia  stato 
complice  degl'intenti  del  partito  clericale,  di  cui,  almeno  in 
principio,  fu  certo  un  istrumento,  e  per  qual  motivo,  man- 
candogli l'appoggio  dei  suoi  benefattori  francesi,  egli  si  sia 
vòlto  alla  parte  opposta.  Forse  i  primi,  dopo  averlo  speri- 
mentato arnese  mal  fido  e  indocile,  l'abbandonarono  per  la 
stessa  ragione,  che  spiega,  secondo  me,  l'essersi  egli  gettato 
a  un  tratto  verso  gli  estremi  dell'altro  partito,  e  la  ragione 
è  questa  :  che  il  suo  credito  di  profeta  e  di  santo,  fondato 
sul  fanatismo  del  volgo,  non  poteva  durare  a  lungo,  se  non 


109  DAVID    LAZZAKETTI 


era  sostenuto  con  mezzi  assai  piìi  efficaci  che  non  fossero 
quelli  puramente  spirituali  e  religiosi  da  lui  adoperati  sin  al- 
lora. Forse  egli  sentì  contusamente  ciò  che  il  Machiavelli 
pensava  a  proposito  del  Savonarola  :  che  i  profeti  disarmati 
rovinano.  Ma  anche  nella  parte  puramente  religiosa  e  mi- 
stica del  suo  insegnamento  egli  si  era  avanzato,  in  ultimo, 
assai  più  in  là  che  non  avesse  mai  fatto  per  vari  anni  ;  o 
ciò  fosse  in  lui  (coni'  è  pili  probabile)  solo  l'effetto  della 
esaltazione  della  sua  mente,  che  finì  col  prestar  fede  asso- 
luta ai  suoi  stessi  sogni,  o  perchè  forse  egli  sapeva  per 
esperienza  che  il  volgo  non  crede  se  non  vede,  e  che  per 
trascinarlo  irresistibilmente  bisogna  eccitarne  il  sentimento 
religioso  sino  all'allucinazione.  Nel  libro  La  mia  lotta  con 
Dio,  pensato  e  scritto  in  Francia  fin  dal  187G,  e  che  rivela 
sopra  tutto  uno  studio  accurato  del  vecchio  e  del  nuovo  Te- 
stamento e  dell'Apocalisse,  quel  ritegno,  che  David  mo- 
strava in  altri  suoi  scritti,  nell'aifermare  la  divinità  della 
sua  missione,  e  quel  vago  indefinito,  in  cui  egli  aveva  la- 
sciato sempre  avvolte  le  sue  predizioni,  sono  scomparsi  af- 
fatto. Il  profeta  racconta  addirittura  d'essere  stato  rapito  in 
cielo,  d'essersi  trovato  a  faccia  a  faccia  con  Dio,  d'avergli 
parlato  e  d'averlo  udito  parlare  a  lungo;  descrive  sino  ai  piìi 
minuti  particolari  la  sua  visione  e  in  specie  quelle  ch'egli 
chiama  le  sette  citta  eternali,  una  dellt^  quali  doveva  sor- 
gere sul  Monte  Amiata.  In  questo  libro  David,  come  ac- 
cennai già,  si  professa  tuttora  fedele  a  Roma  e  al  Pontefice  ; 
ma  già  vedi  ch'egli  s'atteggia  a  depositario  immediato  dei 
segreti  di  Dio  e  a  capo  di  una  nuova  fede.  Tornato  nel 
marzo  di  quest'anno  (UiUa  l'rancia,  ove  aveva  fatto  educare 
i  suoi  figli,  egli  ])redicava  il  nuitrimonio  degli  ecclesiastici, 


Fine  di  David:  sue  cause  e  occasioni  101 

confessava  e  comunicava  con  nuovo  rito  i  suoi  uditori  di 
Monte  Labbro,  pei  quali  avea  composto  un  nuovo  Credo  di 
24  articoli.  A  spingerlo  sino  a  tale  estremo  concorse  anche 
la  morte  di  Pio  IX,  e  l'opposizione  risoluta  che  d'allora  in 
poi  gii  venne  da  Roma  e  dal  clero  d'Arcidosso. 

Una  notizia  piìi  intima  della  vita  del  Lazzaretti  e  dei 
suoi  viaggi  potrebbe  accertare  quale  e  quanta  parte  abbiano 
avuto  negli  ultimi  atti  di  lui  le  sollecitazioni  venutegli  da 
altre  parti  d'Italia  e  di  fuori,  e  le  vaghe  speranze  ch'egli 
può  avere  concepite  di  probabili  mutazioni  politiche  e  so- 
ciali. Ma  una  cosa  par  certa  a  ogni  modo,  ed  è  ch'egli  si 
trovava  ormai  nell'assoluta  impossibilità  di  ritrarsi  indietro, 
posto  com'era  nell'alternativa  o  di  rinunziare  al  suo  pre- 
stigio 0  di  tentare  un'impresa,  ch'egli  stesso  sentiva  supe- 
riore alle  sue  forze  e  a  quelle  della  sua  fazione.  Quale  do- 
vesse essere  codesta  impresa,  non  mi  sembra  ancora  ben 
provato.  Ma  è  voce  assai  diffusa  qua,  e  molto  credibile,  a 
parer  mio,  che  David,  dopo  aver  predetto  grandi  e  terri- 
bili cose  che  dovevano  accadere  la  mattina  del  14,  quand'egli 
scenderebbe  da  Monte  Labbro,  e  poi  rimessa  la  sua  discesa 
di  giorno  in  giorno  tino  al  18,  sia  stato  in  ultimo  costretto 
a  muoversi  dai  suoi,  divenuti  impazienti  di  vedere  avverate 
le  sue  profezie.  Da  un  lato,  la  prova  tanto  aspettata  dei 
fatti,  che  dovevano  confermare  i  suoi  vaticini,  dall'altro, 
il  cimento,  a  cui  ea:li  doveva  mettere  la  sua  autorità  e  il  suo 
prestigio,  presentandosi  inerme  alle  popolazioni  commosse 
e  ai  carabinieri,  che  gli  avrebbero  sbarrata  la  via,  furono 
una  specie  di  giudizio  di  Dio,  al  quale  il  Lazzaretti  venne 
sottoposto  dai  suoi  stessi  seguaci. 


Una  visita  alla  torre  di  David  Lazzaretti 
(Cinque  anni  dopo). 


Il  podere  sotto  Monte  Labbro  (pag.  109). 


—  C'eri,  dunque,  anclie  tu  con  David  il  g'iorno  che 
scese  di  lassii  in  processione  per  andare  alla  Chiesa  del- 
V Incoronata  ? 

—  Se  e'  ero  !  E  glielo  posso  dire  se  s' era  in  molti. 
N'  eran  venuti,  vede,  da  tutte  le  parti.  E  la  notte  innanzi 
qui  intorno  non  si  passava  dalla  gran  quantità  delle  cavalca- 
ture, quasi  tutte  di  maremmani.  E  a  giorno  poi,  aver  veduto 
la  gente  su  per  questi  poggi!  C'era  fitta  come  que'  sassi. 

Mi  diceva  così  il  capoccia  d'un  podere,  a  cui  ci  era- 
vamo fermati,  là  dove  comincia  quasi  a  picco  l'ultima  erta 
di  Monte  Labbro,  e,  parlando,  me  ne  accennava  intanto  il 
dorso  nudo  e  sassoso  e  la  vetta,  su  cui  s' inalza  la  Torre 
di  David.  E  di  una  struttura  singolare,  fatta  di  pietre  non 
tagliate,  commesse  a  secco,  da  parere  a  guardarla  di  già, 

G.  Barzellotti.  14 


106  rNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

già  mezza  diroccata  come  è  ora,  un  ammasso  informe  di  sassi 
che  prolunghi  V  aspro  comignolo  della  montagna.  —  "  Fu 
il  Governo  che  non  la  volle  murata  a  calcina,  dicono  i 
Lazzarettisti,  perchè  aveva  paura  che  si  facesse  quassù  una 
fortezza ,,. 

Tutti  ci  voltammo  in  su  a  guardarla.  Eravamo  una 
lieta  compagnia  d'amici,  chi  a  cavallo,  chi  sull'asino,  venuti 
quella  mattina  da  Castel  del  Piano.  E  la  compagnia  s'era, 
cammin  facendo,  scemata  di  quelli  che  non  avevan  potuto 
reggere  alla  tentazione  di  venirsene  pian  piano,  discosti  da 
noi,  col  fucile  in  ispalla  per  far  qualche  tiro  alle  quaglie 
e  alle  lodole,  che  ogni  tanto  ci  frullavano  davanti  su  per 
quelle  stoppie.  Noi  s' era  tirato  di  lungo.  Ci  precedeva  un 
singolare  battistrada,  il  pulledrino  di  una  delle  asine  della 
carovana,  che  colla  continua  mobilità  dei  bambini  faceva, 
ora  scomparendo,  ora  riapparendo  per  quei  sentieri  scoscesi, 
le  più  allegre  e  matte  corse  del  mondo. 

Il  tempo  non  poteva  essere  migliore.  Un  po'  coperto, 
anzi  a  momenti  quasi  minaccioso  nelle  prime  ore  del  mat- 
tino, s'apriva  oramai  in  una  bella  e  calda  giornata  degli  ul- 
timi di  agosto,  anche  troppo  calda  se  l'aria  non  fosse  stata 
mossa  da  un  ponente  leggero,  che  ci  dava  nel  viso 

non  di  più  colpo  che  soave  vento, 

spirando  dal  mare  lontano,  e  pur  visibile  per  1'  azzurro  più 
carico  in  cui  andavano  a  perdersi  gli  ultimi  lembi  cenero- 
gnoli di  una  nebbia  crescente  sul  piano  di  (rrosseto.  E 
in  faccia  al  Tirreno  e  alla  grigia  maremma,  a  cui  l'occhio 
scendeva  lungo  un  continuo  ondeggiare  di  colline  boscose 
con  qualche  raro  villaggio  e  (jualche  casolare  solitario,  bian- 


Il  podere  sotto  Monte  L(ihì)ro  107 

clieggìava    in    ima  pianetta  verde,  dominata  dalla  vetta  di 
Monte  Labbro,  il  podere  ove  ci  s'  era  fermati. 

Al  primo  scalpitio  delle  nostre  cavalcature  aveva  ri- 
sposto dalla  stalla  il  fremitare  di  un  muletto,  corso  poi  su- 
bito ad  incontrarci,  e  dietro  a  lui  era  uscita  salterellando 
una  bionda  fiimigliola  di  ragazzi  e  di  bimbe.  Saranno  stati 
sei  0  sette  per  lo  meno.  Sulla  balzòla  della  casa  stavano 
guardando  verso  di  noi  il  padre  e  la  massaia;  una  donna 
bassotta,  di  forme  fatticce,  accesa  in  viso  perchè  era  occu- 
pata a  fare  il  bucato.  Tutt'  altra  di  forme  e  d' aspetto  da 
lei,  una  figliuola  giovinetta,  pallidissima,  con  in  viso  i  segni 
del  male  e  di  una  convalescenza  stentata,  era  rimasta  in 
casa  e  guardava  tra  le  inferriate  dì  una  lìnestra  terrena. 
Io  non  dimenticherò  mai  quel  viso.  E  mi  stupivo  di  averlo 
potuto  trovare  lassù,  dove  l' aria,  il  cibo,  la  rozza  e  forte 
vita  dei  campi  danno  anche  alle  fanciulle  una  bellezza,  che 
ha  per  lo  piti  molto  del  virile.  Ma  nelle  fattezze  delicatis- 
sime di  ({uella  lì,  nel  puro  ovale  del  volto,  che  arieggiava 
a  un'  immagine  del  Perugino,  e  negli  occhi  grandi  di  un 
vivo  celeste  addolciti  da  mestizia  ineffabile,  era  espresso  un 
intimo  dolore  tutto  suo,  che  faceva  specie  a  quell'  età  quando 
nelle  giovinette  fiorisce  e  sboccia  tutto  il  corpo  e  anche 
r  animo  pare  che  si  scaldi  a  una  luce  nuova.  Seppi  poi 
dalla  madre  che  la  fanciulla  era  una  delle  dodici  Figlie  dei 
Cantici,  che  tutte  vestite  di  bianco  con  una  ghirlanda  e 
un  velo  in  testa  camminavano  avanti  a  David  nella  sua  di- 
scesa da  Monte  Labbro  il  18  agosto  1S78.  Aveva  allora 
tredici  anni  o  poco  piìi,  e  fu  terribile  l' impressione  che 
ebbe  nello  scontro  coi  carabinieri.  Si  vide  cadere  accanto 
David  e  tre  o  quattro  de'  suoi,  e  rimase  li  ferma,  gelata  di 


lOS  rXA    VISITA    ALLA    TOTIEE    UT    DAVID    LAZZARETTI 

paura  fra  il  grandinare  dei  sassi,  le  schioppettate,  gli  nrli 
e  il  fuggi  fuggi  della  calca  atterrita.  —  "  D' allora  in  poi 
non  ha  avuto  pili  bene  .. ,  mi  disse  la  madre. 

Le  prime  parole  io  le  avevo  fatte  col  capoccia.  Egli 
era  stato  nno  dei  piìi  antichi  e  lidi  seguaci  del  Lazzaretti, 
e  tra  quelli  che  lo  raccolsero  moribondo  e  con  una  scala 
a  pioli  gì'  imjDrovvisarono  una  barella  per  trasportarlo  poco 
lontano  in  un  luogo  detto  le  Bàgnore.  Là  egli  spirò  la 
sera  stessa,  circondato  da  tutti  loro  e  dalla  sua  famiglia, 
senza  che  però  nessuno  dei  presenti,  salvo  i  figliuoli  pic- 
cini, un  maschio  e  una  bambina,  che  faceva  pena  a  vederla, 
desse  il  minimo  segno  di  dolore  :  circostanza  incredibile 
per  chi  non  conoscesse  quale  sia  la  potenza  della  fede  su 
quelle  forti  nature  di  campagnoli.  Me  l'avevano  riferita 
anche  cinque  anni  fa  tutti  quelli  che  il  giorno  stesso  della 
morte  di  David  ne  recarono  la  nuova  e  i  particolari  in 
tutti  gli  altri  paesi  del  Monte  Amiata,  e  anche  in  Pian- 
castagnaio,  ov'  io  ero  a  villeggiare,  ^li  ricordo  anzi  come 
fosse  ora  che  un  mio  contadino  mi  diceva  d' aver  veduto 
passando  dalle  Bàgnore  i  seguaci  del  profeta,  raccolti  in- 
torno a  lui,  sdraiato  sull'erba  e  già  agonizzante,  ancora 
tutti  vestiti  dei  costumi  pittoreschi  che  avevano  indossato 
per  la  processione.  Ce  n'  era,  mi  disse,  che  sedevano  tran- 
quillamente colle  loro  mogli  a  mangiare  sotto  i  castagni  ; 
altri  avevan  fatto  cerchio  intorno  al  moribondo  e  cantavano 
con  voce  ferma  e  ben  intonata  gl'inni  imparati  da  lui  a 
Monte  Labbro.  Il  maestro  aveva,  prima  di  muoversi  di  lassù, 
predetto  appuntino  e  per  ordine  ogni  cosa  come  poi  suc- 
cesse. Il  suo  sangue,  Il  Htmiue  del  nuovo  Abele,  doveva 
essere  sparso  per  loro  e  per  la  loro  fede  ;  anche  se  1'  aves- 


I  Lnzzareitisti  109 


sero  veduto  cadere  e  morire,  nessuno,  diceva,  si  fosse  mosso 
0  avesse  dubitato  un  solo  momento.  —  "E  così  fu  davvero  „, 
dicono  anche  oggi  i  Lazzarettisti  rimasti  fedeli  al  profeta. 
E  me  lo  ripeteva  il  capoccia  di  quel  podere  biancheggiante 
nella  verde  pianetta  a  ponente  sotto  Monte  Labbro. 

Egli  mi  parlava  tenendomi  la  briglia  del  cavallo,  da 
cui  ero  sceso,  e  nella  sua  voce  maschia  e  piena,  ma  non 
troppo  viva,  perchè  tratta  dal  petto  profondo,  vibrava  1'  ac- 
cento di  una  persuasione  pacata,  a  un  tempo,  e  vigorosa. 
Gli  fissai  bene  gli  occhi  in  viso  per  osservarlo.  Era  una 
delle  facce  piti  veramente  sacerdotali  che  io  abbia  mai  visto, 
e  che  mi  rammentò  quelle  così  solenni  di  alcuni  giovani 
indiani,  con  cui  avevo  parlato  dieci  anni  prima  a  Londra  in 
University  College,  dopo  le  lezioni  di  psicologia  del  mio  amico 
Groom  Robertson.  Se  non  che  mi  colpì  subito  una  diffe- 
renza tra  quei  severi  studenti  dalle  lunghe  cappe  nere,  figli 
dei  più  antichi  sacerdoti  della  nostra  razza,  e  il  viso  del 
contadino  di  Monte  Labbro.  Grli  occhi,  nerissimi  negl'indiani 
e  tagliati  a  mandorla,  di  un  vivo  fuoco  nello  sguardo,  appena 
velato  da  grandi  e  nere  sopracciglia,  erano  invece  azzurri 
nel  mio  campagnolo  e  così  dolci  da  rammentare  quelli  della 
figliuola  malata.  Ma  la  barba  lunga  e  folta  d'  un  cupo  ca- 
stagno, r  ovale  perfetto  del  viso,  il  naso  fine,  signorile,  del 
pili  squisito  profilo,  che  faceva  un  lieve  angolo  colla  fronte 
alta  e  quadrata,  sopra  tutto  poi  il  tono  della  voce,  davano 
alla  dolcezza  di  quegli  occhi  azzurri  un  che  di  raccolto  e 
quasi  di  religioso,  a  cui  contrastava  in  lui  la  ruvidezza 
delle  braccia  muscolose  e  del  petto,  nudo  in  parte,  peloso 
e  abbronzito  dal  sole.  Chi  sa,  pensavo,  che  nelle  vene  di 
questo    lazzarettista,    certo   d' una    razza  e  d' un    tipo  tutto 


110  TNA    VISITA    ALLA    TORRE    IM    DAVID    LAZZARETTI 

diverso  dagii  sveltì,  nervosi  e  arguti  contadini  delle  altre 
parti  del  Monte  Amiata,  non  vi  sia  qualche  goccia  del  piìi 
puro  sangue  sacerdotale  di  quegli  etruschi,  che  là  in  riva 
al  mare  ebbero  tante  città?  E  forse,  continuavo  tra  me  e 
me,  sorridendo  di  queste  mie  velleità  da  etnologo  improv- 
visato, forse  r  istinto  religioso,  un  po'  davvero  indebolito, 
mi  pare,  col  tempo  nelle  plebi  toscane,  s'  è  per  eredità  con- 
servato pili  schietto  quassù  in  questa  fociata  di  monti  che 
van  dritto  sino  alla  maremma  grossetana.  E  se  e  proprio 
così,  ecco  come,  secondo  me,  si  spiega  con  un  briciolo 
d' eredità  e  d' atavismo,  e  chi  sa  con  quanta  sodisfazione 
dei  nostri  buoni  darwiniani,  un  fatto  non  abbastanza  osser- 
vato dai  cronisti  del  Lazzaretti  :  il  favore  avuto  da  lui  fin 
da  principio  e  poi  per  quasi  dieci  anni  in  tutta  la  maremma 
toscana  più  che  nella  sua  patria  e  negli  altri  paesi  del 
Monte  Amiata. 

Ma  io  dovetti  mentalmente  rimettere  la  soluzione  del 
grave  problema  a  qualche  futuro  congresso  antropologico. 
Un  "  andiamo  „  di  tutta  la  brigata  mi  fece  risalire  in  fretta 
a  cavallo  e  riprendere  cogli  altri  la  via  verso  la  vetta  del 
monte.  Fatti  pochi  passi  di  quel  primo  trotto,  die  i  cavalli 
male  avvezzi  dai  contadini  muovon  subito  dopo  che  gli  hai 
montati,  mi  voltai  indietro.  Tutta  quella  buona  gente  del 
podere  era  rimasta  ferma  davanti  a  casa  a  vederci  partire 
e  salutava  augurandoci  una  buona  gita.  —  "  Noi  non  ve- 
niamo „,  mi  gridò  il  capoccia.  "  Non  ci  basterel)be  l'animo, 
sa,  a  veder  la  nostra  chiesa  così  male  andata,,. 

Ci  faceva  da  guida  un  vispo  giovinotto  venuto  con  noi 
da  Castel  del  Piano  e  pratico  di  quei  luoghi  })erchè  era  stato, 
diceva,  anche  lui  alla  Torre  col  Lazzaretti  e  coi  suoi  seguaci. 


L'ascetisnio  di  r)aind  111 


Ma  a  giudicare  dalle  eloquenti  scrollatine  di  testa  e  dai  sor- 
risi, con  cui  accompagnava  le  sue  risposte  alle  interrogazioni 
che  io  gli  facevo,  si  vedeva  chiaro  che  in  David  e  nella 
missione,  che  questi  diceva  aver  ricevuto  da  Dio,  la  nostra 
guida  non  aveva  mai  creduto.  E  anche  mi  parve  che  il  te- 
nore di  (juella  vita  religiosa,  menata,  come  egli  assicurava, 
mesi  e  mesi  in  mezzo  alla  confraternita  dei  lazzarettisti,  non 
avesse  lasciato  in  quel  giovinetto  disposizioni  ascetiche  molto 
pronunziate  ;  tanta  era  la  fina  malizia  toscana  che  gli  ba- 
lenava negli  occhi  piccoli  e  sorridenti  e  in  un  certo  alzar 
di  spalle  che  gli  era  abituale  e  pareva  volesse  dire  :  "  Che 
importa  ora  a  me  di  simili  malinconie  ?  „ 

Ma,  a  sentirlo,  la  vita  non  era  poi  così  dura  lassù  alla 
Torre,  come  oggi  molti  credono  o  vorrebbero  far  credere. 
Ci  si  mangiava,  ci  si  beveva  in  buona  compagnia,  a  giorni 
anche  allegramente,  non  troppo  però  e  in  modo,  diceva  lui, 
ripetendo  senza  volere  il  detto  di  Socrate,  da  poter  sempre 
venirsene  via  da  tavola  ognuno  sulle  proprie  gambe.  Del 
resto,  a  quel  che  capii,  in  questa  parte  almeno,  il  precetto 
e  r  esempio  del  Lazzaretti  era  chiaro  e  convincente.  Egli 
voleva  e  praticava  coi  suoi  il  digiuno,  l'astinenza,  la  mor- 
tificazione. Ma  fu  sentito  dire  molte  volte  che  per  lui  era 
pili  meritoria  presso  Dio  F  astinenza  volontaria  da  qualche 
cibo  squisito  che  un  digiuno  strettissimo,  seguito,  come  si 
usa  in  certe  case  di  epicurei  bacchettoni,  da  scorpacciate 
di  pesce  e  di  salse  gustose.  In  altre  parole,  egli  voleva,  a 
sentire  quel  che  ne  dicono  ancora  i  suoi,  restar  fedele  alla 
disciplina  e  alle  pratiche  del  Cattolicismo,  ma  raccomandava 
di  serbarne  innanzi  tutto  lo  spiritu,  che  per  colpa  del  clero, 
massime  nelle  campagne,  è  spesso  ucciso  dalla  lettera. 


112  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI   DAVID    LAZZARETTI 

—  "E  anzi  a  questo  proposito  „,  diceva  imo  della  bri- 
gata, '•  bisognava  sentirlo  quand'era  in  vena,  non  importa 
che  fosse  stato,  magari  anche  in  chiesa,  quante  ne  diceva 
su  certi  parrochi  che  sono 

in  veste  di  pastor  lupi  rapaci; 

—  perchè  dovete  sapere  che  David  sebbene  fosse  stato 
barrocciaio  aveva  letto  molto  i  poeti  e  Dante  in  specie,  e 
anche  lui  aveva  un  ramo  di  poeta  :  —  lupi,  diceva,  che 
tirano  sempre  alle  agnelle  piìi  grasse  e  piii  belle  della 
greggia,  e  a  volte  non  risparmiano  ne  anche  le  mamme.... 
purché  non  sian  tanto  vecchie,  badiamo.  E  quando  diceva 
di  queste  cose,  allora  bisognava  sentire  come  la  gente  in 
chiesa  tossiva  per  trattenere  le  risa,  e  certi  nomi  ben  co- 
nosciuti andavano,  bisbigliati,  di  bocca  in  bocca.  Tanto  pili 
che  a  David  tutti  gli  credevano  se  dava  addosso  al  mal 
costume,  perchè  convertito  che  fu  non  diede  mai  a  dir  di 
sé  e  voleva  un  gran  bene  alla  moglie  e  ai  figliuoli.  Su 
questo  capitolo  delle  donne,  conchiuse  il  mio  compagno  di 
strada,  non  ho  mai  sentito  dir  nulla  contro  di  lui  uè  anche 
da'  suoi  nemici  piìi  accaniti.  I\gli  soleva  dire  anzi  che  due 
cose  lo  annoiavano  sopra  tutte  :  il  giuoco  e  la  conversazione 
delle  donne.  „ 

Qui  lascio  indovinare  al  lettore  i  sorrisi  e  i  commenti 
di  tutti.  ])iu  che  altro  della  nostra  guida,  che  però  tenten- 
nava la  testa  come  avesse  i  suoi  dubbi  sulla  sincerità  di 
quelle  parole  attrilmite  al  santo   David. 

—  "Veniva  molta  gente  alla  Torre?,,   gli  domandai. 

—  "Era  un  va  e  vieni  continuo,,,  mi  rispose,  "sull'ul- 
timo anche  di  gente  arrivata  di  fuorivia  e  che  non  s'inten- 


Un  aneddoto  della  giovinezza  di  David  113 

deva.  Si  rinchiudevano  con  David  per  parlargli,  poi  ripar- 
tivano subito.  Tra  gli  eremiti  e'  era  anche  un  tedesco,  che 
faceva  più  aspra  vita  degli  altri  e  vestiva  poveramente  e 
ci  mori  assistito  da  David  sino  alla  fine  „. 

Lo  interrogai  allora  se  a  lui  e  agli  altri,  massime  ai 
paesani  del  Lazzaretti,  che  l'avevan  veduto  barrocciaio,  fa- 
ceva specie  il  vederlo  poi  tenuto  in  tanta  stima  da  quegli 
stranieri.  Mi  rispose  di  no,  perchè  gli  pareva  che  tutti  anche 
le  persone  istniite,  dovessero  sentire,  come  aveva  sentito  lui 
stesso  che  non  ci  credeva,  una  certa  quasi  malia  segreta 
nella  parola,  nel  gesto,  nell'aspetto  e  nel  fjire  di  David,  che 
non  si  sa  come  li  convinceva  e  li  trascinava. 

—  "  Era  un  bell'uomo  ?  „  interruppi. 

—  "  Bellissimo  :  alto,  forte,  svelto  della  persona,  con  una 
gran  barba  nera  che  gli  arrivava  sino  al  petto  ;  aveva  la 
fronte  aperta  e  larga,  V  occhio  vivo  e  penetrante  ;  era  per 
lo  più  tranquillo,  di  buon  umore  e  manieroso  ;  ma  se  poi 
s' infuriava,  guai  :  faceva  paura.  Veniva  da  una  famiglia 
tutta  bella  e  forte  ;  e  quando  andavano  tutti  insieme  lui  e 
i  fratelli  alle  fiere  di  maremma,  se  per  caso,  come  accade, 
nasceva  qualche  chiasso,  non  e'  era  chi  fosse  ardito  d' af- 
frontarli. Una  volta  che  alcuni  ci  si  provarono,  bastò  Da- 
vid solo,  allora  molto  giovane  e  prima  che  si  convertisse, 
a  tenerli  a  segno  tutti.  Erano  in  quattro  o  cinque,  tutti 
pezzi  di  giovani  alti  e  tarchiati,  che  ce  l'avevano  fina  con 
lui,  risoluti  di  non  lasciarselo  scappare  dalle  mani  senza 
avergli  fatto  prima  sentire  quanto  pesavano.  David  per  un 
po'  li  tenne  discosti  con  una  mazzarella  che  aveva  in  mano  ; 
poi  quando  si  vide  perso,  perchè  gli  si  avventavano  addosso 
da  tutte  le  parti,    dà   un   punzone  nel    petto  a  quello    che 

G.  Baezellotti.  ^^ 


114  UNA    VISITA   ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

aveva  davanti,  lo  butta  per  terra  e  su  a  salti  per  la  sca- 
letta di  un  podere  ch'era  lì  vicino.  Sulla  balzòla  c'era  per 
caso  in  terra  un  grosso  barile  pieno  di  vino  ;  lui  te  F  ag- 
guanta con  tutt'  e  due  le  mani,  l'alza  sopra  la  testa  come 
se  fosse  stato  una  penna,  e  te  lo  scaraventa  giìi  sul  muc- 
chio di  quelli  che  salivano  le  scale  a  furia  tutti  insieme  e 
già  eran  quasi  in  cima.  Le  ha  viste  le  spighe  granite  giù 
per  una  balza  quando  ci  dà  dentro  il  turbine?  Ne  anda- 
rono a  caporovescio  tre  uno  sopra  l'altro  conci  di  vino  e 
di  sangue  ;  gli  altri  se  la  diedero  a  gambe  „ . 

A  questo  punto,  nessuno  dei  miei  compagni  si  potè 
trattenere;  non  ci  fu  chi  non  dicesse  la  sua  per  mutare  o 
aggiunger  qualcosa  a  quell'abbozzo  della  fìsonomia  di  Da- 
vid, che  io  volevo  farmi  fare  lì  per  lì  in  poche  pennellate 
dalla  mia  guida.  Gli  aneddoti,  le  citazioni  di  parole  e  di 
cose  riferite  da  questo  o  da  quello,  le  impressioni  vive  e 
personali,  serie  o  argute,  fioccavano  da  tutte  le  parti.  Ma 
dall'insieme  di  que'  tratti  tirati  giìi  alla  brava,  sotto  l'ispi- 
razione del  momento,  così  diversa  in  ciascuno,  mi  sorgeva 
nella  mente  una  bizzarra  figura  del  profeta  ;  qualcosa  di  si- 
mile al  ritratto  d'un  arsente  che  pittori  di  scuole  opposte 
facessero  tutti  insieme,  a  memoria,  interpetrando,  ciascuno 
a  modo  suo,  chi  in  una  parte  chi  in  un'altra,  il  tipo,  gli 
atti,  la  guardatura,  le  vesti  caratteristiche  all'originale.  Sotto 
l'aureola  del  santo,  che  qualcuno  forse  gli  avrebbe  data,  un 
altro  mi  faceva  balenare  nell'atto  della  testa  e  nello  sguardo 
di  David  la  fissazione  del  maniaco.  Un  terzo  invece  gli  di- 
pingeva negli  occhi  socchiusi,  apparentemente  smarriti  nel 
vuoto,  e  agli  angoli  delle  labbra  finissime  un  po'  contratte, 
il  ghigno  dell'  impostore  e  del  ciarlatano.  C  era  anche  chi 


Quaruomo  era  David  115 


vedeva  in  lui  non  altro  che  un  avventuriere  da  villag<^io, 
che  la  credulità  di  centinaia  di  contadini  aveva  tentato  a 
recitare  per  quasi  dieci  anni,  alle  spese  di  chi  gli  credeva, 
una  pia  commedia  finita  poi  tutt'  a  un  tratto  in  tragedia. 
Ciò  in  cui  s'accordavano  tutti  era  nel  far  di  lui  uno  di 
quegli  uomini  che,  nati  a  operare  sugli  altri,  diffondono 
sempre  intorno  a  se  a  seconda  dei  luoghi  e  dei  tempi,  del- 
l'ambiente di  coltura  e  d'educazione  in  cui  vengon  su,  il 
contagio  delle  loro  idee  quali  che  esse  siano,  il  calore  del 
loro  entusiasmo  o  i  deliri  della  loro  follia;  uomini  che  per- 
sino con  quello  che  hanno  in  se  di  pili  intimo  rendon  sempre 
in  tutta  la  varietà  infinita  di  forme,  che  stanno  fra  l'eroe 
e  il  masnadiere,  tra  il  santo  ispirato  da  una  grande  idea  e 
l'entusiasta  volgare,  qualche  lineamento  fondamentale  dello 
spirito  popolare. 

Quanto  io  stesso  sapevo  già  di  David,  e  fino  dal  1878 
ero  andato  raccogliendo  nelle  sue  opere  e  dalla  bocca  di  chi 
lo  aveva  conosciuto,  me  lo  faceva  considerare  più  in  specie 
sotto  codesto  aspetto.  Io  non  vedevo  in  lui,  come  oggi  si 
dice,  una  personalità  spiccata.  I  suoi  principi  erano  stati  in 
fondo  quelli  di  tanti  altri  convertiti,  a  cui  la  pietà  supersti- 
ziosa del  volgo  specie  nelle  campagne  regala  così  spesso 
l'aureola  di  santi.  La  sua  fine,  per  quanto  originale  e  fan- 
tastica in  alcune  circostanze  che  l'avevano  accompagnata, 
non  mi  appariva  diversa  da  quella  di  parecchi  oscuri  capi 
y  ^>  y  igiose,  la  cui  propaganda  s'  è  andata  tante  volte 

/.L  rompere  nella  resistenza  armata  o  no  del  potere  eccle- 
siastico 0  civile.  E  dopo  letti  i  suoi  libri  avrei  potuto  dire 
proprio  r  opposto  di  quello  che  scrisse  il  Pascal  dopo  non 
so  piti  quale  lettura  :  non  ci  avevo  cercato  lo  scrittore,  ma 


116  rXA    VISITA    ALLA    TOERE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

non  ci  trovai  ne  anche  l' uomo.  L' uomo,  che  pur  e'  era 
anche  in  David,  doveva,  se  mai,  farsi  sentire  nella  viva 
vox,  nella  parola  improvvisa,  rozza  e  potente. 

Ma  appunto  cotesto  confondersi  che  fa  in  David  quasi 
tutto  r  uomo  nella  fisonomia  del  moto  popolare  guidato  da 
lui,  era  il  segreto  dell'interesse,  che  egli  aveva  potuto  de- 
stare in  me.  La  sua  figura  prendeva  rilievo  e  forza  ai 
miei  occhi  non  da  qualche  suo  tratto  veramente  originale, 
ma  dallo  sfondo  del  quadro  su  cui  m'appariva,  dall'ombra 
della  folla  che  gli  s'accalcava  intorno,  e  dalla  quale  egli 
non  si  distingueva  poi  molto.  Ciò  che  gli  restava  di  proprio 
negli  atti  e  nell'  aspetto  era  l' intensità  estrema  della  pas- 
sione religiosa,  che,  comune  a  tutte  quelle  anime,  nella  sua 
per  un  complesso  di  cause  morbose  giunse  sino  al  delirio; 
era,  in  certo  modo,  l'espressione  più  viva  di  quello  stesso 
tipo  morale  che  io  ritrovavo  in  molte  altre  facce  intorno  a 
lui,  ma  che  nella  sua  si  prestava  meglio  ad  essere  osser- 
vato, non  per  altro  se  non  perchè  era  più  risentito. 

E  poi,  pensavo,  se  ì  fatti  d'Arcidosso  potevano  dirsi  ap- 
pena un  aneddoto  della  coscienza  religiosa  del  nostro  popolo, 
prendevano  tutt' altro  valore  per  chi  vi  avesse  cercato  le  tracce 
e  le  leggi  di  altri  fatti  simili  ben  più  grandi.  Nel  mondo 
morale,  che  alla  pari  di  quello  della  natura  non  vive  se  non 
a  condizione  di  mutare  continuamente,  il  prevalere  lento 
della  coltura  e  della  riflessione  sulla  spontaneità  istintiva 
incolta  penetra  sempre  più  da  uno  a  un  altro  strato  sociale, 
ed  è  causa  in  tutti  d'una  trasformazione,  che  fa  pensare 
all'altra  prodotta  nel  nostro  pianeta  dal  raifreddarsi  graduale 
della  sua  crosta.  Anche  quelle  che  io  chiamerei  le  forze 
ignee  centrali  dell'anima  umana,  hanno  avuto  le  loro  grandi 


Il  popolo  non  crea  più  le  religioni  117 

eruzioni,  da  cui  sono  uscite  le  forme  primitive  di  religione, 
di   società,  di  linguaggi    e    d'arte.  Ma  codesto   rigoglio    di 
spontaneità  giovanile  creatrice  è  cessato  da  secoli  anche  nel 
mondo    della   coscienza  e  della  storia.  E  anzi   si   potrebbe 
affermare  della  vita  delle   nazioni   presso  a  poco  lo  stesso, 
che  il  Leopardi  fa  dire  al  suo  Tasso  della  vita  di  ogni  uomo 
singolo  ;  cioè,  che  col  progresso  dei  tempi  e  col  maturarsi 
della  civiltà  e  della  riflessione,  quello  che  v'era  in  principio 
di  più  vicino  alla  natura,  di  piìi  fresco  e  primitivo,  di  piii 
umano,  in  somma,  in  fondo  al  genio    d'ogni    popolo,  si  va 
ritirando,  sparisce  man  mano  dalla  sua  storia  per  dar  luogo 
a  qualcosa  di  sempre  piìi  riflesso  e  d'artefatto  così  nel  pen- 
sare e  nel  sentire  come  nel  vivere  privato  e  pubblico.  Non 
che  si  possa  dire  che  ogni    facoltà   creatrice  venga  così  a 
spengersi  nei  popoli  più  civili;  ma  nelle  manifestazioni  della 
coscienza  umana  opera  forse  una  legge  simile  a  quella  della 
conservazione  e  della  compensazione  delle  forze  fìsiche.  Quel 
tanto  di  vita  e  di  spontaneità   geniale,  che  un  tempo  ren- 
deva così  feconde    alcune    forme    dell'  ingegno  e  dell'animo 
umano,  ora  invece  si  volge  sempre  piìi  ad  altre,  si  restringe 
via  via  a  un  minor   numero  di  facoltà  e  alle    meno    origi- 
nali ;  l'armonia  della  persona  morale  umana  perde  così  ogni 
giorno  nella  bellezza  delle  sue  proporzioni.  Ciò  è  vero  sopra 
tutto  dei  popoli  più  civili  della  nostra  Europa,  dove  la  ri- 
flessione scientifica,  le  industrie  e  l'istinto  creatore  di  nuove 
forme  sociali  e  politiche  sono  ancora  in  pieno  vigore  di  vita  ; 
ma  nessuno  potrà  negare  che  le  arti  del  disegno  e  con  esse 
l'intelligenza  ed  il  gusto   delle  forme  più  vìve  e  spontanee 
e  ingenue  del  bello    diano    segni    d'una  vecchiaia,  che  po- 
trebbe far  temere  una  morte  non  lontana. 


118  UNA    VISITA   ALLA    TORRE   DI    DAVID    LAZZARETTI 

E  qui,  com'è  naturale,  il  corso  stesso  del  mio  pensiero 
mi  suggeriva  l'effetto  pili  evidente  di  questo  venir  meno 
oggi  della  spontaneità  primitiva  del  genio  popolare.  Quella 
tra  le  sue  forme,  a  cui  nei  principi  delle  nazioni  sottostanno 
tutte  le  altre,  la  potenza  creatrice  e  trasformatrice  delle  idee 
religiose,  ch'è  anch'essa  in  qualche  modo  una  forma  d'arte, 
oggi  si  può  dire  spenta  quasi  in  ogni  parte  d' Europa.  E 
se  non  mi  pareva  quello  il  momento  di  mettermi  a  scan- 
dagliare come  e  quanto  codesto  fatto  potesse  avere  di  bene 
0  anche  di  male  in  se  e  nei  suoi  effetti,  non  è  meno  vero 
ch'esso  mi  appariva  con  un'evidenza  che  ai  miei  occhi  non 
aveva  mai  avuta,  in  que'  luoghi  e  tra  quei  montanari,  che 
per  virtìi  di  fede  viva  avevano  reso  possibile,  fosse  pure 
per  qualche  momento,  tra  noi,  in  Italia,  ciò  che  a  questi 
tempi  non  pareva  davvero  più  possibile  :  un  moto  religioso 
sorto  spontaneamente. 

Non  che  io  avessi  mai  dato  ai  fatti  d'Arcidosso  l' im- 
portanza di  uno  di  quegli  avvenimenti  che  lasciano  larghe 
tracce  nella  storia  della  coscienza  popolare.  Nulla  mi  sa- 
rebbe parso  così  meschino  come  uno  sbaglio  simile  di  pro- 
spettiva morale  storica.  Ma  anche  a  guardarli  nella  loro 
vera  luce,  tali  quali  erano  non  più  che  un  embrione  di  fe- 
nomeno religioso,  que'  fatti  rivelavano  però  in  se  l' intimo 
lavoro  della  natura,  l'opera  dei  sentimenti  e  dei  motivi  che 
s'accompagnan  sempre  in  noi  al  sorgere  di  nuove  credenze. 
Quello  che  di  men  sano,  anzi  addirittura  di  patologico,  vi 
poteva  essere  nell'entusiasmo,  che  aveva  portato  centinaia 
di  quei  montagnoli  colle  mogli  e  coi  figli  a  incontrare  i 
fucili  de'  carabinieri,  mostrava,  se  mai,  quanto  largo  seme 
di  passione  e  di  esaltazione  morale  sia  sparso  in  ogni  paese 


I  fatti  di  Arcidosso  guardati  da  più  asj^eiti  119 

nei  cervelli  della  gente  e  aspetti  per  potersi  svolgere  l'ele- 
vata temperatura  delle  commozioni  popolari  ;  ma  non  era  ai 
miei  occhi  che  ima  prova  di  più  del  valore  che  quei  fatti 
dovevan  prendere  per  chi  sapesse  osservarli.  Tra  i  grandi 
prodotti  della  coscienza  umana  le  religioni  sono  quello,  in 
cui  si  dà  piti  a  divedere  il  travaglio  interno  della  natura 
nell'atto  del  creare  ;  travaglio  che  sembra  ed  è  non  di 
rado  di  malattia  piti  che  di  sana  funzione  vitale.  La  storia 
del  Cristianesimo  è  là  per  mostrarlo.  Se  non  che  codesta 
storia,  io  concludevo  tra  me  e  me,  rimane  per  due  terzi  a 
fare  sotto  questo  aspetto  ;  è  materia  greggia  che  aspetta  una 
critica  tanto  larga  ed  umana  da  saper  capire  come  anche 
il  più  sublime  tra  i  fatti  religiosi  sia  tutto  in  quell'unità 
vivente,  che  vi  fanno  ciò  che  la  coscienza  popolare  ha  in 
se  di  più  vigoroso,  di  più  sano  e  di  più  integro,  e  persino 
le  sue  più  strane  aberrazioni,  i  più  intensi  deliri  della  mente 
e  del  cuore. 

Ma  per  ora  mi  pareva  che  di  una  tal  critica  avesse  sen- 
tore più  spesso  forse  l'intuito  sicuro  dell'opinione  pubblica, 
che  non  una  certa  scienza,  a  cui  l'intima  vita  dei  fatti  morali 
sfugge  via  attraverso  le  maglie  del  sistema  che  vorrebbe 
chiuderla  in  se  e  spiegarla  tutta  con  uno  solo  dei  suoi  ele- 
menti. Così  può  essere  che  al  casista  e  al  procuratore  del 
E,e,  intento  solo  a  far  valere  i  cavilli  della  sua  scolastica  fo- 
rense, il  movimento  religioso,  represso  nel  sangue  quattro 
anni  or  sono  in  questi  luoghi,  sia  parso  nulla  più  che  l'ef- 
fetto della  furfanteria  e  dell'  impostura  di  pochi  secondate 
dalla  sciocca  ignoranza  di  parecchi  illusi.  E  può  anche  es- 
sere che  qualche  alienista,  un  po'  troppo  facile  a  tirar  con- 
seguenze generali  da  pochi  dati  colla  fretta  propria  sempre 


120  UNA   VISITA   ALLA    TORRE   DI    DAVID    LAZZARETTI 

alle  scienze  nascenti,  abbia  veduto  nei  fatti  d'xVrciclosso  e  in 
tutto  ciò  che  li  precede  un  mero  caso  di  follia  religiosa  da 
doversi  studiare  e  spiegare  solo  coi  suoi  criteri  psichiatrici. 
Ma  framezzo  a  codesti  giudizi,  da  cui  restava  fuori,  come 
residuo  non  analizzato,  tanta  parte  del  fatto,  m'era  sempre 
parso  che  ce  ne  dovesse  stare  un  altro  :  quello  del  buon  senso 
intelligente.  Il  quale  vede  in  ogni  manifestazione  della  co- 
scienza religiosa  popolare  un  incognito  indistinto  di  motivi  e 
d'impulsi  opposti,  diversissimi,  un  misto  di  bene  e  di  male,  di 
passioni  inferme  e  d'intimi  bisogni  morali,  die  non  perdono 
punto  del  loro  valore  umano  per  la  qualità  dei  luoghi  e  delle 
persone  e  pel  modo  in  cui  ci  si  rivelano.  Che  i  più  sentano 
tutto  ciò  quasi  per  un  istinto  del  vero,  me  l'aveva  mostrato 
l'attenzione  viva,  ansiosa  che  i  fatti  é'Arcidosso  avevano  sve- 
gliato da  per  tutto  in  Italia  e  fuori.  Ma  passato  quel  primo 
momento,  attenuata  naturalmente  l' importanza,  certo  mag- 
giore del  vero,  ch'essi  avevano    presa   guardati   troppo  da 
lontano,  era  rimasto  il  campo  ai  giudizi  tecnici  o  passionati 
degli  specialisti  o  dei  partigiani,  tutti  più  o  meno  falsi  o  in- 
compiuti, perchè  invece  di  guardare  prima  di  ogni  cosa  il 
fatto  in  se  stesso,  nella  sua  realtà  ])articolare,  individuata  nei 
luoglii  e  nelle  persone,  ne  prendevano  invece  occasione  o  i)rc- 
testo  a  sostenere  certe  idee  o  certi  principi  di  parte  o  di  si- 
stema. E  perche,  —  finivo  col  dire  a  me  stesso  quasi  alzando 
internamente  la  voce  del  mio  pensiero  come  clii  sta  per  far 
punto    in    una    conversazione,  —   ])erchè    questo    benedetto 
metodo    dell'osservazione  e  dell'esperienza,  di  cui    si    parla 
sempre  tanto  e  da  tutti,  non  finiamo  poi  coll'applicarlo  dav- 
vero una  buona  volta  anche  ai  fatti  della  coscienza  e  della 
storia,  e  invece  d'interrogarli,  come  facciamo  quasi  sempre, 


Fer  Verta  di  Monte  Labbro 


121 


per  averne  risposte  più  o  meno  già  preparate  da  noi,  non 
li  lasciano  parlare  nn  po'  da  se  anche  loro,  e  lo  storico  e 
lo  psicologo  non  scrivono  essi  pure,  come  voleva  quel  va- 
lentuomo, dlctante  mundo  f  Saper  vedere  e  saper  guardare 
il  vero  e  tutto  il  vero.  Ecco  quello  clic  in  ogni  problema 
della  scienza  e  della  vita  ci  salverebbe  da  tanti   errori,  se 


l^r& 


JEonte  Labbro  veduto  da  Santa  Fiora. 


l'avere    gli    occhi    della   mente  e  il  tenerli    aperti   bastasse 
anche  a  farceli  bene  adoperare  in  ogni  caso. 

Fra  questi  pensieri  io  aveva  già  percorso  buon  tratto 
della  salita.  Il  cavallo  s'era  accorto  dal  rallentare  della  bri- 
glia che  io  non  gli  badavo  troppo,  e  ne  approfittava  23ren- 
dendo  la  strada  con  tutta  pace,  tanto  che  poi  a  una  svolta 
persi  di  vista  i  compagni.  S'erano,  mi  diceva  la  guida,  van- 
taggiati forse  d'una  trentina  di  passi  al  pili,  ma  me  ne  ar- 

G.  Bakzellotti.  16 


122  TTNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

rivavano  di  tanto  in  tanto  le  voci  allegre  attutite  dagli 
anfratti  di  quel  sentiero,  che  ora  s'affondava  tra  due  ripe 
sassose,  ora  invece  correva  in  salita,  orlato  di  macchia  bassa 
e  di  pruni.  Grosse  nuvole  scure,  strascico  di  quelle  che  ci 
avevan  minacciato  la  mattina,  e  ora  a  levante  erano  li  per 
dileguare  a  una  a  una  in  idtimi  lembi  smerlati  di  viva  luce, 
passavano  via  incalzate  dal  vento  che  tirava  solo  su  in  alto, 
e  gettavano  sulla  campagna  intorno  e  sul  monte  sprazzi 
d'ombre  mobili,  cupe.  L'aria  si  faceva  allora  greve  e  lenta 
sotto  quel  cielo  così  abbassato  e  metteva  tristezza.  L'aspetto 
stesso  dei  luoghi,  lieto  e  vario  fra  gli  ultimi  castagneti, 
che  ci  avevano  accompagnati  un  pezzo  in  là  sulla  via  ma- 
remmana, poi  s'era  fatto  uniforme,  quasi  severo  allo  svol- 
tare da  questa  in  un  viottolo  fra  campi  aridi  rosseggianti 
qua  e  là  per  qualche  maggese;  e  ora  in  quel  che  restava 
a  salire  dell'erta  nuda,  ove  pochi  anni  prima  non  rampica- 
vano  che  le  capre,  il  ginepro  usciva  stento  fra  il  macigno 
e  fra  i  grigi  frantumi  calcarei  sparsi  come  in  vasta  rovina, 
ma  senza  traccia  d'opera  umana;  la  natura  stessa  spirava 
un  che  di  smorto,  quasi  d'ascetico  e  respingendo  da  se  l'oc- 
chio pareva  invitare  al  raccoglimento.  Anche  la  mia  guida 
che  dalla  mattina  in  poi  per  tutta  la  strada  non  aveva  mai 
smesso  di  scherzare  coi  miei  compagni,  e  m'aveva  fatto  ri- 
dere tante  volte  con  uscite  tutte  sue,  s'era  poi  tirato  il  cap- 
pello sugli  occhi  e  mi  veniva  dietro  zitto  come  se  fosse 
stato  preso  suo  malgrado  da  pensieri  o  da  sentimenti  inso- 
liti in  lui.  Egli  forse  provava  in  se,  senza  saperselo  bene 
spiegare,  quello  a  cui  io  pensavo  allora:  Fimpressione  vaga, 
ma  non  perciò  meno  vera  e  intima,  dell' armonia  ch'è  sempre 
tra  certe  forme  di  religione,  d'arte,  d'istituzioni  civili,  di  ere- 


L'ambiente  in  cui  crehhe  la  nuova  fede  123 

deiize  e  consuetudini  popolari  e  Fasjìetto  dei  luoghi  in  cui 
esse  veng'on  su.  Tutti  i  g-randi  fondatori  n'ebbero  una  specie 
d' istinto  ;  da  quei  solitari  bramini  e  buddisti,  la  cui  dolo- 
rosa contemplazione  dell'infinito  spira  ancora  nelle  fughe  di 
archi  di  quei  loro  eremi  e  dei  templi  perduti  lungo  il  Gange 
immenso  tra  sal)bie  deserte,  sino  al  fraticello  umbro,  che 
andava  alla  cerca  tra  i  suoi  monti  e  sceglieva  da  se  il  luogo 
a  qualche  cenobio  dal  bel  portico  svelto  pieno  di  pace,  che 
guarda  dall'alto,  tra  il  verde  cupo  degli  abeti,  la  piccola 
valle  tranquilla  ove  dormono  i  suoi  morti.  Mi  ricordavo  di 
avere  piìi  d'una  volta  in  viaggio  indovinato  dal  disegno  e 
dalla  fisonomia  di  qualche  convento  lontano,  l'ordine  reli- 
gioso che  lo  abitava.  Forse  perchè,  come  gli  occhi  e  i  tratti 
del  viso,  così  anche  le  cose  intorno  a  noi  finiscono  a  lungo 
andare  coU'improntarsi  delle  nostre  idee  e  dei  nostri  senti- 
menti. Ma  anche  perchè  nell'unità  d'ogni  alto  concetto  umano, 
religioso,  morale  o  d'arte,  la  sua  armonia  colla  forma  sen- 
sibile esterna  che  lo  veste  e  colla  natura  ambiente,  è  parte 
di  quel  sentimento,  a  cui  s' ispira  sempre  l'artista,  il  legi- 
slatore 0  il  guerriero,  il  fondatore  di  città  o  d'istituti  reli- 
giosi, il  grande  architetto  o  il  santo. 

E  ora  mi  tornavano  a  mente  molte  di  quelle  impres- 
sioni. E,  a  pensarci,  non  mi  faceva  piìi  specie  che  lì  a 
due  passi  dall' Amiata,  dove  la  natura  ha  da  per  tutto  l'im- 
pronta d'una  bellezza  così  maestosa,  quel  nudo  comignolo 
di  Monte  Labbro  avesse  potuto  suggerire  al  Lazzaretti  e 
ai  suoi  l'idea  d'andare  a  star  lassìi  e  di  costruirci  una 
chiesa.  Sollevato  1187  metri  sul  mare,  e  perciò  pili  alto  di 
tutti  gli  altri  monti  lì  intorno  per  lungo  spazio,  se  ne  togli 
r Amiata  (1734),  Monte  Labbro  con  quella  sua  bizzarra  forma 


124  UNA    VISITA    ALLA    TOBEE   DI    DAVID    LAZZAEETTI 

di  cono  tronco,  s' inalza  solitario  come  se  apposta  volesse 
contrapporsi,  così  sterile  nudo  e  triste  coni'  è,  alla  lieta  esu- 
berante fecondità  dell' Aniiata,  fitto  di  faggi  fino  alla  cima  e 
pili  giìi  di  castagni  e  di  querci,  di  vene  d'acqua  perenni  e 
sparso  di  borgate.  La  regione  dell'Appennino  occidentale,  su 
cui  sorge  la  bella  ^Montagna,  è  formata  da  terreni  relativa- 
mente pili  antichi,  ov'entra  l'argilla,  e  di  natura  poco  feraci. 
A  questi  appartiene  anche  Monte  Labbro  e  ne  ha  la  fisonomia 
uniforme,  la  tinta  quasi  cinerea:  scarso  d'acqua  e  d'ombre, 
perchè  non  vi  verdeggiano  che  rari  e  stenti  querciatti,  non 
coltivato  che  alle  falde  e  per  breve  spazio,  con  pochi  casolari 
di  terzaiuoli  e  di  piccoli  possidenti  e  in  cima  velato  quasi 
sempre  da  nebbie  uggiose,  come  se  ci  pesasse  un'antica  male- 
dizione, par  fatto  per  abitarvi  chi  voglia  fuggire  il  mondo  e 
aspettar  la  morte  conversando  con  Dio.  Una  vecchia  leg- 
genda voleva  vi  fosse  sepolto  non  so  qual  re  o  guerriero, 
anzi  i  Lazzarettìsti  dicono  d'averne  ritrovate  le  ossa  con 
resti  d'armi  antichissime  nella  grotta  che  scoprirono  scavando 
lassìi  per  costruire  la  torre.  Prima  che  vi  andasse  a  stare 
David  co'  suoi,  il  pastore  a  cui  per  caso  si  fossero  sviate 
le  capre  verso  la  vetta,  vi  s'avvicinava  lento,  guardandosi 
intorno  e  ascoltando,  in  (|uel  silenzio  non  rotto  che  dagli 
stridi  del  falchetto  e  dal  vento,  e  appena  rifatto  il  branco, 
non  gli  pareva  vero  di  calar  giìi  spingendoselo  innanzi  con 
fretta  paurosa.  Nella  castagnatura  la  mesaiola,  che  coglieva 
per  le  ripe  della  montagna  lì  in  faccia,  rispondendo  agli 
stornelli  dei  giovanotti  e  delle  compagne  più  vicine,  alle 
prime  minaccie  del  tempo  si  voltava  qunsi  per  un  moto 
istintivo  a  ponente,  verso  Monte  Lal)bro,  come  se  di  là  do- 
vesse venire  l'augurio  piìi  certo   del  temporale,  poi  si  chi- 


Monte  Labbro  e.  la  missione  del  frofetn  125 

nava  giù  muta  a  riempire  in  fretta  il  paniere  già  avviato.  Ma 
dalle  bassure  della  Maremma  il  buttero  quand'era  sdraiato 
sotto  a  una  quercia  e  i  bovi  intorno  gli  ruminavano  vòlti 
al  sole  in  un  mezzo  sonno,  nei  giorni  tristi  della  febbre, 
correva  più  spesso  coli' occhio  verso  quella  vetta  grigia  e 
spolta,  su  cui  sentiva  che  sarebbe  andato  volentieri  a  dor- 
mire per  sempre,  meglio  che  là  nella  verde  montagna  troppo 
popolata  e  gaia  per  lui. 

La  fama  e  le  predizioni  di  David,  dopo  in  specie  che 
fu  costruita  lassìi  la  torre  con  accanto  la  chiesa  e  l'eremo, 
avevano  aggiunto  alla  vista  di  Monte  Labbro  un  che  di 
sacro  e  di  religioso  per  quei  campagnoli  che  credevano  in 
lui.  E  d' altra  parte  deve  aver  contribuito  molto  a  dargli 
prestigio  e  sèguito  l'essere  egli  andato  a  stare  in  un  luogo 
come  quello,  visibile  per  molte  miglia  lì  intorno  a  tutta  la 
comunità  dei  suoi  fedeli,  l'aver  fatto  sentire  per  ben  dieci 
anni  ai  più  lontani  la  sua  presenza  in  mezzo  a  loro  nel- 
l'aspetto di  quella  torre  strana,  mezzo  velata  dalle  nuvole, 
da  cui  egli  diceva  avrebbe  dovuto  un  giorno  apparire  il 
segnacolo  d'una  religione  e  d'una  civiltà  nuova;  ma  sopra 
tutto  l'avere  unito  alla  torre  la  chiesa  e  1'  eremo,  al  sim- 
bolo della  missione  divina  del  profeta  quello  della  convi- 
venza dei  credenti  unanimi  nella  preghiera.  E  quanto  più 
ci  pensavo  tanto  più  mi  pareva  che  appunto  in  tutta  co- 
desta materia  di  motivi,  d' impulsi,  di  bisogni  morali  e  al- 
tamente umani,  ai  quali  quel  rozzo  tentativo  di  rinnovazione 
religiosa,  qualunque  poi  ne  fosse  la  forma  e  il  valore,  sod- 
disfece per  qualche  tempo  in  mezzo  a  migliaia  di  contadini, 
dovesse  cercarsi  la  cagione  vera  della  sua  durata  e  della 
fedeltà  costante  di  molti  suoi  partigiani.  Non  era  la  novità 


126  UNA    VISITA    ALLA    TOKRE   DI    DAVID    LAZZARETTI 

delle  idee  religiose  di  David  che  gli  conciliava  di  piìi  gli 
animi  ;  la  novità,  se  ci  fosse  stata,  gli  avrebbe  anzi  alienati 
i  più.  Era  il  sentimento  di  quello  che  io  chiamerei  Veterno 
religioso  dell'anima  umana,  ch'egli  appagava  in  loro,  e  nella 
forma,  rozza  e  strana  ma  efficace,  che  essi  si  sentivano 
più  disposti  a  dargli;  era  il  bisogno,  sempre  potente,  mas- 
sime nei  popoli  meridionali,  di  sentir  più  viva  la  fede  in 
Dio  e  nelle  sue  promesse  personificandola  nella  fede  in  un 
uomo  ;  il  bisogno  d'esser  mossi  dall'  esempio  e  dalla  parola 
autorevole  d'un  capo  voluto  eletto  da  tutti,  e,  quel  che  è 
più,  di  raccogliersi  a  pregare  in  una  chiesa  fatta  da  loro, 
preparata  pel  battesimo  e  pel  matrimonio  dei  loro  figli  e 
aperta  per  associarli  morti.  In  altri  tempi  intorno  a  quella 
chiesa  sarebbe  sorto  un  villaggio  o  qualcosa  di  piìi,  perchè  le 
acropoli  delle  più  antiche  città  debbono  essere  state  luoghi 
non  solo  di  rcfugio,  ma  anche  di  preghiera  comune.  Gli 
elementi  naturali  d' una  società  religiosa  nascente  c'erano, 
dunque,  almeno  in  parte  anche  in  quella  dei  Lazzarettisti  ; 
e'  era  se  non  altro  il  primo  :  la  chiesa  sorta  per  iniziativa 
spontanea  dei  fedeli.  —  "  Creda,  quello  che  ci  dispiace  piti,,, 
m'aveva  detto  poco  prima  la  massaia  del  podere  dove  ci 
s'era  fermati,  ^-  non  è  nemmanco  tutto  quel  che  s'  è  patito 
in  prigione  e  la  malattia  di  questa  povera  citta;  e  che  ci 
hanno  lasciati  senza  la  nostra  chiesa  e  ora  la  fanno  rovi- 
nare. Non  so  cosa  darei,  veda,  per  sentire  un  po'  una  volta 
quella  nostra  campana.  „ 

Intanto  io  avevo  raggiunto  gli  altri  della  compagnia  e 
tutti  insieme  eravamo  riusciti  sulla  spianata  in  cima  al 
monte.  Là  trovammo  i  nostri  cacciatori  che  ci  avevano  pre- 
ceduti da  un'altra  parte.   Erano   sdraiati  all'ombra  davanti 


La  "nuova  Sion.,:  la  chiesa  127 


all'eremo,  e  ci  diede  bene  a  sperare  per  la  colazione  vicina 
e  già  desiderata  il  vederli  tutti  soddisfatti  delle  loro  fatiche. 
E  vero  che  erano,  disse  un  di  loro,  "  un  po'  di  facile  con- 
tentatura ;  ma  insomma,  se  da  quella  lotta  per  l' appetito, 
combattuta  tutta  la  mattina  con  tutte  le  lodole  e  le  quaglie 
che  avevano  incontrato,  non  tornavano  proprio  onusti  di 
spoglie  opime,  però  una  ventina  d'uccellini  raccapezzati  al- 
meno in  cento  colpi  e  una  lepre  sorpresa  a  covo  dai  cani 
eran  meglio  che  nulla.  „  E  noi  non  dicemmo  di  no,  ma  ci 
rassicurava  in  segreto  il  pensiero  che  i  nostri  buoni  ospiti 
di  Castel  del  Piano  e  le  loro  gentili  signore  avevano  per 
tutti  i  casi  gonfiato  ben  bene  le  bisacce  che  ognuno  di 
noi  portava  alla  sella.  Si  fissò  l'ora  del  mangiare  pel  mez- 
zogiorno non  lontano,  e  ci  sparpagliammo  a  visitare  la 
nuova  Sion. 

I  Lazzarettisti  chiamano  ancora  così  il  gruppo  che  fanno 
su  quella  cima  la  chiesetta,  l'eremo  e  la  torre  del  Santo.  Di 
queste  fabbriche,  ora  abbandonate  e  vicine  a  cadere,  per- 
chè costruite  poco  solidamente  in  gran  fretta  coi  quattrini 
dei  benefattori  di  David,  le  due  prime  formano  insieme  un 
unico  corpo  rettangolare,  che  ha  di  fianco  sotto  a  se  ad 
oriente  la  valle  dove  comincia  a  scorrere  la  Fiora.  La  torre 
sorge  discosto  forse  una  ventina  di  passi,  in  proda  all'erta 
tagliata  quasi  a  picco  dalla  parte  meridionale  in  faccia  alla 
maremma  ed  al  Tirreno.  La  chiesetta,  se  non  fosse  la 
croce  che  vi  sta  di])inta  sulla  porta  insieme  agli  emblemi 
di  David,  si  scambierebbe  collo  stanzone  terreno  di  qualche 
grosso  podere  di  quei  luoghi.  Non  deve  aver  mai  lasciato 
supporre  la  più  lontana  intenzione  d'arte  in  chi  n'  è  stato 
l'architetto.    E    poi   rimasta    com'  è    da  piti    di   quattr'anni 


128  tJNA    AISITA    ALLA    TOKBIO    DI    DAVID    LAZZARETTI 

senza  né  uscio  ne  finestre,  col  tetto  mezzo  sconquassato, 
alla  mercè  del  vento  e  dell'acqua  che  battono  così  spesso 
e  forte  su  quell'altura,  al  primo  vederla  farebbe  pensare  che 
fosse  stata  abbandonata  dopo  aver  subito  le  devastazioni 
e  il  saccheggio  di  un'orda  furiosa  d'iconoclasti.  Tanto  più 
che  è,  si  può  dire,  come  se  questi  ci  fossero  realmente 
stati  ;  perchè  dopo  morto  David  e  sconsacrata  la  chiesa, 
non  è  passato  quasi  giorno  —  mi  raccontava  colle  lagrime 
agli  occhi  un  Lazzarettista  —  che  contadini  o  pastori  non 
sian  venuti  lassù  di  suo  o  mandati  dai  possidenti  lì  intorno 
per  raccapezzar  canali,  mattoni,  legname  o  altro  dalle  spo- 
glie di  quella  povera  casa  di  Dio  ora  scomunicata.  Sulle 
quattro  pareti,  nere  dalla  pioggia  filtrata  per  le  radure  del 
tetto  e  dai  fuochi  dei  carbonai  che  vi  si  riparano  le  notti 
d' inverno,  non  v'  è  un  braccio  solo  d' intonaco  che  regga 
ancora  tutto,  e  dove  fra  le  scalcinature  non  si  vegga  qua 
e  là  trasparire  l'aria  di  fuori  dalle  crepature  piìi  profonde 
della  muraglia.  Due  o  tre  di  quei  ([uadretti  della  Via  Crucis, 
che  non  mancano  mai  nelle  chiese  di  campagna,  rimangono 
ancora  appesi  sopra  e  intorno  a  un  vecchio  confessionale 
mezzo  roso  dai  topi.  L'altare  senza  predella  e  senza  pa- 
liotto  mostra  a  nudo  lo  scheletro  di  mattoni  che  un  tem])0 
ne  sosteneva  le  parature  tutte  bianche  di  bucato,  e  nel 
quale  sul  davanti  resta  vuoto  il  luogo  della  pietra  sacrata, 
fatta  levar  di  là  dal  vescovo  della  diocesi  quando  la  chiesa 
venne  interdetta.  Del  resto,  a  chi  vi  s' affacci  non  viene 
voglia  d' inoltrarsi  sul  pavimento  umidiccio,  del  quale  avanza 
qua  e  là  solo  qualche  mattone  tentennante,  e  tra  i  segui 
troppo  eloquenti  dell'uso  tutt' nitro  che  sacro,  a  cui  molti 
bau  voluto  far  servire  quel  luogo. 


L'eretno 


129 


L'  eremo  è  presso  a  poco  nello  stesso  stato  di  rovina 
e  d'abbandono.  Salvo  che  qui  la  rovina  si  mostra  anche 
maggiore,  perchè  il  piano  di  sopra  è  in  piìi  luoghi  ve- 
nuto giìi,  ingombrando  il  terreno  e  le  scale  di  macerie  e 
di  calcinacci.  Il  piede  mi  s'aifondava  entrando  e  non  mi 
fidavo,  ma  la  guida  che  ci  teneva  molto    a    farmi  da  clce- 


La  Chiesa,  l'Eremo  e  la  Torre  di  David  (pag.  127). 


rone,  mi  si  mise  davanti  e  adagio,  non  senza  prima  ten- 
tare il  terreno  quasi  a  ogni  passo,  dalla  cucina  bassa 
presso  la  porta,  dove  David  soleva  spesso  passare  le  notti 
d' inverno  coi  suoi  in  ragionamenti  morali,  salimmo  su  al 
primo  piano  che  serviva  da  dormentorio  e  ne  ha  in  piccolo 
la  forma  tale  quale  nei  conventi  :  un  andito  e  di  qua  e  di 
là,  in  fila,  le  celle  da  starci  in  ciascuna  non  piìi  d'un  letto 
e  qualche    seggiola:    tre    celle   per  parte    subito  a  sinistra 

G.  Barzellotti.  17 


130  rXA    VISITA    ALLA    TOERE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

della  scala    e    altrettante  a  destra;   fra  queste,   la  cella  di 
David.    Mi    faceva   specie  die  in  così  poco  spazio  potesse 
dormirci  una  famig-lia  numerosa  come  mi  dicevano  che  era 
stata,  specie  sul  principio,  la  società  degli  eremiti  fondata 
lassìi  dal  Lazzaretti.  —  Sapevo  da  uno  di  loro  che  i  soli 
uomini  erano  .').')  ;    e    i   presenti  a  Monte  Labbro  g-iunsero 
spesso  a  piìi  di  105.  —  Ma  nelle  cellette  dormivano,  come 
mi    spiegò    la    g'uida,    alcune    tra   le    donne    degli    eremiti; 
"e  n'avevano  bisogno,,,  diceva  lui  col  suo  solito  riso  ma- 
lizioso, "perchè  ce  n'erano,  sa?,  delle  sagrestane  parecchie  „. 
—  Così  chiamano  nel    Monte    Amiata  le  ragazze  che  non 
hanno  trovato  marito.  —  Gli  uomini  o  vegliavano  con  Da- 
vid, 0  d'estate  quando  non  riscendevano  giìi  al  paese  o  ai 
poderi  vicini,  si  buttavano  vestiti  a  dormire  per  gli  anditi 
e  nelle  stanze  terrene  o  all'  aria  aperta,  avvezzi  com'erano 
a  far  così  in  maremma  per  la  mietitura.  David  anche  lui 
dormiva  ben  poco  e  spesso    passava   parecchie  notti  senza 
spogliarsi.    Ma  nella    sua   cella  stava  per  lo  più  il  giorno 
varie  ore  a  scrivere,  a  meditare,  a  leggere.  Tra  quelle  nude 
pareti,    tempestate    qua   e   là   dei  soliti  ricordi  e  dei  nomi 
dei    visitatori,    rimasi    qualche    momento    a    guardare  dalla 
finestra  giii  verso  la  valle  della  Fiora  tutta  assolata.  Quando 
mi  voltai,  la  guida    mi  aveva  lasciato,  forse  per    raggiun- 
gere i  miei  nmici    che    s' erano  allontanati.   Non  sentivo  lì 
intorno  una  voce,  un  rumore  qualuiuiue,  un  alitar  di  vento, 
il  muoversi  d' una  foglia  o  il  r(mzio  d'  un  insetto.  In  tutta 
la  campagna  regnava    la    quiete  immensa   del  mezzogiorno 
vicino.  E  io  pensavo  che  quell'uomo  strano  e  infelice  do- 
veva aver  passato  lì  i  suoi  migliori  giorni.    La  sua  immagine 
tornandomi  in  mente  allora  più  viva  che  mai,  pareva  quasi 


La  torre  131 

partecipare  un  po'  a  quella  pace  della  natura,  ch'era  stata 
cara  anche  a  lui,  e  ricomporsi  a  miei  occhi  in  un  aspetto 
più  sereno,  e   che    in    qualche  suo  tratto   m'avrebbe  anche 
fatto  pensare    ai    grandi  solitari    dei  primi  eremi  cristiani. 
Forse  l' ora,    il   luogo   e    un    certo    debole,  che  ho  sempre 
avuto    per    codeste    memorie    dell'ascetismo    primitivo,    mi 
avrebbero  fatto  trattener  volontieri   col  pensiero  fra  quelle 
grandi  immagini  di  estatici  e  di  contemplanti.  E  lì  per  lì 
nella  disposizione    di   mente  in  cui  ero,  la  figura  del  bar- 
rocciaio profeta  non  ci  avrebbe  poi  scapitato  troppo  a  quel 
paragone.  Ma  mi  sentii  chiamare  di  fuori  e  uscii  non  senza 
aver  gettato  un'occhiata  su  qualcuna  delle  iscrizioni  a  lapis 
lasciate  là  dai  turisti  italiani  e  stranieri.  Quelle  in  cui  m'im- 
battei non  mi  diedero  gran  voglia  di  leggerne  altre.  La  por- 
nografia vi  aveva  lasciato,  lo  dirò  con  la  frase  tecnica  oggi  in 
voga,  un  contributo  notevole.  Curioso,  dicevo,  tra  me  e  me 
riscendendo  le  scale  con  la  stessa  cautela  con  cui  le  avevo 
salite,  curioso  che  fra  i  tratti  piti  costanti  e  più  caratteri- 
stici della  monelleria  umana  in  ogni  paese,  fra  ogni  sorta 
di  gente,  ci  sia  quello  di  voler  esporre  agli  occhi  di  tutti 
le  brutture  del  pensiero  e  del  cuore  con  la  stessa  cura  con 
cui  anche  il  bruto  cela  per  istinto  quelle  del  corpo! 

1  miei  amici  tornavano  dall'  aver  veduto  la  torre.  Mi 
e'  incamminai  anch'  io,  ma  ad  un  certo  punto,  dove  il  piaz- 
zale davanti  e  di  fianco  all'eremo  si  solleva  di  più,  fui  a 
un  tratto  come  fermato  dalla  veduta  stupenda  che  mi  si 
apriva.  In  quel  momento  il  tempo  era  del  più  bel  sereno 
che  io  abbia  mai  visto;  pareva  volesse  smentire  l'impres- 
sione triste  che  Monte  Labbro  ci  aveva  fatto  prima  di  ar- 
rivarci. Di  lassù,  a  chi  volti  le  spalle  all'Amiata  si  spiega 


132  UNA    VISITA    ALLA    TORBE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

innanzi  un  ondeggiare  di  monti  e  di  colli  che  vanno  a  morire 
nella  pianura  lontana  ;  tutti  a  creste  tortuose,  alpestri,  su  cui 
la  luce  del  sole,  che  quando  è  alto  ci  dà  in  pieno,  riscintilla 
dai  nudi  scogli.  3Ia  F  occhio  che  le  segue  crine  crine  e 
lungo  i  versanti  intralciati  fra  loro  capricciosamente,  a  quei 
larghi  tratti  scuri  che  s'aprono  tra  l'uno  e  l'altro,  s'accorge 
della  profondità  delle  valli  interposte.  Sono,  da  settentrione 
ponente  verso  mezzogiorno,  i  corsi  dell'  Ombrone  e  del 
Trasubbio  che  ci  sbocca  dentro,  poi  quello  dell' Albegna  e 
la  valle  della  Fiora,  che  dopo  aver  costeggiato  il  monte 
di  Castellazzara,  corre  tortuosa  a  occidente  del  bel  lago  di 
Bolsena.  Questo  però  non  si  vede.  E  nel  tratto  piìi  aperto 
che  si  stende  verso  la  ^Maremma  il  paesaggio  ha  l'aspetto 
uniforme,  smorto  eh'  è  proprio  dell'Appennino  occidentale. 
Più  qua  e  più  là  pochi  ciutìì  d'alberi  sparsi  nei  pendii  e 
intorno  ai  botri  ;  sulle  alture  qualche  casolare  ;  da  per  tutto 
scarsa  la  coltivazione  ;  un  che  di  solitario  e  di  grandioso, 
ma  anche  di  triste,  come  se  già  sentisse  venir  su  gl'influssi 
della  quartana.  Ma  giù  in  fondo  verso  1'  orizzonte,  dove 
l'azzurro  del  mare  stacca  cupo  sulle  coste  maremmane  e 
serpeggia  in  lunga  linea  di  seni  scintillanti  al  sole,  da 
quella  tremula  serenità, 

sorriso  inniimerabilo  doi  flutti, 

come  cantava  il  vecchio  Eschilo,  emergono  le  isole  :  la  Cor- 
sica lontana  e  più  presso  1'  Elba  e  a  ponente  della  punta 
di  Monte  Argentario  il  Giglio.  Sopra  e  intorno  non  è  che 
mare  e  ciclo  immenso  tranquillo. 

Ma  se  lo  spettatore  si  volta   indietro  stanco  di   quello 
splendore  uniforme,  l'occhio  gli  si  riposa  nel  verde  pendio 


La  veduta  che  si  ha  dall' Andata 


133 


dell' Amiata  che  guarda  verso  mezzogiorno  e  ha  di  fianco  a 
ponente  il  mare.  Delle  due  vette  ineguali  che  lo  terminano, 
dolcemente  ondulate,  tra  cui  scende  un  crine  fitto  di  faggi, 
la  più  alta  è  la  piìi  lontana  da  Monte  Labbro.  Da  codesta 
cima  a  chi  sale  sul  sasso  così  detto  di  Maremma,  s'apre 
una  di  quelle  occhiate  che    compensano  tutta  la  fatica  del 


L'Amiata,  veduto  daU'Abbadia  San  Salvatore  (pag.  134). 


cammino.  È  uno  spettacolo  immenso  di  monti  e  di  piani, 
dal  Mediterraneo  sin  molto  al  di  là  del  Trasimeno,  dai 
monti  su  cui  sta  Siena,  che  si  vede  leggermente  biancheg- 
giare lontanissima,  fino  a  Viterbo  e  al  Cimino,  dietro  al 
quale  sta  Roma;  a  sinistra,  fin  quanto  può  correr  l'occhio, 
il  fluttuare  dell'Appennino  nevoso  e  in  fondo  sull'ultima 
linea  dell'orizzonte  il  Gran  Sasso  d' Italia.  Viste  di  lassù, 
le  borgate  che  stanno  in  pendio  torno  torno  sui  contrafforti 


134  UNA    VISITA    ALLA    TOKEE    DI    DAVID    LAZZARETTI 


della  Montagna,  proprio  là  dove  sgorgano  dal  suo  seno  lar- 
ghe vene  d'acqua,  paiono  sporgere  il  capo  di  sotto  a  un 
verde  tappeto  di  castagni  secolari,  e  guardare  giìi  curiose 
verso  le  valli  sparse  di  vigne.  Quivi  i  montagnoli  zappano 
al  sole,  e  la  sera  riprendono  la  via  verso  casa  col  paniere 
in  braccio,  cogli  arnesi  in  ispalla  su  per  l'erta  tortuosa. 

In  quella  parte  orientale  dell' Amiata  che  non  può  ve- 
dere chi  guarda  da  Monte  Labbro,  è  la  Badia  San  Salvatore, 
il  più  antico  di  codesti  borghi,  nato  accosto  a  un  mona- 
stero di  Cistercensi,  che  già  ebbe  in  feudo  tutto  il  paese 
lì  intorno.  Una  vecchia  leggenda  lo  vuol  fondato  dal  re 
longobardo  Rachis,  e  vi  alloggiò  in  una  sua  visita  a  quelle 
montagne  Enea  Silvio  Piccolomini  che  ne  parla  nei  Com- 
mentari, e  narra  colla  compiacenza  un  po'  epicurea  del  papa 
umanista  di  quei  tempi,  d'aver  firmato  pili  brevi  e  bolle 
air  ombra  fi' un  alto  castagno.  Grii  abbadinghi  mostravano 
ancora  pochi  anni  fa  ({nella  pianta.  Ora  un'  iscrizione  ri- 
corda r  ospitalità  data  dalle  sue  giovani  oml)re  al  papa  fa- 
moso. L'Abbazia  fu  soppressa  da  Pietro  Leopoldo  e  vi 
vanno  a  scuola  i  bambini  del  paese,  che  lì  a  pochi  passi  si 
stende  un  po'  in  curva,  con  dietro  a  se  un  pendio  di  sco- 
gliere e  davanti  una  verde  spianata,  che  fa  da  passeggio  le 
domeniche,  da  cui  si  apre  alla  vista  la  cima  piìi  alta  della 
Montagna.  Poco  discosto  dal  convento  spandono  oml)ra  e 
fresco  i  castagni  più  anticlii  che  al)l)ia  l'Amiata;  il  luogo 
bello  solleva  il  pensiero  e  l'animo.  Ma  dentro  al  paese  chi 
va  per  quelle  viuzze  tortuose,  se  alza  gli  ocelli  alle  case 
nere  e  qua  e  là  sdrucite,  capisce  come  tutta  codesta  po- 
vertà, coll'impronta  della  vecchiaia  e  dell'abbandono  ovun- 
que  tu   ti   volga,    duri  all'ombra  della   tradizione   secolare 


La  Badia  San  Salvatore  135 


d'ozio  e  d'eg'oisrao  contemplativo  lasciata  dai  monaci.  Tra 
quelle  case  più  povere  ve  n'ha  però  con  porte,  archi  e 
fregi  d'un' eleganza  ingenua  da  fare  stupire,  e  ci  si  vedono 
spesso  affacciate  a  guardare  con  maraviglia  curiosa  fan- 
ciulle, donne  e  bambini  che  ai  tratti  e  al  tipo  piìi  puro 
dair espressione  signorile  e  d'un  biondo  fulvo  diverso  dal 
colore  dei  capelli  di  tutti  gli  altri  montagnoli,  si  mostrano 
d'un'altra  razza  piìi  antica.  Fuori  del  paese,  in  fondo  dalla 
parte  di  mezzogiorno,  è  una  peschiera.  Le  sue  acque  ca- 
dono giìi  a  precipizio  lungo  i  fianchi  degli  scogli,  rodendo 
al  piede  le  grosse  mura  castellane  che  vi  posano  su  da 
secoli.  E  a  due  passi  di  là,  dall'  altra  parte  d'un  ponticello, 
muovono  due  vie  che  vanno  al  paese  più  vicino,  a  Pian- 
castagnaio. 

Una  di  queste  pianeggia  a  mezzo  la  costa  che  scende 
verso  Val  di  Paglia,  e  guarda  il  bizzarro  cono  di  Radicofani 
coi  resti  del  castellaccio,  dove  Grhino  di  Tacco,  un  ricattatore 
medioevale,  fece  fare  all'abate  di  Cligny,  come  narra  mes- 
ser  Giovanni  Boccaccio,  quella  buona  cura  della  dieta  e 
delle  fave  secche  per  rimetterlo  del  mal  di  stomaco.  L'altra, 
la  via  antica,  sale  costeggiando  il  ciglio  del  Boccheto,  im- 
mensa parete  di  massi  tagliata  a  picco  sul  fianco  della 
Montagna,  poi  a  un  tratto  volge  sotto  i  castagni  e  scende 
fra  ombre  via  via  piìi  fìtte  sino  a  un  torrente  detto  rin- 
dovina.  I  montagnoli  lo  chiamano  così  perchè,  secondo  le 
annate,  o  porta  molt' acqua  o  spesso  anche  s'asciuga  tutto, 
e  vogliono  che  ciò  possa  fare  indovinare  il  più  o  il  meno 
di  raccolte  che  e'  è  da  aspettarsi. 

Fino  a  pochi  anni  fa  lo  attraversava  un  piccolo  ponte 
di    pietra,    le    cui   rovine    interrompono  ora  questa  via  ab- 


136  UNA    VISITA    ALLA    TOREE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

bandonata,  nascoste  giù  in  luia  fonda  fra  scogli  e  alberi 
cosi  pittoreschi  da  meritare  il  pennello  d'un  Salvator  Rosa. 
Ma  appena  nn  mezzo  miglio  più  oltre,  sempre  ad  acqua 
'pendente,  per  dir  come  dicono  quei  montagnoli,  è  il  ponte 
della  strada  nuova.  Traversato  questo,  sei  in  pochi  passi 
là  dov'essa  sbocca  insieme  con  l'altra,  che  viene  da  Santa 
Fiora,  in  un  piazzale  davanti  al  portico  d'una  chiesa.  Di 
qui,  se  il  fogliame  dei  castagni  fosse  meno  fitto,  si  vedi'eb- 
bero  biancheggiare  le  prime  case  di  Piancastagnaio.  Il  por- 
ticato non  è  che  una  rozza  tettoia  con  travi  di  quercia  che 
posano  su  due  pilastri.  Dalla  porta  della  chiesa,  dove  per 
lo  più  sta  china  a  pregare  qualche  vecchierella,  e  da  un 
arco  che  s' apre  di  fianco  e  lascia  apparire  in  lunga  fuga 
le  colonnette  d'un  chiostro,  spira  la  pace  e  il  silenzio  del 
monastero  che  sorge  lì  accanto.  Era  di  Francescani  con- 
ventuali, e  fu  soppresso  sotto  il  governo  francese. 

Dal  Convento  a  Piancastagnaio  corrono  duecento  passi 
0  poco  più.  E  al  primo  mostrarsi  che  fa  in  fondo  a  una 
bella  piana  tutta  ombre,  il  paese  pare  voglia  subito  giu- 
stificare il  suo  nome.  La  rocca,  tenuta  ancora  sui  primi 
del  secolo  XV  dagli  Orsini  di  Sovana,  guarda  F  immenso 
castagneto  che  le  pianeggia  innanzi,  e  poi  sale  per  pa- 
recchie miglia  a  scaglioni,  e  a  un  tratto  s' inerpica  verso 
il  primo  contrafforte  della  Montagna.  ]\la  i)oco  ;d  di  là 
della  porta  merlata,  dall'altra  parte  di  una  })iazza  su  cui 
scende  lo  sprone  della  torre  piìi  alta,  coperta  d'ellera  fino 
all'ampia  base  di  peperino,  cominciano  a  correre  in  giù  a 
sghembo  le  viuzze  del  paese,  come  se  avesser  fretta  di 
riuscire  fuori  di  quelle  nere  file  di  case  che  le  fiancheg- 
giano, per  fermarsi  all'aperto  dal  lato  di    mezzogiorno.  Lì 


Piancastagnaio  137 


è  la  porta  detta  di  Borgo  che  dà  su  Val  di  Paglia.  In 
faccia,  oltre  ima  verde  distesa  di  vig'iie  e  di  l)oschi,  va- 
neggia lontana  la  conca  rotonda  del  lago  di  Bolsena.  So- 
pra gli  sorge  Montefiascone  ;  più  in  alto  Viterbo  e  il  Ci- 
mino azzurro. 

Da  codesta  parte,  all'aspetto  e  al  colorito  della  campagna 
ci  s'accorge  già  d' essere  quasi  fuori  di  Toscana.  Un  non 
so  che  di  più  largo,  e,  a  un  tempo,  di  solenne,  d'austero 
fa  presentire  le  campagne  romane.  E  in  là  verso  mezzo- 
giorno guarda  dall'alto  del  paese  il  palazzo  che  fu  dei  Mar- 
chesi Bourbon  del  Monte,  a  cui  il  Granduca  Ferdinando  I 
dava  nel  1G02  Piancastagnaio  in  feudo.  E  della  prima 
metà  di  quel  secolo,  ma  nella  semplicità  del  disegno  e 
nella  parsimonia  degli  ornamenti  non  ha  le  esagerazioni 
dello  stile  di  molti  palazzi  romani  e  lo  sfarzo  di  quel 
barocco,  che  fu,  malgrado  de'  suoi  eccessi  e  de'  suoi  deliri, 
un  momento  ancora  vitale  della  grande  arte  italiana  già  de- 
clinante. I  Bour1)on  Del  Monte  dovevano  però  avere  sparso 
a  piene  mani  tutta  la  pompa  e  la  bizzarria  del  Seicento 
nei  loro  giardini,  dei  quali  restano  tracce  poco  lontano  dal 
paese  in  un  luogo  detto  il  Mugnello.  In  poche  altre  parti 
della  Toscana  e  d'Italia  la  natura  poteva  prestarsi,  come 
in  quella  lì,  all'arte  veramente  signorile  di  quel  secolo, 
eh'  ebl)e  il  genio  del  lusso,  e  che  seppe  fare  dell'acqua  rac- 
colta in  vasche  o  zampillante  in  fontane,  degli  alberi  e  dei 
boschetti  popolati  di  statue,  di  tutto  quanto  la  scelta  e  la 
varietà  dei  luoghi  può  aggiungere  agli  effetti  della  pro- 
spettiva, altrettanti  colori  per  la  tavolozza  fantastica  del- 
l'architetto divenuto  allora  pittore. 

Più  di  due  secoli  e  mezzo  fa,  le  Delizie  del  Marchese 

G.  Barzellotti.  ,  18 


138  UXA    VISITA    ALLA    TOKRE    1)1    DAVI  II    LAZZARETTI 

—  il  nome  sta  in  un  manoscritto  del  tempo,  che  le  de- 
scrive —  dovevano  formare  uno  dei  più  bei  quadri  che 
codesta  architettura  dei  giardini  abbia  mai  saputo  immagi- 
nare, ispirandosi  a  una  ricchezza  di  mezzi  naturali  vera- 
mente meravigliosa.  Un'acqua  di  vena  freschissima,  tersa 
pili  del  cristallo,  spicca  da  scogli  immensi  poco  fuori  del 
paese  sotto  la  porta  ora  detta  di  Voltala,  e  alimenta  la 
fonte  e  il  lavatoio  pubblico.  ]^ì  le  ragazze  e  le  donne  bat- 
tono il  l)ucato  per  poi  stenderlo  al  sole,  o  vanno  e  ven- 
gono lente,  solenni  su  per  la  salita  misurando  il  passo,  e 
colle  due  braccia  appuntate  ai  fianchi  per  tenere  bene  in 
equilibrio  sulla  testa  il  capisteio  pieno  della  biancheria  già 
lavata.  Ma  a  guardarne  le  braccia  tutt'altro  che  bianche  e 
la  sottana  che  spesso  pende  loro  in  brandelli  sotto  al  ve- 
stito rialzato,  non  ti  fanno  da  vero  pensare  a  Nausica  greca 
e  alle  sue  ancelle.  Ai  tempi  dei  marchesi  Del  Monte  codesta 
vena  d' acqua  scendeva  fra  i  castagni  per  canali  sotterra- 
nei fino  al  Mugnello  in  un'ampia  peschiera  scavata  nel  vivo 
masso.  Ci  notavano  pesci  d' ogni  colore,  ma  piìi  che  altro 
anguille  d' una  grossezza  e  d'un  sapore  da  non  cedere  a 
quelle  di  Bolsena  e  di  Marta,  rammentate  persino  da  Dante 
nel  Purgatorio,  là  dove  fa  scontare  a  papa  Dal  Torso  i 
troppi  peccati  di  gola  che  l'avevano  trascinato  laggiù.  Quelle 
del  ^fagnello  V  illustrissimo  signor  Marchese  le  serbava  per 
le  sue  cene  in  apoUine^  quando  un  prelato  della  famiglia, 
forse  consigliere  o  intimo  di  Urbano  VITI  o  d'Alessan- 
dro VII,  lo  avesse  favorito  d'ana  sua  visita  nella  villeg- 
giatura. E  allora  la  marchesa  e  le  marchesinc  sfoggiavano 
più  del  consueto  in  vesti  ricamate  a  larghi  fiorami  con  oro 
e  argento  e  coperte  di  nastri  rasati;  e   in  capo  portavano 


[  giardini  del  Marchese  139 


larghi  cappelli  ornati  di  fiori  e  di  piume,  sotto  a  cui  quasi 
scompariva  l'ovale  dei  piccoli  visi  dalla  pelle  delicatissima, 
color  di  perla. 

Sul  verde  fondo  erboso  della  pescliiera,  ombreggiata  dai 
castagni  clie  vi  pendono  sopra,  abbarbicati  non  sai  come  agli 
scogli  tutti  verdi  di  musco,  scorrono  le  vive  acque  di  tre 
vene,  che  un  tempo  la  riempivano  tutta.  Davanti  è  un  fab- 
bricato rettangolare.  Ora  vi  abita  una  famiglia  di  contadini. 
Dev'essere  stato  un  tempietto,  un  luogo  di  riposo  da  pas- 
sarvi i  padroni  qualche  ora  l'estate  coi  loro  ospiti.  Le  mura 
di  mattone  massicce  non  hanno  dato  un  cretto  in  piti  di  due 
secoli.  La  porta,  pure  intatta,  ha  una  ricca  cornice  con  bel- 
lissimi fregi.  Mettendo  il  piede  su  quella  soglia  tutta  con- 
sunta dalle  scarpe  imbullettate  di  que'  villani,  ci  s'affaccia  a 
un  nero  stanzone,  che  ha  nella  parete  a  destra  un  largo  ca- 
mino e  quasi  a  fior  di  terra  il  piano  del  focolare  lastricato 
di  pietra  con  due  giganteschi  alari  di  ferro.  Torno  torno 
alle  altre  pareti  la  povera  suppellettile  :  una  madia  e  due  o 
tre  casse  da  corredo  da  sposa  e  poche  seggiole  in  paglia; 
su  in  alto  gli  arnesi  da  lavoro,  zappe,  ronche,  falci,  rastrelli, 
e  se  l'autunno  s'inoltra,  le  trecce  del  granturco  pendono  dal 
palco  in  lunghe  file  gialle,  come  festoni,  che  però  le  cene 
della  famiglia  diraderanno  poi  sempre  piti  andando  verso  l'in- 
verno. All'entrare  vedi  la  vecchia  massaia.  Maria,  la  moglie 
di  Ferro  il  capoccia,  chinata  a  soffiare  sul  fuoco.  Appena 
ti  vede,  "venga,,,  ti  dice,  "venga,  entri  senza  sospetto,,; 
e  offrendoti  una  seggiola  dopo  averla  scossa  :  "  vede,  si  sta 
da  poveretti,  ma  almeno  la  pulizia  e  un  po'  di  buon  viso 
non  mancan  mai  „. 

A  pochi  passi  dal  podere,  più  in  basso,  l'acqua    uscita 


140  T7XA    VISITA    ALLA    TOEEE   DI    DAVID    LAZZARETTI 

dalla  peschiera  zampillava,  ancora  alcuni  anni  fa,  innanzi 
a  una  nicchia  ai  piedi  della  statua  di  uno  di  que'  soliti 
Fiumi,  in  fig'ura  di  vecchio  classicamente  sdraiato  col  go- 
mito destro  sull'urna  che  si  vuota.  Pei  buoni  pianesi,  poco 
forti  in  Mitologia,  quella  rozza  statua  di  nume  non  è  che 
un  Fabrizio  cieco.  Lascio  la  spiegazione  del  nuovo  nome  ai 
ricercatori  delle  leggende  popolari.  Ma  la  parte  dei  giardini 
Del  Marchese,  che  doveva  essere  destinata  a  produrne  il 
colpo  di  scena  finale,  si  vede  scendendo  qualche  centinaio 
di  passi  pili  giù  in  un'insenatura.  Lì  il  castagneto  viene  a 
poco  a  poco  digradando  in  forma  come  di  anfiteatro  per 
un'  infinità  di  viottole  tortuose,  e  spiana  in  un  bel  prato 
bislungo,  circondato  ora  da  rovine.  Un  immenso  piatto  di 
peperino,  d'un  pezzo  solo,  sta  tuttora  fermo  sulla  base  dello 
scoglio  da  cui  dev'essere  stato  scavato,  tutto  a  forza  di  scar- 
pello. L'acqua  ne  zampillava  fuori  con  un  getto  ch'era  di 
certo  pari  a  quello  delle  più  belle  fontane  di  Roma.  Il  po- 
polo lo  chiama  ora  il  piatto  delle  streghe.  E  davvero  quel 
luogo  par  fatto  per  colpire  la  fantasia,  per  farti  sog-nare 
sveglio. 

L'estate,  alle  ore  più  calde,  nel  mezzo  sonno  di  tutta 
la  campagna  lì  intorno,  il  sole  vi  penetra  lento  traverso  il 
fogliame  dei  castagni  altissimi,  variato  qua  e  là  di  gialle 
trasparenze,  e  piove  sull'erba  una  luce  fredda,  quasi  lunare, 
fra  larghi  e  caldi  si)razzi  d'ombra.  Il  silenzio  è  tale  che  par 
d'essere  chi  sa  quante  miglia  fuori  dell'abitato,  o  in  un  im- 
menso dormentorio  dove  anche  la  natura  riposi,  e  faccia  sen- 
tire meglio  l'intimità  della  vita  che  abbiamo  comune  con  lei. 
Lo  scorrere  della  vena,  che  s'allarga  lì  vicino  in  un  letto 
tutto  erba,  lo  vedi   senza  quasi  che  l'orecchio  riesca  a  l)eu 


Il  inaito  delle  streghe 


141 


distinguerlo.  L'alitare  del  vento  che  muove  dalla  vallata, 
portando  l'odore  resinoso  deg'li  abeti,  ti  sfiora  il  viso,  piega 
appena  le  foglie  da  un  castagno  all'altro,  e  potrebbe  parere 
il  respiro  sommesso  di  migliaia  d'addormentati.  In  quella 
gran  calma  sotto  a  quella  mezza  luce,  i  sensi  a  poco  a  poco 
cedono  a  un  torpore  strano  che  vien  su  da  ogni  cosa;  sol- 


Una  strada  dell'Abbadia  San  Salvatore  (pag.  134). 


tanto  la  vista  prende,  in  quei  momenti,  sopra  tutto  in  chi 
nacque  coli' istinto  dell'arte,  una  lucidità  insolita,  può  diven- 
tare quasi  un  tatto,  un  gusto  finissimo  dei  colori  e  delle 
forme.  La  ricchezza  e  la  varietà  dei  toni  in  cui  digrada  il 
verde  di  quei  castagni,  il  loro  atteggiarsi  a  movenze  sempre 
nuove  sono  tali  da  far  disperare  qualunque  piìi  gran  pittore. 
L'occhio  gira  voluttuosamente  su  per  quei  tronchi  enormi, 
soffici    di   borraccina  verde    cupo,  cangiante    al   sole  in  un 


142  UXA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

rosso  vellutato,  e  ne  accarezza  i  contorni  e  va  da  uno  a  un 
altro  sino  a  che  gii  sfuggono  dileo-uando  nelle  placide  lon- 
tananze del  bosco  ;  o  gode  a  vagar  f|ua  e  là  lungo  i  ci- 
glioni, per  le  viottole,  nelle  mille  insenature  di  quella  pra- 
teria senza  fine  e  sugli  scogli  tutti  pezzati  a  larghe  macchie 
chiaro  scure  dai  licheni  che  vi  crescono  sopra,  e  li  fan  pa- 
rere da  lontano  enormi  dorsi  di  leopardi  accovacciati. 

Chi  stia  sul  Piatto  delle  streghe,  intorno  a  cui  giacciono 
per  terra  frammenti  di  statue,  piedistalli,  fregi,  sedili  di 
pietra,  ha,  da  una  parte,  sopra  di  se  in  salita  a  largo  semi- 
cerchio tutto  il  castagneto,  e  solo  tra  gli  ultimi  rami  più 
lontani  qualche  sfondo  di  cielo  azzurro;  dall'altra  parte,  la 
vista  s'apre  giù  verso  la  vallata,  ch'è  tutta  un  vigneto,  e 
le  fa  ombra  un  giro  di  colli,  sempre  piìi  boscosi  via  via 
che  s' inoltrano  nella  provincia  romana.  Il  tintinnare  dei 
campani  delle  vacche  e  le  voci  argentine  dei  pastori  arri- 
vano ogni  tanto  di  laggiù  chiare  per  l'aria  limpida,  come 
se  sonassero  lì  a  due  passi.  E  una  scena  di  paesaggio  idil- 
liaco che  ha  l'ampiezza  tranquilla  e  Tintonazione  delle  più 
belle  dipinte  da  Claudio  di  Lorena,  e,  se  non  altro  per  lo 
sfondo,  fa  pensare  al  Mulino.  Xon  ci  mancherebbe  per  com- 
})irla,  e  riportare  chi  la  guarda  a  più  di  due  secoli  fa,  che 
il  vedere  apparire  da  lontano  fra  i  castagni  non  una  delle 
solite  pastorelle  di  Claudio  vestite  alla  greca,  ma  una  delle 
figlie  di  quel  Giovan  Battista  Bourbon  Del  Monte,  capitano 
delle  fanterie  della  Serenissima,  che  nel  1604  fabbricava  il 
palazzo  di  Piancastagnaio  :  una  giovinetta.  (|uale  io  me  la 
figuro,  dal  viso  delicato,  coi  capelli  rialzati  sulla  breve  fronte 
ricadenti  in  riccioli,  colla  veste  chiara  a  larghi  fiori,  e  che, 
mentre  ella  nello   scendere  si  sofferma  a  guardare,  le  dise- 


Castel  del  Piano  143 


glia  dal  fianco  in  giìi  la  svelta  figura  e  scuopre  i  due  piedi 
piccolini  calzati  di  raso  bianco. 

Questo  tratto  di  paese  die  la  carità  del  natio  loco  m'ha 
tentato  a  descrivere,  lo  rivedevo    in   fantasia  guardando  la 
Montagna  di  Santa  Fiora,  da  cui  si  può  abbracciare  in  una 
occhiata.  Ma  per  chi  è,  com'io  ero  allora,  su  Monte  Labbro, 
Piancastagnaio  rimane  dietro  a  una  delle  giogaie,  colle  quali 
l'Amiata  sporge  verso  mezzogiorno  e  vien  quasi  a, toccare 
le  ultime  diramazioni  dell'Appennino.  Guardando  dalla  Torre 
più  verso  tramontana,  si  può  in  parte  seguire  coli' occhio  la 
via  che  comincia  a  salire  dalla  Val  d'Orcia  e  dalla  stazione 
di  Montamìata.  Questa  via,  sceso  che  ha  in  larghi   giri  il 
crine  di  Scocchio  lungo,  ripiglia  a  montare  dal  piede  della 
collina  ove  sta  Reggiano,  e  non  pianeggia  più  sino  alle  porte 
d"un  grosso  borgo,  che  ha  in  parte  il  moto  e  il  commercio 
d'una  piccola  città  di  provincia.  E  Castel  del  Piano,  "  terra 
che  „,  come  dice  Pio  II  nel  secondo    libro    dei    suoi   Com- 
mentari, "  per  la  bellezza  del  luogo,  per  la  comodità  della 
situazione  e  per  l'amenità  del  paese  può  senza  dubbio  dirsi 
la  prima  fra   tutte   le  altre  del   Monte  Aniiata  „.  Una  via 
lo  traversa,  dividendolo  in  due  parti  uguali,  e  sbocca  nella 
piazza  scavata  un  po'  in    forma  di  conchiglia  per  rammen- 
tare quella  di  Siena.  A  un  tratto  di  schioppo  dalla  piazza 
è  il  passeggio  nuovo  :  nn  gran  prato    rettangolare,  contor- 
nato da  sedili  di  pietra  e  da  gelsi,  nn  vero  sqitare  all'inglese. 
Ma  l'impressione    tutta    cittadina  che  se  ne  ha  all'entrarci 
si  scorda  subito  se  si  alza  il  capo  alla  verde  montagna  che 
sta  sopra  solitaria  e  si  perde  fra  le  nuvole.  A  ponente  una 
fila  di  colline  s'addossano  le  nne    alle  altre,  o  s'aprono  in 
larghe  foci  sino  alla   Maremma.    Nelle   pendici   e  sulle  al- 


144  rXA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

ture  dirupate  biancheggiano  gruppi  sparsi  di  casolari  e  vil- 
laggi, che  non  si  sa  come  possano  star  ritti  sull'orlo  di  quei 
precipizi,  0  reggersi  sospesi  a  mezzo  la  costa  dove  pare  li 
abbia  fermati  arrestandosi  a  un  tratto  il  rovinio  di  qualche 
frana.  In  quella  parte  là  David  ebbe  sempre  i  più  de'  suoi 
seguaci.  E  sulhi  più  scoscesa  di  codeste  alture,  che  ha  la 
forma  di  un  leggìo,  contornato  quasi  da  ogni  parte  da  rupi 
a  picco,  pende  Monte  Laterone.  Gli  altri  montagnoli  dicono 
che  non  sanno  come  in  quel  paese  si  possa  entrare  in  casa 
altrimenti  che  per  la  finestra.  E  davvero  quei  ueri  tuguri 
s'afiollano,  s'inerpicano  gli  uni  quasi  sul  tetto  degli  altri, 
e  tutti  paiono  spenzolarsi  a  guardare  giù  in  quell'orrido 
precipizio  ai  loro  piedi,  come  se  aspettassero  che  da  un  mo- 
mento all'altro  il  più  lieve  crollo  del  monte  li  rovesciasse 
in  un  mucchio  tutti  giù  nella  fonda. 

Tra  Castel  del  Piano  e  Arci  dosso  si  move,  più  che  in 
qualunque  altra  parte  del  Monte  Amiata,  il  commercio  sempre 
crescente  che  i  montagnoli  fanno  tra  loro,  colla  ^Maremma, 
con  Siena  e  col  resto  d'Italia:  carra  di  botti  piene  di  bolo, 
di  farina  fossile  e  di  ferra  gialla  che  esce  dalle  Cave  sotto 
Castel  del  Piano,  immensi  carichi  di  carbone,  barrocci  che 
trasportano  il  cinabro  e  il  mercurio  della  miniera  del  Siele 
e  dell'altra  dei  Terni  poco  lontane  da  Castellazzara.  Subito 
all'uscire  da  Castel  del  Piano,  a  sinistra,  scende  leggermente 
un  amore  di  piccola  valle,  tutta  erba,  all'ombra  immensa 
della  Montagna,  e  nel  mezzo,  dove  fa  seno,  scorrono  acque 
di  vena  fra  lunglii  filari  di  piop])i  biancheggianti.  C'è  in 
questa  i)r()spcttiva  qualcosa  che  arieggia  a  uno  di  (juegli 
sfondi  di  paesaggio  umbro,  su  cui  sta  così  bene  la  deità 
gentile   delle   Madonne  del  Perugino   e    di   Uafi'aello   giovi- 


Arcidosfio  145 


netto.  La  via  corre  diritta  ancora  per  non  lungo  tratto 
sino  all'orlo  dell'altipiano  ov'c  posto  il  paese,  poi  svolta  e 
comincia  a  scendere  giù  verso  il  letto  dell'  Ente,  che  ser- 
peggia sotto  le  vecchie  mura  castellane  d'Arcidosso.  I  bar- 
rocciai sonnecchianti  tutti  distesi  sulle  sacca  del  carbone  o 
sulle  botti  del  bolo,  alzano  la  testa  al  principio  della  scesa, 
dov'è  un  convento  di  Cappuccini,  salutano  la  croce  pian- 
tata lì,  un  quarant'anni  fa,  da  Baldassarre  AudiheH^  e 
danno  un'occhiata  alla  Torre  lontana,  che  ricomparirà  poi 
per  l'ultima  volta  dopo  Santa  Fiora.  I  piìi  vecchi  tra  loro 
pensano  a  David,  che  anche  lui  prima  del  1868  faceva 
così  spesso  quella  via  coi  suoi  muli  (ne  ebbe  sempre  tre, 
belli  e  ben  tenuti);  e  gli  s'accompagnavano  volentieri  per 
sentirlo  parlare  delle  tante  visioni  che  diceva  d'avere  avuto 
da  Dio,  e  per  farlo  ragionare  delle  cose  del  mondo  e  dei 
luoghi  dov'  era  stato  e  dire  a  memoria  poesie  sue  e  del 
Tasso,  dell'Ariosto  o  di  Dante.  "  E  come  passavan  le  ore 
e  le  miglia  con  lui!  Era  proprio  un  piacere  a  sentirlo.  Ma 
se  i  muli  allazziti  non  gli  camminavano,  madonnina  mia, 
che  bestemmie!  Le  nostre  ci  son  per  nulla.  Poi  Dio  gli 
tocco  il  cuore  a  quel  modo,  e  anche  l'arciprete  diceva  ch'era 
diventato  un  santo  ;  e  se  non  gli  guastavan  la  testa  là  in 
Francia,  con  la  nominanza  che  aveva  qua  da  noi  e  in  ma- 
remma, di  certo  sarebbe  vissuto  e  finito  meglio,  povero 
David  !  „ 

Il  colle  dov'  è  Arcidosso  s'alza  quasi  isolato  in  faccia 
alla  foce  della  Val  d'Orcia,  e  ha  dietro  a  se  a  levante 
FAmiata,  di  cui  è  come  un  ultimo  prolungamento.  Il  ca- 
stello colla  nera  torre  quadrata  domina  le  povere  case  che 
più  secoli  fa  gli  si  raccolsero  intorno    a    chiedergli  difesa, 

G.  Barzellotti.  19 


146  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARKTn 

sparse  ancora  in  gruppi  sempre  piìi  radi  lungo  tutto  il 
pendio  verso  il  fiume.  Anche  qui  fino  dal  principio  del  se- 
colo XII  furono  signori  gli  Aldobrandesclii,  sebbene  la  di- 
rezione spirituale  la  tenessero  ancora  i  monaci  dell'Abbadia 
San  Salvatore,  dai  quali  dipendono  le  nove  chiese  parrocchiali 
del  paese.  La  vittoria,  per  cui  i  Senesi  se  ne  impadroni- 
rono nel  1331,  si  vede  ancora  dipinta  nella  sala  del  loro  pa- 
lazzo pubblico  da  Simon  Memmi.  Ma  iti  questa  parte  d'Ar- 
cidosso  che  guarda  il  fiume,  ed  è  ancora  press' a  poco  tale 
qual'era  ai  tempi  del  gran  pittore,  si  entra  per  una  porta 
che  la  divide  dal  nuovo  borgo,  pianeggiante  sul  dorso  della 
collina  verso  l'Amiata.  Qui  ci  s'accorge  subito  d'essere  nella 
capitale  politica  della  montagna,  perchè  xVrcidosso  è  capo 
di  Mandamento,  e  ha  una  Pretura  e  un  ufficio  centrale  delle 
Poste  e  un  ospizio  dei  Gettatelli.  Tra  le  industrie,  che  vi 
trovano  favore  e  braccia,  e  promettono  sempre  maggiori 
guadagni  al  paese,  è  quella  del  lanificio.  I^na  prima  fab- 
brica, messa  su  or  sono  pochi  anni,  ha  già  credito  e  la- 
voro in  tutta  la  provincia  di  Grosseto  e  fuori.  Del  resto, 
il  commercio  e  la  vita  di  questa  grossa  l)orgata  di  circa 
quattromiranime,  eh'  e  tra  le  piìi  civili  e  tra  le  piìi  sveglie 
del  Monte  Amiata  (quattro  secoli  fa  vi  nacque  G.  D.  Peri 
il  poeta  contadino),  si  raccolgono  nella  via  provinciale  che 
la  traversa,  e  sulla  quale  danno  le  case  i)iìi  ricche  e  ])iìi 
belle  e  le  botteghe  piìi  frequentate.  I  giorni  che  e'  è  fiera 
in  paese  o  a  Castel  del  L^iano  il  passaggio  delle  carrozze  e 
delle  cavalcature  non  smette  mai,  quasi.  E  a  ogni  nuovo 
tintinnio  di  sonagli  e  a  ogni  schioccare  di  frusta  i  terrazzi 
e  le  porte  si  affollano  di  si)ettatori  curiosi;  dalle  finestre 
pili  alte    e   anche    dagli    abbaini  si)untano  1)ionde    teste    di 


Vengo7io  per  la  "  statahira  „  147 


faneinlle  e  di  bimbi,  vieii  fuori  il  brio,  lo  scoppio  improv- 
viso del  buon  umore  rumoroso  di  (jualche  brigata  che  pranza, 
si  scambiano  con  chi  passa  saluti,  cenni  di  mano  e  qual- 
che volta  anche  occhiate  che  valgono  molte  parole  e  molti 
saluti.  E  su  nella  parte  piìi  alta  del  borgo,  dove  la  via 
provinciale  s'allarga  come  in  una  piazza  per  poi,  sboccare 
all'aperto  nella  campagna,  è  un  continuo  fermarsi  e  par- 
tire di  calessini  polverosi,  di  hagher,  di  l)arrocci  col  carico 
assicurato  da  grosse  funi,  coperto  d' incerati  o  di  tele,  e 
vi  sta  sopra,  puntato  sulle  zampe  davanti,  il  pomere  del 
padrone  abbaiando  a  tutto  ed  a  tutti. 

A  volte  uno  schioccare  di  frusta  piìi  lungo,  un  gran 
scuotere  di  sonagliere  annunzia  qualche  carrozza  dei  Laz- 
zeretti, e  un  momento  dopo  si  vede  spuntare  dalla  svol- 
tata in  faccia  al  borgo  di  sotto  e  venire  avanti  al  passo 
lento  dei  tre  cavalli  bianchi  di  sudore  e  di  polvere,  e  ad 
ogni  scossa  piegare  quasi  sotto  il  peso  delV imperiale  pieno 
zeppo  di  bauli,  di  valigie,  di  sacche,  di  ceste  e  di  pa- 
nieri di  tutte  le  forme.  Allo  sportello  stanno  spenzolati  dei 
bimbi,  e  sporge  la  mano  o  il  braccio  di  qualche  fantesca 
che  li  sorregge.  Piìi  indietro,  nella  penombra  rossa  delle 
tendine  mezzo  tirate  intravedi  altri  visi  ;  ma  non  hanno 
r  incarnato  fresco,  vegeto,  la  rallegratura  dei  montagnoli  : 
nel  colore  verde  terreo,  nel  grasso  bolso,  cascante  delle 
gote,  neir  aria  stanca  riconosci  alla  prima  i  tristi  eifetti 
della  maremma.  Vengono  per  la  statafura  a  passare  l'acqua 
delle  Bagnore  ;  e  alla  curiosità  viva,  all'affollarsi  della  gente, 
quando  la  carrozza  si  ferma,  si  vede  che  devono  essere 
persone  di  qualità  e  anche  ben  conosciute  in  paese  ;  perchè 
al  primo  apparire  del  legno  subito  dalla  farmacia  lì  vicina 


148  UNA   VISITA   ALLA    TORKE   DI    DAVID    LAZZARETTI 

gli    è    corso    incontro    un  croccliio  di  giovanotti,  e  chi    ha 
aperto  in  fretta  lo  sportello,  chi  ha  preso  in  collo  i  bam- 
bini   schioccando    loro   un    l)el    bacio  in  bocca,    e   ha    dato 
braccio  alla  signora  un  po'  affaticata  tra  l' imbarazzo  delle 
lunghe  vesti  sfarzose  e  delle  borse  e  degli  ombrelli  che  ha 
in  mano.  Un  grave  uomo  in  cravatta  e  in  soprabito  nero, 
tutto    abbottonato    e   col   cappello    alto,    da   prenderlo   per 
un  ma^;istrato  in  ritiro,  è  sceso  ultimo,  e  s' è  fatto  avanti 
lento  tra  i  saluti  di  tutti,  dondolando  un  po'  sulle  gambe, 
e  reggendosi  colle  due  mani  ripiegato  dietro  la  vita  il  par- 
dessus che  strascica.    Intanto  a  tutte  le  finestre  delle  case 
lì  intorno  le  donne  bisbigliano    tra  loro,  e   già  trovano  da 
ridire  sulla   toilette   della  signora.  Don  Basilio  il  barbiere, 
lazzarettista  fervente  (lo  chiamano  così  da  che  cantò  molti 
anni  fa  come  dilettante  nel  Barhiere  di  Siviglia],  s'  è  fatto 
sull'uscio  della  bottega  con  in  mano  la  scodella  del  sapone 
e  il  rasoio  e  guarda  in  aria  di  meraviglia.  Sulla  piazza  della 
fonte  i  ragazzi   seguitano  a  frotte  i   loro    giochi   rumorosi 
tra  l'abbaiare  dei  cani  e  il  disperdersi  delle  galline  impau- 
rite. Ma  subito  fuori  del  paese,  lungo  la  via  che  va  dritta 
ancora  per  pochi  passi,  e  poi  a  un  tratto  svolta  quasi  sul 
punto    dove    David  e  i  suoi    caddero  sotto  le  scariche    dei 
carabinieri,  l'occliio  torna  a  riposarsi  nella  vasta  pace  della 
campagna    ])iena    di  sole,    terminata  dalle  ultime  balze  del 
monte,  che  sono  tutte  un  verde  tappeto  di  castagni,  e  solo 
vi  biancheggia    qua  e  là    (pialche  casetta  solitaria  fra  om- 
bre tranquille. 

Da  Monte  Labl)ro  si  scuopre  benissimo  Castel  del  Piano. 
Ma  Arcidosso,  sebbene  molto  piìi  vicino,  resta  come  in  una 
specie  di  conca,  a  cui  codeste  onduhizioni  dell' Andata  fanno 


Santa  Fiora 


149 


quasi  da  orlo  a  levante  e  a  Mezzogiorno.  Chi  sia  a  piede 
della  torre  o  accanto  all'eremo  di  David  non  ha,  invece,  che 
ad  affacciarsi  da  quella  parte  alla  pendice  nuda  e  scoscesa 
di  Monte  Labbro  per  vedere  apparire  giìi  in  basso  e  molto 
più  vicini  che  non  siano  in  realtà  i  tetti  del  caseggiato  di 
Santa  Fiora.  A  guardarla  di  lassù,  situata  com'è  sull'orlo 


t/  M,.^.2i<'<.,       j 


Fuori  del  paese  dell'Abbadia  (pag.  135). 


della  grande  cornice  di  macigno  e  di  calcare  che  gira  da 
ogni  parte  intorno  al  bel  monte,  Santa  Fiora  con  quelle 
sue  case  scure  e  bianchicce,  addossate  le  une  alle  altre 
in  larghi  gruppi  che  sporgono  giìi  per  la  costa  a  punte  ine- 
guali sino  al  fiume,  fa  l'effetto  d'un  branco  di  capre  o  di 
pecore  che  scendano  a  bere  sul  mezzogiorno,  le  une  sorpas- 
sando via  via  le  altre  a  gruppetti,  a  manipoli,  man  mano 
che  il   pastore    se    le  ravvia  e  se  le  caccia   innanzi  lente^ 


150  UXA    VISITA    ALLA    TORRE   DI    DAVID    LAZZARETTI 

svogliate  colla  voce  e  coi  sassi.  E  anche  qui,  come  in  tante 
altre  parti  delle  campagne  italiane,  il  volgo  delle  povere 
case  mostra  d'essersi  da  secoli  raccolto  sotto  la  tutela  del 
castello  e  del  palazzo  feudale  di  uno  di  quei  conti  o  cattani, 
che  però  facevano  più  spesso  la  parte  di  lupo  che  di  pa- 
store. Santa  Fiora  —  ove  già  prima  del  nono  secolo  erano 
lupi,  0,  se  vi  piace  meglio  di  dirlo  con  Omero,  pastori  dei 
popoli  gli  Aldobrandeschi  —  rimase  poi  soggetta  a  quello 
dei  due  rami  della  grande  famiglia  che  ne  prese  il  titolo. 
Il  contratto,  che  sancì  la  divisione  di  questo  dall'altro  ramo 
degli  Aldobrandeschi  conti  di  Sovana,  fu  rogato  nel  1274. 
I  conti  di  Santa  Fiora  restarono  così  potenti  pel  possesso 
di  quasi  tutti  i  castelli  che  erano  lungo  la  valle  della  Fiora, 
allora  Fiume  Armino,  da  poter  guerreggiare  a  lungo  coi 
Senesi;  coi  quali  però  dovettero  accordarsi  nel  1300,  ce- 
dendo alcune  parti  del  loro  dominio.  All' abbassamento  della 
potenza  di  questa  signoria  ghibellina  e  feudale,  indebolita 
insieme  con  le  altre  dalla  lunga  assenza  degl'Imperatori, 
Dante  accennava  gridando  ad  Alberto  tedesco  : 

Vien,  crudel,  vieni  e  vedi  la  pressura 
Dei  tuoi  gentili,  e  cura  lor  magagne, 
E  vedrai  Santafior  com'è  sicura. 

E  chi  sa,  —  pensavo  io,  guardando  da  Monte  Labbro 
e  ricordandomi  di  quei  versi,  —  clii  sa  che  il  sommo  poeta, 
avanti  o  dopo  l'esilio,  in  una  di  quelle  tante  sue  i)eregrina- 
zioni  che  hanno  fatto  di  lui  il  piìi  grande  e  il  piìi  vero  tra  i 
descrittori  della  nostra  Italia,  non  sia  stato  anche  là  a  Santa 
Fiora,  non  abbia  percorso,  forse  andando  a  Roma,  ])arte  del 
Monte  Amiata  e  si  sia  ispirato  all'aspetto  di  questa  natura 
potente  e  maestosa  ch'egli  doveva  sentire  da  par  suo! 


TI  palazzo  Sforza  Cesarini  15t 

Ma  del  forte  castello  deg'li  Aldobraiuleschi,  che  Dante 
può  anche  aver  veduto,  non  rimane  ora  se  non  forse  l'an- 
tica torre  quadrata,  che  domina  il  palazzo  dei  conti  Sforza 
Cesarini,  annerita,  mezza  r<'>sa  dagli  anni,  con  un  aspetto 
di  veccliia  burbera  da  far  quasi  immaginare  che  s'abbia  per 
male  di  dover  montare  la  guardia  al  nuovo  palazzo,  a  cui 
della  fortezza  non  rimane  ormai  che  un  vecchio  sprone, 
dove  i  buchi  delle  feritoie  ora  danno  aria  e  luce  alle  can- 
tine dei  padroni.  Il  palazzo  non  può  essere  anteriore,  nella 
forma  che  ha  ora,  alla  seconda  metà  del  secolo  XVII,  quando 
i  Cesarini  di  Roma  successero  in  Santa  Fiora  agli  Sforza 
di  Muzio  Attendolo,  che  piìi  di  due  secoli  prima  ne  avevano 
avuto  il  dominio  da  un  conte  (iuido,  ultimo  degli  Aldo- 
brandeschi.  Il  portone  ad  arco  mezzo  tondo  serve  tuttora 
per  entrare  in  paese,  dopo  attraversato  un  ponte  che  tiene 
il  luogo  di  quello  antico,  levatoio.  Un  vasto  e  nudo  entrone 
a  vòlta,  echeggiante  da  ogni  parte  appena  vi  posi  il  piede, 
mette  sulla  piazza  grande  davanti  alla  facciata  principale 
del  palazzo,  che  ha  di  fianco  attigui  gli  Uffici  del  Comune. 
E  codesto  confondersi  che  fa  subito,  sulla  soglia  stessa  di 
Santa  Fiora,  l'idea,  anzi  l'immagine,  tuttora  presente  e  viva, 
della  famiglia  dominatrice  colla  vita  stessa  e  coli' aspetto 
esterno  di  tutto  il  paese,  risveglia  qui  più  che  in  qualun- 
que altro  luogo  del  Monte  Amiata  la  memoria  della  feuda- 
lità. Ma  di  una  feudalità,  quale  almeno  apparisce  a  molti 
seo-ni,  disarmata  ormai  e  ridotta  com'era  in  Toscana,  sotto 
l'occhio  vigile  della  monarchia  che  si  frapponeva  tra  lei  e 
il  popolo,  a  non  esser  pili  altro  che  un  vecchio  fantasma 
di  privilegi,  un  albero  cadente  che  fa  soltanto  ombra  e  non 
porta  più  frutti  e  tra  poco  darà  legna  e  fascine  ai  focolari 


152  TNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

dei  poveri.  Anche  a  Santa  Fiora  il  dominio  feudale  dei  Conti 
cessò  sotto  Leopoldo  I.  Ma  di  fatto  doveva  esser  finito  da 
un  pezzo  prima.  Ed  erano  anni  e  anni  che  d' inverno  al 
vecchio  camino  nell'entrone  del  palazzo  non  ci  si  scaldavano 
pili  i  moschettieri  di  guardia,  con  tanto  di  baffi,  con  quel 
loro  piglio  da  bravacci,  ma  solo  qualche  servitore  gallonato 
stava  là  a  mangiare  tranquillamente  gli  avanzi  della  tavola 
padronale  e  a  discorrere  colle  belle  ragazze  del  paese. 

Le  strade  di  Santa  Fiora  corrono,  come  quelle  di  altri 
paesi  dell' Amiata,  quasi  tutte  a  scesa  lungo  la  collina  dov'è 
il  castello  e  il  palazzo  feudale,  interrotte  ogni  tanto  da  ri- 
piani e  da  parapetti,  che  aprono  a  chi  scende  una  veduta  via 
via  sempre  nuova  del  paese  e  delle  strade  e  delle  case  sotto- 
stanti giìi  sino  al  iiume.  Sopra  uno  di  codesti  ripiani  è  la 
chiesa  parrocchiale,  ove  si  conservano  tre  belle  opere  della 
scuola  dei  Della  Robbia  :  un  pulpito,  un  battistero  e  un  al- 
tare con  bassorilievo  rappresentante  la  Vergine  in  mezzo  ai 
santi.  E  puoi  stare  là  ore  e  ore,  se  vuoi,  ad  ammirare,  a 
pensare  senza  che  nessuno  ti  disturbi.  La  chiesa  è  per  lo 
più  deserta,  spirante  pace  e  raccoglimento.  Dalle  finestre  di 
sacrestia  si  scuopre  tutta  la  valle  della  Fiora,  si  sente,  come 
fosse  lì  a  due  passi,  cadere  con  rumor  cupo  la  grossa  vena 
d'acqua  clie  poi  forma  il  fiume,  e  si  versa  fuori  dalla  pe- 
schiera dei  Conti  ;  e  giù  in  fondo  al  paese  spicca  sul  gri- 
gio cenerognolo  della  campagna  li  intorno  la  bruna  massa 
del  convento  delle  Cappuccine. 

Sono  della  regola  stretta  di  Santa  Chiara;  mangiano 
sempre  di  magro  e  fanno  frequenti  digiuni  ;  coricandosi  non 
si  spogliano  mai,  e  ogni  notte  interrompono  il  breve  sonno 
per  alzarsi  a  })regare  in  comune.  Vestite  del  rozzo  saio  co- 


Il  convento  delle  Cappuccine  1.j3 


lor  marrone  cupo  che  liaiiiio  anche  i  frati  Cappuccini  della 
stessa  regola,  con  più  in  testa  il  velo  e  intorno  al  collo  un 
soggolo  di  lino  bianco,  passano  i  giorni  interi  in  preghiere 
e  in  meditazioni,  ricamando  santini  e  piccoli  scapolari,  in 
quel  convento  umido,  freddo,  minacciante  rovina  per  la  sorda 
frana  che  gli  si  muove  sotto  da  anni  e  anni,  e  non  parlano 
tra  loro  se  non  rare  volte  a  refettorio  quando  la  badessa 
dispensa  il  silenzio  per  qualche  solennità.  Possono  però  ve- 
nire alla  ruota  in  parlatorio,  se  qualche  parente  o  amico 
loro  domandi  di  risentirle,  ma  al  colloquio  debbono  sempre 
assistere  due  altre  cappuccine.  Le  chiamano  le  discrete.  Io 
non  dimenticherò  mai  la  voce  gentile,  affettuosa  di  suor 
Giuseppa,  di  una  mia  zia  paterna,  che  da  ragazzo  ve- 
nivo con  mia  madre  a  risentire  quasi  ogni  anno.  E  mi  par 
di  vedere  ancora  la  madre  sua,  una  nipote  di  Paolo  Ma- 
scagni, forte  e  santa  donna,  che  non  sorrideva  mai,  ed  ebbe 
nell'animo  tanto  tesoro  d'affetti,  la  veggo  sedere  accorata 
in  quella  piccola  stanza  del  parlatorio  e  colla  sua  cercare 
la  mano,  che  la  figliuola  si  sforzava  di  porgerle  insinuan- 
dola nel  vano  lasciato  dalla  ruota  rasente  al  muro.  Io  mi 
rizzavo  sulla  punta  dei  piedi  a  baciare  quella  piccola  mano 
bianca,  fredda  come  la  cera  ;  poi  la  ruota  girava  per  farmi 
passare  dolci  e  ciambelline  e  urne  di  santi  e  medaglie,  a 
cui  s'accompagnavano  gli  avvertimenti  amorevoli  di  quella 
dolce  voce,  mezzo  velata  da  commozione  quasi  materna, 

tal  che  sempre  nell'amma  la  sento. 

Guardata  dall'alto,  Santa  Fiora  con  le  sue  memorie  feu- 
dali e  col  suo  convento  e  in  faccia  l'orrido  bosco  di  Sei- 
vena,  che  poi  si  perde  lungo  la  foce  della  Maremma,  sono 

G.  Bakzellotti.  20 


154  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    L  VZZARETTI 

il  vero  orizzonte  di  Monte  Labbro.  Qui  —  io  pensavo  — 
deve  essersi  ispirato  David.  E  anche  a  me,  che  da  giovi- 
netto l'avevo  percorsa  tante  volte   colla   fantasia   piena   di 
sogni,  saliva  ora  da  quella  valle    della   Fiora,  insieme   col 
ronzio  degl'insetti  sul  mezzogiorno  ardente,  quasi  un  alito 
di  leggenda  religiosa,  una  lusinga  di  vita  solitaria  immersa 
nella  pace  della  natura  grande,  piena  di  Dio.  Il  primo  sen- 
timento vago  di  quel  che  può  ispirare  una  vita  come  codesta 
a  chi  però  sappia  mettervi  molto  del  suo,  io  l'avevo  provato 
da  fanciullo  in  una  mia  gita  al  convento  della  Trinità,  che 
ora  mi  appariva  quasi  a  mezza  costa  del  monte  di  Selvena 
tramezzo  agli  abeti.  C'ero  andato  con  un  mio  parente,  ve- 
scovo di  Sovana  e  Pitigliano,  uomo  di  pietà  illuminata,  in- 
trepida, la  cui  immagine  m'è  poi  rimasta  sempre  nel  cuore 
come  il  tipo  più  alto  e  più  vero   del   sacerdote   dei   primi 
tempi  cristiani.  L'avevo  accompagnato  per  desiderio  di  fare 
quel  viaggio  in  quei  luoghi  orridi,   leggendari  e  di   vivere 
qualche  giorno  coi  frati  in  convento  quella   loro  vita   cosi 
nuova  per  me.  E  i  frati  ci  avevano  accolti  con   la   franca 
ospitalità  patriarcale,  propria  di  tutte  le  corporazioni  grandi, 
anche  se  non  sono  ricche,  e  che  ti  lascia  così  bene  a  tuo 
agio,  perche  è,  come  a  dire,  impersonale  ;    e    (questa   volta 
poi  si  mostrava  tanto  piìi  premurosa  di  compiacerci  in  tutto 
per  la  presenza  del   vescovo    che    era   hi   visita   pastorale. 
Non  mi  ricordo  d'avere  mai  forse  in  vita  mia  provato    un 
senso  di  così  gioviale  e  sana  serenità  d'animo  e  di  mente, 
come  quello  che  m'ispirò  il  bel  refettorio  tutto  lindo,  tutto 
odore  casalingo,  quando  ci  mettemmo  a  tavola  insieme  coi 
frati  in  ([uattro  lunghe  file  sui  sedili  che  toccano  le   (quat- 
tro bianche  pareti.  Il  vescovo,   dopo  recitato   il  Jìenedicite,. 


Il  convento  della  Trinità  155 


dispensò  il  silenzio.  Io  parlai  sempre  con  fra  Simplicio  che 
mi  stava  accanto  :  un  uomo  sulla  quarantina  con  una  voce 
calma,  insinuante,  ma  con  due  occhietti  scintillanti  senza 
malignità,  sotto  la  fronte  incorniciata  da  un  cerchio  di  ca- 
pelli castagni  che  gli  orlava  la  larga  chierica  da  france- 
scano. Dopo  pranzo  egli  mi  portò  a  vedere  lo  stupendo  bas- 
sorilievo, eh'  è  nella  chiesa  del  convento  :  un  Padre  eterno 
con  teste  d'angeli  intorno,  opera  di  uno  dei  Della  Robbia. 
Poi  uscimmo  a  passeggiare  pei  larghi  e  bei  viali  d'abeti, 
che  serpeggiano  lungo  la  china  del  monte.  Ci  spirava  un'a- 
rietta fina,  tutta  impregnata  di  buoni  odori  di  resine.  Ogni 
tanto  tra  i  rami  e  per  le  radure  delle  siepi  la  vista  cor- 
reva un  pezzo  in  giìi  fino  alla  valle  e  per  le  colline  in- 
torno. Il  frate  mi  raccontò  la  leggenda  della  fondazione 
del  monastero,  l'unica  che  corra  ancora  viva  nel  Monte 
Amiata,  e  che  s' accorda  cosi  bene  coli'  aspetto  e  con  le 
memorie  di  quei  luoghi. 

E,  del  resto,  tra  le  pili  comuni  e  tra  le  più  vaghe.  Un 
serpente  mostruoso  aveva  la  sua  tana  là  in  quel  monte, 
ed  era  da  lungo  tempo  il  terrore  dei  contadini  e  dei  san- 
tafioresi.  Ma  il  conte,  o  duca  che  fosse,  allora  dominante, 
andò  solo,  a  cavallo,  tutto  armato  da  capo  a  piedi,  a  sni- 
dare il  mostro,  e  fé'  voto  a  Dio  che  se  gli  concedeva  la 
vittoria,  sarebbe  sorto  in  quel  luogo  stesso  un  convento  alla 
Trinità.  E  Dio  gli  accordò  la  grazia.  Nella  sagrestia  del 
convento  i  frati  fanno  vedere  ancora,  a  conferma  della  tra- 
dizione, una  mascella  mostruosa  che  è,  a  quanto  pare,  di 
un  coccodrillo.  L'altra  si  conserva  o  si  conservava  un  tempo 
nella  sagrestia  della  Trinità  de'  Monti  a  Roma.  Cosi  almeno 
mi  assicurò  fra  Simplicio.    Mentr'egli   parlava,  il   sole    era 


156  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID   LAZZARETTI 

sceso  dietro  la  cresta  di  Monte  Labbro,  allora  deserto,  tin- 
gendola d'un  incarnato  leggero,  sfumante  nel  sereno  an- 
cora acceso  del  cielo  profondo.  L'ombra  saliva  dalla  vallata, 
invadendo  tutto,  e  nell'avvicinarsi  a  noi  spendeva  passo  passo 
gli  ultimi  resti  del  giorno  sulle  cime  più  alte  degli  abeti  e 
dei  Cerri  lì  vicino.  Quella  notte  io  sognai  il  serpente  della 
leggenda  e  il  bel  cavaliere  che  lo  assaliva.  La  mattina  dopo 
mi  svegliarono  sull'alba  i  canarini  di  fra  Simplicio  che  dor- 
miva in  una  cella  accosto  alla  mia. 

Questi  luoghi,  che  io  mi  son  provato  a  descrivere,  mi 
apparivano  presenti  agli  occhi  o  nella  memoria  guardando 
dalla  cima  di  Monte  Labbro  l'Amiata  e  i  paesi  circostanti 
e  la  maremma  grossetana.  E  bisogna  dire  che  quella  vista 
e  i  ricordi  ch'essa  mi  risvegliava  in  folla,  potessero  molto 
in  me,  perchè  non  mi  accorsi  che  i  miei  amici  mi  chiama- 
vano, e  non  uscii  da  quella  specie  di  contemplazione  che 
quando  la  guida  mi  s'avvicinò  e  mi  sentii  dire: 

''  0  la  torre  non  la  vuol  vedere  ?  „ 

"Eccomi  qua,,,  —  gli  risposi. 

E  in  pochi  passi  ero  davanti  a  quello  strano  monu- 
mento dell'arte  religiosa  dei  Lazzarettisti.  A  vederlo  da  vi- 
cino, l'enorme  ammasso  di  pietre  greggie  calcaree  non  ce- 
mentate, che  un  tempo  faceva  da  sostruzione  alla  fabbrica, 
ha,  meno  anche  che  da  lontano,  l'aspetto  di  torre.  Perchè 
fino  a  tanto  che  non  si  è  lì,  l'occhio  non  lascia  ben  distin- 
guere nel  colore  bigio  cenerino  di  quel  sasso,  tutto  a  sca- 
glie, il  punto  dove  la  rozza  muraglia  a  secco  si  soprappone 
a  un'ultima  i>rominenza  del  monte  che  le  fa  da  base,  e  in 
distanza  accresce  all'occhio  le  proporzioni  della  fabbrica.  La 
guida  ci  aveva  lavorato  anclie   lui    ed    era,    mi    disse,    con 


La  torre  di  David  Vìi 


quelli  che  la  sera  avanti  il  18  agosto  1878  issarono  lassù 
il  vessillo  rosso  del  Profeta.  Una  specie  di  cordonata,  larga 
da  salirsi,  magari,  anche  da  un  cavallo,  girava  a  spirale 
torno  torno  alla  torre  dalla  base  fino  su  alla  cima,  e  aveva 
solo  due  ripiani,  l'uno  sotto  l'altro,  sui  quali  davano  le  fine- 
stre di  due  stanze.  La  luce  non  ci  penetrava  che  da  quel- 


Paesaggio  tra  l'Abbadia  e  Pianeastagnaio  (pag.  135). 

l'apertura,  rischiarando  appena  due  grandi  volte  nude,  sulle 
quali  tra  la  mutfa  umida  spuntava  l'erba  e  aff^acciandocisi 
c'era  il  caso  di  vedere  spesso  fermo  a  guardare  qualche  bel 
ramarro.  Là  David  si  ritirava  a  fare  orazione  anche  du- 
rante la  notte  prima  di  scendere  giti  nella  grotta  coi  suoi. 
La  stanza  del  primo  piano  era  molto  piìi  larga  che  quella 
del  secondo,  perchè  la  torre  andava  restringendosi  in  forma 
di  cono  verso  la  cima.  Su  questa  si    stendeva  una   piatta- 


158  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

forma,  larga  abbastanza  da  poterci  stare  sedute  due  o  tre 
persone.  ''E  di  lassù  „,  seguitava  a  dirmi  la  guida,  "  quanto 
gran  mondo  si  scuopriva!  E  quella  buona  gente,  che  era 
qua  con  David  negli  ultimi  tempi,  sa  cosa  dicevano?  Glie- 
l'ho  sentito  dire  io  tante  volte.  Dicevano  che,  quando  fos- 
sero scoppiate  nel  mondo  quelle  gran  cose  che  David  aveva 
predette  tante  volte,  lui  un  giorno  sarebbe  salito  in  cima 
alla  torre  per  scuoprire  da  lontano  chi  doveva  venire  a 
prendere  le  parti  sue  o  a  dargli  addosso.  „ 

Ma  codesta  bizzarra  fabbrica  della  torre  non  deve  aver 
mai  fatto  sulla  fantasia  dei  Lazzarettisti  un'impressione  pari 
a  quella  della  grotta  che  le  si  apriva  sotto.  L'averla  tro- 
vata nello  scavare  i  fondamenti  fu,  io  credo,  una  tra  le 
circostanze  che  favorirono  piìi  il  prestigio  nascente  del  pro- 
feta d'Arcidosso.  Se  pure  egli,  pratico  com'era  di  quei  luo- 
ghi, non  la  conosceva  già  e  sperava  di  trarne  partito  per 
dare  sempre  più  un  aspetto  e  un  colorito  fantastico  quasi 
leggendario  alla  sua  impresa.  Fatto  sta  che  le  ossa,  tro- 
vate, com'io  dissi,  dentro  la  grotta  insieme  con  alcuni  avanzi 
d'armi  antiche,  parvero  allora  a  molti  un  avvertimento  del 
cielo,  servirono  a  confermare  la  voce  già  sparsa  che  poco 
tempo  prima  David  avesse,  per  una  visione  venutagli  da 
Dio.  fatto  scavare  in  una  grotta  presso  Montorio  K ornano, 
ov'era  a  fare  penitenza,  e  scoperto  anche  lì  resti  d'ossa 
umane  e  vasi  e  armi  antichissime.  K  vero  che  le  ossa  par- 
vero a  un  valente  medico,  amico  mio  che  le  esaminò,  fram- 
menti di  una  mascella  di  capra.  ^la  l'impressione  che  il  ri- 
trovarle aveva  prodotto  sulla  fantasia  di  quella  gente  restava 
oramai;  come  restava  profonda,  incancellabile  in  loro  ([uella 
della  grotta,  che  avevan  veduto  aprirsi  la  prima  volta,  buia. 


La  grotta  sotto  In  Torre  I59 


misteriosa,  inesplorata  innanzi  ai  loro  occhi,  e  in  cui  David 
poi  li  avvezzò  a  radunarsi  ogni  notte  a  pregare. 

Vi  s' entra  per  un'  apertura  verticale,   larga  appena  da 
poterci  passare  un  uomo  solo  e  alta  parecchie  braccia,  che 
mette  in  una  specie  di  galleria  angusta,  a  leggero  pendio, 
incavata   naturalmente    nel   vivo   sasso,    colle   rozze   pareti 
sparse  d'erbe  rampicanti  e  da  cui  gli  stillicidi  pendono  in 
lucide  stalattiti.  Fatti  una  ventina  di  passi  almeno  sul  suolo 
umido,  che  mi  s'affondava  sotto  i  piedi,  fra  una  penombra 
crescente,  mi  ritrovai  in  un  luogo  assai  piti  spazioso,  dove 
il  poco  di  luce,  che  ci  può   penetrare  dallo    spiraglio   lon- 
tano dell'entrata,  lascia  appena  scorgere  un'ampia  vòlta  di 
macigno.  Nel  mezzo  sono  ancora  i  resti  dell'altare  di  pie- 
tra che  vi  aveva  innalzato  David.   Un  senso  come  di  bri- 
vido mi  veniva  dall'aria  umidiccia  del  sotterraneo.  Qualche 
pipistrello  si  staccò  dalle  pareti  e  fuggì  via,  sbattendomi  le 
ali  sul  viso.  Poi,  fatto  a  poco  a  poco  l'occhio  a  quel  bar- 
lume, cominciai  a  distinguere  la  forma  di  quella  spelonca, 
abitata  forse  dagli  uomini  antichissimi.    E    un'  ampia  cella 
quasi  circolare,  colle   pareti   aspre    di  macigno,    qua   e   là 
un  po'  scarpellate  per  allargarla,  e  tutta   nuda   e    spirante 
orrore  di  solitudine  sacra.  E   io   pensavo  all'eterno    istinto 
umano  della  religiosità,  che  per  anni  e  anni  aveva  condotto 
David  e  i  suoi  a  pregare  le  lunghe  notti  in  codesto  luogo, 
ove  forse  migliaia  e  migliaia  d'anni  prima  i  loro  padri    si 
propiziavano  con  tetri  sacrifizi  umani  le  divinità.  Mi  pareva 
che  quanto  v'  era  stato  di  veramente    e    di    primitivamente 
popolare  in  quel  rozzo  tentativo  religioso  dei  Lazzarettisti, 
in  quel  loro  embrione  dì  cristianesimo  patriarcale,  ritemprato 
sulle  aspre  forme  del  culto  di  altri  tempi,  mi  si  facesse  sen- 


160  UNA   TISITA   ALLA    TORBE    DI    DAVID   LAZZARETTI 

tire  meglio  lì  nell" orrore  di  quella  grotta.  La  immaginavo 
rischiarata  dalla  luce  rossastra,  incerta  di  poche  torce,  che 
sbatteva  fantasticamente  su  quelle  facce  vigorose  di  mon- 
tanari raccolti  a  cerchio  intorno  a  un  bell'uomo  alto,  dalla 
lunga  barba  nera,  dall'occhio  vivo  ispirato. 

Quando  uscii  dalla  grotta  trovai  i  miei  amici  già  seduti 
sull'erba  ali" ombra  davanti  all'eremo.  Avevano  tirato  fuori 
dalle  bisacce  le  provvisioni  da  bocca  e  si  disponevano  a  far 
colazione  tutti  di  ottimo  umore:  —  "Ti  s'aspettava  da  un 
secolo,.,  —  mi  gridarono  parecchi  in  coro,  E  mi  facevan 
cenno  che  c'era  un  posto  per  me  nel  cerchio  che  avevano 
fatto  intorno  alla  tovaglia  spiegata  in  terra  e  già  tutta  piena 
di  bocce,  di  fiasche,  di  bicchieri  e  di  cose  da  mangiare.  Met- 
tendomi a  sedere,  osservai  che  tra  loro  era  sopravvenuto 
nella  mia  assenza  un  uomo,  acceso  in  viso  forse  per  la  fretta 
con  cui  aveva  fatto  la  salita.  Al  vestito  e  a  un  certo  fare 
disinvolto  che  mostrava  parlando  coi  miei  compagni,  non  mi 
parve  un  contadino  di  quei  contornì.  La  camicia  di  rozza  tela 
bianchissima,  che  gli  lasciava  scoperta  una  parte  del  petto, 
e  la  giubba  un  po'  frusta,  del  colore  bigio  scuro,  molto  in  uso 
tra  gli  operai  di  quei  paesi,  me  lo  davano  per  un  uomo  del 
popolo,  per  un  artigiano.  Lifatti  mi  fu  detto  ch'egli  faceva 
il  higonciaio  in  Arcidosso  e  aveva  moglie  e  figli  e  una  ca- 
setta in  paese  e  campava  alla  meglio  del  guadagno  di  quel 
mestiere,  a  cui  aveva  dovuto  ricorrere  per  bisogno  dopo  i 
fatti  del  is  agosto  ISTS.  Prima  faceva  il  bcccliino,  e  per 
naturale  inclinazione  e  per  la  pratica  di  qucH'uttìcio  ciregli 
non  esercitava  con  la  brutale  indifferenza  dei  «uoi  compagni 
di  mestiere,  s'era  sempre  mostrato  propenso  alle  cose  della 
religione  e  pieno  di  zelo  nel    praticare  la  carità,    nel    fare 


Ihi  discepolo  del  Lazzaretti  161 

parte  di  confraternite  pie,  nell'  osservarne  scrupolosamente 
gli  obblighi;  sebbene  a  codesto  fervore  di  sentimento  reli- 
gioso e  a  un  gran  rispetto  per  le  cose  e  per  le  persone  di 
chiesa  andasse  unito  in  lui  un  certo  fino  spirito  di  libertà 
nel  giudicarne  talvolta  gli  atti  e  la  vita,  nel  desiderare  al 
Cattolicismo  riforme  che  lo  avvicinassero  ai  tempi  e  alle 
nuove  condizioni  d'Italia.  Un'apertura  di  mente  non  comune 
e  un'istruzione  discreta,  superiore  al  suo  stato,  raccolta  in 
poche  ma  buone  letture,  l'avevano  reso  accessibile  a  code- 
ste idee. 

In  un  uomo  di  tale  natura  e  di  tali  pensieri  e  inoltre 
disposto  a  certa  misticità  ascetica,  doveva  poter  molto  la 
parola  e  l'esempio  del  Lazzaretti.  E  infatti  Filippo  era  stato 
sino  da  principio  uno  tra  i  seguaci  pili  fedeli  e  convinti  del 
profeta.  Imprigionato  dopo  i  fatti  dì  Arcidosso,  aveva  sof- 
ferto molto  per  le  febbri  prese  a  Grosseto  in  carcere  e  per 
le  ansie  del  lungo  processo  di  Siena.  Ne  al  suo  ritorno  in 
patria  gli  era  stato  possibile  di  riavere  l'antico  uihcio  di 
beccamorto.  'L'odio  teologico  che  non  conosce  perdono,  e 
quella  specie  di  tacita  scomunica  sociale,  che  colpisce  sem- 
pre i  partigiani  dei  tentativi  religiosi  falliti,  lo  separavano 
dai  più  dei  suoi  compaesani,  dai  parenti  e  dagli  amici,  lo 
respingevano  come  contaminato  persino  dalla  soglia  di  chiesa. 
Egli  però  era  rimasto  sempre  fedele  alla  memoria  del  suo 
Maestro,  e  mi  fu  detto  che  ne  professava  ancora  aperta- 
mente i  principi  e  li  voleva  serbar  vivi  nel  cuore  dei  suoi 
antichi  correligionari.  Per  ciò  i  miei  compagni  lo  avevano 
tatto  venire  lassìi  quel  giorno  perchè  io  lo  conoscessi.  Era 
un  uomo  alto  e  asciutto,  di  carnagione  bianca,  d'una  fiso- 
nomia  espressiva,  e  che  sebbene  per  lo  più  calma  gli  s'ac- 

G.  Bakzillotti.  21 


162  UNA    VISITA    ALLA    TOKEE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

cendeva  ogni  tanto  come  d'un  fuoco  interiore  mal  represso. 
E  allora  le  gote,  un  po'  pallide,  gli  si  colorivano  a  un  tratto, 
la  voce  tremava  e  due  occhi  azzurri,  non  grandi  ma  pieni 
di  vita,  mandavano  lampi.  Aveva  i  capelli  castagni  e  la 
barba  quasi  bionda  e  la  portava  *  tutta  per  seguire,  come 
mi  fu  detto,  anche  in  questa  parte  una  tra  le  prescrizioni 
degl'istituti  religiosi  fondati  dal  Lazzaretti. 

Egli  s'era  messo  a  sedere  sull'erba  innanzi  a  me,  e  io 
gli  dissi  che  avrei  avuto  caro  di  sapere  molti  particolari  in- 
torno a  David  e  alla  vita  che  i  suoi  seguaci  avevano  fatto 
con  lui  in  quel  luogo.  —  "Sebbene,,,  aggiunsi,  "io  sia  ben 
lontano  del  partecipare  la  vostra  fede  nel  nuovo  Messia,  so 
però  rispettare  la  sincerità  dei  sentimenti  ch'essa  vi  ha  ispi- 
rato. ,,  —  Mi  rispose  con  un  leggero  atto  della  testa  che 
acconsentiva,  e  ci  mettemmo  tutti  a  mangiare. 

E  ora  mi  pare  tempo  che  anche  i  lettori  conoscano  per 
fild  e  per  segno  i  fatti  cui  ho  accennato  tante  volte,  e  li 
conoscano,  quello  che  più  importa,  in  ordine  alle  loro  cause 
e  alle  condizioni  sociali  e  morali  dei  luoghi,  o,  come  oggi 
si  dice,  {[q\V ambiente  nel  quale  ebl)ero  origine. 

In  tempi  di  profondi  rivolgimenti  morali  e  civili,  soprat- 
tutto in  quelli  nei  quali  vien  meno  in  molte  anime  la  fede 
nella  tradizione  ecclesiastica  dominante,  accade  spesso  che 
gl'impulsi  naturali  e  spontanei  della  coscienza  religiosa  po- 
polare tornino  a  ravvivarla.  E  allora  il  volgo  suscita  in  se 
stesso  uomini  potenti  ad  esprimere  ciò  ch'essa  gli  detta  in 
un  linguaggio  talvolta  originalissimo  perchè  ispirato  dal  sen- 
timento. Sono  i  tempi  in  cui  vengono  su  le  religioni  nuove 
e  si  rialzano  le  antiche  e  già  scadute,  purcliè  abbiano  an- 


Come  nacque  la  popolarità  di  Dand  163 


Cora  germi  dì  vita:  tempi  che  nessuno  può  dire  passati 
ormai  per  sempre  neanche  per  tutti  i  popoli  piìi  civili,  non 
ostante  i  molti  indizi,  e  io  li  notai  già,  che  pure  potreb- 
bero indurci  a  crederlo.  Siena,  nel  secolo  in  cui  vissero 
rOchino  e  i  due  ^^ocini,  ebbe  il  suo  profeta,  il  suo  ispirato, 
in  quel  beato  Brandano,  Savonarola  incolto,  geniale,  veg- 
gente girovago,  che  percorse  gran  parte  della  Toscana  e 
d'Italia  lasciando  per  ogni  dove  nel  volgo  i  terrori  dei  suoi 
vaticini.  In  Siena  e  nella  sua  provincia  sono  apparse  di 
quando  in  quando  e  hanno  avuto  séguito,  più  certo  che  in 
qualunque  altra  parte  della  Toscana,  strane  figure  d'ispirati 
e  di  esaltati.  Avanti  il  1840,  in  mezzo  al  fervore  religioso, 
che  dalla  Restaurazione  in  poi  serpeggiava  tra  le  plebi  to- 
scane, quelle  del  ]\Ionte  Amiata  videro  aggirarsi  piìi  a  lungo 
tra  loro  e  tennero  per  santo  un  Baldassarre  Audibert,  un 
francese,  e  a  quel  che  si  diceva  un  convenzionlsta  pentito, 
che  per  espiare  il  regicidio  viaggiava  a  piedi  nudi,  a  capo 
scoperto,  recitando  preghiere  e  piantava  a  ogni  poco  per  le 
vie  maestre  delle  grandi  croci  di  legno  cogli  emblemi  della 
passione.  Mi  ricordo  d'aver  sentito,  da  bambino,  una  vecchia 
serva  di  casa  mia,  che  aveva  tenuto  in  braccio  anche  mio 
padre,  raccontare  gran  cose  del  passaggio  di  quest'uomo  mi- 
sterioso e  venerato  dal  popolo,  che  gli  s'accalcava  intorno  a 
baciargli  le  mani  e  le  vesti,  a  chiedergli  qualche  ricordo  o 
qualche  reliquia.  Quei  racconti  si  ripetevano  spesso  come  in- 
termezzi tra  le  lunghe  e  fantastiche  profacole,  che  la  vec- 
chia mi  diceva  a  maraviglia  in  purissima  lingua  senese. 

La  fama  e  la  propaganda  di  David  vennero  su,  adunque, 
in  un  terreno  fatto  per  riceverle.  A  lui,  non  privo  per  la 
sua  condizione  d'una  discreta  coltura,  giovò  l'essere  uscito 


164  UXA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

dal  suo  paese  e  aver  praticato  molto  anche  tra  gente  d'una 
condizione  superiore  alla  sua,  senza  mai  perdere  un  certo 
suo  modo  di  fare  alla  mano  che  gii  conciliava  l'animo  del 
basso  popolo.  Gli  giovò  il  momento  opportuno  in  cui  egli 
venne  fuori  a  un  tratto  coi  suoi  tetri  vaticini  di  mali  pros- 
simi, anzi  imminenti  alla  Chiesa  e  agii  Stati  d'Europa,  in 
queir  alternare  di  speranze  e  di  timori,  d'illusioni  e  di  disin- 
ganni, che  commosse  tra  il  18(37  e  il  1870,  tra  Mentana  e 
la  presa  di  Porta  Pia,  i  conservatori  reazionari  non  meno 
dei  liberali.  Ma  gii  giovò  anche  più  l'esser  rimasto,  per  quasi 
dieci  anni,  in  una  via  media  tra  i  propositi  e  le  mene  della 
parte  clericale,  che  certo  contava  su  di  lui,  e  le  aspirazioni 
liberali  manifestate  fin  da  principio  nelle  sue  prediche,  negli 
inni  patriottici  composti  da  giovane  e  coli' aver  combattuto 
volontario  nel  18(J0  a  Castelfidardo.  Il  prestigio  e  la  popo- 
larità del  Santo  di  Monte  Labbro  ebbero  però  un'altra  causa 
piii  intima,  la  stessa  che  spiegherà  sempre  il  segreto  di  altre 
popolarità  in  materia  di  religione  e  di  politica;  ed  è  che  il 
livello  delle  sue  cognizioni  e  della  sua  coltura,  per  quanto 
potesse  parere  altissimo  a  molti,  non  superava  di  molto  quello 
a  cui  giungevano  i  piti  tra  i  suoi  seguaci.  Salvo  che  egli 
portava  nella  sua  predicazione  una  risolutezza  di  convinzioni 
e  un  ardore  di  parola,  che  raddoppiava  in  quegli  animi  rozzi 
e  schietti  l'efficacia  dei  motivi  soliti  a  operare  in  favore  di 
simili  propagande,  i  quali  erano  e  sono  stati  sempre  :  la 
cieca  fede  nelle  minute  pratiche  devote,  l'aspettativa  ansiosa, 
continua  di  eventi  soprannaturali  e  di  grandi  novità  sperate 
0  temute.  Quel  mostrare,  ch'egli  fece,  in  fronte  fin  da  prin- 
cipio uno  stimma  impressogli,  diceva,  da  mano  soprannatu- 
rale ;  quel  suo  narrare  visioni,  estasi   e   rapimenti  arcani  e 


I  credenti  in  David 


165 


colloqui  e  persino  lotte  avute  da  lui  con  Dio;  quel  dirsi  do- 
tato di  spirito  profetico  e  strumento  di  straordinaria  e  mi- 
steriosa Missione,  senza  che  egii  stesso  potesse  comprenderla 
0  conoscerla  positivamente;  tutto  ciò  gli  apriva  e  gli  conci- 
liava fin  dai  primi  giorni  le  orecchie  della  folla  che  correva 
ad   ascoltarlo.  Perchè  il  popolo,  come   bene    osserva  Carlo 


Il  Eoccheto  (pag.  135 j. 


Puini  nei  suoi  Saggi  di  storia  delle  religioni,  "  fa  sua  la  fede 
a  un  sistema,,,  e  io  aggiungerei,  alle  credenze  di  un  uomo 
"  solo  quando  riesce  a  ricondurle  nella  cerchia  delle  sue  idee  „. 
A  codesti  motivi  che  avrebber  potuto  procacciargli  sé- 
guito e  popolarità  in  qualunque  paese,  si  aggiungevano  per 
aumentarne  l'efficacia  le  disposizioni  d'animo  e  di  mente  pro- 
prie a  quella  popolazione  di  campagnoli,  di  contadini  e  di  pic- 
coli possidenti  fra'  quali  David  ebbe  i  primi  discepoli.  I  Ma- 


IHH  l'XA    VISITA    ALLA    TOEKK    DI    DAVID    LAZZARETTI 

remmani,  rozzamente  immaginosi,  inclinati  a  portare  anche 
oggi  nella  superstizione  le  forme  semplici  e  grosse  che  la  mi- 
tologia dei  loro  padri  latini  e  forse  quella  degli  etruschi  dava 
alle  idee  religiose,  pendevano  dalle  labbra  di  codesto  nuovo 
augure,  che  cercava  nei  segni  dei  tempi  arcani  presagì  pel 
futuro,  di  questo  nuovo  Numa  che  narrava  di  aver  rice- 
vuto in  una  grotta  della  Sabina  presso  Montorio  Tvomano  il 
suo  mandato  di  profeta  da  sette  grandi  personaggi,  coman- 
danti (il  sette  legioni  apparsigli  in  sogno.  I  montagnoli  del- 
l'Aniiata,  arguti,  svegli,  avidi  di  novità,  e,  a  un  tempo,  fa- 
cili a  commuoversi,  ad  appassionarsi,  amavano  quest'uomo 
ingegnoso  e  sensitivo,  nato  tra  loro,  e  che  di  barrocciaio 
bestemmiatore  s'era  mutato  da  un  giorno  all'altro  in  santo 
senza  cessare  d'esser  poeta,  e  a  una  grande  fiducia  in  se 
stesso  e  nell'adempimento  delle  sue  predizioni  univa  anche 
una  certa  fina  accortezza  nel  praticare  colla  gente,  nel  saper 
alternare  a  tempo  il  tono  ispirato  del  veggente  con  un  po' 
di  quella  maldicenza,  di  quella  fina  satira  personale  che  il 
volgo  non  risparmia  mai  a  chi  sta  in  alto.  E  poi  una  delle 
pili  grandi  forze  che  ha  sempre  avuto  la  parola  di  questi 
profeti  popolari,  grandi  o  piccoli,  sublimi  o  grotteschi,  è  quel 
certo  che  di  vago  nelle  allusioni  al  futuro,  nelle  promesse 
e  nelle  minacce,  che  a  chiunque  creda  in  loro  presta  modo 
di  metterci  del  suo  quanto  gli  dettano  la  speranza,  Finte- 
resse  0  la  paura.  1^  così  accade  naturalmente  che  non  poche 
profezie,  capaci  per  se  d'interpetrazioni  opposte,  paiono  poi 
avverarsi,  quando  una  delle  parti  a  cui  potevano  esser  vòlte, 
e  a  cui  molti  le  avevano  tirate  fin  da  principio,  può  comunque 
sia  adattarsi  ai  fatti,  sopravvenuti  talvolta  anche  piìi  secoli 
dopo.  Le  predizioni  di  David,  massime  quelle  ch'egli  atte- 


^ 


Amici  e  arversart  del  profeta  1H7 


stava  aver  fatte  prima  del  1870,  e  die  però,  si  noti,  furono 
pubblicate  da  lui  solo  in  quest'anno  e  nei  seguenti,  sono  tra 
le  più  vaghe  che  si  possano    immaginare,  tra  le  più  facili 
ad  esser  tirate  a  sensi  oppostissimi.  Quello  che  in  esse  v'è 
di  pili  chiaro,  oltre  al  prestarsi  che  faceva  agli  avvenimenti 
contemporanei  o  almeno    molto   probabili    allora,    lusingava 
l'amor   proprio  di  quei    campagnoli,  tenerissimi,  come  sono 
sempre  i  montanari,  del   loro   paese,  che  David   presagiva 
diverrebbe    tra   poco  il  centro  di  avvenimenti    straordinari. 
E  poi  il  suo  modo  di  trattare  umile,  rispettoso  più  in  specie 
cogli  ecclesiastici,  gli  conciliava  e  gli  faceva  amici  e  fautori 
tra  questi  parecchi  non  molto  superiori  in  cultura  al  volgo  ; 
lasciava  sperare  ad  altri   o  accorti  o  fanatici    d'averlo    do- 
cile istrumento  ai  fini  della   parte    clericale,  che  allora  tra 
il  'G7  e  il  '70  guardava  ansiosa  verso  la  Francia  e  saliva 
ogni  giorno  a  più  alte  speranze.  Ma   egli  non  era  sempre 
docile  e  ossequioso  coi  preti.   "Spesso,,,  scrive  un  suo  di- 
scepolo,  "  li  rimproverava  del  loro  cattivo  contegno  e  della 
noncuranza  del  loro  dovere...  ;  ed  un  giorno  che  alcuni  sa- 
cerdoti erano  andati  in  casa  sua  a  fargli  visita,  perchè  era 
malato,  sentendoli   parlare    delle   cose  di  Dio  senza  fonda- 
mento di  verità,  ebbe  il  coraggio  di  dire  loro:  ^^Vol  v  in- 
tendete delle   cose  di  Dio  come   gli    asini  s'Intendono  della 
musica ,,. 

Neanche  tra  le  persone  colte,  delle  quali  chi  ha  un 
po'  in  pratica  le  condizioni  morali  e  intellettuali  di  quei 
montagnoli  e  dei  maremmani  può  indovinare  quali  fossero 
gli  umori,  mancavano  i  seguaci  e  i  sostenitori  del  pro- 
feta. Avversi  a  lui  o  indifferenti,  ma  non  senza  una  certa 
curiosità  di  stare  a  vedere  dove  la  cosa  andrebbe  a  finire. 


168  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

erano  i  veramente  colti  e  i  più  liberai,  specialmente  i  gio- 
vani ;  non  però  tutte  le  loro  mogli,  perchè  a  pili  d'una  dava 
nel  genio  la  pietà  di  David,  l'unzione  e  l'enfasi  della  sua 
parola  e  quel  che  di  più  minutamente  devoto  e  d'ascetico 
apparve  fin  da  principio  nelle  pratiche  religiose  raccoman- 
date da  lui.  E  anche  tra  i  grossi  possidenti  e  tra  gl'impie- 
gati ce  n'era  che  tenevano  per  David,  non  in  tutto  aper- 
tamente, ma  se  non  altro  con  quella  tiepida  simpatia  che 
spesso  trapela  involontaria  nelle  parole  di  chi  si  perita  a 
compromettersi  per  cosa  o  persona  mal  vista  da  altri.  I  più 
di  questi  timidi  amici  del  profeta  si  contentavano  di  notare 
che  intanto  egli  non  dava  noia  a  nessuno,  e  spargeva  tra 
la  gente  di  campagna  il  seme  del  timor  di  Dio  e  di  buoni 
avvertimenti  morali.  Alcuni  anche  lo  soccorrevano  di  qualche 
elemosina  in  denaro  o  in  generi. 

Vi  fu  chi  lo  aiutò  spendendo  per  lui,  piìi  che  parole  e 
danaro,  l'intiuenza  del  nome  e  dell'autorità  di  una  lunga  vita 
passata  in  alti  uffici  pubblici.  Fu  il  cavaliere  avvocato  Gio- 
vanni Salvi,  stato  procuratore  generale  sotto  il  Granduca  di 
Toscana.  Egli  si  adoperò  molto  per  fare  assolvere  David  in 
un  processo,  che,  come  dirò,  ebbe  a  Perugia;  lo  sostenne  a 
lungo  col  suo  favore,  e  si  associò  alle  speculazioni  agricole, 
che  la  Società  delle  famiglie  cristiane,  istituita  dal  profeta, 
tentò  in  Maremma,  prendendo  in  atfitto  alcuni  terreni,  che 
egli  stesso,  il  Salvi,  le  diede.  Gli  statuti  della  società  —  che 
si  leggono  nelle  opere  di  David  e  hanno  1  7  articoli  —  fu- 
rono pensati  e  scritti  dal  vecchio  e  autorevole  magistrato  to- 
scano, mentre  ospitava  in  casa  sua,  a  Scansano,  David,  che 
arrestato  nell'agosto  del  ISTI  e  tradotto  l;i,  aveva  ottenuto 
per  intercessione  dello  stesso  Salvi  la  libertà  provvisoria. 


Gli  apostoli  dei  Lazzaretti 


169 


Anche  l'avvocato  Leopoldo  (Jempini,  uomo  d' ingegno, 
notissimo  allora  in  Firenze  e  figlio  di  un  ex  ministro  del 
Granduca,  favorì  e  sostenne  il  profeta  nei  principi  della  sua 
propaganda.  Andò  a  Scansano  per  vederlo  e  conoscerlo,  men- 
tre abitava  in  casa  del  Salvi  ;  dove  nello  stesso  tempo  erano 
ospitati  Giovan  Battista  Polverini  di  Gradole;  —  frate  dei 


Porticato  della  Chiesa  del  Convento  di  Piancastaguaio  (pag.  136). 


Filippini,  uno  dei  due  sacerdoti,  che,  sedotti  dal  fascino  del 
Santo^  andarono  poi  a  Monte  Labbro  a  othciarne  la  chiesa; 
—  due  pie  donne,  tratte  esse  pure  là  dalla  stessa  fede,  e 
alcuni  dei  primi  discepoli  di  David,  che  piti  e  sempre  cre- 
dettero in  lui  e  sacrificarono  alla  sua  causa  tutto  il  loro 
avere  :  Raffaele  e  Giuseppe  Vichi,  Federigo  Rocchi,  An- 
gelo  Cheli  e  Tonino  di  Gianna.  In  questo  primo  cenacolo 
della  nuova  chiesa  nascente,  adunato  in  casa  del  suo  pro- 

G,  Barzellotti. 


9-2 


170  rXA    VISITA   ALLA    TOEKE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

tettore,  David  dovè  certo  ricevere  impulsi  e  forza  a  prose- 
guire per  la  sua  via  dall'autorità  e  dalla  posizione  sociale 
degli  uomini  che  lo  appoggiavano. 

Leopoldo  Cempini  nell'ottobre  del  ISTI  ospitò  in  casa 
sua  a  Firenze  la  moglie  e  tre  tìgli  di  David.  E  questi  pure 
vi  andò  e  vi  si  trattenne  alcuni  giorni.  Però  il  Cempini 
ben  presto  gli  volse  le  spalle  e  ruppe  ogni  relazione  con  lui. 
La  Società  delle  famiglie  cristiane  contò  per  qualche 
tempo  come  suoi  membri  più  di  ottanta  famiglie.  La  sua 
sede  era  a  Monte  Labbro.  Coloro  che  con  David  la  con- 
cepirono, e  sul  disegno  dello  statuto  steso  dal  Salvi  ne  po- 
sero le  basi,  messero  in  comune  per  piìi  anni  lavoro  e 
beni.  Ad  essi  è  dovuto  quello  che  diede  all'opera  del  pro- 
feta aniiatino  un'impronta  di  novità  e  d'importanza  sociale  : 
l'esempio  di  una  comunità  laica  di  uomini  e  di  donne,  nata 
liberamente  e  vissuta  per  qualche  tempo  tra  campagnoli  di- 
retti da  un  capo  spirituale  laico,  nella  quale  tutto  ciò  che 
doveva  servire  al  vitto  e  al  mantenimento  dei  confratelli  si 
spartiva  in  comune,  compreso  il  retratto  del  lavoro  di  tutti. 
La  dipendenza  dei  membri  dall'organismo  sociale,  di  cui 
facevan  parte,  era  così  stretta,  che,  secondo  gli  statuti,  la 
Direzione  della  societii  poteva  e  doveva  esaminare  persino 
se  i  matrimoni  dei  soci  fra  loro  o  con  persone  estranee  alla 
società  fossero  o  no  convenienti  e  dare  o  negare  in  propo- 
sito la  sua  approvazione. 

Questa  che  fu  una  delle  tre  società,  fondate  dal  Laz- 
zaretti, le  quali  dovevano  formare  un  unico  istituto  con  co- 
muni intenti  religiosi  e  morali,  aveva  per  suo  simbolo  la 
speranza.  I  soci  portavano  tutti  lo  stesso  abito. 

Avevano  cominciato  dal  metter  del  suo  i  campi,  le  be- 


Koii  fu  ìtìi  moto  aijrario  e  socialistico  171 

stie,  le  raccolte  ;  giacche  erano  quasi  tutti  piccoli  possidenti, 
contadini  nel  proprio,  gente  però  alienissima  da  ogni  spi- 
rito irrequieto  di  novità  politiche  o  sociali  e  da  ogni  isti- 
gazione che  avesse  potuto  invogliarli  a  tentarle.  Il  che  va 
notato  qui  per  coloro,  i  quali  ricercando  le  ragioni  dei  fatti 
di  Arcidosso  si  sono  lasciati  dominare  dall'impressione  che 
la  lontananza  suol  fare  per  lo  pili  nel  giudizio  delle  cose 
umane,  e  ch'è  proprio  il  rovescio  di  quella  che  l'occhio  ri- 
ceve dagli  oggetti  veduti  in  distanza  :  hanno,  cioè,  ingran- 
dite, nel  guardarlo,  le  cagioni  del  fatto,  tutte  particolari  e 
dovute  solo  allo  stato  d'animo  e  di  coltura  di  quella  gente 
là,  sino  a  farne  un  vero  e  proprio  moto  agrario  e  sociali- 
stico, simile  a  quelli  che  ora  agitano  F  Irlanda,  e  che  si 
vanno  accennando  anche  tra  noi  in  Lombardia. 

Fra  le  popolazioni  del  Monte  Amiata  non  c'è  mai  stato 
sin  qui  nulla  di  quel  che  potrebbe  dirsi  una  vera  questione 
agraria  e  sociale.  Il  possesso  v'è  da  secoli  non  meno,  anzi 
piti  forse,  largamente  ripartito  che  in  altre  provincie  della 
Toscana.  E  poi  la  mezzadria  in  uso  da  per  tutto,  la  so- 
brietà di  quel  popolo  e  una  certa  tolleranza,  ormai  tradi- 
zionale nei  possidenti,  per  cui  al  miserabile  toccano  pure 
ogni  anno  piii  che  le  briciole  di  certe  raccolte,  specie  della 
castagnatura,  se  non  tolgono  affatto  la  povertà,  ne  rendono 
gli  eccessi  assai  pili  rari  che  altrove.  E  neanche  in  quella 
parte  della  Maremma,  ove  si  sparse  la  predicazione  di  David, 
c'erano  allora  e  ci  sono  poi  stati  sin  qui  veri  germi  di  so- 
cialismo agrario. 

In  quei  pochi  e  radi  casolari  di  contadini  e  di  fittaioli 
rozzi,  laboriosi,  sobri  non  meno  dei  montagnoli,  in  terreni 
assai  più  grassi  che  non  siano  le  pendici  amiatine,  si  vive 


172  rXA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

ancora  alla  patriarcale  una  vita  tutta  di  famiglia,  religio- 
sissima, a  cui  giunge  un'eco  appena  del  resto  del  mondo. 
Io  non  so  se  al  Lazzaretti  o  a  chi  con  lui  tracciò  il  primo 
disegno  dell'altra  società,  ch'egli  nel  1870  istituì  a  Monte 
Labbro,  e  a  cui  diede  il  nome  di  Società  della  santa  lega 
0  fratellanza  cristldna,  balenasse  in  mente  di  farsene  un 
mezzo  alla  propaganda  di  novità  sociali  o  politiche.  Certo, 
se  anche  questo  proposito  vi  fu  in  lui  o  in  alcuno  dei  suoi 
consiglieri,  non  ne  apparve  segno  palese  in  parole  o  in 
atti,  e  il  processo  di  Siena  non  riuscì  a  proviire  che  vi  fosse 
mai  stato. 

Questa,  a  cui  David  diede  per  simbolo  la  carità,  era  in 
sostanza  una  società  di  beneficenza  e  di  mutuo  soccorso,  di 
assistenza  degli  orfani,  dei  pupilli  e  delle  vedove.  Tra  le 
minute  prescrizioni  del  regolamento  è  notevole  la  minaccia 
di  esclusione  per  chi  avesse  bestemmiato  Dio  e  i  Santi, 
profferite  ingiurie  contro  il  Pontefice,  percossa  o  maltrattata 
la  moglie  ^' per  non  giuste  ragioni ,, ,  insultato  in  fatti  o  in 
parole  un  ministro  di  Dio,  '^o  colui  die  rappresenta  r agenzia 
governativa ,,,  e  inoltre  pei  giocatori,  pei  vagabondi,  pei  fre- 
quentatori di  bettole,  per  chi  non  fosse  stato  col  debito  ri- 
spetto in  chiesa.  Tutti  i  soci  dovevano  frequentare  i  sacra- 
menti. 

Poco  prima  di  (questa  il  Lazzaretti  aveva  istituito  nel 
gennaio  del  1870  la  Società  o  Congregazione  degli  eremiti 
penitenzieri  e  penitenti,  e  le  aveva  dato  per  simbolo  la  fede, 
ch'essa  doveva  risvegliare  nel  popolo  e  nel  clero  "  con  la  pra- 
tica delle  virtù  morali  e  della  preghiera  e  di  una  vita  aliena 
da  cure  mondane  e  osservante  della  legge  divina  e  del  ri- 
spetto al  potere  civile  regolarmente  stabilito  .,.  Lo  scopo  piti 


Le  tre  società  istituite  da  David  173 

immediato  dell' associazione,  che  doveva  comprendere  tren- 
tatrè  eremiti  penitenzieri  e  settantadue  penitenti,  era  di  te- 
nere strettamente  uniti  tra  loro  e  intorno  al  profeta  i  disce- 
poli più  fervidi  e  piìi  fedeli  in  una  quasi  continua  convivenza 
sotto  lo  stesso  tetto,  animata  da  uno  stesso  spirito  religioso. 
Tra  gli  obblighi  loro  c'era  quello  di  fare  un  pellegrinaggio 
a  piedi  a  Roma  per  visitare  le  sette  Basiliche  e  di  là  andare 
alla  grotta  di  Sant'Angelo  nella  Sabina,  ove  David  aveva 
cominciato  la  sua  vita  di  convertito.  Ogni  eremita  doveva 
fare  inoltre  una  settimana  di  stretto  digiuno  e  di  ritiro  alla 
grotta  di  Monte  Labbro  e  prestare  qualche  opera  gratuita 
ai  lavori  dell'eremo  e  della  cappella.  Questa  società  doveva 
—  dicono  i  discepoli  di  David  —  precorrere,  secondo  l'in- 
tenzione del  fondatore,  "  l'ordine  regolare  futuro  che  sorge- 
rebbe nella  prossima  età  dello  Spirito  Santo,,. 

Gli  ascritti  alle  tre  società,  formanti  l'unico  istituto,  in- 
teso a  coml)attere  "la  corruzione  e  l'empietà  dei  tempi,,, 
dovevano  tutti  —  son  parole  di  David  — ■  "  fare  ai  piedi 
dell'altare  professione  di  fede  e  di  ossequio  alla  Chiesa  cri- 
stiana, cattolica,  apostolica  romana  governata  dal  Pontefice  „. 
Nella  formula  dettata  da  David  è  scritto  ch'egli  stesso  fa- 
ceva ''  questa  professione  di  fede,  di  ossequio  alla  Chiesa 
alla  presenza  di  Dio  e  del  mondo  intero ,,. 

Il  fine  della  Società  delle  famiglie  cristiane,  istituita  dopo 
le  due  altre,  era  nel  disegno  del  fondatore  assai  piti  com- 
plesso. Egli  mirava  non  solo  all'educazione  religiosa  e  mo- 
rale dei  soci,  ma  anche  ad  abituarli  e  a  disciplinarli  al 
lavoro  comune  e  a  fare  del  lavoro  un  mezzo  d'incremento 
e  di  progresso  dell'agricoltura  e  delle  arti  manuali  e  delle 
industrie. 


174  UNA    VISITA    ALLA    TORKE    DI    IIAVID    L  \/ZARKTTI 


Uno  tra  gì' intendimeli  ti  di  David  fu  anche  l'istruzione 
dei  soci  e  dei  loro  tìg-liuoli.  E  per  provvedere  a  ciò  la  so- 
cietà mantenne  per  vari  anni  a  Monte  Lal)l)ro  un  maestro 
e  nna  maestra.  Tutt'e  due  erano  in  processione  col  Lazza- 
retti il  giorno  della  sua  morte. 

A  causa  dell'istituzione  di  queste  società  —  che  per  opera 
di  David  sorsero  anche  a  Scandriglia  presso  Rieti  —  egli 
fu  arrestato  due  volte  sotto  imputazione  di  frode.  La  prima 
volta,  nell'agosto  del  1871;  e  fu  quando,  condotto  a  Scan- 
sano, ebbe  per  opera  dell'avvocato  Salvi  la  libertà  provvi- 
soria. L'anno  dopo,  la  Camera  di  Consiglio  dichiarava  non 
farsi  luogo  a  procedere  contro  di  lui,  calorosamente  difeso 
dal  Salvi.  La  seconda  volta,  sempre  per  imputazione  di 
frode,  il  profeta  fu  arrestato  nel  novembre  1873,  tenuto 
più  mesi  nelle  carceri  di  Rieti  e  condannato  nel  maggio 
del  187-1.  Ma  nel  luglio  una  sentenza  del  tribunale  di  Pe- 
rugia, a  cui  egli  si  appellò,  lo  rimandava  assoluto,  dopo 
una  vigorosa  difesa  degli  avvocati  Ceci,  Salvi  e  Pasquale 
Stanislao  Mancini.  La  sentenza,  il  cui  testo  è  riprodotto 
nella  traduzione  francese  di  una  delle  opere  di  David,  non 
fa  alcun  cenno  di  propaganda  o  di  mene  socialistiche  ten- 
tate dall'accusato. 

Fu  solo  alcuni  anni  dopo,  poco  innanzi  la  sua  morte, 
che  il  Lazzaretti,  il  quale  era  stato  già  due  volte  in  Fran- 
cia, e  aveva  visitata  la  Svizzera  e  l'Inghilterra,  cominciò  ad 
apparire  mutato  da  quel  di  prima  nelle  idee  e  nei  propo- 
siti, e  a  buttar  là  qualche  parola  di  mio  e  di  tuo,  della 
necessità  di  spartire  i  possessi,  di  far  succedere  —  era, 
come  vedremo,  la  sua  frase  sacramentale  —  alla  legge  di 
grazia  la  legge  del  diritto  ;  —  parole  che,  facili  come  sono 


Fì(  un   moto  jìrettamente  religioso  I75 


per  se  stesse  ad  esser  capite  alla  prima  da  chi  ha  poco  o 
nulla  al  sole  e  ha  vuota  la  borsa  e  lo  stomaco,  non  pote- 
van  mancare  di  mettere  un  certo  fermento  d' idee  nuove 
nelle  teste  dei  piti  caldi  tra  i  seguaci  del  Santo. 

I  motivi  che  indussero  quei  campagnoli,  benestanti  i  piìi, 
a  entrare  nelle  Società  istituite  da  David  e  a  perseverarvi, 
nonostante  il  grave  danno  che  n'ebbero  nelle  sostanze,  fu- 
rono meramente  religiosi  ;  quelli  stessi  che  da  secoli  alimen- 
tano in  tutti  i  volghi  d'Europa  una  vena  di  misticità  asce- 
tica indipendente  nel  suo  corso  dalle  Chiese  dominanti,  e 
pur  tale  da  trar  seco  di  quando  in  quando  nuove  forme 
d'idee  e  d'istituzioni.  La  Germania  ebbe  in  tutto  il  medio 
evo  una  serie  non  interrotta  di  simili  moti  religiosi,  tutti 
venuti  dal  basso.  E  dalla  stessa  vena  perenne  di  misticismo 
popolare,  nutrita  nei  tuguri  e  nelle  otììcine  e  nei  chiostri, 
balzò  fuori  quasi  di  sottoterra  quell'  improvviso  torrente  di 
sentimento  religioso  che  ingrossò  la  Riforma.  Tra  noi,  non- 
ostante i  segni  che  pur  ne  apparvero,  mancò  alle  commo- 
zioni della  coscienza  popolare,  indipendente  da  Roma,  un 
nutrimento  forte  del  pari  ed  intimo.  La  tradizione  ne  fu 
per  ciò  interrotta  e  divisa,  e  tuttavia  abbastanza  vivace  da 
produrre  nel  più  profondo  abbassamento  delle  istituzioni  ec- 
clesiastiche un  fatto  che  le  rialzò  e  le  puntellò  sorgendo  dal 
basso,  voglio  dire  la  riforma  francescana.  Ad  essa  s'ispi- 
rarono sempre,  inconsapevolmente  o  no,  quanti  poi  in  Italia 
han  tentato  tra  le  plebi  novità  in  fatto  di  religione  e  di  mo- 
rale, se  non  nelle  idee  almeno  nella  pratica  e  nei  costumi. 
Brandano  fu  in  sostanza  un  rozzo  imitatore  di  San  France- 
sco, e  si  ha  piìi  d'un  segno  di  questa  imitazione  anche  nel 
tentativo  del  Lazzaretti,  sia  pur  quanto  si  voglia  embrionale 


176  UXA    VISITA    ALLA    TOEEE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

e  informe  e  suggerito  in  parte  anche  da  motivi  non  pura- 
mente religiosi.  Nelle  Regole  del  pio  Istituto  degli  eremiti 
penitenzieri  e  penitenti,  fondato  nel  1871  in  Alonte  Labbro 
e  in  Montorio  Romano,  nella  Sabina,  è  detto  che  esso  deve 
prender  parte  al  terz'ordine  di  San  Francesco.  L'emblema 
che  si  vede  inciso  e  rozzamente  dipinto  in  pili  luoghi  sulle 
pareti  della  chiesa,  dell'eremo  e  della  grotta  di  Monte  Lab- 
bro, è  quello  francescano  delle  due  braccia  incrociate  colle 
stimmate  alle  mani  ;  e  sotto  vi  si  leggono  le  iniziali  delle  tre 
parole  :  solitari,  eremiti,  penitenzieri.  Lo  spirito  democratico 
che  informava  l'istituto  e  non  poche  tra  le  pratiche  di  vita 
e  di  disciplina  che  vi  erano  in  uso,  quella  tra  le  altre  del 
visitare  gli  ammalati  e  dell'assisterli,  il  tono  dei  fervorini 
morali  che  David  faceva  spesso  ai  suoi,  adunati  durante  le 
intere  notti  ad  ascoltarlo  nella  cucina  dell'eremo  e  nella  cupa 
grotta  della  Torre  alla  luce  fioca  di  poche  lampade,  tutto 
ciò  rammentava  la  regola  del  santo  d'Assisi;  e  il  sentimento 
un  po'  vago,  ma  pure  intimo,  che  i  piti  ne  avevano,  non 
era  ultima  causa  del  fervore  religioso  che  il  sabato  e  la 
domenica  li  faceva  tornare  a  quella  nuova  forma  di  vita 
tutt'altro  che  comoda.  Laici  e  lavoranti,  si  sentivano  addetti 
a  una  milizia  religiosa,  che  aveva  il  pio  allettamento  mistico 
di  quella  dei  chiostri  francescani  senza  la  tetraggine  e  gli 
eccessi  della  vita  ascetica  di  altri  tempi.  Un  che  di  piìi  af- 
fettuoso e  di  men  rigido,  di  più  moderno  e,  al  tempo  stesso, 
di  pili  vicino  ai  principi  delle  congregazioni  cristiane  era  lo 
spirito  di  quelle  riunioni.  Vi  si  trovavano  insieme  a  pre- 
gare, a  lavorare,  a  mangiare,  a  discorrere  uomini  e  donne, 
e  i  pili  coniugati  e  coi  loro  figliuoli.  Perchè  uno  dei  fini 
del  fondatore  era  l'incoraggiare  al  matrimonio,  l'allontanare 


Le  riunioni  alla  Torre  17" 


i  giovani  dal  celibato.  A  una  certa  ora  della  sera,  dopo  re- 
citato il  Rosario  e  altre  preghiere,  le  donne,  e  ce  n'erano 
parecchie  alla  Torre,  andavano  a  letto.  Gli  nomini  —  ed 
erano  spesso  piìi  d'un  centinaio  —  dopo  mangiato  un  tozzo 
dì  pane,  rimanevano  a  vegliare  o  a  leggere  buoni  libri  in- 
sieme con  David  o  a  sentirlo  parlare.  Poi  verso  le  dieci 
andavano  a  dormire  su  giacigli  di  paglia.  A  mezzanotte 
tornavano  in  chiesa  o  nella  grotta  sotto  la  torre  a  dire 
mattatino  e  a  recitare  altre  preci,  indi  nuovamente  alla  let- 
tura e  alla  meditazione.  Così  facevano  le  cinque  della  mat- 
tina; e  poi,  dette  le  loro  orazioni  e  udita  la  messa,  se  ne 
tornavano  al  lavoro.  David  aveva  composto  per  loro  un 
nuovo  Pater  noster. 

Uno  che  ha  assistito  per  mesi  e  mesi  a  queste  pre- 
ghiere e  conferenze  notturne  mi  diceva  tempo  fa  :  "  Vede  ; 
spesso  ci  si  faceva  giorno  e  non  ci  pareva  d'essere  rimasti 
manco  un'ora,  ritti  come  s'era  stati  tutta  la  notte  a  sentirlo 
senza  rifiatare.  All' J-ve  Maria  si  sentiva  la  messa.  La  mat- 
tina del  lunedì  chi  prendeva  di  qua  e  chi  di  là  giù  per 
queste  balze,  e  si  ritornava  a  lavorare,  freschi  come  se  si 
fosse  dormito  tutta  la  notte,,.  Io  non  ho  mai  sentito  dire 
neanche  dai  più  fieri  nemici  di  David  clie  il  trovarsi  lassù 
uomini  e  donne,  molte  delle  quali  erano  giovani,  abbia  mai 
dato  luogo  ad  inconvenienti. 

Del  resto,  abbia  o  no  David  avuto  il  proposito  di  ten- 
tare novità  sociali,  l'idea  del  mettere  in  comune  il  lavoro 
e  le  sue  rendite  e  il  bestiame  e  anche  i  terreni,  potè  na- 
scere nei  Lazzarettisti  da  se,  senz' istigazione  di  sorta,  dal 
modo  istesso  in  cui  a  poco  a  poco  nacque  il  romitorio  di 
Monte  Labbro.  Subito  dopo  quella  ch'egli  chiamò  fin  d'al- 

G.  BakzeliiOtti.  23 


178  UNA    VISITA   ALLA    TORRE   DI    DAVID    LAZZARETTI 

lora  la  sua  vocazione,  e  dopo  il  suo  soggiorno  nella  Sa- 
bina, David  ''  si  era  ritirato,  com'era  ordine  di  sua  mis- 
sione ..,  —  sono  parole  di  una  breve  nota  cb'è  nei  Rescritti 
profetici,  —  "  in  un  podere  di  Raffaello  Vichi  suo  compare, 
e  lì  per  diverse  ore  del  giorno,  fatte  le  sue  preghiere,  la- 
vorava un  campo  per  poi  trarne  una  qualclie  tenue  risorsa 
per  la  sua  famiglia.  Ma  il  numeroso  concorso  delle  genti, 
che  andavano  a  lui  da  tutti  i  paesi  limitrofi  dell'Amiata, 
fecero  bene  intendere  che  un  tale  uomo  non  fosse  conve- 
nevole il  tenerlo  occupato  in  tal  lavoro,  giacche  le  ore  del 
suo  consiglio  occupate  in  ragionamenti  famigliari  e  morali, 
si  conosceva  molto  bene  che  portavano  copioso  frutto  .,.  Al- 
cuni tra'  suoi  pili  confidenti  e  amici  gli  domandarono  allora 
se  si  contentava  che  "  gli  fossero  andati  a  lavorare  il  detto 
campo,  perchè  gli  fosse  restato  maggior  tempo  di  propa- 
gare la  sua  parola  evangelica.,.  Egli  stette  sulle  prime  un 
po'  in  forse  se  accettare  o  no,  per  timore  —  segue  sempre 
la  nota —  "di  una  qualche  diceria...  Ma  ripetutagli  più 
volte  la  domanda,  finì  coll'acconsentire  ''a  patto  però  di 
un  solo  giorno  di  lavoro...  In  codesto  giorno,  che  fu  il  13 
aprile  18G9,  accorsero  al  lavoro  ben  centottanta  persone. 

I  nomi  si  posson  leggere  pubblicati  da  lui  stesso  in 
fondo  al  discorso  tenuto  a  Monte  Labbro  in  questa  occa- 
sione, e  che  fu  letto  ai  lavoranti  dal  maestro  delle  scuole 
elementari  di  un  paesetto  lì  vicino,  non  potendo  David  ve- 
nire a  pronunciarlo  da  se  perchè  aveva  in  quei  giorni  male 
agli  occhi.  C'è  chi  mi  attesta  di  averglielo  veduto  scrivere 
lì  per  lì  e  d'averlo  poi  ])ortato  a  stampare  a  Arcidosso  in- 
sieme con  altri  scritti  di  David,  e  io  ci  credo,  perchè  chi 
mi  dice  questo  è  persona  degna  di  fede.  Codesto  discorso,. 


Jì  ìnrnrn  ni  campo  rli  Cristo  179 

il  migliore  tra  quelli  pubblicati,  non  è  senz'  arte  nel  met- 
tere in  guardia  gli  uditori  dal  dubbio,  troppo  naturale  in 
loro,  sulla  verità  della  missione  dell'oratore,  dubbio  che  ve- 
niva, egli  dice,  da  Satana.  Dio  che  può  far  operare  pro- 
digi anche  dal  piìi  umile  dei  suoi  servi,  perchè  non  poteva 
aver  chiamato  anche  lui  benché  ultimo  di  tutti?  Egli  che 
pure  si  sentiva  ed  era  ^ln  essere  misterioso,  non  aveva,  è 
vero,  da  far  vedere  ai  suoi  cari  fratelli  e  patriotti  amiatinl 
nulla  di  prodigioso,  ma  il  segno  più  vero  della  sua  mis- 
sione non  dovevano,  per  ora  almeno,  cercarlo  in  qualcosa 
d'esterno.  Verrebbe  un  giorno,  non  temessero,  in  cui  il  mi- 
stero ch'era  in  lui  e  anche  in  loro  si  svelerebbe  da  se  a 
tutti,  ma  intanto  ciascuno  doveva  sentirlo  nell'intimo  di  se 
stesso,  in  un  certo  arcano  rinnovamento  che  vi  si  operava, 
trasmutandovisi  l'uomo  vecchio  e  il  peccatore  nell'uomo  ri- 
nato in  Dio  per  virtìi  del  pentimento.  Laonde  confidassero 
in  Dio  e  nelle  sue  promesse,  pregandolo  concordi  di  far 
tornare  tutti  i  traviati  al  seno  della  santa  Chiesa  apostolica 
di  Roma,  la  sola  che  sia  giusta,  vera  e  perfetta  nel  suo  mi- 
nistero, al  di  fuori  della  quale  non  vi  è  che  scismi  ed  eresia. 
"  Io  anelo  con  tutto  il  cuore  „  —  seguitava  David  infervo- 
randosi sempre  piìi  —  "  di  sentir  declamare  da  ogni  lingua 
italiana:  Evviva  Iddio,  evviva  Cristo,  evviva  Maria,  evviva 
la  Chiesa  romana!  Taluni  sentendomi  dire  questo,  crede- 
ranno che  io  sia  partitante  di  preti:  no,  miei  cari,  sbaglie- 
reste  se  così  pensaste.  Io  vi  dico  in  verità  che  non  sono 
partitante  di  nessuno.  Io  non  ho  chi  mi  protegga  nel  mio 
operato,  solo  che  Dio.  Io  vi  dico  nuovamente  in  verità  che 
nessuno  m'imbocca.  „ 

E  conchiudeva  cosi  :   "  Questo  campo  dove  voi  mi  avete 


180  UNA   VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

dato  testimonianza  del  vostro  cuore,  d'ora  innanzi  sarà  chia- 
mato il  campo  di  Cristo.  Oh  beati  quelli  che  ne  raccoglie- 
ranno la  messe  !  Voi  qui  in  questo  campo  avete  lavorata 
per  me,  ed  io  coH'njuto  del  cielo  per  altre  parti  cercherò 
di  faticare  per  voi.  Iddio  sia  quello  che  un  giorno  vi  bene- 
dica nuovamente  in  seno  alla  nostra  bella  patria,  ammirati 
da  tutti  i  popoli  della  terra.  Io  non  so,  o  miei  cari  patriotti 
e  fratelli,  quanto  sarà  il  tempo  che  mi  sarà  concesso  di 
dimorare  fra  di  voi,  ma  se  pure  vi  dovessi  abbandonare 
quanto  prima,  non  vi  arrechi  disturbo  ne  dolore,  perchè 
così  lo  vuole  Iddio.  E  quando  lo  vuole  Lui,  bisogna  ubbi- 
dire alla  cieca  e  non  transigere  un  solo  attimo.  Ma  vivetene 
tranquilli  che  se  pure  me  ne  vado  lungi,  non  mi  scorderò 
di  voi  e  terrò  sempre  nel  mio  cuore  viva  la  rimembranza 
della  vostra  buona  memoria,  e  se  anderò  pellegrinando  il 
mondo  fra  nazioni  straniere  e  barbare,  non  temerò  perchè 
solo  mi  fido  in  Dio  e  nelle  vostre  preci.  Oh  sì,  ovunque  io 
vada,  ovunque  io  mi  trovi,  avrò  sempre  rimembranza  di 
questo  beato  luogo  e  dolce  mi  sarà  la  memoria  di  questo 
felice  giorno!  Oh  come  giuliilo  nel  vedervi  tutti  riuniti  a 
me  come  tanti  cari  figliuoli,  che  ansiosi  ascoltano  gli  ordini 
ed  insegnamenti  del  loro  padre!  E  come  allora  in  mezzo  a 
questo  amato  circolo  non  mi  sarà  concesso  di  versare  una 
lagrima  di  tenerezza?  Oh  sì!  concedetemelo,  o  miei  cari 
fratelli,  che  ne  ho  l)cn  donde.  Se  pure  mi  trovassi  nelle 
parti  pili  remote  della  terra,  sarò  sempre  col  pensiero  vicino 
a  voi,  e  guardando  altri  popoli,  mi  consolerò  con  loro,  per- 
chè mi  crederò  di  ragionare  con  voi  stessi,  e  le  loro  voci 
risuoneranno  al  mio  orecchio  come  il  dolce  suono  del  vostro 
bell'italico  linguaggio,  ed  allora  tutto  gioja  e  contento  indi- 


Le  prediche  e  Vinfuenza  personale  di  David 


181 


rizzerò  una,  preghiera  a,  Dio  che   me    benedica  e  assista  e 
consoli  hingi  da  voi  „. 

Esortazioni  come  queste  non  potevan  mancare  di  pro- 
durre negli  animi  di  quei  campagnoli  una  persuasione  tanto 
maggiore,  quanto  era  piìi  facile  alla  loro  mente  vedere  l'in- 
timo accordo  delle  parole  di  David  coll'insegnamento  reli- 


La  Chiesa  del  ('onvento  di  Piancastaguaio  (pag.  136). 


gioso  ricevuto  fin  dai  primi  anni  in  chiesa  e  a  casa.  Salvo 
che  nella  forma  tradizionale  esterna  di  codesto  insegnamento, 
arida  ormai  e  senza  moto  e  ridotta  a  un  meccanismo  di 
fredde  pratiche,  l'efficacia  tutta  personale  e  immediata  di 
quell'uomo,  del  suo  aspetto,  della  sua  voce  infondeva  un 
calore  nuovo,  un  impulso  di  fede  viva  e  operosa.  Aggiungi 
che  le  provocazioni  e  le  beffe  degli  avversari,  a  cui  egli 
era  sensibilissimo,  crebbero,  com'è   naturale,  a  misura  che 


182  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    D]    DAVID    LAZZARETTI 

gli  cresceva  il  favore  di  una  gran  parte  del  popolo.  E  al- 
lora fu  un  accorrere  sempre  piti  frequente  alle  sue  prediche 
di  Monte  Labbro,  un  affollar glìsi  intorno  ogni  volta  che 
scendeva  di  lassìi,  un  fargli  séguito  ])er  accompagnarlo  a 
Arcidosso  e  nei  paesi  vicini,  un  dar  dell'empio,  dell'eretico, 
del  protestante  e  peggio  a  chi  non  era  dalla  sua  parte.  Il 
clero,  non  tutto  però,  gli  si  mostrava  piuttosto  favorevole 
che  contrario.  Tra  coloro  che  lo  visitarono  nei  primi  tempi 
della  sua  conversione,  ci  fu  un  Carli,  cappuccino,  vescovo 
in  partibus.  Anche  il  frate  francescano  Giovacchino  di  Scai, 
notissimo  reazionario,  favorì  in  principi(j  la  propaganda  di 
David  e  lo  aiutò  nella  pubblicazione  dei  suoi  primi  scritti. 
E  calorosissima  sua  seguace  e  costante  nella  fede  in  lui 
fino  all'ultimo  fu  una  suor  Gregoria  brettone,  che  poi  gli 
procurò  amici  e  protettori  anche  in  Francia,  a  Lione,  ove 
essa  pure  era  quando  il  profeta  ci  dimorò.  E  anzi  io  pro- 
penderei a  credere  ispirati  da  qualche  padre  spirituale  troppo 
zelante  alcuni  discorsi  che  David  pronunciò  a  quel  tempo, 
e  in  cui  l'intonazione  del  pensiero  e  la  forma  stessa  sono 
già  tutt'altre  da  quelle  del  primo;  e  di  mezzo  a  un  fitto 
ginepraio  di  sottigliezze  teologiche,  dove  il  Santo  una  volta 
messo  il  piede  accenna  sin  d'ora  a  volersi  poi  smarrire 
sempre  piii,  lo  senti  prorompere  a  un  tratto  in  fiere  invet- 
tive contro  i  protestanti  (non  credo,  si  badi,  che  tra  gii 
Arcidossini  ce  ne  sia  mai  stato  uno),  contro  "  questa  razza 
d'uomini  rinnegati....  nemici  mortali  di  Cristo....  e  in  se- 
condo luogo  nemici  dichiarati  della  patria,  del  suo  prossimo 
e  della  civiltà  cattolica...,  gente  fetida  e  schifosa  che  non 
fanno  altro  che  appestare  l'aria  per  dovunque  passano....  E 
poi  vantano  religione  e  civiltà  !  Essi  sono  tutti  garbati,  amo- 


Fabbricano  ìa  Torre  183- 


rosi,  prudenti  e  umili  e  con  sì  bell'arte  vi  adescano  al  loro 
menzognero  e  diabolico  insegnamento  della  sua  bella  adat- 
tata e  santa  riforma.  Ah  !,  miei  cari  fratelli,  per  carità  sta- 
tene lungi  da  questa  santità  del  Diavolo  „ . 

Forse  era  questo  fervore  di  zelo  apostolico  il  segno  a 
cui  alcuni  preti  di  là  riconoscevano  in  David  un  vero  uomo 
di  Dio.  Intanto  egli  seguitava  a  predicare  accattando  de- 
naro e  braccia  pel  lavoro  di  una  nuova  chiesa,  che  doveva 
sorgere  fuori  d'Arcidosso  sulla  via  provinciale  in  faccia 
alla  bella  e  verde  montagna  di  Santa  Fiora.  S'era  sparsa 
la  voce  che  Arcidosso  di  semplice  parrocchia  diverrebbe 
sede  d'un  vescovado,  che  il  nuovo  vescovo  pontificherebbe 
per  la  prima  volta  nella  nuova  chiesa.  David  annunziava 
non  lontano  questo  giorno  nelle  sue  prediche  e  in  una  pro- 
fezia in  sestine,  pubblicata  poi  col  titolo:  Degli  avvenimenti 
di  tutta  Europa,  delle  città  d'Italia  e  della  mia  patria, 
che  è  improntata  sul  tipo  di  quelle  di  Brandano,  diffusis- 
sime anche  nel  Monte  Aniiata. 

Era  incredibile  il  concorso  volontario  del  popolo  al  la- 
voro. Non  ce  ne  fu  uno  uguale  che  quando,  nel  luglio  del 
18G9,  dagli  stessi  seguaci  del  Lazzaretti  fu  cominciata  a 
fabbricare  la  torre  di  Monte  Labbro,  accanto  alla  quale  sor- 
sero poi  la  piccola  chiesa  e  il  romitorio.  E  anche  questa 
volta  uomini,  donne,  giovinetti,  fanciulli,  non  tutti  delle  in- 
fime classi,  portavano  a  gara  terra,  mattoni  e  calcina,  sa- 
livano e  scendevano  per  luoghi  aspri  con  grandi  sassi  sulla 
testa,  al  vento  e  al  sole  cocente  dalle  prime  ore  della  mat- 
tina fino  alla  sera  ;  non  per  altro,  ben  inteso,  che  per  amor 
di  Dio  e  per  le  indulgenze  promesse  da  David,  ch'era  sem- 
pre in  mezzo  ai  lavoranti  a  infervorarli,  a  dirigerli,  a  dare, 


184  TNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

bi.sognando,  una  mano  anche  lui.  Tra  le  carte  di  David  è 
stato  trovato  il  disegno  della  torre,  ben  diverso  da  quello 
che  fu  eseguito,  e  nella  bizzarria  delle  linee  e  nella  strana 
forma  piramidale,  a  scaglioni  e  a  terrazze  con  alberi,  espri- 
mente in  se  l'estro  mistico  e  poetico,  che  l'aveva  fatta  sor- 
gere come  visione  nell'audace  fantasia  del  profeta. 

Il  lavoro  della  chiesa,  che  doveva  sorgere  presso  Ar- 
cidosso,  venne  poi  interrotto  non  so  per  quali  cagioni.  L'u- 
nico segno  che  ora  se  ne  può  vedere,  è  un  enorme  ammasso 
di  pietre  a  sinistra  sulla  via,  venendo  da  Arcidosso,  poco 
prima  della  croce,  che  sta  a  rammentare,  come  tante  altre 
in  quei  luoghi,  il  passaggio  di  Baldassarre.  Nove  anni  dopo, 
David  cadde  fulminato  dai  carabinieri  proprio  ai  piedi  di 
quella  croce  sul  terreno  destinato  alla  nuova  chiesa. 

Grli  anni  che  corsero  dal  1870  al  1873  il  Lazzaretti  li 
passò,  come  abbiamo  veduto,  parte  nel  romitorio  di  Monte 
Labbro,  parte  a  Scansano  e  a  Firenze  e  nella  Sabina.  Ma 
ai  suoi  discepoli  egli  annunziava  già  da  molto  tempo  d'es- 
ser chiamato  da  Dio  a  partire  per  lontane  regioni,  ignote 
anche  a  lui.  La,  diceva,  si  sarebbe  preparato  il  compimento 
della  sua  missione.  La  continua  aspettativa  di  questa  par- 
tenza gli  cresceva  autorità  e  intanto  dava  a  lui  stesso  un 
maggior  concetto  di  se  e  lo  impegnava  a  perseverare  nella 
via  in  cui  s'era  messo.  L'atteggiarsi  a  ispirato,  il  credersi 
e  il  volersi  far  credere  nato  a  rendere  anclie  nei  pili  mi- 
nuti particolari  della  sua  vita  l'immagine  di  quella  di  Cristo, 
un  continuo  studio  di  mettere,  se  posso  dir  così,  in  scena 
se  stesso  e  i  suoi,  di  far  del  suo  apparire  davanti  a  un 
pubblico  e  in  un  teatro  di  propaganda  religiosa  sempre  pili 
larga  una  vera  comparsa,  a  cui  non  doveva  mancare  nean- 


La  vocazione  di  David  186 


che  il  figurino  del  profeta  e  dei  suoi  seguaci  ;  —  tutto  ciò 
è  notevole  a  chi  vog'lia  tener  conto  delle  disposizioni  e  dello 
stato  mentale  di  David,  ma  anche  di  quell'ambiente  sociale 
che  ne  senti  l' intluenza,  e  che  a  un  tempo  lo  favorì,  lo 
svolse  sempre  pili. 

Ma  quali  erano  stati  —  domanderà  qui  certamente  il 
lettore  —  i  primi  anni  e  gli  antecedenti  della  predicazione 
religiosa  di  questo  strano  e  geniale  convertito  ? 

Era  nato  in  Arcidosso  il  G  novembre  1834:  di  famiglia 
numerosa  e  gagliarda,  ma  in  cui,  secondo  viene  affermato  e 
scritto  su  testimonianze  però  non  ben  provate,  erano  apparsi 
più  volte  segni  di  turbamenti  nervosi  e  di  anormalità  psi- 
chiche. Sensibilissimo  e  fantastico  fin  dall'infanzia,  ma  ve- 
nuto su  vigoroso  e  ben  conformato  e  schietto  della  persona 
a  quell'aria  fina  di  montagna  pel  continuo  esercizio  musco- 
lare del  rude  mestiere  di  barrocciaio,  ch'egli  esercitava  in- 
sieme col  padre  e  coi  sei  suoi  fratelli,  aveva,  a  tredici  anni, 
espresso  il  desiderio  di  farsi  religioso.  A  questo  può  averlo 
indotto,  oltre  la  sua  naturale  inclinazione  alle  esaltazioni 
mistiche,  la  tenerezza  della  madre,  molto  devota,  di  cui  era 
il  prediletto,  l'avere,  intelligentissimo  come  già  si  mostrava, 
frequentato  più  degli  altri  suoi  fratelli  le  prime  scuole,  e 
ciò  che  in  famiglia  e  in  paese  si  diceva  dei  segni  meravi- 
gliosi apparsi  in  lui  fin  dalla  nascita;  di  questo,  tra  gli  altri, 
dell'essere  egli  nato  con  due  lingue,  una  delle  quali  —  di- 
cevano la  madre  e  la  levatrice  —  era  poi  sparita. 

Ma  il  padre  per  distoglierlo  dalla  sua  vocazione  l'aveva 
portato  con  se  a  lavorare  in  Maremma.  E  là  al  giovanetto, 
che  viveva  triste,  oppresso  dal  lavoro,  e  sotfriva  di  febbri, 

G.  Barzellotti.  24 


186  X'NA    VISITA    ALLA    TOBRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

era  una  mattina,  poco  innanzi  giorno,  a2)parso  un  frate,  che 
domandatagli  e  saputa  la  causa  della  sua  tristezza,  gli  fece 
animo,  gli  suggerì  di  esser  sempre  devoto  specialmente  di 
Maria  Vergine,  e  soggiunse,  raccomandandogli  di  non  farne 
parola  ad  anima  viva  :  "  La  tua  vita  è  un  mistero,  che  un 
giorno  ti  sarà  svelato ,,.  Era  il  25  aprile  1848.  David  aveva 
tenuto  il  segreto,  ma  la  memoria  di  quella  visione,  che  Io- 
commosse  per  lungo  tempo,  non  s'era  mai  spenta  in  lui, 
nonostante  la  vita  di  peccatore  e  d'irreligioso,  a  cui  egli  di- 
ceva d'essersi  poi  dato  dopo  i  venti  anni. 

A  ventidue  anni  aveva  preso  moglie  ed  era  divenuto 
padre,  continuando  però  sempre  a  condurre  la  vita  di  prima. 
Nel  1860  si  era  arruolato  volontario  nell'esercito  italiano, 
e  aveva  combattuto  a  Castelfidardo.  Ma  il  2")  aprile  1868 
—  e  questa  data  è  notevole  per  i  fatti  politici  degli  anni 
precedenti  —  la  stessa  visione  di  venti  anni  prima  gli  s'era 
rinnovata  in  sogno,  dopo  altri  accessi  di  febbre;  gli  aveva 
imposto  di  andare  a  Roma  e  di  riferire  al  pontefice  quanto 
gli, era  stato  rivelato.  "Quando  mi  svegliai.,  —  ha  raccon- 
tato egli  stesso  —  "  ero  tutt'un  altr'uomo.  Una  forza  arcana 
si  era  impadronita  di  tutte  le  mie  facoltà  sensitive  e  intel- 
lettuali, e  ciò  non  ostante  la  mia  volontà  e  la  mia  ragione 
operavano  nella  pienezza  del  loro  potere  normale,,. 

A  Roma,  ov'era  stato  piìi  volte  a  poca  distanza  di  tempo 
sempre  con  lo  stesso  fine,  ma  inutilmente,  aveva  poi  otte- 
nuto una  breve  udienza  da  Pio  IX,  e  per  mezzo  del  car- 
dinale Panebianco  gli  aveva  fatto  consegnare  —  dice  egli 
stesso  —  ''una  Memoria  uiforno  a  fatto  c/o  che  gli  era 
accaduto ,,.  Alloggiava  in  un  convento  di  Olivetani,  e  il  Re- 
verendo padre  Schiatfino,  poi  cardinale,  che   n'era  il  supe- 


La  visione  delia  qrotta  vìiracolosa  187 

riore,  raccontava  che  il  barrocciaio  penitente  rimase  nella 
chiesa  attigua  al  convento  per  ben  due  notti  e  due  giorni 
di  séguito  sempre  in  ginocchio  senza  mai  voler  prender  cibo, 
nonostante  che  i  monaci  avessero  cercato  più  volte  di  scuo- 
terlo da  quella  sua  ascetica  contemplazione. 

Consigliato  di  ritirarsi  in  un  convento  per  meditare  sulla 
sua  missione,  e  dietro  nuovi  avvertimenti  avuti  in  sogno, 
«he  gl'indicavano  come  luogo  di  ritiro  un  convento  della 
Sabina,  David  era  andato  là  su  quei  monti  a  vivere  vita  da 
penitente  e  da  asceta  '•  in  una  caverna  che  ha  nome  dal 
Beato  Amedeo,,.  Questi,  frate  francescano  portoghese,  vi 
aveva  avuto  varie  visioni,  e  se  n'era  conservata  a  lungo  la 
memoria  in  un  convento,  che  un  altro  francescano,  Bonaven- 
tura da  Barcellona,  aveva  edificato  su  quella  grotta.  Quando 
David  la  scelse  come  suo  ritiro,  il  convento  era  tutto  una 
rovina.  Bellissimo  e  orrido  il  luogo  in  faccia  al  Soratte.  Là 
David  aveva  vissuto,  non  vedendo  che  di  rado  contadini  e 
pastori  ;  —  la  gente  lo  prendeva  per  un  brigante  ;  —  e  aveva 
avuto  per  qualche  tempo  la  compagnia  d'un  eremita  prus- 
siano, di  un  certo  fra  Ignazio  ^Micus,  che  da  quindici  anni 
stava  poco  lontano  nell'eremo  di  Santa  Barbara,  e  poi  segui 
nei  nostri  monti  il  suo  strano  compagno,  e  mori  a  Monte 
Labbro. 

In  questa  grotta  David  diceva  di  avere  scritto  alcune 
delle  sue  preghiere  in  versi  e  le  prime  sue  profezie.  E  là 
—  soggiungeva  —  "  gli  erano  avvenute  cose  talmente  straor- 
dinarie da  imporgli  di  non  arrestarsi  piìi  nel  compimento 
della  sua  missione  „ . 

Quali  fossero  queste  cose  straordinarie,  prodotti  della  sua 
immaginazione   eccitata  (aveva   avuto  in  quei   giorni  nuovi 


188  rNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

accessi  violenti  di  febbre),  egli  stesso  lo  raccontò  molte  volte 
ai  suoi,  ed  essi  ne  serbano  più  d'un  ricordo  scritto,  spirante 
l'ingenuità  delle  leggende  del  Trecento. 

David,  dunque,  raccontava  che  stando  già  da  vari  giorni 
a  far  penitenza  nella  grotta,  gli  era  apparsa  l'ombra  d'un 
guerriero  tutto  chiuso  nelle  armi,  e  l'aveva  pregato  per  l'a- 
mor di  Dio  di  scavare  là  dentro  la  grotta  nel  luogo  ove 
egli  stava  genuflesso.  Vi  avrebbe,  diceva  l'ombra,  ritrovate 
le  sue  ossa;  lo  supplicava  di  seppellirle  in  luogo  sacro. 
David  aveva  subito  scavato,  e,  ritrovate  le  ossa,  le  aveva 
riposte  in  una  cassetta,  insieme  a  due  buccole  d'oro  che  si 
staccò  dagli  orecchi,  e  fatte  trasportare  in  una  chiesa  vicina 
a  Montorio  Romano.  Quei  preti  avevano  cantato  una  messa 
di  requie. 

Già  s'era  sparsa  la  voce  di  questo  prodigio,  riferito  anche 
dall'arciprete  di  Montorio  Romano,  che  aveva  aiutato  David 
a  scavare,  e  la  gente  correva  a  vedere  Yuomo  di  Dio,  quando 
a  lui  era  riapparso  lo  stesso  guerriero,  e  inoltre  Maria  Ver- 
gine, San  Pietro,  San  ^lichelc  Arcangelo  e  il  frate,  il  per- 
sonaggio misterioso  delle  sue  prime  visioni.  Nel  colloquio,  o, 
com'egli  soleva  sempre  dire,  nella  conferenza  che  questi 
personaggi  avevano  tenuto  con  lui,  il  guerriero  gli  aveva 
rivelato  :  essere  il  capo  stipite  della  sua  famiglia,  un  ]\[an- 
fredo  Pallavicino,  figlio  illegittimo  di  un  re  di  Francia,  e 
stato  quarantacinque  anni  penitente  in  quella  grotta  e  lì 
seppellito.  A  Parma  gli  era  nato  da  una  Massimina  da  lui 
amata  un  figliuolo,  al  quale  egli  per  salvarlo  dalle  insidie 
dei  parenti  non  aveva  dato  il  nome  suo  ;  l'aveva  invece 
chiamato  Lazzaro  Lazzaretti.  A  Roma,  alla  corte  di  Leone  X, 
egli  s'era  innamorato  della  moglie  del   Conte  dì  Pitigliano 


David  discendeva  da  un  re  di  Francia 


189 


e  le  aveva,  ucciso  il  marito.  Poi  fattosi  capitano  di  ventura, 
aveva  guerreggiato  a  lungo  per  la  Chiesa  e  per  la  patria 
contro  il  re  di  Francia  suo  padre.  Cadutogli  nelle  mani 
prigioniero,  e  scopertosi  il  segreto  della  sua  nascita,  aveva 
avuta  salva  la  vita,  a  patto  di  non  lasciarsi  piti  vedere  da 
anima  viva.  E  così  aveva  fatto  ritirandosi  per  sempre  dal 
mondo  a  far  penitenza  in  quella  grotta. 


Piaucastagnaio.  —  La  porta  di  Voltala  (pag.  138). 


Alle  strane  rivelazioni  del  guerriero  gli  altri  personaggi 
della  visione  avevan  fatto  seguire  avvertimenti  e  profezie 
e  doni  di  mirabili  facoltà  da  loro  concesse  a  David;  e  la 
missione  del  barrocciaio  penitente  era  stata  per  mano  di 
San  Pietro  suggellata  col  segno  0  -  C,  che  David  d'allora 
in  poi  mostrò  impresso  in  fronte. 

Ma  non  era,  secondo  lui,  meno  prodigioso  quanto  egli 
diceva  essergli  poi  accaduto.  Lo  avevan  trovato  disteso  per 


190  l'N'A    VISITA    ALLA    TOEEE    DI    DAVID    LAZZARETTI 


terra  in  preda  a  convulsioni  terribili,  ed  era  stato  lì  li  per 
morirne  ;  ma  riavutosi  ritornava  in  Toscana  (per  ordine  del- 
l'autorità del  luogo),  quando  a  Passo  Corese  ecco  apparir- 
gli di  nuovo  il  misterioso  frate  che  gì'  impone  di  tornare 
indietro  ;  e  in  un  baleno  egli  si  ritrova  senza  saper  come 
nella  grotta  di  cui  aveva  chiusa  l'entrata  con  un  muro  prima 
di  partire.  La  mattina  dopo  capita  là  fra  Ignazio  e  chiama 
a  nome  David  pili  e  più  volte.  Egli  alla  fine  gli  risponde 
dal  di  dentro,  narrandogli  tutto  com'era  accaduto.  Il  Micus 
aprì  allora  nel  muro  una  piccola  finestra  per  dare  luce  alla 
grotta.  "  David  „  —  cito  qui  il  racconto  di  un  suo  seguace 
—  "  rimase  là  dentro  quarantasette  giorni  per  adempire  ciò 
che  Iddio  gli  aveva  comandato.  Ed  ecco  una  notte  susci- 
tarsi una  terribile  tempesta,  e  scoppiano  sette  tuoni  fortis- 
simi il  lampo  dei  quali  illuminava  tutta  la  grotta.  Al  set- 
timo tuono  David  vede  accendersi  vicino  a  lui  come  una 
gran  fornace  di  fuoco,  e  sente  una  voce  miracolosa  che  per 
ben  tre  volte  gli  comanda  di  gettarcisi  in  mezzo.  Sul  primo 
egli  sta  titubante  e  non  ubbidisce,  poi  fattosi  animo  si  getta 
in  quella  fiamma  e  se  la  sente  trascorrere  per  tutta  la  per- 
sona, e  in  un  lampo  di  luce  vede  ogni  cosa  in  Dio,,.  D'al- 
lora in  poi  David  aveva  avuto  //  dono  della  profezia. 

Io  credo  che,  potendo  seguire  la  traccia  delle  letture 
fatte  da  David  in  quegli  anni,  non  dovrebbe  essere  difficile 
ritrovarvi  l'ordito  del  racconto  leggendario  della  sua  discen- 
denza regale,  ch'egli  tessè  forse  inconsciamente,  fantasti- 
cando, febbricitante,  nella  solitudine  del  suo  eremo  alpestre. 
Il  racconto  fa  pensare  a  piti  d'uno  di  quei  romanzi  storici 
con  intenzione  patriottica,  così  diffusi  in  Italia  a  quel  tempo. 
Ma  nello  stato  di  mente,  che  ha  suggerito  al  profeta  amia- 


L'uomo  del  mistero  191 


tino  lo  strano  romanzo  genealogico  (con  la  cui  trama  è  anche 
possibile  si  sia  associata  una  vaga  reminiscenza  delle  avven- 
ture di  Re  Giannino),  ritroviamo  l'azione  di  quello  tra  i  mo- 
tivi ispiratori  delle  prediche  e  delle  profezie  di  David,  che  piti 
ha  operato  anche  sulla  propaganda  di  altri  agitatori  religiosi 
simili  e  anche  molto  superiori  a  lui  :  il  bisogno  di  credersi  e 
di  farsi  credere  discesi  da  alte  origini,  di  dare  così  all'opera 
loro  quasi  il  suggello  autorevole  e  sacro  di  una  tradizione 
augusta,  di  una,  se  posso  dir  così,  storica  predestinazione. 
La  fama  di  queste  apparizioni   precedeva  il  Lazzaretti 
nel  Monte  Amiata  quand'egli,  richiamato  dai  suoi,  era  tor- 
nato  in   patria   la   sera  del  dì    8    gennaio  del  1869,  dopo 
un'assenza  di  quasi  cinque  mesi.  Ciò  che  gli  dava  più  cre- 
dito era  il  sapersi  per  certo  che  a  Montorio  Romano  e  nei 
paesetti  vicini   cresceva    di   giorno  in  giorno   la    devozione 
per  la  grotta   miracolosa,  tanto  che  era  stato  fabbricato   a 
poca  distanza  da  quella  un  eremo  e  una  cappella,  benedetta 
dall'arciprete  di  là  Don  Filippo  Milani,  il   quale   ci    aveva 
esposto  alla  pubblica  venerazione  un  quadro  fatto  dipingere 
da  lui  a  Roma  e  rappresentante  la  visione  del  Lazzaretti. 
Il  quadro  si  chiamava  la  Madonna  della  conferenza,  e  se 
ne  trovano  tuttora   delle    copie    qua  e  là  anche  nel  Monte 
Amiata  per  le  case  dei  contadini  fedeli  a  David.  Il  quale, 
ricomparso  in  famiglia  tutt' altro  da  quel  di  prima,  con  viso 
solenne  e  ispirato,  aveva  col  racconto  delle  sue  visioni  fatto 
stupire  quanti  accorrevano  a  visitarlo,  e  che  per  lo  più  par- 
tivano, si   diceva,    mutati   in    cuore  miracolosamente    dallo 
spirito  di  Dio  ch'era  in  lui.  Egli  leggeva  nell'animo  loro  e 
ne  indovinava  il  pensiero  anche  prima  che  avessero  aperto 
bocca.  Era  chiamato  da  tutti  Vuomo  del  mistero. 


192     •  rXA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

Ho  volato  riferire  qui  gli  antecedenti  della  propaganda 
fatta  a  Monte  Labbro,  perchè  si  veda  come  in  uomo  di  tale 
natura  l'idea   che  già  lo  dominava   dovesse  da  qui  innanzi 
acquistare   tanto   più  di  forza,  quanto   più   valore  avevano 
ormai  per  lui  gli  atti  in  cui  essa  si  rivelava.  La  tendenza 
che  lo  disponeva  a  dar  corpo  ai  fantasmi  della  sua  mente, 
ora  s'alimentava  di   quella  stessa    fede,  di   quelle   illusioni, 
che  codesti  fantasmi  infondevano  intorno  a  lui  in  tante  altre 
menti.  11  contagio  della  religiosità  esaltata,  quale  la  descrisse 
Lucrezio  e  che  un  grande  filosofo  antico  definiva  una  ma- 
lattia sacra,  dai  molti,  a  cui   s'era    già  appreso,  ora  ritor- 
nava cresciuto  di  forza  sull'uomo  che  ne  aveva  sparso  in- 
torno a  se  il  primo  semigno.  I  lineamenti  vaghi  delle  visioni 
narrate  da  lui  al  suo  ritorno  dalla  Sabina,  quali  appariscono 
in  una  mezza  luce  fantastica  nel  Risveglio   dei  i)opoli,  e  si 
vanno  poi  fissando  nelle  Lettere  pubblicate    tra    il    1870  e 
il  1873,  prendon  rilievo  dall'ombra  stessa  gettata  da  quelle 
visioni  nella  fantasia  della  moltitudine  che  le  fa  sue  e  le  ri- 
flette a  tratti  piti  vivi  sulla  fantasia  che  fu  })rima  a  crearle. 
L'anima  della  folla,  quel  non  so  che  indefinibile,  vago  che 
pur  vive,  sente,  pensa,  si  muove  di  vita  tutta  sua,  distinta 
da  quella  delle  migliaia  di  anime  che  si  confondono  in  lei, 
e  si  forma  sempre   nelle    grandi    commozioni    delle  assem- 
blee popolari  per  poi  morire  con  esse,  anche  questa  volta  si 
trasfondeva  nell'uomo  che  la  nutriva  colla  sua  parola  e  n'era 
la  parte  più  intima  e  viva.  La  risolutezza  che  presero  d'ora 
in  poi  semi)re  più  le  sue  idee  e  la  convinzione  —  sincera, 
io  credo,  fin  da  principio  —  d'essere  istrumento  di  fini  so- 
prannaturali, crebbero,  dunque,  in  David  con  forza  propor- 
zionata al  favore  popolare  che  crescev^a  intorno  a  lui. 


Egli  non  2'>oteva  tornare  indietro  193 

E  poi  a  spingerlo  innanzi  concorreva  un'altra  necessità  : 
quella  di  accordar  se  con  se  stesso,  di  mostrare  prima  o  poi 
avverate  le  sue  ripetute  minacce  di  stre})itose  novità,  di  pro- 
digi, di  grandi  fatti  futuri  e  di  dare  cosi  ai  seguaci  e  agli 
avversari  le  prove  della  sua  missione  divina,  che  gli  uni 
e  gli  altri  reclamavano  a  una  voce.  Era  la  stessa  necessità 
contro  alla  quale  andò  in  ogni  tempo  a  rompersi  il  pre- 
stigio dei  profeti,  grandi  e  piccoli,  non  eccettuato  quello  di 
Girolamo  Savonarola.  Il  Lazzaretti  stesso  doveva  esserne 
vittima  in  quella  sua  discesa  da  Monte  Labbro  che  lo  menò 
incontro  ai  fucili  dei  carabinieri,  e  che  io  credo  dovuta  in 
gran  parte  anche  alla  impazienza  dei  suoi  seguaci.  Vago  come 
era  dell'apparire,  del  vedersi  tenuto  in  conto  di  santo,  egli 
dovè  sentire  fin  da  principio  il  pendìo  per  cui  la  sua  popo- 
larità era  stata  avviata  da  quelle  profezie,  ciascuna  delle 
quali  veniva  ad  esser  per  lui  un  passo  di  piìi,  un  impegno 
da  non  potersi  poi  pili  ritirare.  Singolare  condizione  di  mente 
e  d'animo  questa  per  cui  egli,  come  tanti  altri  simili  a  lui, 
cominciò  forse  dal  sostenere  in  pubblico  una  parte,  ove  en- 
trava anche  molto  l'amor  proprio  e  la  smania  di  popolarità,  e 
fini  col  credersi,  coll'essere  anzi,  per  quanto  almeno  dipen- 
deva da  lui,  il  personaggio  che  aveva  preso  a  rappresentare. 

A  dimostrarlo  basta  quello  che  del  Lazzaretti  è  noto 
ormai  a  tutti.  Ma  ce  ne  danno  prove  piìi  sicure  i  suoi  scritti 
pubblicati  in  vari  tempi,  se  li  mettiamo  a  riscontro  fra  loro. 
Nei  Rescritti  profetici,  intitolati  anche  II  Risveglio  dei  po- 
poli, egli  accenna,  fino  dal  1870,  a  ^^  un  profeta ,,  a  un  "m- 
vitto  capitano,  a  un  legislatore  e  riformatore  di  nuove  leggi, 
a  un  novello  pastor  del  Sinai,,,  che  doveva  sorgere  a  libe- 
rare i    popoli  gementi  ''^schiavi  sotto  il  dispotismo  del  mo- 

G.  Barzellotti.  25 


194  UNA   VISITA   ALLA    TOEEE   DI   DAVID   LAZZARETTI 


stro  d'aìnhizione,  cVipocrisia,  d'eresia  e  di  superbia ,,.  In  uno 
scritto,  pubblicato  nel  febbraio  del  1871  col  titolo  "  Un  in- 
cognito profeta ,, ,  codesto  accennare  vago  del  risveglio  si 
determina  già  nella  figura  di  un  Monarca,  che  David  vol- 
gendo la  parola  al  Pontefice,  a  Pio  IX,  gli  annunzia  nato 
a  rialzare  le  sorti  della  Chiesa,  e  a  riconciliarla  colla  na- 
zione italiana;  —  di  un  Monarca,  che  "scenderli  dai  monti,, 
seguito  da  "mille  giovani  tatti  di  sangue  italiano,  e  questa 
sarà  chiamata  la  milizia  dello  Sj^irito  Santo ,,.  Nella  lettera 
ai  cittadini  romani  e  in  quella  ai  popoli  d'Italia,  con  la 
data,  l'una  del  21  marzo,  l'altra  del  4  maggio  1871,  l'al- 
lusione del  profeta  al  futuro  promesso  esecutore  dei  destini 
serbati  da  Dio  ai  popoli  e  al  mondo,  al  precursore  del  regno 
della  giustizia,  che  dovrà  seguire  la  vittoria  finale  riportata 
dalle  milizie  dello  Spirito  Santo,  si  fa  ancora  più  chiara  e 
si  fissa  nella  persona  di  lui  ;  al  quale  sette  grandi  perso- 
naggi apparsigli  in  sogno,  cosi  nella  grotta  della  Sabina  come 
a  Monte  Labbro,  conferiscono  l'arcana  missione  di  essere, 
a  un  tempo,  l'annunziatore,  il  precursore  e  il  compagno  e 
il  ministro  della  loro  impresa  divinamente  restauratrice  della 
giustizia  e  del  bene.  Il  concetto  di  questa  missione  del  pro- 
feta si  determina  e  si  svolge  ancor  piìi  negli  scritti  da  lui 
composti  e  pubblicati  dopo  le  Lettere  qui  accennate.  In  una 
Esortazione  agli  eremiti  di  Monte  Labbro,  scritta  nel  di- 
cembre del  1872,  è  detto  che  il  futuro  liberatore  del  po- 
poli, il  rigeneratore  dell'ordine  morale  e  civile,  il  gran  Mo- 
narca apparirà  nel  mondo  in  un  modo  simile  a  (juello,  in 
cui  vi  si  mostrò,  nella  pienezza  dei  temi)i.  Cristo  per  adem- 
piere la  sua  divina  missione.  Ma  solo  negli  ultimi  scritti  e 
nelle  ultime  prediche,  che  precedono  di  poco  la  sua  discesa 


Il  ritiro  nell'isola  di  Montecristo  195 

da  Monte  Labbro  e  la  sua  tragica  morte,  il  profeta  si  pro- 
clamerà Cristo  duce  e  giufìlce,  tornato  al  mondo.  La  co- 
scienza del  vero  esser  suo  e  della  sua  personalità  si  perde 
nel  Lazzaretti,  a  poco  a  poco  sempre  più,  in  quella  fanta- 
stica del  personaggio  misterioso  che  egli  crede  di  rappre- 
sentare. 

Fra  gli  atti  di  David  che  furono  la  conseguenza  neces- 
saria della  sua  idea  dominante,  ne  troviamo  uno  assai  no- 
tevole, che  ci  mostra  quanto  potere  ebbe  in  lui  il  bisogno 
di  far  parlare  di  se,  di  accrescere  il  suo  prestigio  su  quella 
gente.  Voglio  accennare  al  ritiro,  in  cui  egli  disse  di  aver 
vissuto  nell'isola  di  Montecristo  parte  del  gennaio  e  del  feb- 
braio 1870,  e  che  gli  meritò  da  Dio  rivelazioni  miracolose. 
Questo  è,  mi  pare,  uno  dei  passi  più  risoluti  ch'egli  abbia 
mai  fatti  incontro  al  favore  popolare,  e  che  lascia  appa- 
rire in  lui  una  parte  non  piccola  di  riflessione  calcola- 
trice. Il  racconto  dei  Rescritti  profetici  in  prosa  e  in  versi, 
i  discorsi  che  lo  accompagnano  ci  fanno  vedere  che  questo 
suo  ritiro  a  Montecristo  David  lo  preparò,  lo  sceneggiò, 
per  dir  così,  con  ogni  cura  per  produrre  il  massimo  effetto 
sul  popolo. 

Il  lettore  si  ricorderà  che  da  un  pezzo  il  Lazzaretti  an- 
nunziava di  dover  partire  per  espresso  comando  divino  e  an- 
dare molto  lontano  dai  suoi.  Forse  il  rinnovarsi  continuo  di 
questo  annunzio,  senza  che  poi  la  partenza  si  verificasse, 
aveva  cominciato  a  suscitare  qualche  sussurro  d'incredulità. 
Fatto  è  che  la  notte  del  14  gennaio  1870  egli  riunì  a  cena  i 
suoi  più  fidi  nel  podere  dell' amico  Raffaele  Vichi  presso  Monte 
Labbro,  e  tenne  loro  un  discorso  di  addio.  I  discepoli  erano  33. 
Sedeva  David  in  mezzo  a  loro  vestito  di  una   cappa  color 


196  UXA    VISITA   ALLA    TORRE    DI   DAVID    LAZZARETTI 

porpora,  ov'era  disegnata  la  sua  sigla,  e  distribuì  a  ciascuno 
il  pane,  l'agnello  e  il  vino.  Fu  una  cena  simbolica,  in  cui 
non  mancò  neppure  il  vaticinio  del  prossimo  traviamento  di 
alcuni  tra  i  discepoli,  e  l'annunzio  di  grandi  cose  che  sta- 
vano per  accadere  più  specialmente  in  Arcidosso  e  in  tutto 
il  Monte  Amiata  e  a  ^lonte  Labbro.  "  Qui,  poco  lungi  da 
noi  in  questo  suolo  saranno  innalzate  meravigliose  piramidi. 
Ritornate,  conchiudeva,  in  seno  alle  vostre  famiglie  e  por- 
tate in  esse  pace  e  salute  e  siatele  di  esempio  colla  vostra 
buona  condotta,  ma  non  solo  nelle  vostre  famiglie,  ma  a 
tutti  coloro  che  ricercheranno  di  voi  per  sapere  delle  cose 
mie.  Amate  chi  vi  disprezza  e  perdonate  a  quelli  che  vi 
fanno  del  male.  Chiamatevi  fortunati  e  felici  se  sarete  sprez- 
zati da  coloro  che  non  apprezzano  la  verità.  Siate  contenti 
e  tranquilli  se  vi  trovate  in  miseria  e  in  tribolazioni.  Sprez- 
zate gli  allettamenti  del  mondo  e  le  comodità  della  vita  e 
fate  conto  della  santità  dell'anima.  Apprezzate  il  travaglio, 
sia  lungi  da  voi  l'ozio  e  la  pigrizia,  oifrite  al  fin  del  giorno 
le  vostre  fatiche  a  Dio,  che  Esso  vi  benedirà  in  seno  alle 
vostre  famiglie  dall'alto  dei  Cieli.  „  In  <[uella  sera  David 
—  dicono  i  suoi  seguaci  —  fondò  l'istituto  degli  Eremiti 
penitenzieri  e  penitenti. 

Detto  addio  ai  discepoli,  David  insieme  al  suo  amico 
Raffaello  Vichi  parti  per  Porto  Santo  Stefano,  e,  giunto,  si 
fece  condurre  all'  isola  di  Montecristo.  La  (luaresima,  che 
egli  s'era  proposto  di  fare  colà,  doveva  durare  47  giorni. 
Portava  seco  solo  11  pani.  Passato  qualche  tempo,  i  ma- 
rinai, che,  per  sua  volontà,  lo  avevano  lasciato  solo  nell'i- 
sola, cominciarono  a  stare  in  pensiero  per  lui,  e  probabil- 
mente a  richiesta  loro  fu  scritto  ad  Arcidosso,  avvertendo 


Il  ritorno  dall'isola  di  Montecristo  l(t7 

la  famiglia  e  gii  amici  che  alcuno  andasse  a  cercare  dello 
strano  eremita  e  a  riprenderlo.  Andarono  il  Vichi  e  un 
altro.  David  stava  ad  attenderli  nel  porto  dell'isola,  come 
avvertito  —  dicono  i  suoi  seguaci  —  da  profetica  rive- 
lazione della  loro  venuta.  Lo  trovarono  smagrito  e  con  una 
pesante  catena  al  collo,  e  —  cosa  mirabile  —  videro  che 
in  tutto  quel  tempo  aveva  mangiato  solo  la  metà  del  pane 
che  aveva. 

Lo  indussero  a  venir  via.  Ma  egli  restò  fermo  nel  pro- 
posito di  voler  terminare  la  sua  quaresima  in  solitudine,  e 
si  ritirò  a  Burlano  presso  Scansano,  di  dove  poi,  trascorsi 
i  47  giorni  prefissi,  partì  per  Monte  Labbro.  Vi  giunse  il 
7  marzo. 

Quando  si  sparse  la  voce  ch'egli  ritornava,  fu  un  ac- 
correre da  ogni  parte  ad  aspettarlo  e  a  fargli  incontro.  Una 
folla  ansiosa,  variopinta  dei  rossi  e  bianchi  fazzoletti  delle 
villane  montagnole  e  dei  neri  cappelli  a  cono  dei  marem- 
mani, gremiva  l'erta  di  Monte  Labbro.  E  appena  si  vide 
spuntare  tra  i  rari  querciatti  il  cavallo  di  lui  che  saliva  len- 
tamente, da  quella  folla  immobile  si  levò  un  grande  mor- 
morio di  gioia  che  a  un  tratto  ruppe  in  un  grido.  Allora 
su  parecchie  di  quelle  facce  bronzine  di  donne  alte  e  tar- 
chiate, di  vaccari  tutti  coperti  le  gambe  da  cosciali  di  pel 
di  capra,  si  vide  anche  luccicare  qualche  lacrima.  Egli  passò 
in  mezzo  a  loro  salutandone  a  nome  i  più,  e  scese  levato 
quasi  di  peso  fra  mezzo  a  centinaia  di  braccia,  che  tutte 
avrebbero  voluto  stringerlo,  trattenerlo  un  poco,  arrivare,  se 
non  altro,  a  toccarlo;  s'inginocchiò,  rese  grazie  a  Dio  e  poi 
si  volse  per  parlare.  Il  discorso  che  i  Rescritti  ci  danno  come 
pronunziato  al  suo  ritorno,   col  motto  :  Iddio  ci  vede,  ci  giù- 


198  UXA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

dica  e  ci  condanna,  non  fa  parola  di  nuove  rivelazioni.  E 
ima  lunga  difesa,  in  qualche  luogo  anche  un'invettiva  contro 
gli  avversari  e  i  beffardi  increduli  che  il  sospetto  gli  faceva 
ormai  apparire  molti  pili  che  non  erano  in  realtà.  Forse, 
appena  arrivato,  David  improvvisò  un  altro  discorso,  si  di- 
rebbe, di  circostanza,  se  pure  non  lesse  allora  dall'altare  i 
versi  che  poi  pubblicò  e  in  cui  egli  disse  "  di  aver  distri- 
buito le  parole ,, ,  udite  a  Monte  Cristo  dalla  bocca  stessa 
di  Dio  in  "sette  volte,  tra  il  fragor  del  turbine....  e  lo  scrollo 
terribile  di  tutta  l'isola,,.  "Le  parole,,  —  aggiunge  l'avver- 
tenza preceduta  da  una  delle  sigle  di  David  —  "  erano  decla- 
mate lentamente  e  sillabate  come  in  tono  musicale ,,.  LiR  de- 
scrizione,  così  com'è  un  po'  grottesca,  fa  pensare  alla  Bibbia 
e  al  prodigio  del  Sinai,  come  una  copia  del  Giudizio  finale, 
colle  aggiunte  che  può  avervi  messe  di  testa  sua  un  pittore 
di  villaggio,  fa  pensare  all'originale  della  Cappella  Sistina. 
Se  non  che  nelle  cose  dette  questa  volta  da  Dio  "all'uomo 
sull'eminenza  di  Montecristo ,,  si  ritrovano  i  luoghi  comuni 
delle  prediche  di  David  ;  e  i  versi,  settenari  i  piìi,  alternati 
con  sdruccioli,  rammentano  i  metri  un  po'  troppo  andanti 
dell'ultima  trasformazione  del  Romanticismo  e.  salvo  la  forza 
e  il  calore,  quelli  del  Mameli,  di  cui  il  T^azzaretti  giovinetto 
doveva  essere  un  lettore  appassionato  nel  1848  e  nel  '41). 
Ma  a  leggerne  due  o  tre  appena  viene  in  niente  subito  la 
scappata  del  Grossi  quand'ebbe  sentiti  i  primi  versi  del 
D'Azeglio:  " Ilin  propri  minga  bej ! ,,.  Però  se  i  versi  non 
sono  belli,  mi  paion  notevoli  per  ra})parirvi  che  fa  la  prima 
volta  il  radicalismo  religioso  e  politico  predicato  poi  da  David 
poco  prima  della  sua  morte,  e  che  nei  suoi  germi,  se  non 
nella  sua  forma  piìi  risoluta,  dovè  fin  da  ora  ispirare  tutti 


Poesie  di  soggetto  politico-religioso  \  (ift 


i  discorsi  improvvisati  da  lui  e  la  sua  conversazione  cogli 
intimi.  E  non  fa  specie  die  fosse  così,  mentre  pure  egli  si 
professò  quasi  fino  all'ultimo  fedele  alla  Chiesa  romana  e 
alla  monarchia.  In  quello  stato  di  mente  e  di  cultura,  pro- 
prio agli  uomini  della  sua  condizione  e  delle  sue  tendenze 
mistiche,  oltre  il  quale,  del  resto,  egli  non  andò  mai,  ciò  che 
più  manca  è  il  retto  senso  logico  dell'inconciliabilità  assoluta 
di  certe  idee  tra  loro  e  coli' esigenze  dei  fatti  e  dei  tempi. 
Il  predominio  della  fantasia  e  l' ignoranza  con  tutti  i  suoi 
pregiudizi  alienano  affatto  codesti  uomini  dal  modo  di  pen- 
sare, di  sentire  e  di  trattar  la  vita,  proprio  di  tutta  quella 
parte  della  società  moderna,  che  ha  in  mano  sua  il  potere  di 
moverla  e  di  trasformarla,  e  rendono  per  ciò  impossibile  ogni 
giorno  più  che  qualche  grande  trasformazione  vi  peni'tri  per 
la  sola  via  del  sentimento  e  dell'entusiasmo  ingenuo  e  gros- 
solano ch'è  nella  gente  di  campagna.  Eppure  ciò  che  fa  oggi 
della  questione  religiosa  un  problema  quasi  insolubile  è  que- 
sto :  che  se  potesse  sorgere  e  propagarsi  tra  noi  un  moto 
efficace  di  sentimenti  e  d'affetti,  trasformatore  del  Cristiane- 
simo e  del  Cattolicisrao,  non  si  vede  dove  esso  potrebbe  tro- 
vare eco  e  fautori  fuor  clie  nelle  campagne  fra  uomini  non 
molto  diversi  da  quelli  a  cui  accennavo  or  ora. 

Ma  torniamo  a  David  e  ai  suoi  versi.  Lascio  la  tirata 
di  chiusa,  in  cui  Dio  per  bocca  del  suo  profeta  fulmina  i 
preti  di  mala  vita,  amanti  delle  ricchezze,  richiamandoli 
alla  ricca  povertà  delV ev angelo ,  e  propone  qualcosa  di  si- 
mile a  un  disegno  di  legge  sull'asse  ecclesiastico,  un  po' 
meno  eretico,  beninteso,  di  quello  già  votato  qualche  anno 
prima  dalle  Camere  italiane.  Ecco,  se  il  lettore  vuole  avere 
qui  un  saggio  della  parte,    direbbe   Enrico    Heine,  fucila- 


200  UNA    VISITA   ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 


bile    dei    versi    del    Lazzaretti,    ciò    clie   vi    si    dice    anche 

della  monarcliia: 

Chi  son  i  Re  del  Mondo? 
Non  son  caduca  polvere? 


0  regi  inorridite! 

Presta  è  la  man  che  fuhnina 

A  subissare  al  suol 

Le  vostre  inique  cattedre 

Di  falsi  adulator; 

Non  gioveranno  l'algebre 

Dei  vostri  computisti, 

L'ingegno  dei  meccanici, 

La  mano  degli  artefici 

A  reggervi  sul  trono. 

Cadrete  in  man  dei  popoli; 

Un  solo  sarà  il  Re. 


Per  il  discorso,  pronunziato  al  suo  ritorno  dn  Monte- 
cristo,  egli  fu  denunziato  all'autorità  giudiziaria  come  col- 
pevole di  attentati  contro  il  Governo  e  contro  l'ordine  ci- 
vile. Ma  un'ordinanza  del  tribunale  di  Grosseto  dichiarava 
insussistente  il  reato,  che  gli  era  apposto. 

Ai  giorni  durati  in  stretto  digiuno  nella  solitudine  di 
Montecristo,  il  Lazzaretti  fece  seguire  uua  nuova  quare- 
sima, ch'egli  andò  a  passare  in  un  podere  del  suo  amico 
Vichi.  E  nel  tempo  di  questa  seconda  prova  scrisse  un  Co- 
dice di  leggi  religiose,  morcdi,  "politiclte  e  civili,  in  dicci  ca- 
pitoli, che  fu  dopo  la  sua  morte  sequestrato  dall'autorità 
giudiziaria,  e  ove  apparisce,  a  tratti  piìi  spiccati  forse  che 
in  qualunque  altro  suo  scritto,  il  carattere  risolutamente 
teocratico,  ch'egli  voleva  impresso  nella  forma  di  governo 
da  lui  vagheggiata.  "Il  santo  pontefice  di  K(»ma..  — scri- 
veva il  profeta  —  "  sarà  riconosciuto  re  e  monarca  sopra 


Codice  di  leggi  religione,  morali,  civili 


201 


tutti  i  re  e  monarchi  della  terra  ;  sarà  l'unico  giudice  delle 
nostre  gare  e  cause  secolari  fra  noi  popoli  e  nazioni;  l'arme 


Una  strada  di  Piancastagiiaio  (pag.  138). 


e  l'emblema  della  nazione  sarà  l'arme  pontificale,,.  Voleva, 
è  vero,  che  "  l'esecuzione  delle  cause  e  dei  giudizi,  la  cui 
suprema  autorità  doveva  emanare  dal   Papa,    fosse   da   lui 

G.  Baezellotti.  26 


202  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

delegata  alle  autorità  civili  „ .  Ma  le  rendite  dell<  >  Stato 
avrebbero  dovuto  essere  a  disposizione  della  "  santità  pon- 
tificale „  ;  i  preti,  i  frati  e  le  monache  eccettuati  dal  pagar 
le  tasse  ;  gli  ordini  religiosi  preposti  all'educazione  civile  e 
morale  dei  fanciulli;  —  e  per  ciò  ogni  comune  di  5000  abi- 
tanti avrebbe  dovuto  avere  un  convento  ;  —  tutti  i  gradi 
dell'istruzione,  quindi  anche  gFinsegnaraenti  universitari,  as- 
soggettati al  sindacato  del  potere  spirituale  ;  "  frenati ,,  i 
giornali  "nei  limiti  della  verità  e  della  giustizia,,. 

"  Tripudi  il  cielo  ,,  —  esclamava  il  riformatore  —  "  al- 
l'esecuzione di  queste  leggi  e  tremi  l'inferno.  I  grandi,  i 
potenti  della  terra  tremino....  I  loro  destini  stanno  pendenti 
fra  la  polvere  e  la  tomba  „. 

Non  so  se  la  scena  del  ritorno  da  Montecristo  abbia 
aumentato  molto  il  numero  dei  seguaci  di  David.  Ma  si  può 
dire  che  d'ora  in  poi  la  sua  fama  di  profeta  e  di  santo  co- 
minciò ad  essere  riconosciuta  nel  Monte  Amiata  come  qual- 
cosa, a  cui  quelli  stessi  che  non  credevano  in  lui  avevan 
fatto  ormai  l'orecchio,  e  che  non  eccitava  neanche  mara- 
viglia. Tutti  gli  anni,  (piando  io  mi  recavo  là  in  autunno 
a  villeggiare,  il  mio  vetturino,  un  parente  di  David,  me  ne 
accennava  col  dito  la  Torre,  che  dal  picco  solitario  su  cui 
s'inalza,  per  lo  piìi  mezzo  velata  dalle  nuvole,  sembra  spiare 
per  lungo  tratto  chi  percorre  la  bella  via  serpeggiante  sui 
fianchi  dell'Amiata.  E  uno  di  (iuelli  anni  seppi  che  nel  lin- 
guaggio simbolico  del  Lazzaretti  e  dei  suoi  ]\[onte  Labbro 
ormai  non  si  chiamava  più  se  non  j\[onte  Labaro,  destinato 
com'era  ad  apparire  vessillo  ai  popoli  in  una  prossima  nuova 
redenzione  predetta  dal  profeta,  e  che  lassìi  sorgerebbe  una 
delle  sette  citta  eternali^  la  seconda  Sion,  e  doveva  esser  co- 


Dopo  la  breccia  di  Porta  Pia  203 

struita  da  David  VArca  della  nuova  alleanza  per  ripararvi 
i  giusti  da  im  altro  diluvio.  Intanto  un  po'  per  curiosità,  un 
po'  per  impulso  di  fede  v'accorreva  gente  da  ogni  parte  e 
pili  dalla  provincia  romana  e  dalla  Maremma  e  dai  casolari 
sparsi  della  Montagna.  Nelle  terre  piìi  grosse  e  più  ricche 
e  anche  in  Arcidosso  il  profeta  eb1)e  sempre  assai  meno 
séguito.  Si  bucinava  di  alti  personaggi  stranieri,  giunti  là 
più  volte  all'improvviso,  verso  sera,  poi  subito  ripartiti  mi- 
steriosamente ;  si  diceva  che  grandi  somme  di  danaro,  casse 
piene  zeppe  di  rol)a,  forse  anche  d'armi,  erano  state  spe- 
dite a  David,  non  si  sa  da  quali  paesi  ;  con  (quanta  verità 
0  meglio  con  quanta  esagerazione  di  quel  poco  di  verità 
che  c'era  in  tutto  questo,  lo  lascio  pensare  al  lettore.  Ma 
chi,  come  me,  conosce  bene  quell'angolo  della  Toscana,  sa 
che  in  codesti  villaggi,  ove  il  grosso  della  popolazione  vive 
quasi  tutto  del  lavoro  dei  campi,  ed  esce  airall)a  per  rien- 
trare 3i\VAve  Maria  e  coricarsi  poco  dopo,  ogni  rumore  di 
cose  nuove  che  vi  arrivi  di  fuori  eccita  le  fantasie  e  s'in- 
grandisce, come  fa  quello  del  vento  lontano,  quando  viene 
avanti  a  poco  a  poco  e  s'allarga  tra  i  rami  di  quei  casta- 
gni secolari. 

E  ora,  dalla  seconda  metà  del  1870  in  poi  e  nei  primi 
mesi  del  1871,  non  passava  quasi  giorno  che  non  portasse 
lassù  una  di  quelle  notizie,  che  anche  nelle  città  bastano  a 
sollevare  in  tumulto  l'animo  e  la  mente  a  migliaia  di  per- 
sone delle  meno  disposte  a  maravigliarsi  o  a  commuoversi. 
S'immagini  l'impressione  che  tali  notizie  dovevan  fare  là, 
dove  arrivavano  all'orecchio  dei  più  tra  il  volgo  staccate  da 
ogni  altra  idea  dei  fatti  che  n'erano  stati  la  preparazione 
lenta,  e  che  altrove  bastavano  a  spiegarle  e  ad  attenuarne 


2()4  UNA    VISITA    ALLA    TOREE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

cosi  l'eifetto,  commentate  com'erano  da  quella  gente  imma- 
ginosa nelle  sere  d'inverno  al  focolare  colle  reminiscenze 
leggendarie  e  i  terrori  ancora  vivi  delle  guerre  di  Napo- 
leone, colle  minacce  di  grandi  mali  che  il  parroco  ripeteva 
in  cliiesa  e  i  vecchi  bisbigliavano,  uscendo,  all'orecchio  dei 
giovinotti  in  voce  di  liberali.  Ora  poi  ad  aggravare  le  ap- 
prensioni e  a  tingere  il  futuro  di  colori  sempre  più  vivi, 
s'univa  il  commento  strano  (e  per  molti  il  presagio')  che 
ogni  nuova  predica  o  scritto  di  David  pareva  fare  a  codeste 
notizie.  Bisogna  aver  praticato  a  lungo  i  volghi  delle  cam- 
pagne anche  da  noi  in  Toscana  per  capacitarsi  della  rivo- 
luzione, che  doverono  produrre  nella  testa  di  quella  gente 
là  e  nelle  poche  idee,  o  meglio  mostri  d'idee  politiche,  che 
vi  s'appiattavan  dentro  da  anni,  novità  come  la  battaglia 
di  Sedan,  la  prigionia  di  Napoleone  e  sopra  tutto  F occu- 
pazione di  Roma.  La  disfatta  della  Francia,  creduta  da  loro 
invincibile,  della  Francia,  a  cui  il  clero  accennava  come  al- 
l'unico sostegno  del  Papato,  specie  dopo  Mentana,  quella 
poi  non  riuscivano  a  capirla.  Tanto  più  che  ci  son  voluti 
molti  anni  perchè  il  popolo  delle  campagne  per  tutta  l'Italia, 
si  ])uò  dire,  abbia  potuto  credere  al  fatto  della  nuova  po- 
tenza tedesca  in  Europa,  e  all'attitudine  indi})endente  che 
vi  tiene  ormai  il  nostro  ])aese  nonostante  tutti  gli  errori  e 
le  fiacchezze  della  sua  politica. 

L'entrata  del  nostro  esercito  per  la  breccia  di  Porta  Pia 
è  stato  il  primo  grande  avvenimento,  che  ha  fatto  sentire 
anche  lassìi  tra  i  montagnoli  dell'Amiata,  nel  piìi  meschino 
podere  sperduto  tra  i  campi  e  tra  le  boscaglie,  che  l'Italia 
era  davvero  padrona  di  se.  E,  cosa  notevole  in  quel  primo 
stupore  di  tutti,  l'istinto  del  sentimento  nazionale  scattò  in 


Il  Profeta  ammonisce  il  Be  di  Prussia  205 

un  gran  moto  spontaneo  di  gioia,  prima  ancora  die  avesse 
avuto  tempo  'di  farsi  viva  un'opinione  contraria.  In  quasi 
tutti  i  paesi  della  Montagna,  anche  in  Piancastagnaio,  ove 
io  ero  allora,  si  suonarono  le  campane  ;  il  clero  non  si 
oppose.  Cosa  notevole,  dicevo,  clie  mostra,  secondo  me, 
come  per  un  effetto  singolare  di  prospettiva  storica,  nella 
coscienza  del  popolo  il  ricordo,  il  prestigio  di  Roma,  capo 
d'Italia,  si  faccia  sentire  e  apparisca  piìi  vicino  che  quello 
di  qualsiasi  altra  grandezza  italiana.  Passato  però  il  primo 
stupore  e  la  gioia,  vennero  i  sospetti,  le  immaginazioni 
strane,  suggerite  alle  due  parti  opposte  da  quella  che  lo 
Spencer  anche  in  questo  caso  chiamerebbe  ignoranza  della 
causalità,  e  che  nelle  sue  mille  forme  è  sempre  il  fondo 
comune  degli  errori  popolari.  V'era,  per  dirne  una,  chi  so- 
spettava nientemeno  (lo  sospettava  anche  David)  che  il  Re 
di  Prussia  tramasse  un  agguato  air  Italia  e  alla  Chiesa, 
mentre  prometteva  il  suo  appoggio  a  tutt'e  due,  e  avesse 
in  cuore  una  nuova  conquista.  Non  per  nulla  proprio  il 
giorno  stesso  della  battaglia  di  ►Sedan  era  rovinato  a  un 
tratto  un  fianco  della  torre  di  Monte  Labaro,  e  David  là 
presente  ne  aveva  cavato  sinistro  presagio  per  tutti  loro. 
Rivolgendosi  al  Re  di  Prussia,  David  gli  gridava  :  "  Ti  dico 
che  non  è  vero  tutto  quello  che  prometti  alla  Chiesa.  Tu 
menti  ;  io  ti  conosco  in  virtù  dello  Spirito  Santo,  e  per  vo- 
lere dell'Altissimo  io  so  quello  che  covi  in  cuore  e  ciò  che 
altri  non  sanno.  Pensaci  bene  prima  di  stendere  le  tue  mire 
di  conquista,,.  Tanto  più,  proseguiva  il  veggente,  che  il 
re  straniero  sarebbe  stato  stolto  se  avesse  creduto  di  es- 
sere così  grande  come  allora  appariva.  "  Ti  dico  :  no,  non 
credere  a  quelli  che  ti  vorrebbero  far  gigante   col   ritlesso 


206  UNA   VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

di  un  lume  di  lucerna  che  ti  hanno  messo  a  tergo.  Stolto 
saresti  se  tu  credessi  di  essere  sì  grande  come  te  lo  di- 
mostra l'ombra  tua.  Sappi  che  un  giovane  di  marziale  aspetto 
sortirà  improvviso  fra"  popoli,  e  lo  acclameranno  cogF  inni 
le  donne  italiane  come  il  secondo  re  d'Israele.  Aspetta  che 
a  Te  questi  sia  noto.  Esso  scenderà  da'  monti,  ed  a  Te 
invierà  un  ami  fasciatore;  seco  ti  unirai,  e  quasi  un  terzo 
dei  popoli  della  terra  a  Te  questo  gran  Monarca  prediletto 
di  Dio  donerà  per  sudditi,  perchè  cosi  è  la  volontà  divina. 
Per  ora  muta  proposito,  e  sia  smorzata  la  tua  superbia  da 
un  umile  sentimento;  altrimenti  mal  ti  avverrebbe,,. 

E  air  '''  infelice  nazione  francese ,, ,  che  gli  era,  diceva, 
"  assai  cara ,, ,  consigliava  come  mezzo  sicuro  per  salvarsi 
dall'ira  della  giustizia  divina  "  di  spezzare  l'empia  statua 
del  Voltaire,  e  gettare  al  fuoco  parte  delle  opere  sue,  sep- 
pellirne le  ceneri  come  un  veleno  d'inferno,  e  inalzare  nel 
medesimo  luogo  una  statua  del  Redentore,  tenente  l'empio 
negatore  della  sua  divinità  sotto  i  piedi  „.  Ciò  che  sopra 
tutto  preoccupava  il  profeta  era  il  pensiero  che  il  pa])a 
fidasse  nell'intervento  degli  stranieri,  e  gli  gridava  in  una 
sua  profezia  pubblicata  nel  febbraio  1871  :  '■  Sappi  che 
sotto  pretesto  di  proteggere  il  diritto  della  Chiesa,  a  te  ten- 
dono insidie  e  a  tutta  la  nazione  italiana....  Calma  ci  vuole. 
Lasciamo  correre  le  vicende  come  piace  alla  provvidenza.... 
Iddio  ha  voluto  permettere  ciò  che  oggi  avviene  per  umi- 
liare la  superbia,  la  finzione  e  la  inumanità  di  coloro,  che 
mal  corrispondono  al  suo  divin  ministero  ,,.  E  al  Re  d'Italia 
diceva:  "Mio  re,  ti  fo  noto  che  la  maggior  parte  di  co 
loro  che  presiedono  al  Governo  della  tua  Corona  sono  ne- 
mici dichiarati  di  te  e  della  tua   nobile  e  illustre  famiglia. 


Le  Lettere,  gli  Avvisi  e  le  Predizioni  207 


Essi  hanno  giurata  la  tna  rovina  e  credi  che  sono  veri  as- 
sassini del  tuo  sangue  e  di  tutta  la  Nazione  italiana.  I 
malvao-i  ad  altro  non  tendono  che  a  rovesciare  il  tuo  trono 
e  quel  della  Chiesa  per  poi  ergervi  sopra  le  loro  cattedre 
di  liberalismo  e  di  comunismo.  La  tua  Corte  l'hanno  ridotta 
una  Babele,  il  tuo  Governo  una  tirannide,  un  ladroneggio, 
il  tuo  Codice,  i  tuoi  Istituti  sono  ripieni  di  stupidezza,  d'e- 
resie e  d'insulsi  e  inintelligibili  progetti,  che  ripugnano  alla 
sana  morale  e  alla  ragione  naturale.  Ti  dico  che  peggio 
non  potrebbe  fare  chi  facesse  cose  apertamente  contrarie 
alla  sana  morale.  Come  la  pensi,  mio  Re,  di  salvarti  da  que- 
sta pessima  gente?  Io  ti  vedo.  Essi  ti  hanno  ridotto  ad  un 
estremo  e  terribile  punto  !  Molto  mi  dispiace  di  vederti  pe- 
rire, con  giubilo  di  quelli  che  hanno  saputo  adularti  fino  a 
tal  punto.  Io  non  so  che  farti,  mio  Re;  ti  vedo  in  una  brutta 
posizione,,.  (Avvisi  e  i)redizioni  di  un  incognito  profeta). 

Così  le  prediche  del  Lazzaretti  e  gli  scritti  che  egli 
pubblicò  in  quelli  anni  rendono  fedelmente,  in  mezzo  a  quel 
che  v'aggiunge  la  sua  fantasia,  l'ultimo  sfondo  della  leg- 
genda politica  popolare  di  quei  luoghi.  Solo  dal  gennaio  al 
maggio  del  1871  vennero  in  luce  la  Lettera  ai  parrochi, 
gli  Avvisi  e  le  Predizioni  d'un  incognito  profeta,  le  due 
Lettere  ai  cittadini  romani  e  quelle  ai  Popoli  d'Italia.  La 
Lettera  anonima  è  del  febbraio  del  1873.  La  forma  di  que- 
sti scritti,  anteriori  al  suo  primo  viaggio  in  Francia,  non 
ha  in  se  di  notevole  che  pili  qua  e  piìi  là  qualche  tratto  di 
descrizione  viva,  in  cui  la  penna  del  barrocciaio  divenuto 
profeta  corre  felicemente  sulla  falsariga  delle  nostre  leg- 
gende di  Santi,  così  popolari  nel  Trecento  e  scritte  in  una 
prosa  ch'è  ancora  la  piii  bella  della  nostra  letteratura.  Ma 


208  UXA   VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

il  carattere  o-enerale  così  dello  stile  come  del  contenuto  di 
codeste  Lettere  non  ditterisce  in  sostanza  da  quello  di  tutte 
le  scritture,  che  la  fantasia  religiosa  delle  nostre  plebi  pro- 
duce di  continuo  e  manda  in  giro  da  secoli,  specie  per  le 
campagne.  Sono  scritture  per  lo  piìi  anonime,  in  cui  le  idee 
e  le  tendenze  dei  tempi  compariscono  stigurate  stranamente 
su  un  fondo  oscuro  di  tisime  superstiziose,  forse  antiche 
quanto  l'uomo,  e  vi  ritrovi  un  solo  ìuotlro  dominante,  so- 
lito sempre  a  operare  negli  animi  popolari  in  ogni  età  un 
po'  agitata,  lo  stesso  che  vestì  forme  così  potenti  nei  Pro- 
feti e  nell'Apocalisse  :  il  presagio  di  grandi  calamità  fu- 
ture unito  alla  promessa  d'una  liberazione  finale  per  mano 
di  Dio.  Dal  fermento  dell'  immaginativa  popolare,  a  cui  si 
ispirano  sempre  questi  scritti,  balzano  fuori,  come  dalle  pro- 
fondità d'un  vulcano  in  eruzione,  immagini,  sentimenti,  ve- 
rità e  utopie  pazze  combinate  spesso  negli  accozzi  piìi  mo- 
struosi  di  cui  sia  capace  la  povera  mente  umana.  E  raro 
però  che  tra  gli  elementi  d'idee,  che  pur  sogliono  apparirvi 
non  s'accenni  quella  d'una  forma  di  governo,  in  cui  la  teo- 
crazia pili  assoluta  si  accordi  colla  democrazia  la  più  larga, 
in  cui  ogni  potere  e  ogni  legge  e  sanzione  penale  emani, 
a  un  tempo,  da  Dio  e  dal  popolo,  e  il  sacerdote  sia  re,  e 
il  re  esca  dalla  plebe,  e  religione,  stato,  morale  e  politica 
siano  una  cosa  sola. 

Tale  è  pure  l' idea  che  David  ebbe  sempre  del  migliore 
tra  i  governi.  La  ritroviamo  anche  oggi  in  tutti  i  suoi  se- 
guaci, e  così  vaga  e  confusa  com'è  rende  impossibile  il  de- 
terminare se  egli  abbia  mai  appartenuto,  sia  pure  senza  vo- 
lerlo, a  un  vero  partito  politico,  nonostante  tutto  ({uello  che 
il  clericale  tentò  per  valersi  di  lui  ai  propri  tini.  Uno  solo  è 


David  e  l'utopia  del  Frimaio  italùino  209 

il  punto  di  contatto  che  i  suoi  scrìtti  anteriori  al  viaggio 
in  Francia  hanno  colle  tendenze  politiche  tradizionali  della 
nostra  rivoluzione,  e  mostra  quale  sia  stata  sino  dai  suoi 
principi  la  bandiera,  a  cui  si  raccolse  per  maggiore  impulso 
di  memorie  e  di  simpatie  piìi  larga  parte  del  nostro  po- 
polo specialmente  nelle  campagne.  Leggendo  le  Profezie, 
il  Risveglio  e  le  Lettere,  entrando  anche  oggi  in  politica 
con  qualche  Lazzarettista  convinto,  non  si  può  non  pen- 
sare alla  grande  utopia  giobertiana  del  Primato,  sfatata,  è 
vero,  dal  1848,  ej^pure,  volere  o  no,  unico  tra  gli  ideali 
della  nostra  rivoluzione,  che  due  terzi  e  piìi  del  popolo  ita- 
liano han  capito  subito,  han  fatto  suo  e  forse  serbano  an- 
cora in  un  canto  del  loro  cuore.  Si  può  e  si  deve  conside- 
rarla un'utopia,  anzi  uno  splendido  sogno  e  non  altro.  "  Ma 
chi  può  negare .,  —  diceva  anni  sono  al  Conte  di  Cavour  un 
illustre  scrittore  italiano,  parlando  appunto  del  Primato  — 
"che  anche  i  sogni  facciano  le  grandi  rivoluzioni  ?  „  Quello 
lì  valse,  se  non  altro,  a  scuoterci  da  un  torpore  di  secoli. 
Quando  l'esperienza  venne  e  ci  destò  bruscamente,  ci  tro- 
vammo fuori  di  strada,  ma  ci  eravamo  mossi  e  bastò.  Per 
la  prima  volta  tutto  il  popolo  italiano,  dal  piìi  rozzo  con- 
tadino, dall'ultimo  frate  zoccolante  sino  al  patrizio  romano 
e  al  papa,  s'era  mosso  unanime  in  un  pensiero  di  patria. 
E  si  può  capire  come  anche  dopo  la  necessaria  trasforma- 
zione, che  il  nostro  ideale  rivoluzionario  ricevè  dalle  classi 
piìi  alte  e  piìi  colte  nelle  città,  divenendo  laico  e  antipapale, 
nelle  campagne  invece  gran  parte  della  popolazione,  che  as- 
sistè senza  iniziative  sue  al  moto  unitario  del  18G0,  fosse 
rimasta  alle  utopie  federali,  semiteocratiche,  semiguelfe  di 
dieci  anni  prima.  Se  ne  ritrovano  le  traccie  in   quella   del 

Gr.  Baezellotti.  27 


210  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID   LAZZARETTI 

Lazzaretti  e  dei  suoi.  Nella  loro  mente  l' idea  di  una  pros- 
sima federazione  delle  nazioni  latine,  destinate  a  prevalere 
in  ultimo  su  tutte  le  altre,  perchè  unite  nella  loro  fede  re- 
ligiosa sotto  la  grande  supremazia  di  Roma  papale,  si  con- 
giunse alla  certezza,  espressa  piìi  volte  da  David,  che  di 
codesto  rinnovamento  civile  e  politico  spetti  l' iniziativa  al- 
l'Italia. Il  futuro  liberatore  dei  popoli,  prediceva  il  Lazza- 
retti, sarebbe  italiano  e  si  unirebbe  alla  Chiesa  cedendo  il 
diritto  e  la  dignità  di  rege  al  cajio  supremo  di  essa,  al 
Pajya,  e  governando  insieme  con  lui.  Codesto  pio  duce  della 
milizia  dei  crociferi,  la  cui  bianca  figura  ritorna  a  ogni 
poco  nelle  Lettere  di  David,  mi  fa  pensare  ai  Crociati  di 
Pio  IX.  Se  non  che  Fammirazione  e  l'ossequio  che  il  Laz- 
zaretti professa  sempre  alla  chiesa  e  alla  gerarchia  catto- 
lica, non  le  salva  dalle  sue  censure  in  materia  di  morale; 
e  al  prestigio  religioso  che  la  Roma  dei  papi  ha  sull'animo 
suo  non  si  sa  se  prevalga  il  culto  di  Roma  antica  e  delle 
sue  memorie  classiche,  confuse  per  lui  in  un  solo  affetto 
colle  glorie  della  Clrecia,  ch'egli  spera  un  giorno  unita  al- 
l'Italia e  alle  altre  nazioni  latine.  Il  frate  apparsogli  la  se- 
conda volta  in  quella  visione,  che  diceva  di  avere  avuta 
nell'aprile  del  18()S,  e  che  avea  decisa  la  sua  vocazione, 
gli  aveva  detto,  prendendoh)  per  mano:  "Andiamo  nel 
Lazio,  nella  terra  dei  grandi,,.  Tant'c;  un  ultimo  fondo  di 
reminiscenze  classiche  greche  e  romane  in  Italia  non  puoi 
fare  a  meno  di  ritrovarlo  persino  nei  sogni  dei  profeti  po- 
polari e  nelle  novelline  delle  veccliiarelle. 

^la  se  le  profezie  di  David  lianno  il  loro  motivo  ira- 
mediato  negli  avvenimenti  e  nelle  vicende  di  (jucl  momento 
storico  così  importante  e  agitato,  che  va  dal  18(i9  al  1872, 


Le  profezie  di  David  e  l'anima  nazionale  italiana  211 

i  sentimenti  e  la  materia  fantastica  che  vi  si  mescolano  e 
concorrono  a  suggerirle,  vengono  dalle  lontananze  piìi  re- 
mote del  passato  dell'anima  nazionale  italiana,  prendono  ali- 
mento dalle  passioni,  dalle  speranze  e  dai  terrori,  dalle  aspi- 
razioni religiose,  sociali  e  politiche,  che  V  hanno  commossa 
per  secoli  e  hanno  avuto  un'eco  nella  voce  dei  suoi  vati  e 
e  dei  suoi  veggenti,  da  Dante  al  Savonarola,  dei  suoi  pro- 
feti e  dei  suoi  tribuni,  da  Gioacchino  di  Fiore,  da  Arnaldo 
da  Brescia  e  da  Cola  di  Rienzo  sino  al  Gioberti  e  ;il  Maz- 
zini. Sempre,  ma  in  ispecie  nelle  ore  piìi  difficili  e  decisive 
della  vita  del  nostro  popolo,  codesta  eco  profonda  delle  sue 
preoccupazioni  s'è  ripercossa  sopra  tutto  nei  predicatori  che 
gli  son  più  andati  al  cuore,  e  in  tutta  quella  folla  di  libri 
anonimi  che  formano  anche  tra  noi  la  ricca  letteratura  del 
profetismo. 

In  quegli  anni  essa  el)be,  lo  rammento,  una  forte  recrude- 
scenza in  pubblicazioni  d'ogni  genere,  tra  politiche  e  reli- 
giose, che  andarono  per  le  mani  del  popolo  anche  nei  paesi 
del  Monte  Amiata.  David  deve  certo  avervi  attinto,  avido 
com'era  di  un  tal  genere  di  letture.  E  nelle  prime  dei  suoi 
anni  giovanili  e  in  (|uelle  ch'egli  fece  poi  durante  la  sua  con- 
versione, con  l'ardore  del  neofita,  mentre  girava  di  convento 
in  convento  a  Roma,  nella  Sabina  e  in  altre  parti  d' Italia 
e  praticava  con  sacerdoti,  con  monaci,  con  pellegrini,  con 
eremiti,  devono  essergli  occorsi  motivi  ed  elementi  di  pro- 
fezie, popolari  da  secoli  nel  nostro  volgo,  ch'egli  ha  incon- 
sciamente fatte  sue  e  rielaborate  con  la  sua  fantasia. 

Che  sia  cosi  me  lo  mostra  il  ritrovarsi  che  fanno  nelle 
Lettere  piìi  che  le  tracce  le  linee  già  chiare  dei  vaticini  di 
Giovacchino  di  Fiore,  le  quali  poi  si  allargano  e  si  determi- 


212  UXA    VISITA    ALLA    TORRE    1)1    DAVID    LAZZARETTI 

nano  sempre  più  negli  scritti  composti  in  Francia.  Su 
questo  punto,  capitale  per  V  intelligenza  del  Lazzarettismo, 
tornerò  piìi  qua.  Ma  io  voglio  dire  fin  da  ora  come  mi 
paia  cosa  notevole  questa,  se  posso  dir  così,  affinità  incon- 
scia, che  doveva  essere  tra  lo  spirito  religioso,  da  cui  era 
mosso  dietro  al  suo  profeta  quel  gruppo  di  montanari  in- 
colti ed  esaltati,  e  le  immaginose  speculazioni  apocalittiche 
dei  Gioachimiti  e  degli  Spirituali  francescani  seguaci  del- 
VEvangelo  eterno.  Le  quali  sono,  tra  i  pochi  prodotti  piti 
immediati  che  ha  dato  la  misticità  religiosa  italiana,  quello 
che  pili  a  lungo  e  piìi  largamente  (dal  secolo  XIII  in  poi) 
si  è  sparso  uscendo  dai  conventi  e  dalle  chiese,  e  ha  agito 
sull'anima  delle  nostre  plebi. 

David  partiva  la  prima  volta  per  la  Francia  nel  marzo 
del  1873.  L'ultima  delle  Lettere,  scritte  in  quel  tempo  e 
eh' è  del  febbraio  del  1873,  la  Lettera  anonima  di  profe- 
tici avvenimenti  diretta,  a  tutti  i  miei  fratelli  in  Cristo,  ha 
un'  intonazione  ancor  più  esaltata  e  piti  minacciosa  :  pre- 
nunzia  imminente  una  firan  rivolta  fra  i  loopoli;  ammo- 
nisce i  potenti,  gli  avari,  gli  egoisti,  gli  oppressori  perche 
si  emendino  ;  torna  a  predire  il  liberatore,  che  sarà  sposo 
della  Chiesa,  e  avrà  in  mano  la  verga,  simbolo  della  ri- 
forma dello  stato  politico,  e  a  un  dito  la  gemma,  simbolo 
'*  di  una  nuova  religione,  la  quale  riformerà  la  Chiesa  stessa 
e  distruggerà  tutte  le  altre,  e  rimarrà  unica  nel  mondo  f  no 
alla  consumazione  dei  secoli,,. 

Uno  dei  motivi  di  tale  esaltazione  crescente,  la  ([iiale  già 
accenna  a  ({uella  che  vibra  negli  scritti  composti  in  Francia, 
erano  certo  le  difficoltà  incontrate  dal  profeta  nella  sua 
propaganda  e  pel  cattivo  andamento  delle    associazioni,  da 


David  va  per  la  prima  volta  in  Francia 


21. -3 


lui  istituite  ;  causa  continua  di  malcontento  e  di  malumore 
tra  i  suoi  seguaci,  coi  quali  egli  viveva  nell'eremo  di  Monte 
Labbro.  Ma  a  tenerlo  inquieto  contribuiva  certo  —  non- 
ostante la  sentenza  favorevole,  avuta  nel  marzo  del  1872 
dopo  il  suo  primo  processo  —  il  sospetto  di  poter  essere 
novamente  arrestato.  Si  sapeva  tenuto  d'occhio  dalla  Po- 
lizia per  le   sue   relazioni    col   partito    clericale,    che    dopo 


Il  Mugnello  (pag.  138). 


l'occupazione  di  Roma  aveva  qua  e  là  dati  piìi  segni  di 
voler  muoversi,  e  se  proprio  non  cospirava,  offriva  però  al 
Groverno,  anche  nei  luoghi  apparentemente  quieti,  motivi 
legittimi  di  sorveglianza  e  di  timore. 

David  era,  per  le  sue  tendenze  religiose  mistiche  e  per 
r  indole  del  suo  ingegno,  tutt' altro  che  un  cospiratore.  Ma 
dava  ombra  alle  autorità  politiche  per  F  imprudenza  del  suo 
parlare,  pel  vago  minaccioso  delle   speranze   e  delle  aspet- 


214  DNA    VISITA    ALLA    TORKE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

tative,  che  le  sue  predizioni  svegliavano  in  basso  tra  i  cre- 
duli, tra  i  malcontenti  del  nuovo  stato  di  cose,  e  perchè 
fino  dai  primi  giorni  della  sua  conversione  era  stato  l'og- 
getto del  favore  e  della  protezione  del  clero. 

Queste  ed  altre  ragioni  e  —  com'egli  andava  ripe- 
tendo —  il  comando  divino,  che  gì'  imponeva  di  separarsi 
dalla  famiglia  per  adeìiipire  la  sua  missione,  lo  indussero 
a  lasciar  l'Italia.  Dopo  una  nuova  visita  ai  suoi  seguaci 
della  Sabina,  e  un  breve  pellegrinaggio  a  Roma,  a  Su- 
biaco  e  nella  diocesi  di  Alatri,  ove  visitò  la  Certosa  di 
Trisulti,  rifece  la  strada  verso  il  nord,  andò  a  Torino,  e 
vi  si  trattenne  vari  giorni  ;  indi,  in  compagnia  di  un  certo 
Stapol,  ricco  inglese,  conosciuto  in  viaggio,  passò  le  Alpi 
e  si  diresse  alla  Grande  Certosa  di  Grenoble.  L'Abate  dei 
Certosini  di  Trisulti  gli  aveva  dato  lettere  di  raccomanda- 
zione pel  Priore  generale  dell'ordine,  che  risiedeva  nella 
celebre  Certosa  francese. 

Quivi  stette  cinque  mesi,  ospite  del  Priore,  a  cui  il  suo 
ingegno  italianamente  immaginoso  e  quell'ardore  sincero  di 
sentimenti  religiosi  e  di  mistiche  idealità  ispirò  subito  una 
simpatia  viva.  In  quel  ritiro  —  dice  un  suo  seguace  — 
"  attendeva  alla  preghiera  e  alla  penitenza  e  a  scrivere 
ciò  che  Dio  gì' ispirava;  qui  scrisse  //  libro  dei  celesti  fiori, 
le  R('(jol<'  (lelV ordine  crocifero  e  àoìV Istituto  del  futuro  rego- 
lare ordine  eremitico,  e  qui  ebbe  molte  rivelazioni ...  //  libro 
dei  celesti  fiori  lia  in  principio  una  lettera  indirizzata  al 
Priore,  il  quale  diresse  e  assiste  l'opera  dell'ospite.  Questi 
gliene  esprime  la  sua  riconoscenza  affettuosa. 

David  avrebbe  voluto  continuare  per  la  Francia  e  poi 
per  la  Spagna   quello    che    doveva   essere    il    suo   pellegri- 


Ritorna  in  Italia  215 


nag-o-io  nei  paesi  stranieri,  ma  gV  interessi,  le  sollecitazioni 
dei  confratelli  di  Monte  Labbro,  e  il  desiderio  di  comporre 
i  nuovi  dissidi  che  li  tenevano  inquieti,  lo  richiamarono 
in  mezzo  a  loro.  xVrrestato  però  nna  seconda  volta  il  19  no- 
vembre ISTo,  e  chiuso  nelle  carceri  di  Rieti  («»-ià  ho  accen- 
nato anche  a  questo  secondo  arresto  e  alla  condanna  che 
lo  seguì  e  all'assoluzione  in  appello),  tornava  nell'estate  del 
1S74  fra  i  suoi  eremiti  di  Monte  Labbro,  ove  rimase  pili 
di  un  anno. 

Durante  il  suo  soggiorno  lassìi,  continuamente  turbato 
dagl'  imbarazzi  economici  in  cui  cadde,  per  colpa  d'altri, 
la  gestione  dei  beni  presi  allora  in  affitto  dalla  Società 
degli  eremiti,  —  l'altra  delle  Famiglie  cristiane  egli  l'aveva 
già  sciolta,  —  furono  seguitati  e  finiti  i  lavori  per  le  fab- 
briche dell'eremo  e  della  chiesa.  Questa  venne  inaugurata, 
presenti  le  autorità  ecclesiastiche,  il  29  settembre  del  1875, 
giorno  di  San  Michele.  Un  prete  Pierini,  che  io  ho  cono- 
sciuto, ardente  giornalista  cattolico,  gran  reazionario,  tenne 
il  discorso  inaugurale.  Si  succedevano  intanto  frequenti  i 
visitatori  e  gli  ospiti  alla  nuova  Sion:  italiani  e  stranieri, 
laici  e  sacerdoti,  uomini  e  donne  del  volgo  dei  paesi  finitimi 
e  della  campagna  e  della  Maremma,  credenti  i  piti,  con 
tutta  la  ingenua  forza  dell'anima  loro  ;  e  anclie  borghesi  e 
signori  e  signore,  ([uali  per  la  curiosità  di  vedere  da  vicino 
il  profeta  montanaro,  quali  per  forza  di  fede  e  per  intima 
convinzione.  Tra  le  signore  è  da  ricordarsi  Alice  Gordon, 
giovane  e  ricca  inglese,  che  abitò  due  anni  di  seguito  per 
pili  mesi  nell'eremo  di  Monte  Labbro  facendovi  l'aspra  vita 
dei  penitenti;  strana  e  misteriosa  figura  di  pia  sognante, 
attratta  lassii  non  si  sa  se  dal  fascino  del  profeta  o  dell'uomo, 


21'i  UNA   VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

che  parlava  a  tutta  l'anima  sua  e  l'avvinceva  d'uno  strano 
mistico  incanto.  Di  lei  quasi  nulla  è  noto.  I  Lazzarettisti 
la  rammentano  con  affetto.  Essi  dicono  che  per  questa  sua 
avventura  religiosa  la  famiglia  di  lei  l'abbia  poi  mal  veduta 
e  abbandonata. 

Intanto  la  disordinata  amministrazione  dei  beni  e  del 
danaro  delle  società,  e  le  spese  fatte  pel  processo  di  David 
—  delle  quali  erano  entrati  a  parte  anche  i  Certosini  di 
Grenoble  —  avevano  esaurita  la  vena  della  beneficenza  di 
alcuni  tra  i  primi  e  pili  ardenti  sostenitori  del  profeta.  II 
Salvi  si  era  allontanato.  I  malcontenti,  i  nemici  antichi,  a 
cui  si  aggiungevano  alcuni,  stati  amici  sinora  e  ora  voltisi 
contro,  minacciavano  nuove  accuse;  le  autorità  politiche 
preparavano  un  altro  processo.  I  fedeli  consigliarono  a  David 
di  riprendere  la  via  di  Francia;  ed  egli,  per  mezzo  di  suor 
Grregoria,  si  volse  colà  a  un  nuovo  benefattore,  che  già  lo 
aveva  spontaneamente  soccorso  durante  il  processo,  e  gli 
aveva  dato  8000  lire  per  la  fabbrica  della  chiesa;  a  un 
Leone  Du  Vachat,  ricco  possidente  di  Belley,  —  città  del 
dipartimento  dell'Isère,  —  acceso  cattolico,  militante  nella 
parte  clericale.  Richiesto  ora,  rispose  subito  promettendo  a 
David  di  accoglierlo  e  di  trovargli  un  luogo  e  dargli  da 
poter  vivere  in  Francia  lui  e  la  famiglia.  E  mantenne  la 
promessa.  Nell'ottobre  del  187ò  andò  a  Torino  incontro  a 
David  e  ai  suoi,  che  erano  accompagnati  dalla  maestra  della 
scuola  di  Monte  Labl)ro. 

Leone  Du  Vachat  ì'  stato  il  vero  e  maggior  benefat- 
tore del  Lazzaretti.  Egli  lo  ospitò  e  lo  mantenne  con  la 
famiglia,  per  piii  di  due  anni,  prima  a  Saint  Jean  de 
Maurienne  nella  Savoia,  poi  in  una  sua  villa  presso  Belley, 


Nuovo  soggiorno  in  Francia  21' 


poi  a  Lione,  e  fece  istruire  e  educare   il    giovanetto    Tur- 
pino  e  la  figlia  Bianca.  E  a  spese  del  Du  Vacliat  andò  due 
volte  in   Francia,    e    vi   stette    vari    mesi,    chiamato   là  da 
David,  il  frate  Filippo  Imperiuzzi  (tuttora  uno  dei  piìi  fe- 
deli e  perseveranti  Lazzarettisti),  che  il  profeta   aveva  nel 
1872   conosciuto  a  Gradoli,  sua  patria,  e  affascinato  fin  dal 
primo  giorno  con   la    sua    presenza    e    con    la    sua    parola. 
L' Imperiuzzi  era  poi  andato  ad  officiare  la  chiesa  di  Monte 
Labbro  insieme  al  Polverini,  l'altro  frate  di  Gradoli,    che, 
come  dissi,  aveva  conosciuto  David  l'anno  prima.  Nella  sua 
Vita  del  Lazzaretti  l'Imperiuzzi    dice    d'essere    stato    chia- 
mato in  Francia  per  ricopiare  e  correggere  le  opere  scritte 
in  quegli  anni  dal  suo  maestro,  e  che  il    Du    Vachat  fece 
tradurre  in  francese  e  pubblicare  a  sue  spese.  Certo  l'Impe- 
riuzzi, già  frate  filippino,  uomo  di  pronto  ingegno,  non  sprov- 
visto di  coltura  ecclesiastica,  nel  copiare  e  ordinare  le  pa- 
gine uscite  di  getto  dalla  vena  dell'immaginazione  incolta  di 
David  e  dalle  sue  letture  tumultuose,   vi  fece  sopra  un  la- 
voro che  non  dev'essere  stato  soltanto  di  forma.  Ma  io  credo 
che  in  quegli  anni,  e  in   ispecie  durante    il    soggiorno    del 
Lazzaretti  a  Lione,  abbia  esercitata  un'  infiuenza  assai  mag- 
giore e  decisiva,  piìi  ancora  che  sugli  scritti,    sulla  mente 
di  lui,  un'altra  persona,  certo  di  fino  ingegno  e  di  piti  larga 
coltura  :    il    sacerdote    Onorio    Taramelli,    milanese,    che    il 
Du  Vachat  gli   propose,    e   ch'egli  prese  come  suo  padre 
spirituale.  Il  Taramelli  rivide  quasi  tutti  gli  scritti  di  Da- 
vid, fatti  in  quel  tempo  pubblicare  in  francese  dal  Du  Va- 
chat. A  quali  idee  e  tendenze  dovessero  ispirarsi  i  sugge- 
rimenti e  la  direzione  spirituale  di  questo  dotto  padre,  può 
dircelo  quel  che  sappiamo  di  lui,  che,  per  aver  scritto  con- 

Ct.  Barzeli.otti.  28 


218  TNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

tro  la  mouarehia,  era  stato  arrestato  a  Milano  e  poi  era  fug- 
gito in  Francia,  e  di  là  mandava  di  quando  in  quando  ar- 
ticoli ai  giornali  più  reazionari  d'Italia.  I  seguaci  di  David 
dicono  die  il  padre  spirituale  gli  consigliò  un  giorno  di 
prender  servizio  nell'esercito  austriaco  ;  strana  proposta  che 
il  profeta  accolse  con  un  sorriso. 

La  vena  dell'  ispirazione  profetica  di  David  crebbe 
assai  in  Francia  forse  pel  nuovo  genere  di  vita  a  cui  egli 
si  diede,  pei  contatti  che  v'ebbe  con  uomini  di  tendenze 
intellettuali  simili  alle  sue,  e  per  la  lettura  della  Bibbia, 
specialmente  dei  Profeti,  e  dell'Apocalisse  e  dei  mistici  e 
di  Dante,  dai  quali  prese  molte  idee  ed  espressioni  aifatto 
nuove  che  ricorrono  d'ora  in  poi  nei  suoi  scritti.  Oltre  pa- 
recchie cose  inedite  annunziate  da  lui  stesso,  tra  le  quali 
alcune  debbono  però  esser  rimaste  sempre  nella  sua  fan- 
tasia, scrisse  nel  1876  a  Belligny  presso  Belley  e  pubblicò 
in  francese  e  più  tardi  in  italiano  il  Manifesto  al  popoli  e 
al  principi  cristiani,  seguito  subito  da  La  mia  lotta  con  Dio, 
ossia  libro  dei  sette  sigilli,  descrizione  e  natura  delle  sette 
città  eterncdl.  La  nuova  Riforma  ed  unica  religione  fra  gli 
uomini,  ossia  II  libro  dei  Celesti  Fiori,  era,  come  dissi,  già 
stato  scritto  nella  Certosa  di  Grrenoble  quattro  anni  prima, 
e  uscì  in  francese  nel  1876  insieme  col  Risveglio  del  po- 
poli. L'edizione  italiana,  che  ne  fu  cominciata  ad  Arcidosso 
nel  1877,  venne  interrotta.  Il  libro  circolò  e  circola  ancora 
manoscritto. 

L'esaltamento  religioso  mistico,  che  si  fissa  e  profonda 
fino  all'allucinazione  nell'idea  dell'infinito,  e  si  lascia  at- 
trarre dalla  vertigine  sempre  crescente  dell'estasi,  tocca  ora 
nella  mente  del  Lazzaretti  un   grado,  a    cui    non    era   mai 


Le  opere  scritte  in  Francia  219 

giunto  sin  qui.  Il  Libro  dei  Celesti  Fiorì,  dedicato  a  Pio  IX, 
mi  pare  il  piti  notevole  dei  suoi  scritti,  e  sebbene  ci  riveli  in 
più  tratti  l'opera  d'un' altra  mente  che  lo  ha  ispirato  o  di- 
retto, serba  pur  sempre  l'impronta  d'un  ingegno  rozzamente 
originale  qual'era  il  suo.  E  una  serie  di  Lodi,  divise  in 
brevi  paragrafi,  interrotte  da  versi  e  da  Lamenfazionl,  e  in- 
dirizzate a  Dio,  alla  Madonna,  ai  Santi,  agli  Angeli  e  piìi 
in  specie  allo  Spirito  Santo  e  anche  alla  potestà  del  Pon- 
tefice e  al  genere  umano.  Ciò  che  lo  scrittore  dice  delle  re- 
lazioni, che  passano  tra  le  tre  persone  divine,  dell'avveni- 
mento dello  Sjjlrlfo  Santo,  che  muterà  la  faccia  del  mondo, 
e  dell'opera  riformatrice  del  suo  futuro  pacificatore,  la  lunga 
e  immaginosa  descrizione  deWliiferno  e  dei  suoi  tormenti, 
nella  quale  le  ispirazioni  tratte  da  Dante  si  congiungono 
a  quelle  derivate  dai  mistici  medievali;  questi  e  altri  tratti 
del  libro  mostrano  nell'autore  un  ingegno  non  volgare  e  che 
non  è  ancora  tutto  assorto  nelle  aberrazioni,  a  cui  si  abban- 
donerà tra  poco. 

Il  libro  dei  Celesti  Fiori,  ossia  Iddio  che  parla  nella 
persona  di  un  peccatore  contrito,  Ispilrandogll  lumi  celesti 
sulle  plÌL  siMlml  verità  della  Fede,  si  apre  con  una  vi- 
sione. David,  che  si  era  addormentato,  pregando,  nell'oratorio 
di  San  Brunone  nella  Certosa  di  Grenoble,  vede  in  sogno 
fiorire  di  mirabili  fiori  odorosi  le  pagine  scritte  da  lui,  e 
mentre,  stupefatto,  prega  Dio  di  volergli  rivelare  il  segreto 
di  questo  prodigio,  ecco  apparire  la  Madonna  tutta  vestita 
a  bruno,  e  San  Michele  Arcangelo,  quale  già  se  l'era  ve- 
duto innanzi,  anni  prima,  nella  grotta  della  Sabina.  Maria 
gli  dice  di  esser  venuta  a  lui  per  annunziargli  che  dal  suo 
libro  germoglieranno,   come   ''  da    un    raso    di    divina   elo- 


220  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

quenza,,,  fiori  di  carità,  di  giustizia  e  di  fede  nell'animo 
di  quanti  lo  leggeranno;  esser  venuta  inoltre  ''per  mo- 
strargli i  segni  terribili  delVirata  giustizia  divina,,. 

E  allora  innanzi  agli  occhi  del  profeta  inorridito,  pas- 
sano scene  spaventose  di  mali  imminenti  :  pioggie  di  fuoco, 
battaglie,  stermini,  incendi.  La  voce  dello  scrittore  rende 
qui  l'eco,  ancora  vivissima  in  Francia,  della  guerra  del  1870 
e  delle  stragi  e  degli  incendi  della  Comune.  A  David,  che 
piangendo  invoca  pietà  e  misericordia  per  gli  uomini,  la  Ma- 
donna risponde,  dopo  avere  consultato  l'Arcangelo,  che  l'ac- 
compagna :  essere  oramai  venuto  il  momento  che  la  pietà  e 
la  misericordia  abbiano  un  limite,  e  la  giustizia  eserciti  il 
suo  pieno  assoluto  rigore,   fecondo   di  bene  per  l'avvenire. 

E  del  prossimo  avvenimento  della  giustizia  fra  gli  uo- 
mini e  della  profonda  rinnovazione,  che  dovrà  riceverne  il 
mondo,  parlano  nel  libro  le  Lodi  allo  Spirito  Santo  :  note- 
voli sopra  tutto,  perchè  qui  nella  visione  profetica  del  Laz- 
zaretti si  delinea  sempre  più,  e  si  svolge  il  genuino  con- 
cetto gioachimita  di  una  missione  dello  Spirito  Santo.  Essa 
deve  succedere  a  quella  del  Padre,  che  diede  a  Mosè  la 
legge  scritta,  in  conferma  della  legge  di  natura,  e  alla  mis- 
sione del  Figlio,  la  quale  fu  promulgare  la  legge  di  Grazia; 
deve  concliiuderle,  portando  fra  gli  uomini  quella  che  David 
chiama  la  legge  del  Diritto,  con  espressione  non  troppo 
chiara,  ma  in  cui  si  vede  però  com'egli,  arieggiando  nel 
suo  libro  il  motivo  profetico  dei  Gioachimiti,  non  stia  olla 
lettera  dell'  interpretazione,  che  ne  davano  gli  spirituali  fran- 
cescani, da  cui  egli  deve  averlo  preso,  e  che  assegnavano 
alla  terza  età  il  regno  finale  non  della  rigida  giustizia,  ma 
dell'amore. 


'•7i  libro  dei  Celesti  Fiori,,  221 

Ministro  di  questa  aspettata  rinnovazione  della  società 
umana  e  della  Chiesa  sarà  un  nuovo  ^Messia,  che  David 
annunzia,  e  nella  cui  persona  mortale  opererà,  egli  dice, 
lo  Spirito  Santo.  Parlando  di  quest'uomo,  àtWUomo  grande, 
che  somiglierà  a  Gesù  Cristo,  il  Lazzaretti  ce  lo  descrive 
(alludendo  a  se  stesso)  nell'atto  di  scendere  dai  monti,  se- 
guito da  pochi  inermi,  di  avanzarsi  acclamato  fra  i  popoli, 
poi  avversato  e  combattuto  dai  potenti  della  terra,  dagli 
oppressori  della  patria  e  della  fede,  ch'egli  vincerà  e  di- 
sperderà con  le  armi  delle  sante  milizie  crocifere. 

Alla  vittoria  del  nuovo  Messia  e  alla  promulgazione, 
fatta  da  lui,  del  codice  della  legge  del  Diritto,  seguirà  la 
pace  universale  fra  i  popoli,  tutti  accolti  in  una  stessa  fede. 
David  descrive  a  lungo  lo  stato  felice  della  società  umana, 
dominata  dall'efficacia  benefica  e  santa  delle  pie  istituzioni 
da  lui  fondate,  retta  da  un  governo,  che  sarà,  a  un  tempo, 
civile,  politico  e  religioso,  ma  con  prevalenza  dell'elemento 
religioso. 

E  l'utopia  mistica  di  un  futuro  regno  di  Dio  e  dei  suoi 
eletti,  simile  a  quello  sperato,  aspettato,  durante  tutto  il 
Medio  Evo  e  dopo  —  in  mezzo  alle  commozioni  e  alle  lace- 
razioni della  coscienza  religiosa  cristiana,  onde  uscì  la  Ri- 
forma —  da  quanti  esecrarono  e  piansero  la  corruzione,  la 
mondanità  del  sacerdozio  e  del  Papato,  e  ne  invocarono  una 
futura  rinnovazione  morale.  Il  disegno  del  riordinamento  ci- 
vile e  politico,  sognato  da  David,  che  dovrebbe  accompa- 
gnarla, ricorda  nelle  sue  linee  principali  quello  immaginato 
dai  seguaci  ([^W Evangelo  eterno,  in  cui  gli  ordini  religiosi 
avrebbero  dominato  il  mondo.  Egli  dà,  è  vero,  ai  tre  or- 
dini di  sacerdoti  e  di  laici  e    di  pie    donne,    che    saranno, 


222.  rxA  VISITA  alla  torre  di  david  lazzaretti 

dice,  istituiti  daWUomo  grande  dojDO  la  sua  vittoria,  intenti 
civili  pratici  di  educazione  e  di  beneficenza  ;  vuole  che  nella 
società  futura,  qual'egli  se  la  foggia,  il  clero  ''sia  distaccato 
da  tutte  le  'inondane  ingerenze ,,:  che  la  supremazia  religiosa 
del  Pontefice  rappresenti  in  codesta  futura  società  non  altro 
se  non  la  fonte  originaria,  da  cui  emaneranno  tutti  i  poteri 
civili,  e  che  dovrà  solo  invigilarli  e  illuminarli  dall'alto.  Ma 
in  mezzo  alle  contradizioni,  in  cui  qui  cade  più  volte  lo 
scrittore  inesperto,  ora  accennando  a  un  ideale  di  Stato  asso- 
lutamente teocratico,  ora  avvicinandosi  al  concetto  dell'indi- 
pendenza del  potere  civile  dal  religioso,  un  punto  resta  però 
sempre  fermo  per  lui  :  la  sua  convinzione  della  superiorità 
del  governo  sacerdotale  ed  ecclesiastico  sul  governo  laico, 
del  dovere  che  questo  ha  di  professarsi  obbediente  e  suddito 
a  quello,  e  del  trionfo  finale,  che  il  diritto  della  monarchia 
divina  universcde  della  Chiesa  riporterà  sui  suoi  avversari. 

La  mia  lotta  con  Dio,  l'ultima  delle  opere  scritte  in 
Francia,  è  quella  in  cui  le  immaginazioni  apocalittiche, 
giunte  ora  al  grado  estremo  della  loro  potenza  di  ossessione 
sulla  mente  esaltata  del  profeta,  ci  appariscono  composte 
in  un  sistema  simbolico. 

Il  libro,  che  David  dice  scritto  in  trentatrè  giorni,  è, 
quanto  alla  forma,  la  soprapposizione  di  due  imitazioni  roz- 
zamente tentate  dallo  scrittore  :  di  quella  della  Bibbia  e  del- 
l'Apocalisse e  di  quella  del  Paradiso  di  Dante.  Dico  :  roz- 
zamente, perchè  nelle  1*J4  pagine,  su  cui  s'aggrava  un'arida 
monotonia  d'immagini  e  di  simboli  strani,  ripetuti  diecine  e 
diecine  di  volte  sino  a  dare  le  vertigini,  se  apj)arisce  ogni 
tanto  in  un  certo  rilievo  la  materia  fantastica  greggia, 
l'arte  manca  quasi  del  tutto. 


■'  La  mia  lotta  con  Dio ..  223 


La  mìa  lotta,  co  ri  Dio  ha  treiitatrc  parti,  tante  quanti 
i  canti  del  Faradko  di  Dante,  divise  ciascuna  in  versetti, 
come  le  Scritture. 

Anche  questo  lilu'o  si  apre  con  una  visione  ;  anzi  è 
tutto  quanto  una  visione.  E  il  racconto  di  un  rapimento, 
durato  —  ci  dice  David  —  trentatrè  giorni,  nel  quale 
prima  egli  vede  apparirgli  su  un  altissimo  monte  Iddio, 
assiso  in  trono,  e  ha  con  lui  un  colloquio  accompagnato  da 
tuoni  e  da  folgori  ;  poi  vien  sollevato  in  cielo,  ed  è  messo 
a  parte  del  mistero  della  sua  intima  comunione  personale 
con  Cristo. 

Il  lungo  dialogo  fra  Dio  e  l'Uomo  occupa  quasi  la  metà 
dell'opera,  e  ce  ne  spiega  il  titolo.  E  una  miracolosa  gara, 
in  cui  David,  nuovo  Israello,  è  chiamato  a  cimentarsi  con 
Jo  spirito  di  Dio;  il  quale  ripetutamente  gli  comanda  di 
compiere  la  sua  missione,  e  di  farsi  banditore  ed  esecutore 
dei  decreti  della  tremenda  giustizia,  che  dovrà  colpire  tutti 
gli  uomini. 

David  replica  opponendosi,  contrastando  ad  ogni  nuova 
intimazione  divina;  parla,  torna  a  parlare  sempre  in  nome 
del  perdono  e  della  misericordia;  e  benché  cada  piìi  volte 
come  fulminato  dalla  voce  divina,  torna  a  rialzarsi  e  riaf- 
fronta la  lotta  della  pietà  contro  il  rigore  della  legge. 

La  mirabile  gara  si  chiude  con  una  specie  di  compro- 
messo. L'Uomo  si  acqueta  al  volere  di  Dio,  riconosce  la 
necessità  inevitabile  della  sua  giustizia,  ma  si  offre,  nuovo 
Cristo,  come  vittima  di  espiazione  delle  colpe  dei  suoi  si- 
mili, e  come  mediatore  di  una  seconda  alleanza  tra  l'uma- 
nità e  il  cielo.  Il  patto  di  questa  nuova  alleanza,  che  già 
era  nei  disegni  divini,  viene  accettato.  Dio  benedice  in  David 


224  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

i  nuovi  eletti,  che  da  lui  e  dalla  legge  del  Diritto  da  essi 
seguita,  si  chiameranno  i   Giurlsdavidici. 

Il  profeta  ha  da  Dio  il  comando  di  recarsi  a  Roma, 
di  manifestare  aW AngeUco  (a  Pio  IX),  tutta  la  sua  visione, 
e  di  stringere  un  accordo  con  lui  e  con  la  Chiesa,  alla 
quale  anche  in  questo  libro  seguita  a  professarsi  fedele. 

E  qui  la  visione  cangia  e  si  solleva  sempre  piìi.  David 
è  rapito  in  cielo  ;  si  sente  unito  all'essenza  divina,  che  da 
ogni  parte  lo  rispecchia;  vede  sette  angeli,  ciascuno  dei 
quali  ha  in  mano  un  lil)ro,  e  tutti  uno  dopo  l'altro  ne  aprono 
il  sigillo  per  comando  di  Cristo.  I  primi  sei  libri  sono  le 
figurazioni  simboliche  delle  età,  per  cui  è  passata  l'alleanza 
tra  Dio  e  gli  uomini,  rotta  e  rinnovata  più  volte  :  dal  pec- 
cato del  primo  padre  e  dal  fratricidio  di  Caino  all'uscita  di 
Noè  dall' x\rca,  e  giìi  giìi  lungo  tutte  le  vicende  del  popolo 
eletto,  sino  alla  nascita  di  Cristo  e  al  suo  sacrificio  sublime. 
E  in  .sostanza  tutta  la  materia  dell'antico  Testamento,  che 
David  tenta  di  delineare  a  rapidi  tocchi  con  mano  da  prin- 
cipiante, non  però  senza  qualche  tratto  dun  certo  bizzarro 
vigore  di  sintesi  immaginosa. 

Poi  nel  settimo  libro,  diviso  in  altri  tre  libri,  è  accen- 
nata la  storia  della  Chiesa:  dalla  discesa  dello  Spirito  sugli 
Apostoli,  dal  trionfo  della  nuova  fede  sotto  Costantino  sino 
alla  degenerazione  della  vita  del  sacerdozi(»  e  del  Papato 
e  agli  scismi  e  alle  eresie  medievali;  dalla  Riforma  sino  ai 
nostri  tempi,  che  vedranno  una  redenzione  nuova. 

E  qui  il  rozzo  misticismo  del  profeta  accumula  simboli 
sopra  siml)oli  e  immagini  sempre  jdìi  strane  ed  oscure  per 
adombrarci  il  mistero  dell'intimitìi.  anzi  dell'identità  della 
sua  missione  e  della  sua  persona  con  la  missione  divina  e 


Il  Manifesto  ai  lìopoli  e  ai  principi  cristiani 


225 


con  la  persona  di  Cristo.  Egli  è  veramente  —  e  tale  si 
fa  proclamare  dalla  voce  di  Gesìi  in  cielo,  assenziente  Dio 
Padre  —  la  viva  tignra  di  Cristo,  nella  sua  seconda  venuta 
fra  gli   uomini,  in  persona  di  Vacc  e  Giudice. 

Il  libro  termina  con  la  descrizione  delle  sette  citta  eter- 
nali. Sorgeranno,  la  prima,  sulla  cima  di  Monte  Labbro,  e 
David  s' indugia  con  compiacenza  paterna  a  descriverne  le 


Il  ]\rugnello,  con  resti  di  antica  fontana  (pag.  138). 

meraviglie;  le  altre,  in  paesi  stranieri:  una  in  Francia, 
presso  Lione,  una  in  Spagna,  una  in  Grrecia,  altre  in  Ger- 
mania e  in  Inghilterra,  l'ultima  presso  Gerusalemme. 

Il  Manifesto,  finito  di  scrivere  nel  febbraio  del  1876, 
ha  intento  immediato,  pratico.  (Il  titolo  francese  è  :  Ma- 
nifeste de  David  Lazzaretti  aux  peuples  et  aux  princes 
chrétiens).  E  una  specie  di  idtimatmn  a  tutte  le  potenze. 
David  vi   si   annunzia    ormai    senz'altro    come    il    Monarca 


G.  Bakzellotti. 


29 


226  rxA  VISITA  alla  torrk  r>i  OAVin  lazzaretti 

aspettato,  come  un  secondo  Messia,  di  cui  parlano  le  pro- 
fezie ;  si  dice  uscito  da  famiglia  di  re  ;  racconta  la  storia 
della  sua  vocazione  e  della  sua  propaganda;  si  dichiara 
pronto  e  risoluto  a  intraprendere,  col  soccorso  di  tutti  i  prin- 
cipi cristiani,  la  riforma  del  mondo,  e  intanto  invoca  questo 
soccorso,  dicendo  maturi  i  tempi,  prossimo  il  regno  dello 
Spirito  Santo,  pericoloso  il  differire,  e  minacciando  che  se 
non  g'ii  verrà  concesso  l'aiuto  che  chiede  ai  cristiani,  egli 
ricorrerà  agli  infedeli  per  eseguire  col  braccio  loro  ciò  che 
non  potè  con  quello  delle  nazioni  cristiane.  —  E,  si  noti, 
la  minaccia  che  troviamo  già  espressa  in  alcune  delle  pro- 
fezie deìY Evangelo  eterno.  —  Gruai  alle  nazioni  cristiane 
quando  facessero  il  gran  rifiuto  !  E  poiché  David  lo  pre- 
vede, profetizza  che  esse  ne  saranno  punite  da  sei  teste 
dell'Anticristo.  T^'Europa  le  vedrà  sorgere  nel  suo  seno,  ap- 
portatrici di  sterminio. 

La  parte  del  Manifesto,  che  mi  pare  piìi  notevole,  è 
l'appendice,  in  cui  lo  scrittore,  dopo  avere  esposti  ^' i  fatti 
soprannaturali,,  della  sua  vita,  ne  presenta  ai  lettori  "la 
discussione  mistica  e  naturale,,.  E  questa  si  riduce  a  una 
specie  di  esegesi  apologetica  dell'  idea  gioachimita  di  un 
necessario  compimento  della  legge  divina  rivelata,  da  at- 
tendersi in  una  terza  etìi  del  mondo,  nell'età  della  riforma 
e  del  regno  dello  Spirito  Santo.  Le  ragioni  che  David 
porta  per  sostenere  la  legittimità  di  questa  riforma,  sono 
le  stesse  che  avrebbe  potuto  addurre  un  controversista 
scolastico. 

Lo  spinalo  delle  quisquilie  teologiche,  in  cui  David  s'era 
infrascato  già  da  vari  anni,  ora  raffittisce  sempre  pili  e  re- 
spinge il  lettore  ;  ma  la  forma  e    l' intendimento    di  queste 


Le  sei  teste  dell'Anticristo  227 


pagine  fanno  pensare  a  qualche  nuovo  amico  e  consigliere 
del  profeta,  a  cui  siamo  molto  probabilmente  debitori  di 
tutto  questo  sfoggio  d'erudizione  sacra.  Può  essere  stato 
il  Taramelli;  può  essere  stato  chi,  traducendo  gli  scritti  del 
Lazzaretti  in  francese,  e  in  un  francese  tutt' altro  che  ine- 
legante, gli  SUggeri  forse  la  forma  e  lo  svolgimento  più 
largo,  che  d'ora  in  poi  prende  la  sua  utopia  politico-reli- 
giosa. Me  lo  fa  supporre  il  vederla  corredata  da  tutto  un 
sistema  d' interpetrazioni  teologiche  che  accusa  l'abito  di 
un'altra  mente;  il  vedere  come  al  concetto  del  primato  ita- 
liano nei  futuri  rivolgimenti  d'Europa  sottentri  quello  d'una 
iniziativa  e  d'un'importanza  assai  maggiore  che  vi  avrà  la 
Francia  per  via  di  tre  falsi  pretendenti  alla  sua  corona;  il 
vedere  finalmente  come  quelle  sei  teste  dell'Anticristo,  mi- 
nacciate ora  per  la  prima  volta  da  David  nel  Manifesto, 
simboleggino  quasi  tutte  altrettanti  nemici  della  Francia  e 
del  partito  clericale  legittimista. 

E  che  a  supporlo  io  non  corra  troppo  ce  ne  dà  una 
prova  lui  stesso,  questo  buon  amico  di  David,  questo  Laz- 
zarettista  francese,  che  gli  sta  davanti  forse  a  suggerirgli 
interi  brani  del  Manifesto,  e  proprio  là  dove  vi  si  parla  delle 
sei  teste  dell'Anticristo,  non  può  trattenere  un  moto  troppo 
vivace  della  sua,  e  fa  vedere  al  pubblico  dei  lettori  sorri- 
denti la  punta  d'uno  zucchetto  da  prete  o  da  sagrestano. 
11  tratto  è  comico  e  vai  la  pena  di  provarsi  a  descriverlo. 
A  pagine,  dunque,  32  e  33,  David  profetizza:  "La  prima 
testa  sarà  un  antipapa  scismatico;  non  farà  molto  male 
alla  cristianità,  perchè  vivrà  pochi  mesi  dopo  fatto  papa  „  ; 
e  l'amico  suggerisce  giù  in  nota:  "Che  sia  il  Cardinale 
Hohenlohe?  „  —  "  La  seconda  testa  „,  seguita  David,  "  sarà 


228  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

un  prete  predicatore  anticattolico,  di  nazionalità  francese, 
seguace  di  uno  tra  i  falsi  pretendenti  al  trono  di  Francia  „  ; 
e  l'amico  giìi  in  nota:  "Che  sia  il  padre  Giacinto?,, 
—  David  va  innanzi  imperterrito,  senza  che  l'amico  sng-- 
gerisca  chi  sarà  la  terza  testa  :  "  La  quarta  testa  vedo 
che  è  un  veccliio  frate  dell'ordine  di  San  Francesco  d'As- 
sisi, di  nazione  italiano,  che  predicherà  in  pubblico  sulle 
piazze  di  Roma  e  delle  altre  capitali  d'Italia  contro  la  di- 
vinità di  nostro  Signor  Gesù  Cristo,,.  Qui  il  suggeritore 
brontola  dal  suo  casotto:  "Non  può  essere  che  fra  Pan- 
taleo cappellano  di  Garibaldi ,,.  —  Ma  il  meglio  viene  ora. 
"La  quinta  testa.,,  è  sempre  David  che  detta,  "sarà  un 
principe  scismatico  ;  verrà  di  fuorivia  dal  Nord  con  un 
grande  esercito  ;  avrà  fatto  giuramento  insieme  con  altri 
principi  scismatici  suoi  alleati,  d'estirpare  la  religione  cat- 
tolica. Uccideranno,  massacreranno  attraverso  la  Francia, 
la  Spagna  e  l'Italia,,.  Chi  sia  pel  suggeritore  e  traduttore 
di  David  questa  quinta  testa  dellWnticristo  ve  lo  immagi- 
nate già  :  è  naturalmente  il  Principe  di  Bismarck.  Il  quale 
non  si  sarà,  credo,  mai  accorto  d'essere  un  tale  e  tanto 
nemico  di  tutto  il  norne  latino,  molto  meno  poi  d'avere  a 
esser  messo  cosi  in  un  mazzo  con  fra  Pantaleo,  e  in  una 
profezia,  dove  tutte  le  spese  del  terribile  futuro  che  v"è  di- 
ijinto  le  fa  il  passato.  "  La  sesta  testa  sarà  un  cardinale 
spagnolo  che  cercherà  di  farsi  fare  papa,  e  non  potendo 
saziare  la  sua  ambizione  e  la  sua  avidità  di  danaro,  si  ri- 
volterà contro  la  Chiesa,,.  L'amico  di  David  non  sugge- 
risce chi  sarà  questa  ultima  testa  del   mostro. 

E  ora  (jui  io  non  vorrei  esagerare.  Ma  mettendo  insieme 
Li  mutazione  avvenuta  senza  dulibio  nelle  idee  di  David,  il 


Cospirazione  clerico-legtttimi^ta  229 

tono  del  Manifesto,  tutt'altro  da  quello  dei  suoi  scritti  an- 
teriori, col  precipitare  che  egli  fa  d'ora  in  poi  negli  eccessi 
di  linguaggio  e  di  condotta,  ai  quali  si  deve  la  sua  morte, 
non  stento  a  supporre  ciò  che,  per  notizie  raccolte  da 
agenti  della  Pubblica  sicurezza,  sospettò  anche  il  Tribunale 
senese  nel  processo  dei  Lazzarettisti  :  cioè,  che  codesto  o 
qualsiasi  suggeritore  di  David  possa  aver  fatto  con  lui 
anche  la  parte  d'eccitatore;  che  in  Francia,  tra  il  1<S7.-)  e 
il  1878,  vi  sia  stato  chi  al  ricevere  le  confidenze  di  que- 
sto ingegnoso  entusiasta  italiano,  pieno  di  coraggio  e  di 
fede,  pronto  a  spender  tutto  se  stesso  per  un'idea,  di  que- 
sto profeta  popolare,  nella  cui  parola  giuravano  migliaia  di 
montanari,  stretti,  com'egli  diceva,  in  sodalizio  potente, 
abbia  concepito  il  disegno  d'averlo  strumento,  forse  anche 
capo  di  un  moto  vòlto  a  rialzare  in  Italia,  a  un  tempo,  e 
in  Francia  le  sorti  della  parte  clericale  legittimista.  Mai, 
come  allora  tra  il  1877  e  il  1878,  si  era  tanto  parlato  in 
Francia  d'una  possibile  restaurazione  della  Monarchia  di 
San  Luigi.  Il  Presidente  àoiV  Imperiale  e  reale  repubblica 
francese,  come  la  chiamavano  tra  noi,  pareva  dovesse  sa- 
perne qualcosa  anche  lui.  E  in  Italia,  coU'avvenimento  della 
Sinistra  al  potere,  specie  nei  primi  giorni  del  primo  mini- 
stero ch'ebbe  a  capo  il  Cairoli,  gli  animi  di  quanti  aspet- 
tavano ansiosamente  cose  nuove  s'eran  cominciati  a  solle- 
vare. Le  fazioni  estreme  sovversive,  anche  se  opposte  tra 
loro,  si  sa  che  per  lo  piìi  contano  l'una  sui  disegni  del- 
l'altra, perchè  vòlte  tutte  del  pari  a  buttar  giìi  quegli  or- 
dini civili,  cui  esse  vogliono  far  sottentrare  i  propri.  Qual 
maraviglia  che  i  clericali  francesi  piti  fanatici  abbiano  spe- 
rato allora,  come  sperano  forse  anche  oggi,  nei  più  avven- 


230  TNA    VISITA    ALLA    TOREE    PI    DAVID    LAZZARETTI 

tati  tra  i  rivoluzionari  d'Italia?  Qui  poi  nel  caso  di  David 
c'era  di  più  questo:  che  le  sue  idee  religiose  e  civili,  vaghe, 
oscillanti,  arruftate  com'erano,  potevano,  se  avesser  preso 
piede  nelle  campagne,  prestare  addentellato  ai  partiti  piìi 
estremi  e  opposti,  valer  molto,  se  non  altro,  come  leva  d'in- 
surrezione tra  i  volghi  ignoranti,  coni'  appello  a  un  nuovo 
'^  Viva  Maria!,,  E  poi  il  luogo,  da  cui  codesto  moto  si  sa- 
rebbe irradiato,  poteva  parere,  se  altro  mai,  opportuno  al- 
l'impresa. Era  là  nel  cuore  d'Italia,  a  cavaliere  tra  la  To- 
scana e  gli  antichi  Stati  pontifici,  ma  non  molto  lontano  dal 
mare,  in  vista  della  Corsica,  che  da  Monte  Labbro  nelle  mat- 
tinate chiare  quasi  si  scorge  a  occhio  nudo,  fra  monti  aspri, 
incolti,  acconci  agli  agguati  delle  guerriglie,  tenuti,  dice- 
vano, da  gente  fiera,  immaginosa,  credente,  sensibilissima. 
In  tutto  ciò  c'era  quanto  poteva  bastare  ad  accendere  la 
fantasia  di  qualcuno  di  cotesti  campioni  francesi  del  trono 
e  dell'altare,  la  cui  favolosa  ignoranza  delle  cose  d'Italia  ci 
ha  fatto  sorridere  tante  volte  e  di  cuore. 

Ma  a  questo  pio  disegno  legittimista,  se  pure  chi  lo 
concepì  pensò  mai  sul  serio  ad  effettuarlo,  sarebbe  mancato 
l'appoggio  tra  noi.  Alle  suggestioni,  che  certo  vennero  dal 
di  fuori  a  tentare  quei  montanari,  qualcuno  può  aver  pre- 
stato orecchio  in  principio,  specialmente  qualche  prete.  Esse 
rimasero  però  senz'effetto  sui  piìi.  Il  basso  clero,  anche  nel 
Monte  Amiata,  e  in  fondo  del  cuore  assai  piìi  italiano  che 
non  si  creda  ;  e  a  ogni  modo,  se  può  ancora  molto  su  quelle 
popolazioni,  non  ha  in  mano  sua  alcuna  efficacia  politica. 
Una  parte  di  quello  d'Arcidosso  favori,  è  vero,  sul  princi- 
pio in  David  l'uomo  della  conversione  miracolom,  il  cui 
esempio  doveva  edificare  i  credenti,  rinfuocare  i  tiepidi  nella 


Roma  impah  non  fidò  mai  in  lui  231 

fede.  Il  vescovo  di  Montalcino  fece,  come  ho  detto,  consa- 
crare la  chiesa  di  ^Eonte  Labbro.  Il  parroco  d'Arcidosso, 
uomo  colto  e  ingegnoso,  disse  a  me  di  aver  creduto  in  prin- 
cipio che  David  fosse  veramente  un  chiamato  da  Dio,  per 
ciò  averlo  preso  con  se  piti  volte  e  presentato  al  popolo  di 
que'  paesi  li  intorno.  Quando  poi  sull'ultimo  il  profeta  uscì 
dalle  dottrine  della  Chiesa  e  fu  condannato  da  lei,  l'arciprete 
di  Arcidosso  gli  si  volse  contro  e  lo  combattè  anche  dal  pul- 
pito. Ma  in  Vaticano  sin  dal  primo  giorno  ch'egli  vi  andò, 
pieno  di  speranze  nella  sua  missione,  nessuno  di  quei  fini  co- 
noscitori degli  animi  umani  dev'essersi  ingannato  sul  suo 
conto.  Pio  IX,  di  cui  egli  era  devoto,  lo  ascoltò,  lo  benedì  e 
lo  rimandò  in  pace.  Roma  ha  sempre  guardato  con  sospetto 
codeste  nature  mistiche,  immaginose,  dominate  da  un'  idea 
sola,  le  meno  atte  di  tutte  a  servire  i  disegni  pazienti  della 
sua  politica,  che,  massime  da  Trento  in  poi,  non  è  stata  in 
fondo  se  non  una  serie  di  fini  compromessi  colla  potestà  laica, 
a  cui  si  appoggiava.  S'è  valsa  bensì  sempre  delle  più  grandi 
e  delle  piti  forti  tra  codeste  anime,  quando  ha  potuto  farle 
sue  e  disciplinarle  ai  propri  fini  ;  le  altre,  di  cui  dubitava,  le 
ha  sempre  respinte  da  sé.  David  poi,  anche  a  chi  l'avesse 
conosciuto  da  poco  senza  farsi  una  chiara  idea  del  vero  stato 
della  sua  mente,  doveva  apparire  quello  che  era  di  fatto  : 
un'anima  insofferente  d'ogni  freno,  pronta  a  tutto  fuorché  a 
quella  rinnegazione  di  sé,  ch'è  il  primo  passo  per  servire  ef- 
ficacemente qualche  grande  idea  impersonale.  Un  tale  uomo 
nei  primi  secoli  del  Cristianesimo  sarebbe  stato  un  eresiarca 
ardente,  il  capo  di  qualche  setta  religiosa,  disposto  a  morir 
martire  per  la  sua  Gnosi.  Nei  suoi  piìi  vivi  fervori  religiosi  il 
Medio  Evo  avrebbe  avuto  in  lui  un  Millenario,  un  Flagel- 


232  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

laute,  e  se  fosse  nato  in  Grermania,  un  fratello  del  Ubero  spi- 
rito, un  seguace  di  Meister  Eckhart  o,  piìi  tardi,  di  Jacob 
Boehme.  Italiano  e  nato  nel  secolo  decimonono,  egli  non  po- 
teva restare  a  lungo  sotto  la  disciplina  della  propaganda  cat- 
tolica clericale  diretta  dalla  Chiesa  romana.  Roma  lo  capì  su- 
bito e  non  gli  badò  se  non  quando  la  sua  popolarità,  i  libri 
scritti  da  lui  in  Francia  e  forse  le  relazioni  che  egli  vi  aveva 
contratte,  potevano  renderlo  pericoloso  alla  (juiete  della  co- 
scienza e  all'ortodossia  dei  montanari  dell' Amiata.  L'occa- 
sione che  doveva  rivelarlo  tutto  quanto  non  tardò  a  venire. 
Il  suo  soggiorno  in  Francia  doveva  affrettarla.  La  vita 
ch'egli  vi  conduceva  ormai  da  più  di  due  anni,  chiuso  in 
casa  per  giorni  interi,  spesso  senza  prender  ciljo,  e  tal- 
volta passando  le  intere  notti  a  pregare,  a  scrivere,  a  ri- 
muginare in  testa  i  suoi  sogni,  avvezzo  com'era  invece 
al  continuo  moto,  all'aria  vibrata  dei  nostri  monti,  non  po- 
teva non  renderlo  inquieto,  non  accrescere  insieme  colla 
debolezza  del  sistema  nervoso  l'eccitabilità  della  sua  fan- 
tasia, già  disposta  a  lasciarsi  travolgere  sempre  più  nelle 
spire  d'un' idea  sola.  Le  allucinazioni  e  i  fenomeni  cata- 
lettici, che  gli  erano  sopravvenuti  già  più  volte,  ora  gli 
si  rinnovarono  con  pericolosa  intensità.  In  uno  di  questi, 
che  lo  colse  a  Grenoble,  ebbe,  diceva,  una  visione,  nella 
quale  gli  parve  d'esser  tentato,  come  Cristo  nel  deserto, 
dallo  spirito  maligno.  Quel  rapimento  di  .■).•)  giorni,  ch'egli 
scrisse  avergli  dato  la  visione  narrata  nella  sua  Jjotfa  con 
Dio,  non  fu  forse  che  una  lunga  allucinazione.  E  in  uno 
di  questi  rapimenti  —  narrano  i  Lazzaretti sti  —  egli  ebbe 
da  Dio  il  comando  di  fondare  in  Francia  la  capitale  del 
nuovo  impero  del  mondo,  ove  si  sare))be  compiuta   la   lii- 


Vuol  fondare  la  città  di  TrisUonia  233 

forma  dello  Spirito  Santo.  La  città  a  ciò  designata  "  rial 
gran  Monarca,  die  allora  trovavasi  incognito  in  Francia,,, 
doveva  sorgere  sulle  rive  del  Rodano,  e  avere  per  suo  cen- 
tro Lione,  ma  estendersi  in  circonferenza  quattrocento  e  piìi 
chilometri  e  venir  chiamata  Trislionia.  Per  disegnarne  la 
pianta  David  si  fece  portare  la  carta  del  dipartimento  ov'è 
Lione  ;  e  messovi  sopra  quattro  volte,  senza  guardare  dove 
lo  posava,  l'indice  della  mano  destra,  fissò  in  quattro  punti, 
opposti  tra  loro,  i  luoghi,  che  poi  furono  letti  nella  carta, 
pei  quali  egli  e  il  Du  Vachat  e  il  figlio  Turpino  dovevano 
passare,  tracciando  in  uno  strano  viaggio,  da  farsi  tutto  a 
piedi,  la  periferia  della  città  immensa.  E  detto  fatto  :  i  tre 
si  misero  in  viaggio,  e  andarono,  andarono,  giorno  e  notte, 
pellegrinando,  spesso  maltrattati,  derisi,  respinti  dai  luoghi 
ove  chiedevano  di  riposare.  Soffersero  molto  pel  cammino 
e  per  la  sete  —  era  l'agosto  del  1877  — ;  ma  di  loro  chi 
pili  sofferse  —  dicono  i  Lazzarettisti  —  fu  David,  a  cui 
troppo  doleva  di  aver  dovuto  scegliere  a  sede  della  grande 
città,  '^  camera  cìeìl'impero  del  mondo  „ ,  non  l' Italia  sua 
patria,  ma  la  Francia.  Se  non  che  Dio  aveva  comandato 
e  bisognava  ubbidire. 

Con  i  motivi  di  esaltazione  morbosa,  che  gli  dava  quel 
suo  vivere  là  troppo  solo  e  chiuso  in  un  eccessivo  lavoro 
mentale,  altri  se  ne  aggiungevano  a  renderlo  inquieto.  Lon- 
tano dai  suoi  seguaci,  che  per  lui  eran  tutto,  e  che  col  loro 
favore  e  con  la  loro  fede  gli  avevan  fatto  gustare  così  viva 
una  delle  sodisfazioni  più  altamente  umane  che  vi  siano, 
quella  di  operare  sull'anima  altrui,  ora  egli  sentiva  che  co- 
desto suo  potere  si  dileguava  ogni  giorno  pili  con  la  sua  as- 
senza. Era  preoccupato  delle  voci,  che  arrivavano  fino  a  lui, 

G.  Barzellotti.  30 


234  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI   DAVID    LAZZARETTI 

di  gravi  dissensi  sorti  tra  gli  affigliati  alle  società  di  Monte 
Labbro,  del  pessimo  andamento  dell'amministrazione  dei 
beni  tenuti-  in  comnne.  Si  vedeva  perseguitato,  incalzato 
per  ogni  parte  da  calunnie  di  nemici  veri  o  immaginari; 
e  quest'ansietà,  come  già  apparisce  dai  Reproches  adressés 
a  mes  coopérateurs,  scritti  nel  luglio  del  187(J,  non  gli 
dava  pili  tregua  ormai.  Ma  ciò  che  doveva  fargli  scendere 
tutto  il  pendìo  della  passione,  a  cui  era  in  preda,  non  po- 
teva esser  che  un  fatto  capace  di  dare  V  impulso  estremo 
all'  idea  mistico-politica  dominante  in  lui,  e  di  spingerlo  a 
voler  tradurla  in  atto  a  ogni  costo. 

Il  liliro  La  mia  lotta  con  Dio,  scritto  nel  1870  nel 
ritiro  di  Belligny,  e  stampato  in  italiano  ad  Arcidosso  nel 
1877,  aveva  svegliata  l'attenzione  delle  autorità  ecclesia- 
stiche ;  e  David,  che  nel  noveml)re  di  quell'anno  tornò  an- 
cora una  volta  a  Roma,  non  vi  fu  ascoltato.  I  vescovi  di 
Montalcino  e  di  Montefiascone  sospesero  a  divinis  ì  sacer- 
doti Polverini  e  Imperiuzzi,  e  interdissero  la  cappella  di 
Monte  Labbro. 

Intanto  le  audaci  immaginazioni  apocalittiche,  così  vi- 
vamente colorite  negli  ultimi  scritti  del  profeta  —  uno  tra 
questi,  rimasto  inedito,  era  intitolato  Jja  Jine  del  inondo 
e  la  seconda  venuta  di  Cristo  —  avevan  cominciato  ad 
alienargli  l'animo  dei  suoi  amici  e  protettori  francesi.  Sin- 
cero 0  no  nella  sua  amicìzia  per  David  —  i  Lazzarettisti 
dicono  ch'egli  non  fu  mai  sincero  —  il  sacerdote  Cara- 
melli, legittimista  e  austriacante,  non  poteva  certo  apju'o- 
vare  i  mistici  sogni  e  i  manifesti  propositi  di  riforma  espressi 
ora  dal  suo  discepolo  spirituale.  Egli  si  ruppe  coli' Impe- 
riuzzi, che  alla  fine  del  187G  era  venuto  a  Lione  per  co- 


Ciò  che  lo  fece  ritornare  hi  Italia  235 

piare  gli  scritti  del  maestro,  e  vi  era  rimasto  vari  mesi, 
e  lo  fece  partire  e  tornare  a  Monte  Laljbro  per  ordine  del 
Du  Vachat,  la  cni  fede  in  David  già  vacillava.  L'ardente 
partigiano  francese,  che  pure  fece  stampare  a  sue  spese 
La  mìa  lotta  con  Dio,  non  potè  tardar  molto  ad  accor- 
gersi che  il  profeta,  divenuto  apertamente  ribelle  ormai  alle 
idee  tradizionali  della  Chiesa,  non  era  piìi  l'uomo,  ch'egli 
aveva  prima  immaginato,  da  servire  agli  intenti  della  parte 
clericale.  Con  l'assistenza  del  ''grande  benefattore  fran- 
cese,, venne  così  a  mancare  a  David  l'unico  appoggio  ef- 
ficace, che  gli  aveva  reso  possibile  di  stare  a  lungo  in 
Francia  e  di  avervi  con  se  la  famiglia.  Quando  nel  1877 
parti  per  Roma,  la  moglie  e  i  tìgli,  che  rimasero  a  Lione, 
furono  alloggiati  per  carità  da  alcune  monache  a  St.  Chamond 
presso  la  città,  ov'egli  pure  poi  andò  a  stare  gli  ultimi  mesi 
del  suo  soggiorno  in  Francia. 

Sui  primi  di  febbraio  del  18 78  —  poco  dopo  la  morte 
di  Vittorio  Emanuele  —  moriva  Pio  IX.  E  tutti  coloro  che 
sanno  come  la  sua  lunga  vita  abljia  nutrito  per  anni  e  anni 
nei  fanatici  oltramontani  e  in  una  parte  del  clero  d'Italia 
l'aspettativa  di  un  ultimo  definitivo  trionfo  della  Chiesa, 
ch'egli  —  dicevano  —  era  destinato  a  vedere,  può  com- 
prendere quante  speranze  e  quante  illusioni  dovè  troncare 
quella  morte. 

David  credette  di  potervi  scorgere  il  termine  di  quella 
ch'egli  chiamava  Vera  della  Legge  di  Grazia,  della  quale 
Pio  IX  era  stato  l'ultimo  papa.  Con  lui  —  Pietro  secondo, 
poiché  aveva  ^^ veduto  gli  anni,,  del  primo  —  cessava  la 
successione  dei  pontefici  romani.  Col  prossimo  l-t  marzo 
sarebbe  cominciata  una  nuova  èra,  la  terza  età  del  mondo, 


236  UNA    VISITA    ALLA    TOERE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

Vera  della  nuova  legge    del    Diriffo,    ossia    della    Riforma 
dello  Spirito  Santo. 

11  profeta  ne  diede  subito  l' annunzio  al  mondo,  e  più  in 
particolare  alle  nazioni  latine,  promulgando  con  la  sua  auto- 
rità di  Gran  Monarca  una  serie  di  Editti,  che  dovevano 
precedere  il  futuro  Codice  della  Riforma,  da  lui  piìi  volte 
annunziata.  Dal  14  marzo  in  poi,  la  successione  dei  nuovi 
pontefici  —  diceva  il  primo  editto  —  si  sarebbe  fatta  in 
Francia,  e  i  conclavi  futuri,  cominciando  da  quello  immi- 
nente, avrebljero  dovuto  adunarsi  nella  città  di  Lione,  anzi 
di  Trislionia,  a  ciò  designata  dal  Gran  Monarca,  che  l'a- 
veva eletta  per  sua  sede.  Di  là  dodici  apostoli  avrebbero 
mosso  tra  poco  a  propagare  i  principi  della  grande  riforma. 
E  annunziando  maturi  i  tempi  a  compierla,  usciva  dal  vago, 
in  cui  erano  rimaste  finora  avvolte  le  sue  predizioni;  dava 
come  già  fisso  e  imminente,  poiché  ormai  non  doveva  venire 
più  tardi  del  14  agosto,  il  giorno  dell'apparizione  del  grande 
liberatore,  del  duce  delle  sante  milizie  crocifere,  sotto  la  cui 
condotta  la  Chiesa  e  la  società  umana  sarebbero  rinnovate, 
il  trono  sarebbe  riunito  all'altare,  la  religione  e  la  vita  del 
clero  verrebbero  purificate,  sopiti  in  una  pace  universale  i 
dissidi  sociali,  accolti  tutti  i  popoli  sotto  un  solo  pastore  e 
sotto  una  sola  fede.  E  tra  le  novità  principali  dei  futuri 
istituti  religiosi  gli  Editti  annunziavano  "  l'abolizione  del 
voto  del  celibato  e  d'ogni  vincolo  imposto  alla  libertà  di 
coscienza,,.  ]Ma  a  quest'ultimo  stato  di  felicità  e  di  pace 
sociale  non  si  poteva  giungere  che  attraverso  lunghi  v  ter- 
ribili rivolgimenti  e  l)attaglie,  delle  quali  il  profeta  dava  ai 
suoi  fedeli  la  parola  d'ordine.  E  spiegava  le  sigle  simboli- 
che da  iscriversi  sui  vessilli,  e  il  segno  di   riconoscimento 


Gli  Editti  del  Gran  Monarca  237 

tra  i  combattenti.  Era  quello  stesso  ch'egli  portava  impresso 
in  fronte  *'  sulla  viva  carne ., .  Poiché  egli  era  veramente  il 
messo  di  Dìo.  "  Io  che  vi  parlo  a  nome  di  Gesù  Cristo, 
sono  la  viva  figura  di  esso.,.  E  alle  liete  promesse  gli 
Editti  univano  le  minacele  di  tutti  i  rigori  della  giustizia 
religiosa  e  civile,  che  porterebbe  seco  nel  suo  pieno  adem- 
pimento la  Legna  del  Diritto.  In  mano  del  Gran  Monarca 
essa  sarebbe  stata,  doveva  essere,  inesorabile,  massime  con- 
tro i  pastori  e  i  ministri  del  culto  gaudenti  e  corrotti.  "  A 
voi  parlo,  Giuda  Iscarioti,  che  avete  tradito  Cristo  per  l'a- 
vidità dell'oro  e  per  la  comoda  vita;  per  voi  piìi  che  per 
gli  altri  saranno  terribili  i  giorni  da  me  accennati  e  poco 
lontani  „. 

Gli  Editti  furono  subito  spediti  a  Roma  al  nuovo  pon- 
tefice. Non  so  se  siano  mai  venuti  in  mano  a  Leone  XIII. 
Uomo  di  così  fino  giudizio,  di  assai  maggiore  intelligenza 
e  pratica  delle  cose  umane  che  non  fosse  Pio  IX,  Papa 
Pecci,  se  li  avesse  letti,  si  sarebbe  contentato  di  sorri- 
derne. Ma  i  Lazzarettisti  affermano  che  allora  venne  a 
David  invito  espresso  di  recarsi  a  Roma,  per  presentarsi  al 
Sant'Uffizio. 

Egli  partì  subito  per  l'Italia,  ma  giunto  in  Toscana, 
passò  per  Monte  Labbro.  Quando  il  7  di  marzo  si  pre- 
sentò ai  suoi,  accorsi  in  folla  per  riabbracciarlo,  era  tutto 
vestito  a  bruno  e  aveva  il  bruno  al  cappello.  A  chi  gli  do- 
mandò perchè  vestisse  così,  rispose  che  portava  il  bruno 
per  la  morte  del  Re.  "  Nessuno  lo  comprese  allora  —  di- 
cono i  suoi  seguaci  ;  —  ma  egli  parlava  di  se  ;  andava  a 
ricevere  la  condanna  di  morte  dal  sinedrio  romano,,. 

La  sera  del  giorno  seguente,    dopo    detto   in    chiesa    il 


238  UNA    VISITA    ALLA    TOEEE    PI    DAVID    LAZZARETTI 

rosario,  si  volse  ai  preti  Polverini  e  Imperiuzzi,  e  ordinò 
loro,  con  l'autorità  ch'egli  disse  essergli  data  da  Dio,  su- 
periore ad  ogni  altra,  di  proseguire  a  celebrare  la  messa 
nonostante  il  divieto  ecclesiastico,  e  di  sostituire  d'ora  in 
poi  alla  confessione  auricolare  quella  di  emenda,  concedendo 
un  perdono  generale  a  chi  umiliato  e  contrito  si  sarebbe 
prostrato  ai  loro  piedi  a  domandare  il  perdono  dei  suoi 
peccati. 

Riunì  poi  i  discepoli  piìi  fidi  in  una  stanza  dell'eremo; 

—  intanto  fuori,  nella  notte  alta,  imperversava  sul  monte 
una  bufera  di  vento  e  di  grandine  ;  —  ed  esposto  loro  il 
senso  del  suo  libro  La  mia  lotta  con  Dio,  si  proclamò 
Cristo  Duce  e  Giudice,  l'aspettato  dalle  nazioni,  il  Leone 
della  tribù  di  Giuda^  l'unto  del  Signore.  "Io  vado  —  disse 

—  a  Roma,  alla  gran  città,  per  parlare  al  nuovo  Papa. 
Guai  a  Roma  se  non  farà  profitto  della  riforma,  da  me 
predicata.  Io  vi  dico  che  il  Leone  di  Roma  avrà  da  fare 
col  Leone  delle  montagne,,. 

Il  lungo  discorso,  ricordato  e  poi  scritto  concordemente 
da  piti  testimoni,  li  commosse  —  dice  uno  di  questi  — 
fino  alle  lacrime.  E  colpì  quelle  fantasie  ardenti  di  fede  il 
vederlo  la  mattina  seguente,  dopo  la  messa,  assumere  in 
pubblico  funzioni  sacerdotali,  parlar  dall'altare,  esporre  un 
brano  degli  Evangeli,  istruire  il  popolo  sul  modo  di  ricevere 
i  Sacramenti  e  su  alcune  nuove  forme  di  rito. 

Nei  giorni  seguenti  centinaia  di  persone  accorsero  a 
Monte  l^abbro  per  fare  la  confessione  di  emenda,  e  rice- 
vere l'assoluzione  e  la  comunione.  David  la  mattina  del 
10  marzo  partì  per  Roma. 

Portava    con    se  —  dicono   i    suoi   —  come   documenti 


E  cMamato  a  Roma  dal  Sant'Uffizio  239 

da  presentare  ai  g-iudici  romani  in  prova  della  sua  sacra  e 
regale  qualità  e  della  sua  missione,  il  thnbro,  la  gemma, 
la  verga  ;  il  thnbro,  con  cui  il  Gran  Monarca  doveva  sug- 
gellare i  suoi  alti  decreti  ;  la  gemma,  che  il  Duce  llhera- 
tore  avrebbe  avuto  nel  medio  della  mano  sinistra,  e  che  si- 
gnificava —  cosi  egli  aveva  profetato  fino  dal  1873  nella 
Lettera  anonima  —  ^' la  nuova  alleanza  della  Chiesa  con 
Cristo,,;  portava  infine  con  se  la  verga,  simbolo  del  co- 
mando, con  la  quale  il  nuovo  Mosè  avrebbe  un  giorno  gui- 
dato i  popoli;  la  ^' verga  misteriosa,,,  dai  cinque  nodi,  la 
cui  successione,  simboleggiante  quella  delle  ''alleanze,, 
strette  da  Dio  cogli  uomini  per  la  loro  redenzione,  era  stata 
spiegata  da  Cristo  stesso  a  David  nella  visione  della  Lotta 
con  Dio.  La  verga,  insieme  con  la  gemma  e  col  timbro, 
gli  fu  sequestrata  a  Roma  dai  suoi  giudici. 

Quel  che  sia  accaduto  in  lui  là  nel  convento  di  San  Gio- 
vanni e  Paolo,  ove  disse  d'essere  stato  un  mese  "sotto 
la  procedura  del  Sant'Uffizio ,, ,  non  è  difìticile  immaginare. 
I  suoi  affermano  che  "  anche  innanzi  a  quel  tribunale  egli 
si  iDroclamò  Cristo,,,  e  si  disse  ''la  vittima  che  doveva  es- 
sere immolata  per  la  redenzione  delV umanità ,, ,  e  che  do- 
mandò al  Papa  ''un'udienza,  una  corona  di  spine  e  V as- 
senso alla  sua  propaganda,, ,  e  gli  negarono  tutto  e  lo  dissero 
in  preda  "a  illusioni  diaboliche.^,.  Ma  il  vero  si  è  che  là 
in  codesto  nuovo  ambiente  pieno  di  memorie  così  potenti, 
forse  sotto  F  influsso  di  qualche  persona  autorevole  che 
seppe  padroneggiarlo,  —  v'  incontrò,  pare,  due  suoi  antichi 
aderenti  e  protettori  :  il  vescovo  Carli,  cappuccino,  e  il  fran- 
cescano Giovacchino  di  Scoi,  —  egli  dev'essere  stato  preso 
da  uno  di  quegli  scoramenti  profondi,  a  cui  vanno  soggette 


240  UNA    VISITA    ALLA    TORBE    DI    DAVID    LAZZAEETTl 

le  nature  nervose,  eccitabili,  che  dopo  lunga  resistenza  un 
nulla,  un  momento  basta  poi  a  prostrare.  Egli  scrisse  ai 
sacerdoti  di  Monte  Labbro  che  il  Sant'Uffizio  lo  aveva  di- 
chiarato Illuso,  che  si  sottometteva  al  giudizio  della  Chiesa 
e  li  esortava  a  seguire  il  suo  esempio.  Il  Polverini  andò 
a  Roma  e  si  sottomise  anche  lui.  L'Imperiuzzi  persistè  e 
rimase  a  Monte  Labbro  coi  fedeli  di  David.  Questi,  dopo 
partito  da  Roma,  secondo  il  comando  dell'autorità  ecclesia- 
stica, non  passò  dal  Monte  e  riprese  la  via  di  Francia.  Il 
2y  luglio  uscì  il  decreto  della  Sacra  Congregazione  del- 
l'Indice,  che  proibiva  tutte  le  opere  e  gli  opuscoli  di  David, 
^^  quocumque  idiomate  edita,,. 

E  ora  se  ci  fermiamo  un  poco  a  guardarlo  in  questo 
momento,  che  precede  immediatamente  il  suo  ultimo  passo, 
ci  apparirà  chiaro  come  non  debba  esservi  stata  in  lui 
ombra  di  contrasto  o  di  perplessità  nel  riprendere,  come 
fece  quasi  subito,  la  sua  via. 

Un  suo  discepolo  dice  in  un  manoscritto,  del  quale  mi 
valgo,  ed  egli  stesso  ha  detto,  che  non  tardò  ^'  a  risorgere 
da  lo  stato  di  morte  apparente,  in  cai  l'aveva  fatto  cadere 
la  condanna  di  lìoiua  „.  E  ciò  è  vero  in  un  senso.  Uscito 
fuori  dell'ambiente  romano  e  di  sotto  al  peso  dell'autorità 
dei  suoi  giudici,  egli  fu  l'uomo  di  prima,  ma  con  questo 
di  pili  che  questa  volta  era  costretto  a  fare,  a  tentare  qual- 
cosa ad  ogni  costo. 

Il  segreto  delle  anime  grandi  e  veramente  forti  e  sane 
è  una  riccliezza  di  vita  interiore,  che  nelle  lotte  morali  e 
intellettuali  non  toglie  mai  spazio  e  forza  airefficacia  e  alla 
variet.M  dei  motivi  che  operano  in  esse,  e  che  la  loro  vo- 
lontà, concorrendo  a  crearli  e  ad  integrarli,  sorveglia  e  di- 


Come  fece  il  suo  nltimo  passo 


241 


scipliiia.  Al  di  sopra  della  regione  delle  tempeste,  eh' è  il 
cuore,  su  codeste  anime  risplende  il  pensiero  forte  e  sem- 
pre presente  a  se  stesso;  e  anche  nei  piìi  aspri  momenti 
del  loro  conflitto  coi  sensi  e  con  gli  affetti,  esse  prose- 
guono, senza  essere  sconvolte,  l'opera  della  vita.  Ce  ne 
danno  esempio  quelle  conversioni  dì  santi,  non  meno  grandi 


11  piatto  delle  streghe  (pag.  140). 


per  ingegno  che  per  virtìi  e  per  forza  di  sentimenti  (chi 
non  ricorda  quella  di  Aurelio  Agostino  ?),  le  quali  possono 
parere  alla  prima  mutazioni  fatali,  istantanee,  e  sono  invece 
l'ultimo  effetto  di  un  lento  lavoro  di  preparazione,  a  cui 
hanno  preso  parte  in  tutta  la  pienezza  del  loro  equilibrio 
le  energie  del  pensiero  e  della  volontà. 

Ma  nelle  anime  della  tempra  di  quella  di  David  si  apre 
un  vuoto  immenso,  in  cui  i  calmi  motivi  della  ragione  non 

G.  Barzellotti.  31 


242  trXA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

hanno  presa  e  si  muovono  solo  impulsi  ciechi,  che  annul- 
lano la  volontà,  e  che  posson  fare  di  un  uomo,  in  certe 
circostanze  e  in  certe  disposizioni,  un  delinquente  o  un  ma- 
niaco. Il  decidersi,  ch'esse  fanno  talvolta  ad  atti,  in  cui  ne 
va  della  vita  e  dell'onore  loro  e  anche  dell'altrui,  non  me- 
rita il  nome  di  deliberazione  ;  somiglia  al  piombare  di  un 
grave  negli  ultimi  spazi  della  caduta,  o  al  moto  del  proiet- 
tile, a  cui  una  data  resistenza  può  far  mutare  direzione, 
non  scemare  impeto  o  velocità. 

Lo  stesso  dovè  accadere  nell'animo  del  Lazzaretti.  Al 
punto  in  cui  egli  era  ormai,  non  poteva  esitare  un  istante. 
Tatto  il  passato  della  sua  vita  e  della  sua  esaltazione  mi- 
stica pesava  minuto  per  minuto  su  di  lui,  e  si  riassumeva 
in  un  solo  impulso  :  nella  necessità  di  agire  al  piìi  presto. 
"  Se  non  si  fa  qualcosa,  si  fallisce .,  —  gli  scrivevano  da 
Monte  Labbro.  —  La  condanna  di  Roma,  subita  e  accet- 
tata da  lui,  gli  aveva  scemato  favore  tra'  suoi  e  forza  contro 
gli  avversari.  Ora  queste  erano  due  cose,  di  cui  egli  si  è 
sempre  mostrato  gelosissimo.  E  d'altra  parte,  il  trovarsi  co- 
stretto a  fare  senza  l'appoggio  di  Roma,  su  cui,  sino  a  poca 
tempo  prima,  aveva  contato,  non  gli  si  attraversava  in  nulla 
alla  via,  ov'egli  si  cacciò  a  occhi  chiusi,  sognando. 

Le  sue  idee  di  riforma  religiosa  e  politica  non  avevano 
mai  preso  forma  certa  e  fissa  nel  suo  pensiero.  Non  erano 
a  rigore  vere  e  proprie  idee  :  erano  fantasmi  di  sognante 
in  delirio,  i  quali  facevano  capo  tutti  a  un'  immagine  cul- 
minante, che  lo  affascinava,  lo  attraeva  a  se  da  anni  e 
anni:  era  l'immagine  di  quel  .Uonarca  e  Due;  dei  Croci- 
feri, scendente  da  .afonie  Labbro,  come  Mosè  dal  Sinai,  a 
promulgare  la  nuova  Legge  del  Diritto  ;  l'immagine  di  Cristo 


Gl'inni  alla  nuova  Bepubilicn  e  il  Credo  243 

Duce  e  Giudice  trasfigurato  nella  persona  di  questo  Monarca, 
€  tornante  al  mondo  per  adempiere  le  profezìe,  che  avevano 
fatto  tanto  sperare  e  temere  le  prime  generazioni  cristiane. 
Questa  fu  la  spinta  che  lo  determinò  al  suo  ultimo  passo. 
Al  grido  di  "  Viva  la  Chiesa  di  Roma!,,  che  secondo  una 
sua  profezia  di  sette  anni  prima  avrebbe  dovuto  esser  sol- 
levato dal  Duce  liberatore  e  dai  suoi,  egli  sostituisce  allora 
quello  di  "Viva  la  Repubblica  eh' e  il  regno  di  Dio!,,  Il 
primo  articolo  del  Codice,  dettato  da  lui  dopo  il  suo  ritorno 
da  Montecristo,  dava  al  "Santo  Pontefice  di  Roma,,  il  po- 
tere di  Re  e  di  Monarca  universale.  Ora  che  i  reazionari 
francesi  e  anche  il  Du  Vachat  gli  hanno  voltato  le  spalle, 
€gli  scrive  e  manda  il  14  maggio  ai  suoi  "  confratelli  Ere- 
m,iti  una  esortazione  a  sostenere  la  sua  e  la  causo  loro  con- 
tro l'idolatria  papale ,,;  —  discorso  violento,  in  cui  egli  si 
dice  risorto  dalla  "morte  apparente,,  della  condanna  ro- 
mana, e  riafferma  i  principi  della  sua  riforma  religiosa  e 
politica,  dichiarandosi  nemico  non  della  Chiesa  cattolica  e 
apostolica,  ma  di  quella  corrotta,  divenuta  la  "chiesa-bot- 
tega,,, e  dei  preti  mondani,  che  sono  "atei  pratici,,,  per- 
chè parlano  sempre  di  Dio,  ma  nel  fatto  lo  rinnegano. 

E  in  questi  giorni  scrive  i  tre  inni  cdla  nuova  repub- 
blica, da  cantarsi  a  Monte  Labbro  e  poi  nella  sua  prossima 
discesa  da  quel  Monte;  scrive  infine  il  " Sindjolo  della  nuova 
Riforma  dello  Spirito  Santo,,,  che  i  fedeli  debbono  impa- 
rare a  mente  e  recitare  nelle  loro  preghiere,  e  che  anche 
oggi  essi  portano  sempre  addosso,  manoscritto,  e  custodi- 
scono come  una  reliquia. 

Il  Credo  della  nuova  "Chiesa  giurisdavidica ,,  ha  ven- 
tiquattro   articoli.    E,    in   parte,    una   libera   parafrasi    del 


244  TNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

Credo  cattolico  ;  in  parte,  un  riassunto  dei  punti  capitali 
del  misticismo  apocalittico  professato  da  David,  tra  cui  i 
pili  notevoli  sono:  la  confessione  di  c///e«(/fY  ;  l'atfermazione 
che  le  pene  dell'  inferno  non  durano  eterne  e  consistono  sol- 
tanto in  una  privazione  temporanea  della  grazia  divina, 
"secondo  la  gravità  dei  peccati  commessi .,;  che  la  natura 
del  male,  personitìcata  nel  demonio,  non  è  altro  se  non 
l'effetto  dello  spirito  iniziato  e  duordinato  del  corpo  ;  spi- 
rito immortale  esso  pure  e  congiunto  in  noi  allo  spirito  del- 
ranima,  al  quale  però  può  opporsi,  fomentando  le  passioni 
malvage;  che  la  fine  del  mondo  sarà  la  fine  non  del  mondo 
materiale,  ma  del  mondo  carnale,  perchè  l'umana  natura, 
completamente  redenta,  risorgerà  nella  vita  eterna  dalla 
morte  del  peccato  alla  vita  della  grazia  di  Dio. 

L'ultimo  articolo  dice  :  "  Conchiudiamo  di  proposito  fer- 
mamente che  il  nostro  istitutore,  David  Lazzaretti,  l'Unto 
del  Signore,  giudicato  e  condannato  dalla  Curia  romana, 
sia  realmente  Cristo  Duce  e  Giudice,  vera  e  viva  figura 
della  seconda  venuta  di  nostro  Signore  Gesù  Cristo  nel 
mondo,  come  Figlio  dell'Uomo  a  portare  compimento  alla 
redenzione  di  tutto  il  genere  umano,  in  virtìi  della  terza 
legge  divina  del  Diritto  e  Iviforma  generale  dello  Spirito 
Santo  ;  la  quale  deve  riunire  tutti  gli  uomini  alla  fede  di 
Cristo  in  seno  alla  cattolica  Chiesa  in  un  sol  culto  e  in 
una  sola  legge  in  conferma  delle  divine  promesse,,. 

Il  Simbolo  era  finito  di  scrivere  l'otto  di  maggio.  Sui 
primi  di  luglio  David  partì,  solo,  per  l'Italia,  lasciando  la 
famiglia  a  St.  Chamond,  e  tornò  a  ^lonte  Labbro  per  co- 
minciarvi quello  ch'egli  stesso  chiamò  allora  il  quinto  atto 
della  sita  tragedia. 


La  vocazione  di  un  Lazzarettista  245- 

E  facile  capire  quale  dovette  essere,  nella  condizione 
d'animo  e  di  mente,  in  cui  egli  si  trovava,  l'effetto  della 
sua  venuta  tra  quei  montanari.  Che  sia  stato  straordinario, 
si  può  argomentare  dal  fatto  che  centinaia  di  contadini  cat- 
tolici rimasti  sino  allora  credenti,  e  osservantissimi  di  ogni 
pratica  religiosa,  abbiano  per  lui  e  dietro  il  suo  esempio, 
senz' alcun  interesse  loro  proprio,  abbandonate  le  dottrine  e 
le  forme  della  fede  in  cui  erano  nati.  Ma  il  miglior  com- 
mento al  fatto  ce  lo  danno  le  relazioni  che  se  ne  possono 
avere  ancora  a  voce  e  per  iscritto  da  quanti  vi  presero 
parte,  e  che  sono  improntate  per  lo  piìi  di  grande  inge- 
nuità e  franchezza  di  convinzione.  Poiché  per  pochi  che 
siano  rimasti  ormai,  e  sebbene  intorno  a  loro  spiri  da  ogni 
parte  un'aura  di  scherno,  quei  lazzarettisti  sentono  pure  con 
l'acume  proprio  del  nostro  popolo,  che  qualun([ue  sia  la  loro 
nuova  fede,  essa  ha  comune  con  quella  degli  altri  il  diritto 
d'esser  rispettata  e  anche  di  manifestarsi,  sempre  però 
nei  termini  delle  leggi. 

Questa  persuasione  si  rileva  nel  tono  schietto,  risoluto 
di  alcuni  scritti  che  mi  son  venuti  tra  mano,  e  in  cui  qualche 
fedele  di  David  ha  ingenuamente  narrata  la  vita  e  riportate 
le  parole  pili  notevoli  del  suo  maestro,  ha  voluto  esserne, 
in  certo  modo,  l'evangelista. 

Tra  gli  altri,  citerò  qui  un  manoscritto  procuratomi 
dalla  cortesia  dell'amico  dott.  Luigi  Terni,  che  conobbe  di 
persona  e  visitò  pili  volte  David  e  lo  vide  morire.  Il  ma- 
noscritto ha  per  titolo:  ''Parole  di  David  Lazzaretti  intese 
dal  testimone  e  seguace  suo  Paolo  Conti,  falegname,  dimo- 
rante ai  Pastorelli,  comune  di  Arcidosso  „  ;  contiene  anche 
le  testimonianze  di  altri  lazzarettisti,  ed  è  documento  pre- 


"246  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

zioso  per  chi,  come  me,  cerchi  in  questi  animi  primitivi  e 
incolti,  ma  schietti,  le  tracce  di  sentimenti  e  di  disposizioni 
morali  prossime  ormai  a  scomparire  quasi  del  tutto  negli 
uomini  del  tempo  nostro.  La  fede  viva  e  vera,  che  non  ac- 
cetta il  soprannaturale  e  il  prodigio  per  semplice  ossequio 
alla  parola  divina,  ma  gli  va  incontro  con  desiderio,  ci  ap- 
parisce in  tutta  la  sua  forza  propria  di  altri  tempi  nel 
rozzo  racconto  di  quel  falegname. 

"Era  —  egli  dice  —  nel  mese  di  aprile  1869,  quando 
intesi  vociferare  che  in  Arcidosso  vi  era  comparso  un  santo; 
così  veniva  apostrofato  con  derisione....  A  queste  voci  di- 
cevami  il  mio  cuore  :  e  perchè  non  potrehbe  esser  vero  be- 
nissimo, essendo  il  mondo  al  colmo  corrotto?,,  E  seguita 
a  narrarci  com'egli  andò  a  vederlo  e  a  parlargli  e  rimase 
preso  dal  fascino  che  la  sua  parola  esercitava  su  tutti,  e 
nonostante  che  gV Increduli  lo  deridessero,  chiese  e  ottenne 
d'essere  ammesso  nella  Santa  Lega  e  Fratellanza  cristiana. 
"  Allora  io  senza  punto  badare  all'  interessi  mondani,  mi 
divisi  da'  miei  sette  fratelli,  presi  poca  porzione  di  quello 
che  per  diritto  paterno  mi  si  perveniva,  e  David  mi  fece 
stabilire  il  domicilio  in  un  luogo  detto  i  Pastorelli  nei  pressi 
di  Arcidosso  „ . 

L' amore i  la  fedeltà  a  tutta  proAa  del  neofita,  che  non 
ha  pensiero  o  volere  all'  infuori  di  quello  del  suo  maestro, 
si  sentono  a  ogni  pagina  di  questo  scritto,  che  fa  pensare 
quanta  e  ({uale  dev'essere  stata  in  altri  tempi,  in  altre 
anime  la  potenza  del  discepolato,  che  ha  mosso  talvolta  cen- 
tinaia e  migliaia  di  menti,  di  cuori  e  di  braccia  al  cenno 
d'un  uomo  solo. 

Quando  però  il  Lazzaretti  fu  di   ritorno   dalhi    Francia 


Effetti  del  suo  ritorno  a  Monte  Labbro  247 

per  r ultima  volta,  non  tutti  i  suoi  antichi  seguaci  gli  rima- 
nevano fedeli  come  il  falegname  dei  Pastorelli.  Non  pochi 
avevano  abl)andonato  le  pie  società  istituite  a  ^lonte  Labbro. 
Alcuni  dei  rimasti  ne  seguivano  di  mala  voglia  e  sempre 
pili  di  rado  gli  obblighi  e  le  pratiche  ;  per  quanto  però  un 
nucleo  di  credenti  si  fosse  sempre  conservato  costante  negli 
esercizi  religiosi  prescritti,  sotto  la  guida  dell'Imperiuzzi, 
che  fu  negli  ultimi  tempi  il  collaboratore  piìi  operoso  di 
David  e  il  più  intelligente  e  costante  dei  suoi  seguaci. 

Ma  subito  pochi  giorni  dopo  che  il  profeta  era  ricom- 
parso a  Monte  Labbro,  aveva  già  riunito  intorno  a  se  una 
nuova  e  grossa  schiera  di  discepoli.  E  questa  volta  erano  i 
pili  risoluti,  le  immaginazioni  piìi  vive  ed  accese,  e  gli  animi 
più  appassionati,  i  men  facili  ormai  ad  appagarsi  delle  forme 
tradizionali  del  cattolicismo,  e  per  ciò  anche  i  pili  disposti 
a  provare  il  contagio  di  quella  follia  saera,  che  David  ora 
diffondeva  in  mezzo  a  loro.  Il  suo  prestigio  personale  s'era 
accresciuto  molto  col  mistero  di  quella  lunga  dimora  in  paesi 
lontani.  L' istinto  che  gli  faceva  cercare  in  ogni  espressione 
dei  suoi  sentimenti  e  in  ogni  atto  della  sua  vita  le  forme 
piti  teatrali,  ora  s'era  arricchito  di  una  piìi  larga  esperienza 
di  cose,  di  uomini  e  di  luoghi.  E  lo  stato  morboso  della 
sua  mente,  invece  di  togliergli  forza,  gliene  aggiungeva 
anzi  una  tutta  nuova  e  delle  pili  efficaci  sugli  animi  popo- 
lari. In  lui  era  ancora  tutto  l'uomo  antico:  una  natura  ver- 
gine di  popolano  entusiasta,  di  sognatore  d'altri  tempi,  ma 
resa  ora  piti  fina  da  un  certo  fare  cittadino,  da  un  non  so 
che  di  nuovo  che  andava  al  cuore  di  quella  gente. 

Prima  di  partire  da  ^t.  Chamond  egli  era  stato  per 
qualche  settimana  a  Londra,  ove  par  certo  abbia   assistito 


•248  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI   DAVID    LAZZARETTI 

a  riiinioiii  e  a  funzioni  religiose  nelle  chiese  evangeliche. 
E  già  avanti  la  sna  venuta  a  Monte  Labbro  vi  aveva  fatto 
radunare  la  notte  del  9  giugno  di  quell'anno  —  era  la 
festa  della  Pentecoste  —  il  Consiglio  generale  degli  Ere- 
miti penitenzieri  e  penitenti,  a  cui  presiedevano  il  sacerdote 
Imperiuzzi  e  la  maestra  di  scuola.  In  questo  gran  Consi- 
glio —  che  era  stato  preparato  da  un  altro,  riunitosi  circa 
un  mese  prima  a  iniziativa  dell'Imperiuzzi  —  egli,  per  or- 
dine di  David,  aveva  letto  e  spiegato  in  chiesa  il  nuovo 
Simbolo^  ed  erano  stati,  a  voti  unanimi,  eletti  a  sostenerlo 
e  a  propugnarlo  dodici  apostoli,  che  insieme  con  tutti  gli 
altri  fedeli  avevano  dichiarato  di  esser  pronti  a  dare  il 
sangue  e  la  vita  per  Cristo  Duce  e  Giudice.  E  a  compagni 
degli  apostoli  e  ad  aiutare  i  piìi  tra  questi,  che  non  sape- 
vano leggere,  erano  stati  scelti  dodici  discepoli  tra  gli  ere- 
miti "letterati,,.  Poi  il  >s7m6o^o,  sottoscritto  dall'Imperiuzzi 
e  dagli  apostoli,  era  stato  mandato  a  Roma  al  Sant'Uffizio 
con  una  loro  protesta  contro  la  condanna  ingiusta  di  David. 

Quando  poi  egli  sopraggiunse  e  apparve  a  tutti  risoluto 
com'era  ad  andare  avanti  a  ogni  costo  anche  dopo  la  con- 
danna di  Roma,  ciò  che  piìi  li  convinse  fu  (juclla  sicurezza, 
quell'ardire  di  linguaggio,  sopra  tutto  poi  quel  predire  che 
faceva  imminenti;  il  giorno,  in  cui  comincerebbe  nel  mondo 
tutto  un  nuovo  ordine  di  cose. 

Una  delle  molle  ]»iù  potenti  della  passione  religiosa  è 
sempre  V aspettativa.  La  speranza  o  il  timore  di  ciò  che  la 
parola  sacra  minaccia  o  promette  in  un  avvenire  piìi  o 
meno  vicino  occupano  di  se  tutto  l'uomo,  e  non  gli  la- 
scian  sentire  il  vuoto  e  il  peso  della  vita.  E  quanto  più 
egli    è    rozzo    e    primitivo    e    la    religione    può    su    di    lui. 


David  annuncia  iì  giorno  della  sua  discesa  249 

tanto  più  quelle  promesse  e  quelle  minacce  accennano  a  un 
adempimento,  che  la  sua  fantasia  corpulenta,  direbbe  il 
Vico,  ha  bisogno  di  rappresentare  a  se  stessa  in  certe  date 
forme  e  di  attendere  a  tempo  fìsso.  Egli  non  può  lavorare 
e  soffrire  solo  per  un'idea,  per  un'astrazione.  La  storia  re- 
ligiosa della  giovinezza  delle  nazioni  è  in  gran  parte  una 
successione  di  queste  grandi  aspettative,  alimentate  sempre 
dai  profeti  popolari.  La  storia  d'Israele  riposa  tutta  quasi 
sulle  credenze  messianiche.  L'aspettazione  della  seconda  ve- 
nuta del  Salvatore  è  stata,  come  ognuno  sa,  una  tra  le 
grandi  forze  del  Cristianesimo  primitivo.  E  si  capisce  come 
ogni  qualvolta  la  coscienza  popolare  è  agitata  da  qualche 
moto  religioso  che  non  venga  dall'alto  e  che  si  nutra  solo 
di  lei,  i  motivi  antichi  da  cui  prendeva  piìi  impulso,  le  spe- 
ranze e  i  terrori  della  grande  tradizione  apocalittica  tor- 
nino ad  affacciarsi.  (t)uesto  ci  spiega,  secondo  me,  il  nuovo 
prestigio  acquistato  dal  Lazzaretti  dopo  l'ultimo  suo  ritorno 
di  Francia.  Le  sue  predizioni  non  avevano  più  —  F  ho 
detto  '■ —  la  forma  vaga,  incerta,  in  cui  s'erano  avvolte  sin 
allora.  Egli  annunziò  ai  suoi  che  il  14  agosto  si  manife- 
sterebbe al  popolo  latino,  scendendo  con  loro  da  Monte 
Labbro,  e  che  da  dieci  anni  si  preparava  a  dare  in  quella 
circostanza  il  sangue  e  la  vita.  Li  esortava  per  ciò  a  star 
preparati  anche  loro,  perchè  quello  sarebbe  stato  giorno  di 
Pasqua,  giorno  cioè  di  paséanglo  ;  si  appareccliiassero  con 
preghiere  e  mortificazioni  e  coli' astenersi  anche  dalle  loro 
donne  per  esser  puri  tutti  d'anima  e  di  corpo.  E  vestito 
uno  di  loro  degli  abiti  fantastici  che  aveva  preparato  per 
la  discesa  da  Monte  Labbro  —  egli  stesso  era  andato  in 
quei  giorni  a  Torino  a  comperare  la  stoffa  —  lo  mostrò  a 

G.  Barzellotti.  32 


250  TINA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

tutti  gli  altri,  raccomandando  però  il  segreto.  E  accennava 
a  pericoli,  a  conflitti  possibili;  ^^  ma  io  solo ,,,  soggiungeva, 
^^  basto  a  tutto ,,.  La  risoluzione  indomabile  d'una  volontà^ 
die  non  s'era  mai  piegata,  si  faceva  sentire  in  ogni  sua 
parola  e  dava  impulsi  sempre  nuovi  a  quelle  immaginazioni 
già  accese.  E  poi,  o  fosse  soltanto  effetto  dell'esaltazione 
estrema  a  cui  egli  era  in  preda,  o  una  di  quelle  pie  frodi, 
che,  come  dice  il  Renan  a  proposito  di  Maometto,  possono 
pure  accompagnarsi  anche  col  fanatismo  religioso,  fosse  an- 
che l'una  e  l'altra  cosa  ad  un  tempo,  in  ogni  atto  di  David, 
nello  sguardo,  nel  mutar  di  colore  improvviso,  nello  smar- 
rirsi che  egli  faceva  a  un  tratto  in  mezzo  al  discorso  in 
estasi  lunghe  come  se  ascoltasse  una  parola  interiore,  in 
tutto  ciò  vedeva  quella  gente  i  segni  di  qualche  prodigio 
che  si  preparava  in  lui  e  per  opera  sua.  Le  disposizioni 
d'animo  e  di  mente,  che  in  altri  tempi  e  in  altre  condizioni 
di  civiltà  produssero  i  piìi  grandi  moti  religiosi,  v'erano, 
dun([ue,  tutte  tra  i  seguaci  del  Lazzaretti.  Solo  per  misu- 
rare l'effetto  che  hanno  recato  questa  volta  bisogna  ricor- 
darsi ch'erano  ristrette  ad  alcune  migliaia  di  montanari,  e 
che  intorno  a  questi  montanari  stava  una  società  ordinata, 
come  la  nostra,  indifferente,  come  la  nostra,  alle  idee  reli- 
giose, sorvegliata  da  un  governo  regolare.  Noi  che  facciamo 
parte  di  questa  società,  siamo,  è  vero,  tentati  di  sorridere, 
leggendo  in  mezzo  alla  sua  storia  contemporanea  una  pa- 
gina che  potrei )bc  stare  in  quella  dell'eresie  gnostiche  o 
dei  mistici  tedeschi  anteriori  alla  Riforma.  Ma  a  non  farci 
troi)po  sorridere  basterebbe  il  pensare  che  è  stata  a])punto 
questa  nostra  società  liberale  e  civile,  vegliante  colle  sue 
leggi  e  colla  sua  polizia,  che  siamo  stati  noi,   classi    diri- 


Giuseppe  ZanardelU  e  ìe  sue  teorie  251 


genti  e  scettiche,  che  abbiamo  lasciato  scrivere  sino  alla 
fine  codesta  pagùna  di  Milleìiarismo  m  pieno  secolo  decimo- 
nono e  l'abbiamo  macchiata  di  sangue. 

Era  il  4  agosto  1878.  Non  molti  mesi  prima,  l'avveni- 
mento al  potere  di  Benedetto  Cairoli  aveva  accennato,  col 
raffermarsi  che  fece  allora  al  governo  la  parte  sinistra  della 
Camera,  a  un  prevalere  di  ({uelli  tra'  suoi  uomini  di  Stato, 
ai  quali  da  un  pezzo  si  volgevano  le  speranze  delle  fazioni 
pia  estreme.  E  la  via  per  cui  il  Cairoli  —  uomo,  del  re- 
sto, sincerissimo  e  leale  —  s'era  subito  messo  o  lasciato 
mettere,  poco  dopo  i  principi  della  sua  amministrazione, 
sembrava  già,  nonostante  qualche  segno  contrario  che  se 
n'aveva  di  tanto  in  tanto,  la  piìi  corta  tra  quante  potevan 
condurlo  a  scontrarsi  colle  mire  di  chi  voleva  a  ogni  costo 
agitare  il  paese.  L'avere  chiamato  lo  Zanardelli  a  far  parte 
del  Ministero,  quando  esso  si  modificò,  l'averlo  per  di  più 
preposto  alla  direzione  delle  cose  interne,  non  accennava 
certo  nel  Presidente  del  Consiglio  un  proposito  abbastanza 
fermo  di  soffocare,  come  avrebbe  dovuto,  le  prime  scintille 
4ei  moti  sovversivi  che  cominciavan  già  ad  apparire  in  tutta 
Italia.  L'eloquente  avvocato  bresciano  era,  quando  salì  al 
potere,  già  noto  per  quella  sua  teoria:  reprìmere,  ma  non 
prevenire,  divenuta  poi  così  famosa,  meno  che  per  il  di- 
scorso in  cui  egli  la  propugnò  a  Iseo  il  6  novembre,  pei 
tristi  effetti  che  n'ebbe  prima  a  sperimentare  il  paese,  e  dei 
quali  anche  il  ministro  parve  all'ultimo  impaurirsi.  Bisogna, 
per  farsi  un'idea  chiara  della  brutta  piega  che  avean  preso 
a  quel  tempo  gli  umori  dei  partiti  tra  noi,  e  di  quanto  a 
sfrenarli  potè,  non  certo  la  volontà,  ma  l'indulgenza  peri- 
colosa di  chi  avrebbe  dovuto  invece  moderarli,  bisogna,  di- 


'_>52  UNA    VISITA    ALLA    TOEKE   DI    DAVID    LAZZARETTI 

cevo,  rileggere  le  relazioni  delle  tornate  della  Camera,  nelle 
quali  ai  primi  di  dicembre  del  1878  fu  discussa  la  politica 
interna  del  Ministero.  E  noto  che  esso  cadde  appunto  in 
seguito  a  codeste  discussioni  ;  e  che  nel  severo  giudizio  pro- 
nunciato allora  dalla  Camera  sulla  condotta  del  Governo  di 
fronte  al  commuoversi  di  certi  partiti,  concorsero  uomini  di 
opinioni  politiche  diverse  e  opposte  :  dal  Minghetti  e  dal 
Bonghi  di  destra  estrema  a  Francesco  Crispi,  che  s'accor- 
dava con  loro  nel  dire  gravissime  allora  le  condizioni  po- 
litiche d'Italia,  incerti,  sospesi,  inquieti  da  per  tutto  gli 
animi,  perplessa  e  rilasciata  l'azione  del  Groverno  nella  di- 
rezione delle  cose  pubbliche,  (guanto  fossero  fondate  tali  ac- 
cuse, anche  per  chi  le  guardi  oggi  a  mente  fredda  senz'irà 
e  studio  di  parte,  ce  lo  può  mostrare  il  fatto,  che,  salvo 
nei  primi  anni  della  rivoluzione,  mai,  come  in  quei  pochi 
mesi  del  ministero  presieduto  dal  Cairoli,  l'agitarsi  di  tutti 
i  nemici  della  monarchia  e  dell'ordine  civile  s'era,  sotto  la 
debole  mano  del  Governo,  fatto  sentire  in  una  così  lunga 
serie  di  moti,  anzi  di  attentati  audaci  e  nefandi,  tra'  quali 
basti  rammentare  quello  del  Tassanante  a  Napoli  contro  la 
vita  di  Umberto  I,  e  l'altro  che  a  Firenze  aveva,  il  giorno 
stesso,  fatta  strage  del  popolo  festeggiante  nelle  vie  per  la 
salvezza  del  Re. 

Tra  Ili  cause  che  più  impedivano  all'azione  moderatrice 
del  Governo  centrale  di  spiegarsi  ben  risoluta  a  contenere 
i  partiti  estremi,  era  la  libertà  soverchia  accordata  alle  pub- 
bliche riunioni,  e  che  procede  tant'oltre  da  render  possibili 
in  Roma  stessa  comizi  popolari,  come  (juello  tenuto  all'Ar- 
gentina il  .')<)  aprile,  per  chiedere  (lo  ha  detto  il  (Jrispi)  "la 
fine  della  monarchia  e  l'istituzione  della  repubblica,,,  e  da 


Reprimere,  ma  non  prevenire  253 

lasciar  sorgere  e  moltiplicarsi  per  tutta  Italia  i  circoli  che 
presero  nome  dal  Barsanti.  Certo  a  nutrire  la  sorda  agita- 
zione che  allora  covava  minacciosa  nei  bassi  fondi  della  so- 
cietà italiana,  ebbe  parte  anche  la  speranza,  in  cui  erano 
a  torto  i  nemici  della  monarchia,  che  il  ministero  non  do- 
vesse poi  vedere  troppo  di  mal  occhio  quanto  poteva  riu- 
scire a  scalzarla.  Ma  quello  che,  ad  ogni  modo,  accrebbe 
codesta  agitazione  col  darle  libero  corso,  col  lasciarle  mo- 
strare maggiori  forze  che  non  avesse  in  realtà,  fu  la  mol- 
lezza e  l'indecisione,  con  cui  l'autorità  dei  magistrati  e  de- 
gli agenti  di  pubblica  sicurezza  operava  tutte  le  volte  che 
avrebbero  dovuto  impedire  a  tempo  qualche  pericolo.  E  si 
capisce  perchè.  Le  teorie  di  libertà  sconfinata,  messe  fuori 
dai  rappresentanti  del  supremo  potere  esecutivo,  toglievano 
credito  e  fiducia  a  chi  avrebbe  dovuto  applicar  la  legge. 
La  loro  azione  era,  cito  le  parole  del  Bonghi,  "  confusa, 
impacciata,  pili  desiderosa  di  nascondersi  che  d'affermarsi  „, 
perchè  essi,  e  qui  cito  invece  il  Crispi,  "  avevano  la  per- 
suasione che  non  sarebbero  stati  approvati  dal  Governo  se 
fossero  stati  severi  „ . 

Il  moto  religioso  dei  Lazzarettìstì,  spento  nel  sangue  il 
18  agosto  presso  Arcidosso,  è  tra  i  fatti  avvenuti  allora, 
uno  di  quelli  che  pili  mostrano  fino  a  qual  segno  di  debo- 
lezza e  di  perplessità  giungesse  l'opera  del  Groverno  nella 
direzione  delle  cose  interne.  E  tanto  più  esso  può  esser  ci- 
tato ad  esempio,  quanto  meno  vi  ebber  parte,  nei  suoi  prin- 
cipi, le  cause  comuni  alle  altre  perturbazioni  civili  avve- 
nute nel  1878  e  negli  anni  avanti,  quanto  pili  dell'atrocità 
sanguinosa,  con  cui  fu  represso,  si  deve  chiamar  responsa- 
bile la  negligenza  indulgente  di  chi  avrebbe  dovuto   prov- 


254  TINA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

vedere  a  tempo.  Giustìzia  vuole,  è  vero,  che  io  dica  che 
parte  non  piccola  di  codesta  responsabilità,  anzi  per  chia- 
mar le  cose  addirittura  coi  loro  nomi,  di  codesta  colpa,  ri- 
cade sul  governo  di  parte  destra,  sotto  il  quale  la  propa- 
ganda religiosa  del  Lazzaretti  era  nata  e  cresciuta  per  quasi 
otto  anni,  tra  i  favori  dei  clericali  e  le  loro  mal  celate  spe- 
ranze in  un  prossimo  mutamento  di  cose,  e  s'erano  pubbli- 
cati fin  da  principio  scritti  che  accennavano  a  codeste  spe- 
ranze, senza  che  le  autorità  politiche  avessero  mai  preso 
provvedimenti  risoluti  ed  ettìcaci.  L'esito  dei  processi  fatti 
a  David,  l'accortezza  con  cui  egli  n'era  sempre  uscito,  la 
difesa  che  di  lui  avevano  fatta  con  l'influenza  personale  e 
colla  parola  U(miini  come  il  Salvi  e  il  Mancini,  poteva,  è 
vero,  avere  stancata  la  sorveglianza  delle  autorità  pubbliche  ; 
non  avrebbe  dovuto  farla  dormire.  Se  il  fatto,  come  poi 
disse  in  un  suo  discorso  alla  Camera  l'onorevole  De  Witt, 
aveva  ormai  acquistata  una  specie  di  legalità;  se  un  dele- 
gato, a  cui  il  Ministro  dell'interno  nell'agosto  del  1<S72 
aveva  commesso  di  recarsi  nei  luoghi  —  e  che  ci  andò 
travestito  da  contadino  e  parlò  a  lungo  col  profeta  —  aveva 
riferito  che  David  e  i  suoi  si  ritenevano  sicuri  di  fare  ciò 
che  loro  meglio  piaceva,  tutto  questo  avrebbe  anzi  dovuto 
render  sempre  piìi  cauto  il  (Governo,  tenerlo  attento  ai  pe- 
ricoli che  potevan  venire  alla  pub])lica  quiete.  Eppure  — 
come  si  vede  nella  Relazione  del  commendator  Caravaggio 
sui  fatti  di  Arcìdosso  —  "dal  secondo  semestre  del  1S72 
a  tutto  il  1877  „,  il  Ministero  non  ebbe  ne  richiese  dalle 
autorità  locali  notizie  e  informazioni  precise  intorno  all'o- 
pera del  Lazzaretti  e  dei  suoi. 

E  fu  allora  e  poi  grave  errore  —  conseguenza  di  quel 


Grave  parte  di  colpa  che  va  al  Governo  255 

nostro  falso  principio  di  governo,  che  ammette  come  pos- 
sibile anche  nel  fatto  mi  assoluta  separazione  del  dominio 
della  coscienza  religiosa  da  quello  della  realta  politica;  — 
fu,  dicevo,  grave  errore  delle  autorità  italiane,  tutte,  il  cre- 
dere che  quanto  si  diceva  e  si  faceva  a  Monte  Labbro 
"si  riducesse  soltanto  a  questioni  e  ad  utopie  teologiche  ^^^ 
delle  quali  per  do  appunto  il  Governo  non  avesse  da  oc- 
cuparsi. Fatta  però  la  loro  parte  di  colpa  agli  uomini  che 
rassegnarono  il  potere  il  1<S  marzo  1876,  ne  resta  una 
assai  più  grande  a  chi  non  previde  e  non  scongiurò  co- 
desti pericoli,  quando  erano  divenuti  imminenti  pel  fana- 
tismo di  David  e  dei  suoi  e  pei  gravi  rancori,  che  le  isti- 
gazioni del  clero  avevano  attizzato  tra  lui  e  una  parte 
del  popolo  d'Arcidosso.  Nello  stato  in  cui  erano  colà  gli 
animi  di  tutti  il  18  agosto,  sotto  l'assillo  della  più  perico- 
losa tra  le  passioni  popolari  ch'è  la  passione  religiosa,  bi- 
sognava a  ogni  costo  impedire  che  una  delle  due  parti,  e 
la  più  risoluta,  si  trovasse,  in  faccia  all'altra,  nell'alterna- 
tiva 0  di  mancare  a  quello  ch'essa  credeva  un  sacro  ob- 
bligo di  coscienza  cedendo  alle  intimazioni  del  delegato,  o 
di  disubbidire  mettendosi  contro  la  legge.  L'avere  invece 
permesso  che  il  Lazzaretti  scendendo  da  Monte  Labbro 
con  tutti  i  suoi,  si  trovasse,  davanti  ai  carabinieri,  in  co- 
desta alternativa;  il  non  aver  pensato  che  egli  era  uomo 
da  farsi  uccidere  pur  di  non  tornare  indietro  un  passo 
sotto  gli  occhi  dei  suoi  e  degli  avversari,  nell'impegno,  in 
cui  era  ormai,  di  condurre  a  fine  il  suo  pellegrinaggio, 
fu  0  negligenza  davvero  colpevole  o  uno  di  quelli  errori 
che  rivelano  in  chi  dovrebbe  eseguire  la  legge  un'igno- 
ranza profonda  dell'animo  umano  e  fanno  a  un  governo  il 


256  UNA    VISITA   ALLA    TOREE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

peg'gior    torto,    quello,    diceva   il   Machiavelli,    di    renderlo 
contemnendo. 

Eppure  la  Prefettura  di  Grosseto  conosceva  già,  pochi 
giorni  dopo  il  ritorno  del  Lazzaretti  dalla  Francia,  così  la 
grave  inimicizia  sorta  fra  lui  e  il  parroco  d'Arcidosso,  che 
ogni  domenica  predicava  dall'altare  contro  il  nuovo  falso  pro- 
feta, come  la  solenne  promessa  fatta  dal  Lazzaretti  di  scen- 
dere da  Monte  Labl)ro  in  processione  il  1 4  agosto.  Il  delegato 
di  pubblica  sicurezza  aveva  ammonito  il  parroco  di  aste- 
nersi, pena  la  carcere,  da  ogni  violenza  di  linguaggio,  e 
si  era  pili  volte  recato  alla  Torre  da  David,  con  cui,  del 
resto,  era  solito  trattare  molto  famigliarmente  ;  aveva  anzi 
portato  seco  lassù  la  famiglia  e  aveva  pranzato  alla  stessa 
tavola  col  profeta.  Avvertito  da  lui  della  sua  prossima  di- 
scesa da  Monte  Labbro,  l'aveva,  è  vero,  consigliato  di  non 
farne  nulla  ;  ma  poi,  insistendo  David  in  quel  proposito,  si 
era  impegnato  a  fargli  avere  dal  Governo  il  permesso  ch'e- 
gli domandava.  Anche  del  tenore,  tutt'altro  che  moderato, 
dei  discorsi  che  David  faceva  ogni  domenica,  annunziando 
prossimo  tutto  un  nuovo  ordine  di  cose,  in  cui  i  beni  e  le 
terre  avrebbero  dovuto  repartirsi  diversamente  e  ai  fìttaiuoli 
e  ai  contadini  toccare  parte  maggiore  delle  raccolte,  era 
stato  più  e  più  volte  riferito  alla  Prefettura.  E  non  c'è  da 
dire  che  l'effetto  di  quei  discorsi  dovesse  parere  senza  pe- 
ricolo. I  contadini  parlavano  già  ad  alta  voce  di  non  voler 
pili  dividere  coi  padroni  le  raccolte,  e  il  loro  concordo  alla 
Torre  era  tale  e  tanto,  anche  dopo  che  David  aveva  già 
introdotte  nella  comunione  e  nella  confessione  altre  forme 
da  (|uclle  del  Cattolicismo  romano,  che  un  prete,  solito  a 
recarsi  da  Arcidosso  ogni  giorno  festivo  a  dir  la  messa  in 


Lo  stato  delle  cose  era  grave 


257 


lina  chiesa  di  que'  dintorni,  l'aveva  trovata  vuota  per  tre 
domeniche  consecutive.  Che  un  tale  stato  di  cose,  mentre 
aveva  di  che  dar  molto  a  pensare  a  quel  clero,  impaurisse 
tutti  i  possidenti,  tutti  coloro  che  avevano  in  danari  o  in 
roba  qualcosa  da  perdere,  non  c'è  bisogno  che  io  Io  dica. 
I  rapporti  fioccavano  da  Arcidosso  alla  Prefettura  di  Gros- 
seto, e  certo  dovevano  esser  tali  da  rendere  al  vivo,  come 


Monte  Laterone  (pag.  144). 


fa  la  voce  lontana  di  chi  urla  al  soccorso,  lo  stato  d'an- 
sietà e  d'eccitamento  in  cui  erano  gli  animi.  Ma  il  Pre- 
fetto non  si  mosse,  nonostante  che  il  22  luglio  lo  stesso 
ministro  dell'Interno  avesse  espressamente  richiamata  la  sua 
attenzione  sulla  gravità  delle  cose  ;  e  piìi  tardi,  il  G  agosto, 
il  sindaco  di  Santa  Fiora,  Massimiliano  Romei,  gli  avesse 
chiesto  provvedimenti  atti  a  tutelare  la  sicurezza  pubblica 
e  ad  evitare  conflitti. 

G.  Baezellotti.  33 


258  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

I  pochi  carabinieri,  che  per  solito  fanno  il  servizio  di 
polizia  in  ogni  capoluogo  del  Monte  Amiata,  furono,  anche 
in  quella  circostanza,  creduti  più  che  suttìcienti  a  mante- 
nere la  pubblica  quiete  in  Arcidosso  e  nelle  campagne  in- 
torno. Un  uflftciale  dei  carabinieri,  che  aveva  ricevuto  il 
13  agosto  l'ordine  di  recarsi  ad  Arcidosso,  e  di  rinforzare 
quella  stazione,  "  non  ebbe  —  dice  il  Caravaggio  —  istru- 
zioni precise  e  risolute,  e,  o  non  credendo  al  pericolo,  o 
ingannato  da  false  informazioni,  rimandò  i  suoi  militi,  la- 
sciandone due  soli  di  piìi  alla  stazione  di  Arcidosso.  La 
mattina  del  17,  la  vigilia  della  discesa  di  David,  partiva 
egli  pure  alla  volta  di  Scansano  „ .  I  soldati  di  linea,  che 
non  dovevano  esser  molto  lontani,  arrivarono  la  sera  del 
giorno  dopo  il  fatto,  a  cose  finite.  Questa  condotta  delle 
autorità  politiche  e  militari  ebbe  certo  la  parte  sua  nelle 
circostanze  che  accompagnarono  i  fatti  d' Arcidosso,  ma 
forse  pesò  anche  piti  nell'insieme  di  quelle  che  concorsero 
a  prepararli,  col  favorire  nel  Lazzaretti  e  nei  suoi  la  falsa 
opinione,  ch'essi  s'eran  formata,  d'avere  dalla  loro  il  Gro- 
verno.  Il  delegato  aveva  infatti  detto  a  David  pochi  giorni 
prima  della  sua  discesa  da  Monte  Labbro  che,  s'egli  aveva 
dei  nemici  in  Arcidosso,  poteva  però  contare  tra'  suoi  amici 
il  Prefetto  di  Glrosseto.  E  che  ci  fosse  chi  pensava  così  là 
in  quell'angolo  della  Toscana,  tra  gente  di  campagna,  igno- 
rante ed  illusa,  a  cui  giungeva  a  mala  pena  un'eco  lontana 
delle  vere  condizioni  })(ditiche  del  paese,  non  può  fare  spe- 
cie, (quando  è  certo  ormai  che  nei  torbidi  scoppiati  allora 
in  varie  provincie  e  città  d'Italia,  potè  molto  quella  stessa 
falsa  opinione  d'un  (pialche  appoggio,  d'un  favore  qualsiasi 
che  avrebbe  dovuto  venire  dall'alto  a  chi  tentava  cose  nuove. 


Darid  e  i  suoi  speravano  nel  Governo  259 


Una  vaga  aspettativa  di  qualcosa  di  straordinario  e  d' in- 
sperato, che  doveva  mutare  le  condizioni  sociali  di  quanti 
nelle  novità  avean  tutto  da  o-uada<i'nare  e  nulla  da  perdere, 
serpeg-giava  allora  in  molti  animi  e  si  rivela  nelle  prediclie 
e  negli  scritti  di  David.  Egli  dovè  portarla  seco  nel  suo 
ultimo  ritorno  da  Roma.  Le  larghe  teorie  e  i  propositi  di 
governo  dello  Zanardelli  e  del  Cairoti,  che,  sbrigliando  i 
partiti  estremi,  legavan  le  mani  a  chi  poi  avrebbe  dovuto 
contenerli  nei  termini  della  legge,  non  furono  senza  la  loro 
parte  di  colpa  nella  condotta  del  Prefetto  di  Grosseto,  per- 
chè lo  tennero  inoperoso,  esitante  a  provvedere,  in  quei 
giorni,  nei  quali  David  propagava  con  furore  di  maniaco 
la  sua  follia  religiosa  a  quanti  aveva  intorno  a  se. 

La  cronaca  di  quello  ch'egli  fece  e  disse  coi  suoi  a 
Monte  Labbro,  dalla  sera  del  14  agosto  all'alba  del  18,  è 
davvero  notevole  per  chiunque  ami  il  fantastico  e  il  leg- 
gendario nelle  manifestazioni  del  sentimento  popolare,  ma 
anche  per  chi  voglia  studiarvi  sul  vero  il  diffondersi  del  piìi 
potente  tra  i  contagi  intellettuali  eh' è  il  fanatismo  religioso. 
Eccola,  nei  suoi  particolari  principali,  quale  io  la  raccolgo 
da  vari  manoscritti  di  T^azzarettisti  e  dai  loro  racconti  a 
voce. 

Non  s'era,  dicono,  mai  vista  tanta  gente  a  Monte  Labbro 
—  pili  di  r)000  persone,  dice  il  Caravaggio  —  come  quella 
sera  del  14  agosto,  vigilia  della  Madonna  Assunta.  Veni- 
vano a  vedere  i  preparativi  della  solenne  discesa  di  David 
e  dei  suoi,  data  da  tanto  tempo  come  cosa  certa  ormai  per 
quel  giorno,  e  a  cui  accresceva  aspettativa  un  non  so  che 
di  vago,  di  non  ben  detìnito  quanto  allo  scopo  e  all'esito 
che  avrebbe  potuto  avere.  Non  senza  ragione  aveva  il  Laz- 


2f)0  TTNA   VISITA    ALLA    TOEEE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

zaretti  scelto  codesta  sera  e  codesto  giorno  per  quella  ch'egli 
chiamava  la  sua  manifestazione  al  popolo  latino.  U Assunta 
è  una  delle  feste  più  popolari  nelle  campagne  toscane,  spe- 
cialmente nel  Monte  Amiata.  Ogni  anno  le  due  immense 
distese  di  colli  e  di  pianure  che  s'aprono  l'una  a  ponente, 
l'altra  a  mezzogiorno  e  a  levante  di  quello  verso  la  ma- 
remma e  vai  di  Paglia,  brillano,  la  notte  del  quattordici 
agosto,  di  centinaia  e  migliaia  di  fuochi  accesi  davanti  ai 
casolari  dei  villani;  e  intorno  vi  si  raccolgono  a  novellare 
intere  famiglie,  mentre  i  fanciulli  attizzano  la  fiamma  e 
gì'  innamorati,  stretti  fra  loro,  si  tengon  per  mano  guar- 
dando muti  l'azzurro  profondo  di  quel  cielo  su  cui  passano 
fìtte  le  stelle.  Ma,  quell'anno,  di  fuochi  se  ne  vedevano  co- 
desta sera  due  o  tre  appena  in  un  tratto  magari  di  parec- 
chie miglia,  specie  chi  avesse  guardato  giù  giù  lungo  la 
Fiora.  I  contadini  erano  accorsi  a  frotte  di  famigliate  in- 
tere per  veder  la  festa  di  Monte  Lahhro  e  per  farne  parte. 
E  molto  se  casa  per  casa  era  rimasta  la  massaia  o  uno 
dei  figli  0  la  serva  a  guardia  del  bestiame  e  dei  Ijambini 
lattanti.  Dei  vecchi  i)oi,  meno  quelli  impediti  per  l'età  ca- 
dente e  per  le  malattie,  non  n'era  rimasto  uno  a  casa. 
S' incontravano  scendendo  giù  per  le  viottole,  per  le  batti- 
cine  serpeggianti  tra  le  macchie,  e,  gruppo  per  grupi)o, 
preceduti  dall'allegro  schiamazzo  dei  fanciulli,  a  cui  quella 
gita  di  notte  riusciva  proprio  una  festa,  si  salutavano  da 
lontano  colle  voci  e  coi  gridi,  si  raggiungevano  facendo 
scliiere  e  branchi  sempre  i)iii  grossi,  che  poi  riuscivan 
tutti  per  la  via  lungo  il  letto  della  Fiora  diretti  verso 
^lonte  Labbro  ;  come  tanti  rigagnoli  che  una  pioggia  di- 
rotta fa  scorrer  lungo  i  camjii  e  incontrarsi  da  ogni  parte 


La  sera  del  14  agosto  del  1878  261 

nei  fossati  e  nei  botri  che  poi  sboccano  grossi  al  fiume.  In 
mezzo  a  tutta  codesta  gente  non  si  sentiva  parlare  che  del 
santo  David  e  della  persecuzione  che  gli  era  stata  mossa 
dai  preti  e  da  Roma,  di  qualche  gran  cosa  o  fatto  e  anche 
di  un  miracolo  che  s'aspettava  da  lui,  e  che,  com'egli  an- 
dava dicendo  da  tanto  tempo,  avrel)be  dovuto  convincer 
tutti  della  sua  missione  misteriosa  e  rivelarlo  all'  Italia  e 
al  mondo.  Molti  ci  credevano  ciecamente  ;  i  più  venivano, 
a  buon  conto,  per  vedere  come  la  cosa  andrebbe  a  finire; 
tutti  poi  s'aspettavano  qualche  novità;  le  fantasie  erano  ac- 
cese,  eccitati  gli  animi. 

Fra  tutta  codesta  gente,  che  sboccava  a  frotte  sul  piaz- 
zale di  Monte  Labbro,  David  quella  sera  passeggiava  solo, 
muto,  fatto  segno  agli  occhi  e  all'attenzione  di  tutti.  Al 
suo  avvicinarsi  cessavano  i  discorsi  e  il  bisl)iglio  ;  la  folla 
s'apriva  per  lasciarlo  passare.  Un  suo  discepolo,  che  non 
lo  perse  mai  d'occhio  tutti  quei  giorni  e  s'era  un  po'  messo 
in  capo  d'essere  il  suo  Giovanni  Evangelista,  m'ha  detto 
che  quella  sera  egli  si  mostrava  pili  pensieroso  del  solito 
e,  per  quanto  si  sforzasse,  non  riusciva  a  fare  anche  con 
quelli  dei  suoi  piìi  intimi,  che  rivedeva  allora  dopo  molto 
tempo,  le  dimostrazioni  d'affetto  che  gli  erano  altre  volte 
così  familiari.  Un'  idea  fissa,  insistente  gli  si  leggeva  negli 
occhi  azzurri,  immobili  come  senza  sguardo,  e  nell'atto  ner- 
voso, quasi  convulso,  con  cui  la  sua  mano  accarezzava  la 
lunga  barba  nera  che  gli  scendeva ,  sul  petto.  Andando  in 
su  e  in  giù  pel  piazzale,  davanti  alla  Torre,  egli  si  fer- 
mava di  tant(»  in  tanto  a  guardar  fisso  la  valle  della  Fiora, 
rischiarata  dal  lume  della  luna,  che  faceva  apparire  giù  in 
basso  la  striscia  argentea  del  fiume,  e  sopra,  lungo  il  pendia 


262  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 


del  monte  in  faccia,  il  bianco  di  qualche  casolare,  e  la 
massa  scura  del  convento  della  Trinità.  Piìi  oltre,  là  dove 
la  linea  tortuosa  della  vallata  si  perde  nella  maremma, 
crescevano  1" ombre  e  il  silenzio,  non  rotto  che  dal  fischio 
di  qualche  pastore  o  dalle  voci  delle  ultime  brigate,  rimaste 
addietro.  Chi  allora  avesse  potuto  indovinare  ciò  che  gli 
passava  per  la  mente,  avrebbe  forse  pensato  che  un'athnità 
strana  correva  tra  l'anima  di  quell'uomo  e  l'aspetto  di  co- 
desta notte  e  di  quei  luoghi,  inseparabili  dalle  vicende  della 
sua  vita  avventurosa,  e  dai  quali  i)areva  ch'egli  non  riuscisse 
a  staccar  lo  sguardo.  Anche  in  lui  era  notte,  e  alla  falsa 
luce  del  pensiero,  aberrante  sotto  le  illusioni  d'una  fantasia 
malata,  l'occhio  della  mente  non  vedeva  più  le  cose  e  gli 
uomini  e  la  vita  nel  loro  vero  aspetto  e  si  sviava  in  un 
buio  sempre  crescente,  dove,  s'egli  fosse  vissuto  di  piìi,  la 
sua  ragione  avrebbe  poi  finito  collo  spengersi.  Ma  per  chi 
segue  con  interesse  pietoso  questa  povera  mente  umana 
anche  nelle  sue  al)errazioni,  è  triste  il  pensare  che  al  buio 
di  quell'anima,  piena  di  sogni,  si  affidavano  allora  centi- 
naia e  migliaia  d'altre  anime  credenti  in  lui,  pronte  a  la- 
sciarsi eccitare,  a  lasciarsi  condurre  da  lui  dov'egli  vedeva 
a  (|ualsiasi  rischio. 

Potevan  già  essere  le  nove  di  sera  ;  e  il  piazzale  di 
^lonte  Labbro,  dove  dal  tramonto  in  poi  non  aveva  mai 
smesso  di  affluire  sempre  nuova  gente,  n'era  tutto  pieno 
che  non  ci  si  sarebbe  potuto  buttare  in  terra  un  chicco  di 
grano.  David  allora,  così  seguita  il  racconti!  di  quel  testi- 
mone oculare,  invitò  il  i)Opolo  in  chiesa  a  dire  il  Ro.<ari(>. 
Appena  una  piccola  })arte  dei  convenuti  ci  i)oteva  entrare  : 
le  l)ambine  e  i  bambini  e  le  donne  tutte  da  ,sè  nella  parte 


Xella  chiesa  di  Monte  Labbro  263 

della  cappella  più  vicino  all'altare  ;  dietro,  gli  uomini,  in 
o-iiioccliio.  anche  (|nelli  rimasti  fuori,  e  che  alla  brezzolina 
sottile  della  sera  stavano  tutti  senza  cappello.  Dai  viticci 
di  bronzo  dorato,  accesi  torno  torno  alle  quattro  bianche 
pareti,  e  luccicanti  di  cristalli  e  di  piccoli  specchi,  dai  ceri 
disposti  suU'altar  maggiore  coU'architettura  complicata,  un 
po'  barocca  che  si  usa  neWammaio  di  festa  in  tutte  le 
chiese  di  campagna,  scendevano  ondate  calde  di  luce  su 
quelle  centinaia  di  teste,  di  colli,  di  seni  e  di  spalle  fem- 
minili, dall'  incarnato  bronzino,  dalle  ricche  e  floride  forme, 
nude  in  parte  o  apparenti  di  sotto  le  vesti  da  estate,  che, 
tinte  com'erano  tutte  a  vari  colori  e  tutti  vivi,  facevano 
quasi  un  tappeto  tiuttuante  animato.  L'aria  era  tutta  una 
nebbiolina  sottile  di  polvere,  di  fumo  e  d'acre  odore  d' in- 
censo, che  tra  le  calde  vampe  delle  centinaia  di  fiati  e  dei 
sudori  emananti  da  quella  rozza  folla  cosi  pigiata,  saliva 
da  terra,  saliva  lenta  e  mozzava  il  respiro.  Entrati  che  fu- 
rono tutti  e  scemato  un  po'  il  brusio  e  lo  scalpicciare  dei 
piedi,  David  s'alzò  dall'inginocchiatoio,  dove  soleva  stare 
colla  sua  famiglia  vicino  all'aitar  maggiore,  e  fece  atto  di 
voler  parlare.  Non  si  sentiva  uno  zitto.  Egli  dominava  col- 
l'alta  persona  quella  distesa  di  teste,  in  cui  migliaia  d'occhi 
non  battevano  palpebra  alle  sue  parole.  Parlò  come  soleva 
sempre,  strano  e  potente,  a  figure,  a  simboli,  colla  rozza  im- 
maginosa ispirazione  d'un  pastor  di  popoli  primitivi  o  d'un 
capo  di  tribìi  arabe  predicante  la  guerra  santa.  Ma  quella 
sera  la  sua  voce  aveva  un  accento  anche  più  singolare,  il 
gesto  e  la  parola  qualcosa  di  cosi  strano,  che  chi  l'avesse 
sentito  allora  per  la  prima  volta  e  fosse  stato  capace  di 
giudicarlo,   l'avrebbe  subito    detto    non  sano   di  mente.  Le 


264  UNA   VISITA    ALLA    TORRE    DI    I>A\T;D    LAZZARETTI 

ultime  parole,  in  cui  annunziava  di  nuovo  prossima  la  sua 
discesa  da  Monte  Lab1)ro,  furono  accolte  da  un  lungo  mor- 
morio della  folla,  che  cessò  non  appena  Filippo  Imperiuzzi, 
parato  di  piviale  e  di  stola,  sorse  in  piedi  a  intuonare  il 
Rosario.  Era  un'alta  e  bella  tìgura  di  monaco  antico,  assai 
più  giovine  di  David,  Itruno  come  lui  e  piìi  complesso.  La 
lunga  barba  nera  che  s'era  lasciato  crescere  dopo  aver  de- 
posto l'abito  dei  Filippini,  dava  rilievo  al  viso  pallido, 
schiettamente  romano  per  vigoria  d'espressione  e  di  tratti. 

Finito  il  Rosario,  David  accennò  al  popolo  che  uscisse 
di  chiesa,  e,  dato  ordine  di  chiuder  la  porta,  condusse  seco 
per  una  laterale  che  si  apriva  verso  F  Eremo  i  discepoli 
pili  fedeli,  e  fece  indossare  a  tutti  gli  abiti,  con  cui  il 
giorno  dopo  nella  sua  discesa  da  Monte  Labbro  dovevano 
prender  parte  alla  processione.  Le  strane  divise  erano  quelle 
dei  personaggi  misteriosi  che  fino  dal  primo  giorno  della 
sua  vocazione  s'affollavano  nelle  visioni  del  profeta,  e  che 
la  sua  fantasia,  giunta  all'ultimo  grado  d'esaltazione,  vo- 
leva ora  rivedersi  davanti  in  atto  di  persone  vive  e  vere, 
rifticendo,  per  dir  così,  in  un  altro  sogno  reale  esterno 
quello  del  quale  viveva  da  anni  e  anni. 

Si  notavano  nel  bizzarro  corteggio  che  rientrava  in  chiesa 
sette  Principi  legionari,  scelti  a  comandare  le  milizie  cro- 
cifere  dello  Spirito  santo,  simili  nelle  vesti  ai  ^ette  grandi 
personaggi,  che  David  aveva  veduti  in  sogno  la  notte  del 
20  marzo  1871  nella  grotta  miracolosa  della  Sal)ina.  Ave- 
vano tutti  una  maglia  rossa  attillata,  con  impressa  sul  ])etto 
la  sigla  di  David,  a  maniche  lunghe  e  strette  e  con  un  gal- 
lone dorato  clic  girava  lungo  il  collo  e  ai  polsi;  calzoni 
cenerini  un  po'  della  forma  di  quelli    dei   militari  e  stretti 


La  processione  dei  "vestiti,, 


265 


alla  vita  da  uiui  fascia  celeste  e  da  un  cordone  dorato  a 
grosse  nappe.  Un  altro  eguale,  a  cui  era  attaccata  una 
croce,  scendeva  loro  dal  collo.  Sulla  spalla  sinistra  porta- 
vano ripiegato  un  mantello  azzurro  foderato  di  rosso,  ed 
erano  in  tutto  vestiti  come  David;  salvo  che  egli,  in  luogo 
del  loro  berretto  di  lana  rossa  a  striscia  gialla  e  a  punta 
ricadente  all'ingiìi,  aveva  in  capo  un  cappello  azzurro  sor- 


Barrocciai  (pag.  144). 

montato  da  tre  penne,  una  verde,  l'altra  gialla  e  la  terza 
turchina,  e  sul  davanti  una  placca  coll'immagine  d'una  co- 
lomba che  teneva  nel  becco  un  ramoscello  d'olivo,  ed  era 
simbolo  di  quella,  che,  al  termine  del  nuovo  diluvio  pre- 
detto da  lui,  sarebbe  volata  dalla  nuova  Arca.  Invece  delle 
scarpe  di  pelle  bianca,  portate  da  tutti  gli  altri,  egli  ne 
aveva  un  paio  tutte  di  legno  scavato  e  d'un  pezzo  solo 
colla  punta  in  su,  lavorate  con  rara  eleganza,  e  che,  esposte 

G.  Baezellotti.  34 


266  UNA   VISITA    ALLA    TOERE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

iìi  pubblico  nel  processo  eli  Siena,  fecero  stupire  le  signore 
che  si  affollavano  ad  osservarle. 

Tra  le  vesti  di  David  e  dei  Principi  legionari  e  quelle 
dei  dodici  Apostoli  e  dei  Discepoli  non  correva  quasi  altra 
differenza  che  nel  manto,  tutto  turchino  dei  primi  e  rosso 
di  questi  ultimi.  Ma  era  diverso  l'abito  dei  Sacerdoti  Ere- 
miti, che  rappresentavano  uno  dei  futuri  ordini  religiosi, 
mostrati  da  Dio  a  David  in  visione  molti  anni  prima.  Ave- 
vano una  tonaca  ceneriua  con  bavero,  e  sulle  spalle  un 
manto  tutto  azzurro;  in  testa  un  cappello  tondo  scuro  e 
nella  destra  un  pastorale  giallo  sormontato  dalla  croce.  Le 
donne,  che  non  erano  meno  numerose,  vestivano  per  la 
maggior  parte  in  modo  anche  piìi  i)ittoresco  :  prime  le  Ma- 
trone e  le  Suore  di  carità,  quelle  con  tonaca  turchina  e 
manto  rosso  e  con  un  velo  rosso  in  testa,  queste  al  con- 
trario con  tonaca  rossa  e  manto  e  velo  turchino;  poi  le 
Fanciulle  pie,  poi  le  Figlie  dei  cantici,  tutte  in  lunghe  vesti 
bianche;  ma  le  une  portavano  sulle  spalle  un  manto  celeste 
e  intorno  alla  testa  una  fascia  e  un  velo  dello  stesso  colore  ; 
le  altre  avevano  bianco  anche  il  manto  e  il  velo,  intorno 
a  cui  girava  una  corona  intrecciata  di  rose  e  di  foglie 
verdi.  L'incarnato  vivo,  abl)ronzato  dal  sole  d'estate  e  spi- 
rante la  fresca  vigoria  clic  viene  dall'aria  montanina,  spic- 
cava in  quei  visi  giovanili  sotto  il  candore  dei  veli  e  il 
biondo  acceso  dei  capelli,  che  in  molte  pendeva  un  pò"  al 
rosso;  tipo  di  bellezza,  languida  n  un  teuìpo  e  vivace,  non 
rara  in  Toscana,  massime  per  le  campagne.  E  ce  n'erano 
davvero  delle  bellissime;  alte  per  la  loro  età,  perchè  nes- 
suna passava  i  quattordici  auui,  schiette  come  arboscelli  di 
macchia,    con    occhi    che    mandavano    lampi   e   sorrisi,    con 


Allucinazione  2(i7 


quel  non  so  che  di  più  tenero,  clie  nelle  forme  della  fan- 
ciulla fa  così  spesso  balenare  la  bambina.  E  si  vedevano  le 
pili  grandi  mandarsi  dinanzi  guidandole  colla  voce  e  coi 
cenni,  le  piìi  piccine,  quali  assonnate  e  stupite  a  tutto  quel 
chiarore  e  da  quello  strano  spettacolo,  quali  allegre  come 
fossero  state  in  mezzo  a  un  trastullo  infantile  ;  tra  (|ueste  an- 
che Bianchina,  iìglia  di  David,  un  amore  di  bimba  con  due 
occhioni  azzurri,  povero  e  bel  lì  ore  che  i  deliri  del  padre 
travolgevano  in  quel  cupo  vortice  di  fanatismo,  dove  andò 
a  un  pelo  dal  restar  morta.  L'ordine  della  processione  era 
questo.  Andavano  dinanzi  i  musicanti  d'Arcidosso  che,  chia- 
mati, si  prestavano  a  suonare  in  quelF  occasione  ed  erano 
vestiti  presso  a  poco  come  gli  Apostoli  ;  veniva  poi  la  schiera 
delle  bambine  e  delle  donne,  poi  David  e  il  sacerdote,  poi 
tutti  gli  uomini.  In  alto,  sulle  teste  ondeggianti  si  moveva 
una  fitta  selva  d'  insegne  :  la  bandiera  biancoturchina  di 
Nostra  t'^ignura  delle  vittorie  portata  dalle  fanciulle,  quella 
bianca  del  Cristo  profeta  coli'  immagine  di  Clesìi  coronato 
di  spine;  il  vessillo  giallo  dei  leviti,  l'altro  tutto  rosso  dei 
militi  delle  sante  milizie^  e  i  tre  labari  della  legione  italiana, 
francese  e  spagnola,  coi  colori  delle  bandiere  dei  tre  po- 
poli e  con  sopra  emblemi  strani,  simboleggianti  l'unione 
futura  delle  nazioni  latine,  sognata  da  David. 

Quando  furono  tutti  in  chiesa,  ciascuno  al  suo  posto, 
David,  fatti  prima  intuonare  al  suono  della  banda  gl'inni 
dettati  da  lui  per  codesta  occasione,  accennò  che  s'aprisse 
la  porta.  Una  folla  impaziente  si  precipitò  dentro  e  rimase 
in  silenzio,  immobile.  Stavano  come  trasognati,  guardando 
i  compagni,  i  parenti,  gli  amici  trasfigurati  sotto  quelle 
strane   vesti,    s' interrogavano   tra    loro   cogli    sguardi  non 


268  UXA   VISITA   ALLA    TOEBE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

osando  aprir  bocca  per  non  turbare  V  incanto  della  visione 
in  cui  pareva  a  tutti  di  essere  avvolti.  E  anche  i  meno 
credenti,  anche  quelli  venuti  lassìi  colla  certezza  di  vedere 
e  di  udire  le  più  strane  cose  del  mondo  e  di  riderne,  ora 
stavano,  loro  malgrado,  seri  e  attoniti,  sogii'iog-ati  da  una 
impressione  comune  e  come  colpiti  improvvisamente  dal 
contagio  del  luogo,  dell'ora  e  dalla  stessa  realtà  del  fatto, 
che,  a  forza  d'essere,  per  dir  così,  fuori  d'ogni  fede  umana, 
riusciva  per  ciò  solo  ad  imporla,  a  incuter  rispetto.  Non 
c'è  nulla  che  si  comunichi  cosi  facilmente  come  la  serietà 
anche  innanzi  all'assurdo,  se  questo  paia  affermarsi  nel  fatto. 
E  ora  il  sogno  della  mente  di  David  prendeva  dal  presti- 
gio di  quella  fantastica  scena  notturna  la  forza  d'un* alluci- 
nazione, cui  nessuno  dei  presenti  riusciva  a  sottrarsi.  Fu 
un'allucinazione  che  durò  quattro  notti  e  quattro  giorni. 

Dopo  cantate  alcune  preci,  il  Lazzaretti  parlò  di  nuovo, 
poi  a  un  suo  cenno  la  processione  si  mosse  per  uscire  di 
chiesa.  Il  popolo  fece  ala  e  si  mise  a  seguirla.  Spuntava 
l'alba.  La  cima  del  Monte  Amiata,  che  ancora  (jualche  mi- 
nuto innanzi  si  vedeva  spiccar  cupa  nel  cielo  stellato,  co- 
minciava ora  a  illuminarsi  d'un  chiarore  leggero,  crescente, 
su  cui  da  poche  e  soiìici  strisele  di  nul)i  sospese  in  aria  e 
come  trasparenti  si  diffondeva  a  poco  a  poco  un  colore 
arancione  sfumato.  La  campagna  si  risvegliava  a  un  ven- 
ticello fino,  pungente  che  s'era  levato  dalla  valle  portando 
l'uzza  del  fiume.  Le  rondini  spiccavano  il  volo  e  sparivano 
via,  oltre  l'orlo  del  monte,  immergendosi  nel  vano  immenso 
ancora  scuro,  da  cui  qua  e  là  si  sentiva  uscire  solo  il 
canto  sommesso  delle  lodolc  nascoste  pei  campi  e  il  mug- 
gito 0  il  tintinnare  di  (gualche  armento;  ma  a  poche  miglia 


Erano  ebbri  di  Dio  269 


di  là  ogni  cosa  taceva  ancora  nella  notte,  e  a  ponente  le 
bassure  g-rossetane  erano  tutte  una  bianca  distesa  di  neb- 
bia che  si  confondeva  col  mare,  e  da  cui  non  molto  lon- 
tano da  Monte  Labbro  si  staccavano  grosse  e  dense  .falde^ 
che  ne  investivano  qua  e  In  a  br^vi  intervalli  il  pendio. 
La  processione,  scendendo  il  monte  da  quella  parte,  scom- 
parve sotto  codesto  velo  di  nebbia,  da  cui  si  vedeva  di  tanto 
in  tanto  uscire  per  poi  immergervisi  di  nuovo.  Era  una 
scena  singolare  e  bella  che,  a  quell'ora,  animava  d'una 
strana  vita  fantastica  l'aspf'tto  di  quella  deserta  campagna. 
Grirarono  due  volte  il  monte.  L'ultima  schiera  lo  risaliva 
lenta,  che  già  il  sole  faceva  scintillare  le  acque  della  Fiora 
e  la  marina  lontana.  Tornati  in  chiesa  si  confessarono  e  si 
comunicarono.  La  confessione,  che  David  chiamava  d'e- 
menda,  consisteva,  come  ho  detto,  secondo  la  forma  praticata 
in  alcune  congregazioni  protestanti,  nel  dichiarare,  prostrati 
innanzi  al  sacerdote,  d'avere  offeso  Dio,  esprimendo  il  pro- 
posito d'emendarsi;  il  che  bastava  per  essere  assolti.  La 
processione  intorno  al  monte  fu  rinnovata  quella  stessa  mat- 
tina prima  della  messa  cantata  e  nell'imbrunire  dopo  i  ve- 
spri. La  sera  tornarono  alle  solite  preghiere  per  continuarle 
durante  la  notte. 

Così  passò  il  15  agosto,  e  io  risparmio  ai  lettori  i  par- 
ticolari delle  altre  due  giornate  e  delle  altre  due  notti. 
Erano,  per  dirla  colla  frase  potente  di  un  grande  scrittore 
tedesco,  ebbri  di  Dio.  Rigirati  sino  alla  vertigine,  come  da 
mulinello,  nel  sacro  delirio  del  loro  maestro,  incapaci  di 
tornare  in  se,  non  vivevano  che  dell'aspettativa  delle  grandi 
cose  promesse  da  lui,  mangiando  quanto  1)astava  appena  a 
reggersi  ritti,  buttandosi  sulla  nuda  terra  solo  qualche  mi- 


270  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

liuto  a  vagellare  in  un  mezzo  sonno  inquieto  per  poi  ripren- 
dere subito  le  loro  preghiere  e  i  loro  giri.  Ma  David,  per 
quanto  fosse  al  colmo  della  sua  esaltazione,  sentiva  che  in 
codesto  stato  di  mente  e  d'animo  i  suoi  non  potevano  certo 
durare  a  lungo.  Aveva  protratta  la  sua  discesa  da  Monte 
Labbro,  nonostante  le  promesse  solenni  che  la  fissavano  per 
la  mattina  del  15.  Ora  bisognava  non  indugiar  piìi  o  il  suo 
prestigio  e  la  sua  popolarità  rovinavano  per  sempre  senza 
riparo.  Disse,  dunque,  che  sarebbe  poi  disceso  la  mattina 
del  18  per  visitare  coi  suoi  alcune  chiese  di  quei  dintorni 
dedicate  alla  Vergine,  e  che  avrebbe  continuato  il  suo  pel- 
legrinaggio alla  volta  di  lioma.  Il  delegato  ne  aveva  ri- 
cevuto da  lui  l'avviso  fino  dalla  sera  del  15.  E  tuttavia  non 
prima  del  17,  la  sera,  egli  propose  al  pretore  di  Arcidosso 
di  sottoscrivere  la  domanda  per  ammollire  il  Lazzaretti. 
Era  tardi,  e  quello  che  si  faceva  e  si  preparava  a  Monte 
Labbro,  dove  fino  dalla  mattina  David  aveva  issato  in  cima 
alla  torre  una  bandiera  rossa  colla  scritta  ''La  republdica 
^  //  lìegno  di  Dio  ,, ,  rendeva  urgente,  avrcbì)e  fatto  appa- 
rire pili  che  legittimo  un  provvedere  pronto  e  vigoroso  ad 
altri  esecutori  della  legge,  cui  la  metafisica  rivoluzionaria 
della  fazione  parlamentare  allora  dominante  non  avesse  fatto 
perdere  il  retto  senso  delle  cose  e  della  piìi  elementare  arte 
di  governo.  E  vero  che  quella  sera  stessa  del  1 7  il  dele- 
gato De  Luca  telegrafò  alla  Prefettura  per  avere  istru- 
zioni. Ma  il  ])refetto  Giusti  era  —  si  noti  —  in  congedo 
dal  12  in  ])0Ì,  e  col  permesso  del  Ministero;  permesso  che 
gli  fu  conceduto  —  dice  un'altra  relazione  uftìciale  —  per 
aver  dichiarato  che  la  })ul)blica  sicurezza  nella  provincia  di 
Grosseto  era  in  condizioni  normali. 


Un  detto  di  G-iulio  Cesare  271 


La  risposta  mandata  da  Scansano  dal  consigliere  de- 
legato al  telegramma  del  De  Luca,  non  giunse  che  la  mat- 
tina dopo,  quando  già  i  carabinieri  andavano  incontro  a 
David  e  ai  suoi.  E  intanto  che  s'  indugiava  a  pigliare  un 
partito  qual  si  fosse,  non  ne  rimaneva  possibile  che  uno  solo, 
ed  era  pur  troppo  il  partito  peggiore  di  tutti  e  per  ogni 
verso  il  più  estremo  :  prepararsi  a  fare  uso  della  forza,  ma- 
gari delle  armi,  contro  uomini  inermi,  innocenti  d'ogni  pro- 
posito ostile  alla  quiete  pubblica,  contro  donne,  fanciulle  e 
bambini  salmeggianti,  solo  perchè  il  loro  mostrarsi  nume- 
rosi in  quel  luogo  e  a  quell'  ora,  sotto  la  condotta  d' un 
uomo  qual'era  David,  mentre  in  tutt'altre  condizioni  degli 
animi  sarebbe  stata  cosa  di  niun  conto,  era  invece  un  pe- 
ricolo in  quel  fermento  d' ire  religiose  e  municipali  pronte 
a  scoppiare.  E  poi,  se  il  grosso  della  popolazione  non  te- 
meva per  nulla  i  Lazzarettisti,  e  lo  fece  vedere  andando 
loro  incontro  numerosa,  v'erano,  lo  dissi  già,  in  Arcidosso 
persone  e  famiglie  alle  ({uali  un  tumulto,  che  vi  fosse  sorto 
lì  per  lì,  avrebbe  dato  certo  a  pensare  assai.  Costoro  vive- 
vano in  grave  ansietà  e,  così  almeno  si  diceva,  in  armi, 
asserragliati  nelle  loro  case.  In  tale  disposizione  degli  animi, 
e  una  volta  che  non  s' impediva  a  David  di  muoversi  coi 
suoi,  il  peggio  era  aspettare'  come  si  fece,  che  il  fatto  stesso 
imponesse  da  se  al  momento  i  mezzi  per  istornare  il  male 
imminente  ;  prendere,  insomma,  consiglio  dal  pericolo  senza 
averci  pensato  bene  prima,  che  è  il  massimo  di  tutti  gli 
errori  in  chi  comanda.  Lo  ha  detto  molti  anni  fa  un  uomo 
che  dell'  arte  di  governare  s' intendeva,  credo,  un  tantino  : 
Caio  Giulio  Cesare. 

La  notte  dal  17  al  18  agosto  a  Monte  Labbro  la  pas- 


272  TINA    VISITA   ALLA    TOEKE    DI   DAVID    LAZZARETTI 

sarono  in  continue  preghiere.  E  qiiest'  ultima  veglia,  ag- 
giunta alle  altre,  ai  digiuni  e  all'  emozioni  snervanti  dei 
giorni  innanzi,  fece  dell'  aspettativa  febl)rile,  in  cui  i  più 
erano  vissuti  sino  allora,  una  visione  di  sonnambuli.  Cre- 
devano di  sentire,  sentivano  realmente  l' imminenza  dei 
grandi  e  strani  fatti  che  David  annunziava  e  vedeva  già 
presenti  nel  suo  sogno,  e  che  da  quel  fondo  tuttora  vago, 
ma  sempre  più  fosco,  su  cui  la  fantasia  del  profeta  li  fa- 
ceva balenare  ai  loro  occhi,  prendevano  un  prestigio  pieno 
di  sacra  paura.  E  a  molti  passavano  e  ripassavano  di  con- 
tinuo per  la  mente  quelle  parole  del  Libro  dei  Celesti  Fiori, 
dove  il  profeta  descrive  a  parte  a  parte  la  fantastica  di- 
scesa del  nuovo  Mosè  dal  monte.  Essa  non  poteva,  non  do- 
veva tardare  ;  tanto  più  che  la  sera  avanti  egli  era  tornato 
a  parlare  con  loro  di  un  miracolo  che  accadrebbe  tra  poco 
per  opera  sua;  e  in  chiesa,  presenti  tutti,  in  quel  solenne 
apparato,  fra  un  silenzio  altissimo,  aveva,  toccando  l'altare, 
giurato  egli  stesso  e  fatto  giurare  i  figli  d"  esser  pronti  a 
ogni  rischio,  poi  distribuite  a  tutti  coccarde  e  segni  per 
riconoscersi,  al  bisogno,  tra  loro  come  in  un  cimento  co- 
mune. E  la  mattina  del  18,  quando  si  presentò  in  chiesa 
pronto  a  partire,  aveva  il  manto  a  rovescio,  e  accennando 
al  rosso  della  fodera,  "questo,,,  diceva  a  bassa  voce,  con 
aria  solenne,  "  è  segno  di  sangue  :  il  mio,  il  sangue  del 
nuovo  Abele,  sarà,  lo  vedrete,  sparso  tra  i)oco  e  si  con- 
fonderà col  sacro  sangue  cli'è  in  quel  ciborio...  L'impres- 
sione che  i  presenti  ricevettero  da  (jucste  parole  fu  delle 
più  profonde  ;  me  lo  prova  il  ricordo  tenace,  eh'  essi  ne 
serbano  anch'oggi,  dominante  tra  molti  altri  di  quella  gior- 
nata per  loro  memorabile,    e    l' esattezza  letterale    con    cui 


David  dà  il  segno  della  partenza  273 

tutti  descrivono  a  \\\\  modo  l' atto,  la  voce,  le  parole  di 
David  in  quel  momento.  "  Poi  „  ,  seguitano  a  raccontare, 
"  egli  ci  distriltuì  il  pane  e  l'agnello  benedetto.  Lo  man- 
giammo ritti,  in  atto  di  partire,  proprio  come  racc(jnta  la 
Bibbia  che  fecero  gli  Ebrei  guidati  da  Mosè,  avanti  il  loro 
passaggio  .^.  E  le  prime  schiere  della  processione  s'erano  già 
mosse,  quand'ecco  arriva  tutto  trafelato,  ansante  uno  spe- 
dito d'  Arcidosso,  mandato  da  Pasquale,  fratello  di  David, 
a  dirgli  che  per  carità  non  scenda,  perchè  c'è  giìi  al  paese 
chi  si  prepara  a  ricever  lui  e  tutti  i  suoi  a  fucilate.  Il 
Maestro  rispose  ad  alta  voce  in  modo  da  farsi  sentire  a 
tutti,  ••  ch'egli  non  andava  per  far  del  male  a  nessuno  e 
non  aveva  paura  di  nulla  :  in  nome  di  Dio,  gli  venissero 
pure  dietro  tutti  senza  sospetto  ;  a  nessun  di  loro  verrebbe 
mai  torto  un  capello;  la  vittima,  aggiunse,  sarò  io  solo,,.  E 
diede  il  segno  della  partenza. 

"La  giornata,,,  così  dice  il  manoscritto  di  uno  dei  prin- 
cipali testimoni  presenti  a  quella  scena,  "  era  tranquilla  e 
bellissima.  Giìi  per  le  colline  più  basse  si  vedevano  sparsi 
da  per  tutto  gruppi  di  persone  che  aspettavano  per  unirsi 
a  noi  „ .  E  doveva  essere  uno  spettacolo  dei  piìi  nuovi  e 
dei  pili  curiosi  seguire  dal  basso  coli' occhio  la  lunga  linea 
della  processione  clie  si  svolgeva  lenta,  cantando,  serpeg- 
giante a  larghe  spire  ineguali  lungo  il  dorso  nudo  della 
collina,  e  spariva  e  riappariva  di  dietro  alle  sporgenze  del 
suolo  e  ingrossava  passo  passo  di  nuovi  fedeli  e  di  curiosi 
che  la  seguivano  o  le  facevano  ala  intorno.  I  vestiti,  come 
li  chiamano  sempre  i  cronisti  del  fatto,  erano  circa  un  cen- 
tinaio. Si  vedeva  David  andare  da  una  a  un'altra  fila,  fer- 
mandosi a  parlare  con  questo  e   con    quello,    dando    ordini 

(j.  Barzellotti.  35 


274  UNA    VISITA    ALLA    TOERE    PI    DAVin    LAZZARETTI 

colla  voce  e  coi  cenni,  spesso  concitati,  violenti,  com'era 
proprio  della  sua  natura.  Portava  nella  mano  destra,  in  se- 
gno di  comando,  un  bastoncino  piegato  in  cima.  La  sua 
figura  alta,  slanciata,  le  larghe  spalle  potenti  da  atleta  ap- 
parivano anche  piìi  in  quell'agilità  vigorosa  di  moti,  con  cui 
egli  faceva  e  rifaceva  in  su  e  in  giìi  la  stessa  via  per  l'erta 
ripida.  Il  rosso  fiammeggiante  della  camicia,  che  gli  rima- 
neva scoperta  (il  mantello  se  l'era  buttato  su  una  spalla), 
lo  scintillare  dei  galloni  dorati  sul  petto  e  al  cappello,  le 
tre  penne  di  questo  a  vari  colori  svolazzanti  sul  turchino 
cupo,  lo  facevano  distinguere  anche  da  lontano  tra  tutti  gli 
altri.  ^la,  cosa  notevole,  codesta  figura  di  profeta  popolano, 
a  vederla  con  quelle  vesti  bizzarre  muoversi  in  mezzo  alla 
folla  che  lo  ammirava  estatica  e  pendeva  da  un  suo  cenno, 
là  per  l'erta  nuda  della  montagna,  a  un  sole  splendido,  in 
vista  di  (j^uella  valle  così  pittoresca  e  della  marina  lontana  ; 
codesta  figura,  teatrale  com'era,  invece  di  farci  sorridere  ci 
avrebbe  fatto  pensare,  fantasticare  ;  pili  che  nna  comparsa 
di  qualche  scena  del  Profeta  poteva  sembrare  a  momenti 
l'evocazione  della  stessa  realtà  storica,  sceneggiata  nel  fa- 
moso melodramma  del  ]\Ieyerbeer.  E  quella  processione  e 
quei  canti  e  ([uelle  anime  di  devoti,  credenti  in  un  uomo 
che  si  diceva  Cristo  tornato  al  mondo,  e  se  li  conduceva 
dietro  cieclii  di  fede  forse  incontro  alla  morte,  solo  col  fa- 
scino delle  sue  promesse  e  delle  sue  predizioni,  potevano, 
guardate  a,  mente  fredda,  apparirci  quello  che,  del  resto, 
erano  in  realtà:  cose  e  fatti  d'un  altro  tempo,  d'un  altro 
mondo  intellettuale  diverso  da  (juesto  nostro  e  omini  ])assato 
per  sempre,  fuorché  là  su  (|uella  montagna  solitaria,  dove 
durava  ancora,  lontano  molte  e  molte  miglia  di  storia  da  noi. 


L'aspetto  della  jivocessione  S275 

Scesa  appena  la  costa,  con  cui  Monte  Labbro  si  stacca, 
a  forma  di  cono  tronco,  e  sorge  sulle  colline  leggermente 
ondulate  che  gli  fan  da  base,  la  via  corre  per  campi  di 
grano  e  per  pascoli  sino  a  che  incontra  quella  provinciale, 
che  mena  in  ^laremma.  Il  luogo  si  chiama  il  prato  del 
Marrone.  E  di  là  alle  Alole.  ch'è  il  punto  dove  chi  va  verso 
Arcidosso  deve  voltare  a  sinistra  per  l'altra  via  provinciale 
che  viene  da  Santa  Fiora,  corrono  non  più  di  tre  o  quattro 
miglia.  La  processione  fece  questo  tratto  di  strada  in  meno 
di  quattro  ore,  soffermandosi  di  tanto  in  tanto,  ogni  volta 
che  il  passo  più  lento  di  alcuni  gruppi,  specie  se  erano  di 
bambini  o  di  donne,  li  allontanava  dagli  altri  che  precede- 
vano, lasciando  tra  le  file  dei  lunghi  strappi,  che  a  una  voce 
tonante  di  David  si  richiudcvan  subito.  E  allora  il  soffer- 
marsi dei  primi  gruppi  e  l'accorrer  frettoloso  dei  rimasti 
addietro  imprimeva  alla  processione,  veduta  da  lontano, 
queir  oscillare  ineguale  che  si  osserva  nel  corpo  di  un  cento - 
gambe  strisciante  su  la  ghiaia.  !Ma  le  prime  file  tornavano 
appena  a  moversi,  che  allo  s1)0CC0  di  qualche  sentiero  sperso 
tra  i  campi  o  dalla  porta  di  qualche  casolare  solitario  so- 
pravveniva gente,  e  mescolandosi  ai  pellegrini,  li  faceva 
fermare  da  capo.  Erano  contadini  e  pastori  scamiciati  o  in 
abito  da  festa,  vaccari  con  lunghe  mazzarelle  in  mano,  con 
cosciali  di  pel  di  capra  alle  gambe,  inchiodati  a  cavallo  su 
quelle  loro  selle  alla  maremmana  alte  come  arcioni  di  ca- 
valieri antichi  ;  erano  ragazzi  e  donne,  accorsi  ansanti  da 
Arcidosso  e  dai  paesi  vicini  per  le  scorciatoie  traverso  i 
campi,  a  dire  al  padre,  al  marito,  ai  fratelli,  ai  figli  ch'erano 
nella  processione,  di  uscirne,  per  carità,  a  scongiurarli  colle 
lacrime  agli  occhi  che  non  andassero  innanzi  un   passo  di 


276  TNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

più,  perchè  si  dava  ormai  per  sicuro  che  i  soldati  avreb- 
bero fatto  fronte  a  David  e  ai  suoi.  E  a  ognuno  di  que- 
st'incontri tra  i  sopravvenuti  e  i  pellegrini  cominciavano 
dialoghi  frettolosi  ad  alta  e  a  bassa  voce,  a  bisbigli,  a  cenni, 
interrotti  da  scoppi  improvvisi  di  pianto,  da  urli,  da  pre- 
ghiere supplichevoli,  da  esclamazioni  ;  si  formavano  qua  e 
là  sempre  nuovi  gruppi,  che  erano  come  tanti  nodi  intorno 
a  cui  quella  matassa  vivente  della  processione  incagliava, 
s'arruffava  tutta.  ^la  a  scioglierli  e  a  far  riprendere  a  cia- 
scuno il  suo  posto  bastava  si  fosse  appena  fatta  sentire  da 
lontano  quella  voce  tonante  di  David.  Allora  si  faceva  si- 
lenzio da  ogni  parte  ;  tutto  tornava  come  prima  in  ordine. 
Le  due  fermate  più  lunghe  della  processione  furono  all'in- 
contro delle  due  vie  provinciali.  Là  migliaia  di  persone  si 
unirono  ai  pellegrini.  Tutt'  e  due  le  volte  David  volse  ai 
sopravvenuti  alcune  parole  che  i  suoi  discepoli  ricordano 
ancora  fedelmente.  Domandò  ad  altissima  voce  "se  volevano 
la  repubblica ,,,  e  a  un  "sì,,  fragoroso  che  scoppiò  subito, 
urlato  da  migliaia  di  bocche,  "la  repubblica,,,  rispose  il  pro- 
feta, "  incomincia  da  oggi  in  poi  nel  mondo  ;  ma  non  sarà 
(/nella  del  '4<S  ;  sarà  il  regno  di  Dio,  la  legge  del  Diriffo 
succeduta  a  quella  di  Grazia ,,.  E  qui  nuove  grida  e  nuovi 
applausi,  interrotti  subito  dalle  voci  argentine  delle  fanciulle 
e  delle  donne,  che  riprendevano  a  passo  lento  la  via  e  il 
canto,  composto  da  David  con  queste  strofe  di  chiusa,  dove 
s' invoca  la  Madonna  : 

E  quando  arrivato  Raccogli  quei^t'alma 

Sarò  all'agonia,  Nel  santo  tuo  velo, 

Ti  prego,  o  Maria,  Scortandola  in  cielo 

Soccorrimi  Tu.  Unita  con  Te. 


Le  Figlie  del  Cantici 


217 


Era  un  canto  flebile,  lento,  che  per  la  mestizia  religiosa 
dei  pensieri  eh'  esprimeva,  intonato  in  quel  momento  fra 
l'apprensione  vaga  del  pericolo,  che  alitava,  se  posso  dir 
così,  nell'aria  e  nell'animo  degli  spettatori,  fece  venire  le 
lagrime  a  molti.  Quelle  bionde  bambine,  tenere  come  fiori, 
alcune  delle  quali  avevano  a  pena  sei   anni,    quelle   Figlie 


Luogo  fuori  di  Arcidosso,  dove  fu  ucciso  David  (pag.  27fM. 


del  Cantici,  vestite  di  bianco  come  tante  spose  incamminate 
all'altare,  erano  forse  a  due  passi  dal  rimaner  travolte  dalla 
folla  fuggente  alle  fucilate  dei  carabinieri,  e  colpite  esse 
stesse  sotto  gli  occhi  delle  loro  madri  pazze  di  paura  e  di 
dolore.  E  intanto  le  piìi  grandicelle  tra  le  bambine  ridevano 
tra  loro,  cantando,  come  andassero  a  una  festa;  e  le  più 
piccine,  stancate  dalla  lunga  via  e  dal  caldo,  cominciavano 
già  a  uscir  di  fila  e  a  restare    indietro  ;    e    ce    n'  era  che 


278  UXA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

s'appoggiavano  piagnucolando  al  braccio  delle  sorelline  mag- 
giori. E  le  loro  mamme  si  struggevano  ime  lo  diceva  poi 
piti  d'unaì  di  non  poterle  prendere  in  collo,  piccinine!,  che- 
tarle colle  carezze  e  metterle  a  dormire  in  quell'  ora  così 
affannosa.  Ma  degli  uomini  ch'erano  in  processione  ai  piii 
la  cieca  fede  nel  loro  profeta  infondeva  una  sicurezza  ani- 
mosa di  potere,  al  bisogno,  affrontare  sorridendo  qualunque 
rischio  per  lui,  al  tempo  stesso  che  si  sentivano  certi  in 
cuor  loro  di  non  correre,  finch'  eran  con  lui.  un  rischio  al 
mondo.  Un  di  loro  m'ha  raccontato  che  quando  David,  poco 
dopo  le  Aiole,  gridò,  nel  passargli  vicino,  "  tenete  ripiecjati 
i  vostri  manti  sul  hraccio  sinistro,  in  modo  che  la  placchetta 
rimanga  davanti  e  vi  liberi  dalle  palle ,, ,  egli  allora  non 
pensò  punto  al  pericolo  che  potevano  accennare  tali  pa- 
role ;  e  solo  qualche  mese  dopo,  mentre  era  a  Grosseto  in 
carcere,  gli  ritornarono  in  mente  e  gli  parvero,  diceva,  una 
profezia. 

Dopo  le  Aiole,  a  meno  d'un  mezzo  miglio  da  Arci  dosso, 
la  via  scende  e  serpeggia  rientrando  in  se  stessa,  a  larghe 
curve,  sino  al  ponte  d'un  torrente  che  sbocca  lì  vicino  tra 
due  colline  e  si  perde  lungo  una  gola.  Gli  sta  sopra,  sco- 
sceso in  })iìi  luoghi  quasi  a  picco,  in  altri  tagliato  n  sca- 
glioni, verdeggianti  di  castagni,  uno  dei  fianchi  deirAmiata, 
che  sorge  come  sulle  gradinate  d'una  enorme  base  ciidojìica, 
e  fa  pensare  all'immagine  sul)lime  che  Pindaro  nella  })rinia 
Pizia  ci  da  dell'Etna  nevoso,  là  dove  lo  chiama  C"/on/ia 
del  cielo,  ^la  la  cima  del  monte  non  si  vede  da  codesto 
punto.  Ne  danno  come  un  presentimento  quei  primi  ])ic(hi, 
sparsi  di  faggi  dal  verde  cupo,  che  si  disegnano  nell'aperto 
del  cielo  azzurro   illuminati  dal  sole,  e  a  guardarli  dal  fondo 


Giungono  ad  Arcidosso  279 


angusto  di  quella  g-ohi  tutta  ombre,  fanno  esclamare:  più  in 
alto,  sempre  pili  in  alto  !  —  La  processione  spuntò  a  capo 
(Iella  scesa  in  vista  del  ponte,  e  venne  avanti  lenta,  come 
flutto  di  lava  animato,  cuoprendo  tutta  la  via,  serpeggian- 
dovi variata  dei  mille  colori  della  folla  e  delle  bandiere 
mosse  dal  vento,  e  cominciò  a  risalire  lenta  il  versante 
opposto  verso  Arcidosso.  Erano  circa  le  nove  e  mezzo, 
quando  i  primi  gruppi  che  precedevano  la  massa  della  folla, 
ingrossata  ormai  sino  a  più  migliaia  di  contadini,  e  frotte 
di  ragazzi  e  bambini  schiamazzanti,  spuntarono  dalla  svol- 
tata che  dà  in  faccia  al  paese. 

Là  uno  spettacolo  nuovo,  inatteso  si  presentò  ai  pel- 
legrini. Sapevano  che  il  loro  arrivo  aveva  fatto  correre 
nel  paese  voci  di  saccheggio  e  di  violenze  imminenti,  e 
molti  forse  si  aspettavano  di  trovare  deserte  le  vie,  le  case 
e  le  finestre  asserragliate.  Invece  tutto  Arcidosso  era  ac- 
corso in  una  folla  unica,  immensa  a  vederli  venire.  La 
spianata  che  si  apre  davanti  al  prato  del  Passeggio,  in  vista 
delle  \)vìme  case  e  della  strada  principale  che  taglia  il  paese, 
brulicava  gremita  di  gente.  Ce  n'era  quanta  ce  ne  poteva 
stare  nel  mezzo  della  strada  e  dalle  due  parti.  Ma  la  massa 
più  fitta  si  pigiava  sul  rialto  fatto  dalle  })ietre,  che  ancora 
si  vedono  là  portate  dai  Lazzarettisti  pochi  anni  prima  per 
la  fabbrica  della  chiesa.  Migliaia  e  migliaia  di  teste  on- 
deggiavano, si  sporgevano  impazienti  di  vedere,  e  i  bam- 
bini, levati  in  collo  ai  padri  e  alle  madri,  agitavano  le  pic- 
cole mani  in  segno  di  festa,  accennando  verso  il  punto  a 
cui  eran  fissi  gli  occhi  e  gli  animi  di  tutti  ;  e  da  quelle 
migliaia  di  bocche  usciva  un  mormorio  sordo,  continuato, 
come  brontolare  di  tuono  lontano,    che    cessò    a    un   tratto 


280  UKA    VISITA    ALLA    TOEEE   DI    DAVID    LAZZAEETTI 

appena  dalla  svoltata  della  via  in  faccia  al  paese  si  videro 
spuntare  le  prime  file  della  processione.  Erano  le  bambine, 
le  fanciulle  e  le  donne.  Dietro  veniva  la  musica  che  suonava, 
poi  David  e  l'Imperiuzzi,  seguiti  dai  Princiiyi  e  dagli  Apo- 
stoli e  dagli  altri  vestiti,  poi  la  folla  confusa  dei  fedeli  e 
dei  curiosi. 

Tutta  questa  gente  si  fermò  per  un  atto  istintivo  ap- 
pena apparve  in  vista  al  paese  e  alla  folla  che  aspettava. 
Il  silenzio  degli  spettatori  fece  cessar  subiti  i  i  canti  e  la 
musica  nelle  file  dei  Lazzarettisti.  Corsero  così  alcuni  mi- 
nuti in  cui  le  due  parti  si  guardarono  tra  loro,  come  se 
gli  uni  avessero  voluto  indovinare  i  pensieri  e  i  sentimenti 
degli  altri.  Ma  a  una  voce  di  David  la  processione  tornò 
a  muoversi  e  venne  giìi  lenta  per  la  scesa,  sino  a  che  non 
ebbe  oltrepassato  di  un  buon  tratto  la  prima  punta  della 
folla  ammassata  su  quel  rialto  delle  pietre  ;  poi  si  arrestò 
un'altra  volta.  Tra  le  prime  file  e  la  calca  degli  spettatori 
immobili  correvano  ancora  centinaia  di  braccia  ;  ma  la  via 
era  sbarrata  da  quelli,  e  proprio  in  codesto  momento  un 
sordo  sussurro,  che  percorse  la  folla,  e  l'ondeggiare  e  il  vol- 
tarsi di  migliaia  di  teste  annunziò  qualcosa  di  nuovo.  Il 
delegato  di  pubblica  sicurezza  De  Luca  e  il  sindaco,  seguiti 
da  otto  carabinieri  e  due  guardie  comunali,  venivano  avanti 
in  fretta  a  intimare  a  David  di  retrocedere  e  di  sciogliere 
la  processione.  Il  delegato  portava  a  tracolla  la  fascia  tri- 
colore. I  carabinieri  avevano  le  baionette  in  asta  ai  fucili. 

Allora  si  vide  David  muovere  dal  i)unto  dov'era  tra  le 
file  de"  suoi,  oltrepassare  le  donne  e  i  bambini  e  avviarsi 
verso  il  delegato.  Camminava  con  passo  fermo,  risoluto, 
come  chi  va   non  a  ricevere  ma  a  dare  un   eoiiiando;  sen- 


David  davanli  al  delegato  281 

tiva  sotto  a  quelle  migliaia  di  sg'uardi  fìssi  da  ogni  })arte 
su  di  lui,  fra  un  sordo  sussurro  di  aspettazione  e  di  simpatia, 
divampare  sempre  pili  cupo  l'entusiasmo  che  lo  ardeva  da 
tanti  anni.  Ormai  egli  era  là  a  due  passi  dal  cimento,  clic 
doveva  avverare  o  sperdere  per  sempre  il  sogno  della  sua 
vita,  e  nell'intuito  febbrile  che  i  deliranti  e  i  moribondi 
hanno  non  di  rado  in  (questi  momenti  supremi,  egli  se  la 
vedeva  passare  e  ripassar  tutta  davanti  per  far  capo  a  quel 
punto  solo  ;  meglio  perderla  mille  volte,  diceva  a  se  stesso, 
che  tornare  addietro  un  passo. 

Intanto  il  delegato  e  il  sindaco  gli  s'  erano  avvicinati, 
e  il  primo  gli  aveva  fatto  cenno  di  fermarsi.  Era  un  uomo 
alto  e  complesso,  un  po'  rubicondo  in  viso,  con  un  lungo 
pizzo  brizzolato.  Quando  fu  a  pochi  passi  dal  Lazzaretti, 
si  fermò  anche  lui  in  mezzo  alla  strada,  e  con  voce  alta 
e  chiara,  pronunziò  a  brevi  intervalli,  le  tre  intimazioni 
comandate  dalla  legge.  Alla  terza,  in  mezzo  a  un  silenzio 
profondo,  fu  udito  David  che  rispondeva  :  "  Io  vado  avanti 
in  nome  della  legge  del  Diritto  e  di  Cristo  Giudice,,,  e 
dicendo  così,  accennava  l'immagine  di  Gesù  dipinta  in  una 
bandiera  che  uno  de'  suoi  gli  faceva  sventolare  alta  sul  capo. 
Il  delegato  taceva.  David  proseguì  :  "  Se  volete  la  pace,  vi 
porto  la  pace  ;  se  volete  la  misericordia,  avrete  misericordia  ; 
se  volete  il  sangue,  eccomi,,.  E  apriva  le  braccia.  Un  fre- 
mito corse  per  la  folla.  Il  delegato  gli  si  fece  piìi  vicino, 
dicendogli  alcune  parole  che  non  furono  udite  dai  circostanti. 
David  rispondeva  concitato,  agitando  il  bastone  che  aveva 
in  mano,  mentre  il  De  Luca  brandiva  in  aria  il  fucile. 
Erano  tutt'e  due  isolati  in  mezzo  alla  strada  a  parecchie 
braccia  dalla  folla,   che  rattenuta  dai  carabinieri  guardava 

G.  Barzellotti.  36 


282  UNA    VISITA    ALLA    TOERE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

in  silenzio.  A  nn  tratto  si  vide  il  Lazzaretti  voltarsi,  con 
uno  scatto  violento,  verso  i  suoi,  battersi  una  mano  sul 
petto  e  brandire  il  bastone,  pronunziando  alcune  parole, 
che  un  immenso  grido  di  ''  Viva  la  repahhlica  ! ,,  copri  su- 
bito, scoppiando  da  più  parti,  mentre  una  gragnuola  di 
pietre  pioveva  sul  delegato  e  sui  carabinieri. 

Quasi  al  tempo  stesso  una  voce  maschia,  squillante  tra 
gli  urli  della  moltitudine,  gridò  :  fuoco  ! ,  e  col  baleno  scoppiò 
il  colpo  secco  d' una  fucilata,  dopo  questo  un  altro  e  poi 
un  altro,  poi  una  scarica,  che  avvolse  di  fumo  biancheg- 
giante lo  spazio  ov' erano  David,  il  delegato  e  i  carabinieri. 
La  scena  che  seguì  allora  rinunzio  a  descriverla.  Era  da 
ogni  parte  uno  scompiglio,  un  faggi  fuggi  disperato,  tra  le 
grida  acutissime  delle  donne  e  dei  bambini  atterriti,  travolti, 
come  foglie  dal  vento,  nel  fluttuare  confuso  di  quella  massa 
umana,  che  rovesciandosi  indietro,  subito  rigurgitava,  per- 
chè il  luogo  rendeva  difficile  la  fuga  e  accresceva  il  terrore. 
La  via  verso  il  monte,  chiusa  dalla  processione,  invasa  da 
ondate  di  curiosi  che  accorrevano,  non  aveva  uscita  ;  e  quelle 
pietre  del  piazzale  destinate  alla  fabbrica  della  chiesa  e  su 
cui  era  anche  maggiore  la  calca,  davan  giìi,  cedevano  al 
peso  e  ai  passi  dei  fuggenti,  li  facevano  cadere  a  mucchi 
gli  uni  sugli  altri.  I  due  declivi  laterali  della  collina,  ove 
corre  la  via,  tagliati  quasi  a  picco  verso  la  valle,  non  of- 
frivano scampo  che  ai  piìi  coraggiosi  e  ai  piìi  forti;  e  fuggire 
verso  il  paese  era  pericolo  anche  maggiore  e  piìi  disperato, 
perchè  i  carabinieri  appena  fatta  la  prima  scarica,  s'erano 
voltandosi  spinti  di  corsa,  tutti  serrati  insieme,  in  mezzo 
alla  folla,  e  di  tanto  in  tanto,  ricaricati  i  fucili,  si  rivolgevano 
a  far  fuoco,  poi  riattaccavano  la  corsa.  Il  pericolo  li  aveva 


Fanno  fuoco  sulla  folla  283 


fatti  feroci.  Prendevano  di  mira  ora  la  massa  confusa,  ur- 
lante, inerme,  pazza  dal  terrore,  ora  questo  o  quello  dei 
fug-gitivi  ;  bastava  che  un  atto,  un  grido,  un  nulla  li  avesse 
messi  in  sospetto,  spianavano,  senz'altro,  il  fucile.  L'avvo- 
cato Felice  Becchini,  conosciutissimo  in  Arcidosso  e  d'una 
famiglia  eh' è  tra  le  prime  in  paese,  corse  rischio  di  morte. 
Due  suoi  figliuoli  erano  quella  mattina  usciti  con  altri  ra- 
gazzi incontro  alla  processione.  La  madre,  che  già  tremava 
per  loro,  udite  appena  le  fucilate,  era  caduta  a  terra  senza 
sentimenti,  e  non  s'è  mai  piìi  potuta  riavere  da  quella  scossa. 
Me  lo  raccontava,  piangendo,  cinque  anni  dopo,  il  marito 
suo,  che  fuor  di  se  dall'angoscia,  s'era  messo  a  correre  tra 
la  folla  e  chiamava  a  nome  i  figliuoli  ;  quando  a  un  tratto 
vede,  a  pochi  passi  da  lui,  un  carabiniere  che  l'aveva  già 
preso  di  mira  e  già  stava  per  far  fuoco....,  ma  un  grido 
e  la  voce  ben  nota  gli  fermarono  la  mano.  E  altre  scene 
pietose  0  terribili  alla  pari  di  questa  si  possono  sentir  de- 
scrivere dai  testimoni  del  fatto  :  madri  e  mogli  che  accorse 
al  primo  rumore  in  cerca  dei  loro  cari,  li  videro  travolti, 
sanguinanti  nel  vortice  della  folla  e  vi  si  gettarono  dispe- 
rate a  certa  morte  pur  di  giungere  almeno  a  toccarli,  ad 
aiferrarne  le  vesti  lacere  e  a  morire  con  loro;  altre  che, 
travolte  esse  pure,  s'eran  sentite  palpitare  sotto  ai  piedi  an- 
cora semivive  le  membra  dei  calpestati  e  in  quelli  avevano 
riconosciuto  i  ligli,  i  mariti,  i  vecchi  padri  ;  bambini  e  bam- 
bine sperdute  che  chiamavan  piangendo  le  mamme  e  le  so- 
relle, 0  che  rimaste  sole  a  sedere  su  qualche  rialto  del  suolo 
a  poca  distanza  da  tutto  quello  scompiglio,  ne  godevano 
come  di  una  festa,  battevano  per  la  gioia  le  piccole  mani 
verso  la  massa  confusa  dei  fuggenti,  da  cui  forse,  in  quel 


284  UNA  "\t;sita  alla  toeke  pi  david  lazzaretti 


momento  stesso,  alzava  la  testa  a    g'uardarle    per    V  ultima 
volta  la  madre  loro  moribonda. 

Intanto,  non  appena  dissipato  il  fumo  dei  primi  colpi, 
s'era  visto  David  giacere  per  terra  senza  moto  e,  vicino 
a  lui,  altri,  morti  e  feriti.  Lo  circondavano  tre  o  quattro 
dei  suoi  ;  e  uno  di  loro  s'era  chinato  a  guardarlo  e  a  pal- 
parlo. Grli  altri  seguivano  con  l'occliio  impassibili  la  riti- 
rata dei  carabinieri  e  la  fuga  della  moltitudine  :  ma  tra 
loro  non  si  vedeva  atto  o  segno  di  dolore.  A  nessuno  po- 
teva mai  passare  per  la  mente  che  il  sa /ito  David  fosse 
morto  :  aveva  tutt'  al  piìi  una  scalfittura  alla  fronte,  e  la 
ferita  buttava  sangue  appena  ;  non  c'era,  tutti  credevano 
così,  palla  al  mondo  che  avesse  potuto  ucciderlo.  Ma 
quando  la  moglie  e  i  figli  accorsero,  e  Bianchina  s'ab- 
bandonò piangendo  sul  padre,  il  cui  sangue  gemeva  lento 
a  grosse  goccie  nere  dalla  ferita  e  tingeva  il  velo  candido 
della  bimba,  allora  due  discepoli  sollevarono  pian  piano  da 
terra  il  corpo  che  non  dava  piìi  segno  di  vita,  lo  posero 
su  una  scala  a  pioli  trovata  li  presso,  e  s'avviarono  per  la 
via  provinciale  seguiti  dalla  processione  che  rijirese  il  suo 
canto.  A  trasportare  il  ferito  in  paese  non  potevano  pen- 
sarci. Là  era  corsa,  col  primo  rumore  dello  scontro,  la  voce 
d'un  assalto,  d'un  saccheggio  imminente;  per  le  vie  e  per 
le  case  tutto  era  scompiglio  e  terrore,  accresciuti  dal  giun- 
gere tumultuoso  dei  fuggitivi  insieme  coi  carabinieri,  che 
appena  rientrati  in  quartiere,  ci  s'erano  asserragliati.  In 
molte  parti  del  paese  erano  chiuse  le  botteghe,  sbarrate  le 
porte  delle  case  ;  alle  finestre  semiaperte  si  vedevano  spun- 
tare visi  pieni  di  sospetto  e  bocche  di  fucili  pronte  a  far 
fuoco. 


I  Lazzareltistl  fonìono  in'lietro 


285 


Che  bisog'iio  ci  fosse  di  tali  precauzioni  lo  diceva  ab- 
bastanza l'attitudine  dei  Lazzarettisti.  Se  ne  tornavano  in- 
dietro portando  seco  disteso,  senza  forza,  senza  voce,  l'uomo 
che  pochi  minuti  prima  infondeva  in  tutti  loro  la  vita  po- 


Tre  degli  apostoli  di  David. 


tente  della  sua  parola  e  della  sua  fede,  e  alle  cui  speranze 
e  alle  cui  promesse  pareva  non  dovesse  quasi  bastare  la 
terra;  tornavano  stìniti  da  quattro  giorni  e  da  quattro  notti 
di  digiuno,  di  preghiere  e  di  sacre  visioni,  stìniti,  ma  non 
scoraggiati  e  immobili    nella    loro    fede.   Nessuna  di  quelle 


286  DNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

speranze  e  di  (quelle  promesse  s'era  per  ora  verificata;  ma 
ciò  voleva  dir  soltanto  che  i  tempi  non  erano  maturi:  con- 
veniva aspettare  e  aver  fede  ;  l' aveva  detto  il  Maestro  e 
Dio  parlava  per  bocca  sua  ;  Dio  che  può  far  tutto,  che  anche 
se  David  fosse  morto,  lo  avrebbe  resuscitato  per  aprirgli 
la  via  a  compire  la  sua  missione.  E  si  capisce  come  guar- 
dato alla  luce  d'una  tal  fede,  (juanto  era  accaduto  quel 
giorno,  le  ferite  e  le  morti  dei  loro  compagni,  il  colpo  che 
aveva  stramazzato  David  e  che  ora  poteva  far  temere  per 
la  sua  vita;  che  tutto  ciò,  dicevo,  non  eccitasse  in  quegli 
animi  appassionati  l'ombra  del  rancore,  il  minimo  desiderio 
di  vendetta.  Dio  lo  aveva  permesso  per  provare  la  fede  loro, 
per  cingere  al  nuovo  Messia  l'aureola  della  passione.  E  anzi 
fu  proprio  in  quel  momento  lì  che  a  taluno  dei  piìi  vecchi 
e  dei  pili  autorevoli  tra  i  vestiti  parve  cominciasse  a  ba- 
lenare una  luce  nuova  sul  mistero  ch'era  nella  vita  di  David, 
e  sul  senso,  fino  allora  non  ben  compreso,  di  alcune  sue 
parole.  Egli  aveva  detto  piìi  volte  —  e  chi  era  tra  loro 
che  non  l'avesse  udito?  —  ''che  la  vittima  sarebbe  lui,,.  Il 
miracolo  a  cui  aveva  sempre  accennato,  non  poteva  esser 
che  questo  :  il  fatto  della  sua  morte,  vera  o  momentanea 
che  fosse,  predetta  da  lui  quando  non  v'era  alcuna  ragione 
di  prevederla  ;  l' essere  stato  colpito  egli  solo  dei  vestiti, 
mentre  a  nessuno  di  loro  era  stato  torto  un  capello.  Queste 
cose  le  diceva,  tra  gli  altri,  un  vecchione  alto  e  complesso, 
coi  capelli  l)ianchissimi,  che  gli  scendevan  lunghi  fin  sulle 
S})alle  quadrate  e  con  una  gran  l)arba  non  meno  l)ianca 
che  gli  andava  sino  al  petto.  Vestiva  da  Principe  legionario, 
e  l'alta  e  mascliia  figura  di  lui  spiccava,  alla  gran  luce 
del  sole  d'c^^tate,    fra    quelle  di  molti    dìscepoH  e  apostoli, 


David  sul  suo  letto  di  morte 


che  gli  avevano  fatto  cerchio  intorno,  mentre  la  comitiva, 
scomposte  in  gran  parte  le  file,  risaliva  lenta  il  tratto  di 
strada  che  precede  le  T^agnore.  Dietro  venivano,  salmeg- 
giando, tutte  le  donne,  i  bambini  e  le  bambine  ;  e  in  mezzo 
a  loro  era  portato  il  ferito,  che  non  dava  altro  segno  di 
vita  se  non  di  tanto  in  tanto  qualche  gemito. 

Giunsero  alle  Bagnore  dopo  mezzogiorno.  In  una  casetta 


Casa  delle  Bagnore,  ove  morì  David. 


mezzo  nascosta  tra  i  castagni  presso  la  strada  adagiarono 
su  un  letto  il  moribondo,  e  stavano  in  ginocchio  attorno  a 
lui  aspettando  che  si  riavesse.  Ma  le  tre  palle  di  fucile  che 
lo  avevan  colpito  gli  erano  penetrate  profonde  nel  cervello. 
Egli  aveva  appena  qualche  ora  di  vita.  "  Lo  trovai  „  disse 
uno  dei  testimoni  nel  processo  di  Siena,  l' avvocato  Gra- 
lassi  "  giacente  su  un  letto  ed  erano  inginocchiati  accanto 
a  lui  la  figlia  giovinetta  e  il  figlio  Turpino.  La  figlia  era 


288  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

ancora  vestita  di  lìianco  con  un  lungo  velo  e  una  corona 
di  rose  in  testa.  Anche  Tarpino  era  vestito  dell'  abito  dei 
Lazzarettisti.  Piangevano.  Presso  il  morente  era  il  dottor 
Terni  di  Santa  Fiora,  il  quale  mi  disse  che  David  aveva 
pochi  momenti  di  vita. 

"  Da  un  canto  era  la  moglie  di  David  che  singhiozzava. 
Le  volsi  parole  di  conforto,  ed  essa  piangendo  rispose  : 
^^  Muore  per  la  (jloria  di  Dio,,. 

"  Mi  tolsi  a  codesto  triste  spettacolo,  e  avendo  veduto 
nell'altra  camera  i  fratelli  di  David  ed  altri  colle  vesti  della 
processione,  dissi  loro:  spogliatevi! 

"  Tornai,  e  dovendo  traversare  Arcidosso,  mi  ci  trat- 
tenni un  poco.  La  popolazione  era  addolorata  e  commossa 
della  strage  avvenuta.  E  davvero  quella  repressione  contro 
quella  povera  gente  inerme  era  stata  eccessiva  e  selvaggia. ,, 

Nelle  prime  ore  della  sera  David  spirò  circondato  dai 
suoi,  che  non  credettero  alla  sua  morte,  se  non  quando  se 
ne  furono  accertati  coi  loro  propri  occhi.  E  nh  anche  al- 
lora i  pili  si  lasciarono  vincere  dal  dolore.  Aspettavano, 
pregando  e  salmeggiando,  ch'egli  risuscitasse  il  giorno  dopo, 
e  nessuno  ne  avrebbe  toccato  il  cadavere,  se  non  veniva 
un  ordine  delle  autorità  di  Santa  Fiora  che  lo  fece  sep- 
pellire nel  vicino  camposanto  di  (juel  paese.  Là  egli  riposa 
per  sempre,  e  ne  un  sasso,  ni'  una  parola  pietosa  lo  ram- 
menta a  chi  passa  ;  ma  ogni  anno  a  primavera  l'erba  ver- 
dissima, cresciuta  per  la  prima  volta  dal  cuore  del  profeta 
popolare,  rosseggia  di  bei  ccttpi  di  fiori,  che  paion  sangue 
sparso  di  fresco,  e  i  Lazzarettisti  s'inginocchiano  a  coglierli 
per  farne  dei  ma/zi  e  metterseli  accanto  al  letto  sotto  l' im- 
magine benedetta  della  Madonna. 


Valore  scientifico  del  soggetto  da.   me  trattato 


289 


E  ora  a  quelli  tra  1  miei  lettori  clie  voltandosi  indietro 
a  guardare  la  figura  del  Lazzaretti,  tale  quale  io  mi  provai 
a  diseji'narla  sul  fondo  della  modesta  cronaca  da  cui  vien 
fuori,  mi  domandassero:  ma  valeva  poi  la  pena  di  parlarjieV, 
risponderei:  certo  anche  a  non  vedere  in  David  che  l'uomo, 
il  credente  fanatico,  simile  a  tanti  altri  ebbri  di  Dio,   che 


Il  camposanto  di  Santa  Fiora,  ove  è  sepolto  David. 


s'incontrano  quasi  a  og'ni  passo  nella  storia  di  tutti  i  mo- 
vimenti relig'iosi,  l'interesse  che  si  può  provare,  leggendo 
0  scrivendo  di  lui,  e  che  oggi  la  scienza  giunge  a  destar 
vivo  in  noi  quando  studia  anche  le  aberrazioni  di  questa 
povera  mente  umana,  è  pur  sempre  tale  da  giustificare  la 
ricerca  accurata  dei  fatti  descritti  da  me.  Ed  è  questo  ap- 
punto l'interesse  con  cui  parecchi  alienisfì  notissimi  in  Italia 
e  fuori,  hanno  parlato  a  lungo  del  Lazzaretti  e  descritta  la 

G.  Bakzellotti.  37 


290  rXA    VISITA    -ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

sua  malattia  sacra,  rivendicando  ai  loro  studi  quest'uomo, 
che,  dicevano,  non  avrebbe  dovuto  esser  tradotto  dinanzi  ai 
giudici,  molto  meno  poi  ucciso  come  ribelle,  ma  rinchiuso  in 
un  manicomio.  I  lettori  devono  essersi  accorti  che  quanto  fin 
qui  io  dissi  di  David  non  esclude  ch'egii  fosse  un  anormale^ 
che  gVimpulsi  morbosi,  manifesti  in  lui  sin  dalla  giovinezza, 
siano  poi  stati  tali,  specie  negli  ultimi  anni  della  sua  vita, 
da  dominarne  interamente  l'intelligenza.  E  se  le  pagine  pre- 
cedenti, dove  l'indole  e  le  fantasie  di  quest'uomo  sono  de- 
scritte sulla  testimonianza  fedele  che  ne  fanno  i  suoi  scritti 
e  quanti  lo  conobbero  da  vicino,  varranno,  non  fosse  altro, 
a  offrire  un  materiale  nuovo  di,  fatti  e  di  osservazioni  a 
nuovi  studi  scientifici,  ciò  mi  basterà  per  credere  di  non 
aver  del  tutto  gettato  l'opera  mia. 

Ma  l'intento  che  io  mi  proposi  non  è,  io  già  lo  accen- 
nai, questo  solo.  Mi  si  permetta  di  dire  che  è  stato  o  al- 
meno avrebbe  voluto  essere  assai  più  largo.  I  fatti  d" Arci- 
dosso  e  la  vita  di  David  meritano  l'attenzione  e  lo  studio, 
non  pure  à^W alienista,  ma  anche  del  filosofo  e  del  socio- 
logo. In  quel  confondersi  e  smarrirsi  che  fanno  i  tratti 
veramente  propri  alla  sua  fisonomia  morale  sul  fondo  del 
carattere  popolare  ch'egli  esprime  tutto  in  se,  l'interesse, 
che  a  primo  aspetto  sembrava  doversi  rivolgere  soltanto 
all'uomo,  si  ferma  e  si  concentra  sulla  folla  che  gli  sta 
dietro,  e  ììwW eterno  religioso  dell'anima  umana,  che  con 
tutte  le  sue  possibili  aberrazioni  resta  pur  sempre  nella 
storia  del  mondo  una  delle  cose  che  dan  piìi  materia  a  pen- 
sare. E  allora,  qualunque  possa  essere  la  forma  della  esal- 
tazione morbosa  della  mente  di  David  Lazzaretti,  ciò  che  di 
altamente  umano  contiene  in  se  il  moto  religioso  dei  monta- 


(^hiaJi  sentimenti  proviaìuo  per  David  291 

nari  dell' Amiata  ci  apparisce  pur  sempre  tale  e  tanto  da 
dar  luogo  in  noi  a  un  sentimento  tutt'altro  da  quello  clic 
può  destare,  in  chi  la  guardi  da  se  sola,  la  figura  del  loro 
profeta.  Egli  può  forse  non  ispirarci  neanche  la  simpatia 
che  proviamo  per  le  sante  e  strane  puerilità,  di  cui  formi- 
colano le  leggende  dei  solitari  della  Tebaide  e  la  vita  dei 
compagni  di  Francesco  d'Assisi.  Ciò  che  pili  gli  manca  è 
la  profonda  intimità  religiosa  delle  nature  primitive,  vera- 
mente ingenue,  venute  su  in  un  ambiente  non  tocco  in  nes- 
suna parte  dalla  vita  dei  tempi  nostri.  Quel  misto  d'igno- 
ranza e  di  astuzia,  di  credulità  superstiziosa  e  di  fina  in- 
telligenza della  vita  pratica,  che  in  lui  rammenta  la  natura 
del  campagnolo  toscano,  quell'atteggiarsi  ch'egli  fa  sempre 
innanzi  alla  gente,  il  bisogno  ansioso  del  favore  popolare 
che  toglie  ai  motivi  immediati  dei  suoi  atti  molto  di  quel- 
l'idealità in  cui  l'uomo  scorda  afi'atto  se  stesso,  tutto  ciò 
c'impedisce  di  provar  per  lui,  non  dirò  l'ammirazione,  ma 
la  pietà  afi"ettuosa,  che  pur  sentiamo  per  altri  allucinati  o 
fanatici  che  lo  somigliano.  Il  sentimento  che  egli  risveglia 
in  noi,  e  che  rende  diffìcile  il  parlare  e  lo  scrivere  di  lui, 
sta  tra  quello,  che  ci  fa  scuoter  la  testa  sorridendo  e  mu- 
tar discorso  al  sentirci  raccontare  le  bizzarrie  d'un  fanciullo 
malizioso,  e  l'interesse,  vivo  sì,  ma  pur  misto  a  un  che  di 
non  ben  definito  tra  la  compassione  e  la  repugnanza,  con 
cui  ascoltiamo  le  aberrazioni  d'una  mente  geniale,  non  sana. 
Tutto  ciò  è  verissimo.  Se  non  che  quando  in  David  ci 
viene  innanzi  non  più  l'uomo,  ma  quasi  la  personificazione 
dell'anima  dei  volghi  delle  nostre  campagne,  e  nella  forma 
rozza  dei  motivi  religiosi,  da  cui  egli  è  dominato,  ci  ba- 
lena il  fondo  della  tradizione  popolare  mistica,   continuata. 


292  UNA    VISITA    ALLA    TOERE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

si  può  (lire,  dai  primi  tempi  cristiani  sino  a  noi  ;  quando  le 
migliaia  dì  contadini,  che  vediamo  aifollarglisi  intorno  e  pen- 
dere dalle  sne  labbra,  ci  fanno  pensare  che  molti  altri  moti 
religiosi,  ben  più  grandi  e  fortunati  nella  storia  del  mondo, 
non  ebbero  forse  principi  maggiori  di  questo,  allora  un  in- 
teresse nuovo  ci  trattiene  sulle  labbra  il  sorriso,  e  sentiamo 
quale  alto  significato  psicologico  e  sociale  possono  avere 
per  chi  sappia  leggervelo  dentro  i  sogni  di  codesti  Mille- 
nari sperduti  nel  secolo  decimonono. 

Ogni  religione  è  in  certo  modo  un  organismo  che  ha 
vita  nelle  credenze  e  nelle  idee  da  cui  nacque  e  si  svolse, 
e  che  dura  finché  esse  prendono  vigore  dalla  coscienza  po- 
polare e  dalla  tradizione.  Ciò  è  vero  però  delle  religioni 
che  hanno  una  struttura  dommatica  loro  propria  e  un'orto- 
dossia, pili  che  di  quelle  venute  su  spontanee,  come  il  poli- 
teismo greco,  dal  sentimento  e  dall'  immaginativa  popolare 
senza  mai  comporsi  a  forma  ben  definita  di  sistema.  Nelle 
prime  vive  in  germe,  fino  dalle  origini  in  certe  loro  idee 
madri,  un  tipo  individuale  che  manca  nelle  altre,  e  in  cui 
si  può  dire  sia  già  dato  tutto  lo  svolgimento  organico  che 
esse  avranno  poi  per  secoli  nella  coscienza  e  nella  fede  po- 
polare. La  vita  loro  dipende  per  ciò,  come  quella  d'ogni 
altro  organismo,  dalla  possibilità  del  trasformarsi  in  (jucl 
tipo  senza  però  trascenderlo,  e  dal  durare  che  fjx  in  esso  e 
nella  coscienza  del  popolo  che  lo  creò  o  lo  ricevè  da  altri, 
l'efficacia  primitiva  di  certi  ideali,  di  certi  motivi  religiosi. 
I  quali  possono  o  isterilire,  riducendosi  a  mera  forma,  ve- 
nir meno  a  poco  a  poco  in  quel  lento  fissarsi  della  tradi- 
zione sacerdotale,  clf  è  quasi  un'ossificazione  dell'organismo 
religioso  invecchiante,   oppure    venire    oltrepassati,    trasfor- 


La  vita  delle  religioni 


293 


marsi  da  loro  stessi  sino  a  non  esser  piìi  quei  di  prima. 
Nel  primo  caso  una  religione  muore  sfinita,  nel  secondo  si 
muta  in  un'altra  nata  da  lei. 

In  fondo  ad  ogni  organismo  di  credenze,  viventi  di  vita 


La  madre,  novantenne,  di  David  e  il  fratello  Francesco. 


rigogliosa,  sopra  tutto  se  non  è  troppo  lontano  dalle  origini, 
come  oggi  la  religione  maomettana,  dura  sotto  la  rigida 
forma  del  domma  e  dell'  insegnamento  sacerdotale,  quasi 
fermento  della  materia  primitiva  onde  uscì  il  germe  di  co- 
deste credenze,  un  lievito  di  rinnovazione  che  tende  a  rom- 


294  TNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

pere,  a  dilatare  quella  forma  e  ad  aj^rire  cosi  nuove  vie  al 
sentimento  religioso  del  popolo.  Ecco  perchè  anche  nelle 
religioni  già  pili  che  millenarie  non  è  possibile  che  esso 
riviva,  che  si  inizi  in  qualunque  altro  modo  un'età  di  ri- 
forma, senza  che  il  moto  riformatore  apparisca  al  tempo 
stesso  e  un  ritorno  ai  principi  e  un  progresso,  di  cui  la  co- 
scienza popolare  ha  per  lo  piìi  il  sentimento  vago  sotto 
l'impulso  di  due  bisogni,  vivissimi  in  lei:  quello  di  dar  li- 
bero sfogo  all'ispirazione  individuale  indipendente  dalla  di- 
sciplina e  dalla  tradizione  ecclesiastica  ;  quello  di  svolgere 
nel  contenuto  stesso  del  domma  e  delle  sue  idee  madri 
quanto  ancora  vi  rimane  a  compiere,  per  dir  così,  l'espan- 
sione intera  del  germe  religioso  da  cui  venner  fuori. 

Tutta  la  storia  d'Israele  è  là  nel  suo  corso  piìi  che 
millenario  a  mostrarci,  l'uno  accanto  all'altro,  e  tutt'e  due 
di  contro  al  rigore  della  tradizione  sacerdotale,  codesti  due 
elementi  di  riforma  religiosa:  il  profetismo  e  le  moditìca- 
zioni  e  lo  svolgimento  intimo  della  Thorcij  l'interpretazione 
progressiva  della  J'^egge,  che  procede  poi  tant' oltre  da  uscir 
fuori  dal  tipo  del  rigido  monoteismo  ebraico  producendo  la 
religione  di  Cristo,  del  figlio  di  Dio.  E  il  Cristianesimo, 
sorto  dall'iniziativa  morale  profetica  di  Gesìi,  dalle  sue  dot- 
trine messianiche  e  dall'eco  sempre  piìi  larga  ch'esse  eb- 
bero nella  coscienza  del  genere  umano,  è  tutto  in  origine, 
fra  le  prime  generazioni  dei  fedeli,  il  prodotto  dell'  ispira- 
zione individuale  accordata  col  consenso  della  Chiesa  e  col- 
l'intimo  svolgimento  del  domma,  che  si  compie  piìi  tardi 
nella  riflessione  speculativa  dei  suoi  teologi.  Gli  Apostoli 
partecipano  all'ispirazione  del  f(uidatore  della  fede,  ai  doni 
dello  f^pirito  tSanto,  ch'egli  fa  scendere  su    di   loro.    Nelle 


L'ispirazione  iìvlividnale  e  il  domina  295 

riunioni  delle  prime  società  cristiane,  quando  ancora  la  di- 
sciplina e  la  gerarchia  non  sono  nate,  l'anima  che  informa 
il  corpo  nascente  della  chiesa  e  l'intima  fede  di  tutti  nella 
vita,  che  ciascnno  sente  di  aver  comnne  in  ispirito  con 
Gresil  Cristo.  La  materia  prima  del  domma,  ch'è  già  tutto 
in  germe  nella  credenza  ai  fatti  divini  apparsi  in  lui  e  vi- 
cini a  compiersi  goW avveìilmento  del  suo  regno,  si  feconda 
allora  al  calore  di  questa  vita  d'ispirazioni  e  di  sacre  estasi, 
per  poi  organarsi  e  fissarsi  a  poco  a  poco  in  nn  sistema 
di  dottrine,  al  cui  lavoro  di  formazione  concorre,  prima  e 
pili,  dice  il  Renan,  dei  grandi  teologi  del  terzo,  del  quarto 
del  quinto  secolo,  una  folla  di  grandi  anonimi,  che  è  in 
fondo  l'anima,  la  coscienza  stessa  dei  primi  volghi  cristiani. 
Ben  presto,  è  vero,  a  questa  prima  opera  di  generazione 
spontanea  sottentra  sempre  piìi  anche  avanti  i  Concili  quella 
ritlessa  del  pensiero  speculativo,  dell'ortodossia,  che  ordina 
e  va  man  mano  rafforzando  nell'organismo  ideale  del  credo 
cristiano  le  parti,  per  dir  così,  più  vitali  e  che  van  meglio 
d'accordo  coll'unità  del  tipo  da  cui  esso  è  uscito.  Il  buon 
senso  illuminato  della  grande  tradizione  ecclesiastica,  già 
nascente,  si  contrappone  d'ora  in  poi  sempre  più  al  misti- 
cismo della  Gnosi  e  delle  eresie  :  immensa  officina  d' idee 
geniali,  audaci  e  di  torbidi  sogni,  ove  in  tutta  l'età  di 
mezzo  si  agita  all'ombra  dei  chiostri  e  nella  fervida  fan- 
tasia popolare  un  lavorio  di  rifacimento  del  domma  cristiano, 
che  la  Chiesa  respinge  da  se  e  scerne  dalla  parte  ormai 
costante  e  sempre  piìi  consentita  delle  sue  dottrine. 

Un  esempio  di  ciò  che  il  Cristianesimo  sarebbe  divenuto, 
se  codesto  continuo  impulso  trasformatore  vi  avesse  pre- 
valso, lo  abbiamo  nel  Maomettanismo  e  nelle  sue  sètte.  La 


296  UNA    VISITA    ALLA    TORRE   DI    DAVID    LAZZARETTI 

materia  del  sistema  religioso,  fissata  appena  in  un  primo 
nucleo,  f[ui  è  rimasta  per  secoli  e  rimane  in  continuo  moto 
di  formazione,  e  non  si  può  dire  ne  anche  oggi  uscita  del 
tutto  dallo  stato  di  nebulosa.  Fra  una  gente,  com'è  quella, 
in  cui  r  istinto  creatore  delle  religioni  ha  perduto  poco  o 
punto  della  vigoria  propria  alle  età  primitive,  l'interpetra- 
zione  e  lo  svolgimento  del  domma  e  delle  credenze  nazio- 
nali è  lasciato  in  grandissima  parte  all'  ispirazione  indivi- 
duale dei  profeti,  degli  uomini  di  Dio,  che  pullulano  di 
continuo  nel  volgo.  Il  conte  Antonellì,  F  ardito  esploratore 
della  via  tra  Assab  e  lo  Scioa,  mi  diceva  che  tra  quelle 
triljù  se  ne  incontrano  a  ogni  poco.  Si  chiamano  Mamin, 
e,  come  dice  il  loro  nome,  sono  tenuti  da  tutti  in  concetto 
d' ispirati  e  di  santi.  Vanno  da  tribìi  a  tribù,  di  tenda  in 
tenda,  ospitati  e  nutriti  dai  fedeli,  portando  la  parola  di 
Dio,  che  non  di  rado  serve  per  opera  loro  a  fini  politici. 
Ahmed-Mohamed,  il  Madhi  di  Dongola,  che  ora,  padrone 
di  quasi  tutto  il  Sudan  e  vincitore  di  tre  eserciti  inviati 
ad  arrestarlo,  minaccia  Y  Egitto,  è  anche  lui  un  loomo  di 
Dio,  e,  a  quel  che  dicono  i  suoi,  un  precursore  della  se- 
conda venuta  di  Maometto,  una  specie  di  Lazzaretti  egi- 
ziano, ma  per  di  più  armato  e  capo  di  scliierc  numerose 
e  agguerrite. 

L'unità  e  la  costanza  delle  credenze  vogliono  una  su- 
periorità di  razza,  un  certo  grado  di  cultura.  E  via  via 
che  la  razza  e  la  civiltà  scendono,  le  forme  embrionali, 
rozze,  incerte,  continuamente  mutabili  della  coscienza  reli- 
giosa, si  vedono  farsi  sempre  piìi  numi'rose  sino  a  divenire 
in  qualche  popolo  tante,  quasi,  quanti  sono  gl'individui,  come 
accade  di  quelle  dello  spiritismo  e  del  feticismo  delle  infime 


Le  infime  forme  della  coscienza  religiosa 


291 


razze  affricane.  E  anche  nel  Cristianesimo  chi  guardi  oltre 
la  prima  superficie  dei  fatti,  vedrà  accadere  qualcosa  di 
simile  in  mezzo  ai  volghi  delle  campagne.  In  molte  parti 
d'Italia,  in  Francia,  in  Ispagna  vi  sono  borgate,  sparse 
tra  i  monti  e  lontane  dalle  città,  dove  la  leggenda  del  santo 
che  vi  si  venera,  mista  spesso  a  tradizioni  pagane,  si  so- 
prappone nella  fantasia  popolare  al  fondo  del  domma   cri- 


:gft^.,^***- 


Arcidosso,  veduta  da  levante  (pag.  145). 


stiano,  e  ne  cangia  a  tal  segno  lo  spirito  e  il  valore,  da 
riuscire  sotto  ogni  aspetto  una  religione  nuova,  tutt'  altra 
forse  da  quella  di  altre  borgate  poco  lontane. 

Un  fatto  che  ha  qualche  riscontro  con  questo  si  nota, 
è  vero,  anche  nelle  pili  alte  forme  della  speculazione  reli- 
giosa e  mistica  durante  tutto  il  medio  evo.  Sotto  la  rigida 
unità  della  tradizione,  vigilata  dalla  Scolastica,  anzi  nel  seno 
•dì  questa,  si  disegnano,  già  qualche  secolo  prima  della  Ri- 

G.  Barzellotti.  38 


29S  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

forma,  quasi  altrettante  correnti  diverse  di  libero  esame  nella 
Teologia  e  nella  Filosofia  cristiana  quante  ne  ha  poi  l'età 
moderna  e  il  nostro  tempo.  Roma  avrebbe  dovuto  a  rigore 
scomunicare  tutti  i  mistici  tedeschi  dell'ordine  dei  Predi- 
catori, cominciando  dall'Eckhart,  in  cui  si  presente  già  lo 
Schelling.  Sebbene  docili  all'autorità,  questi  uomini  e  quanti 
in  altre  parti  d'Europa  e  anche  in  Italia  li  precederono  e 
li  seguirono  nella  libertà  della  speculazione  teologica,  vi 
recavano  troppo  vivo  ardore  di  fede  e  d'iniziativa,  perchè 
nelle  loro  mani  la  materia  delle  verità  religiose  non  ve- 
nisse, per  dir  così,  a  plasmarsi  da  se  in  forme  nuove.  La 
storia  della  Chiesa  ci  mostra  con  che  sicuro  istinto  di  con- 
servazione e  con  che  fino  tatto  pratico  Roma  seppe  nelle 
novità,  che,  da  un  lato,  accennavano  alle  dottrine,  dall'al- 
tro, alla  vita  religiosa,  distinguere  sempre  quelle  che  essa 
poteva  accettare  dalle  altre  che  sarebbero  state  per  lei  un 
rìschio,  una  debolezza  o  un  impedimento. 

E  si  capisce  perchè.  Nel  corpo  del  Cristianesimo,  quale 
era  uscito  dal  fecondo  lavoro  e  dalle  lotte  dei  primi  secoli, 
s'erano  svolte  quelle  parti  e  formati  quegli  organi  che  })iìi 
tendevano  a  farlo  durare  nell'unità  originale  del  suo  tipo. 
]Ma  in  fondo  alle  idee  madri  del  domma  e  nelle  forme,  a 
cui  il  loro  intimo  moto  di  evoluzione  accennava  fin  da  prin- 
cipio, v'erano  germi  e  quasi  rudimenti  di  nuovi  organi,  che 
avrebbero  potuto,  in  altre  condizioni  e  in  un  ambiente  di- 
verso, prevalere  sugli  altri  e  cangiare  tutta  quanta  la  vita 
e  i  destini  della  nuova  religione.  Basta  pensare  a  quello 
ch'essa  sarebbe  divenuta  se  vi  fosse  stata  accettata  univer- 
salmente una  delle  varie  interpetrazioni  opposte,  a  cui  si 
prestavano  i  donimi  della  Trinità  e    dell'Incarnazione.    La 


11  verino  dello  Spirito  Santo  299 

Chiesa  riuscì  sempre  a  frenare  e  a  comporre  tra  loro  in  equi- 
librio le  forze  vive,  che,  trasformandola,  tendevano  a  por- 
tarla, dirò  così,  al  di  là  di  se  stessa.  Ecco  perchè  essa  non  ha 
mai  veduto  troppo  di  buon  occhio  i  credenti  nell'ispirazione 
individuale,  i  veg-genti,  i  profeti  popolari,  le  anime  inge- 
nuamente mistiche,  a  cui  Dio  parla  dall'intimo  del  cuore  e 
senza  l'intermezzo  del  ministero  sacerdotale.  E  a  ragione, 
insieme  con  le  novità,  che  l'avrebbero  portata  tropp' oltre 
e  fuori  della  sua  via,  Roma  ha  pur  respinto  da  se  quelle 
che  sarebbero  state  in  lei  un  ritorno  tardivo  alle  origini, 
per  esempio,  il  Millenarismo.  Tanto  piti  che  ai  motivi,  coi 
quali  esso  ha  operato  in  ogni  tempo  sull'animo  dei  volghi, 
eà  erano  gli  stessi  del  Cristianesimo  primitivo,  andavano 
per  lo  più  congiunte  pericolose  innovazioni  nel  domma  e 
nella  disciplina. 

Se  ne  ha  un  esempio  anche  nel  piccolo  e  informe  mo- 
vimento religioso  da  me  descritto. 

Tra  le  idee,  che  erano  in  germe  nelle  parti  del  domma 
cristiano  più  aperte  a  svolgimenti  ulteriori,  e  ne  pulhilarono 
fuori  sotto  il  fermento  della  fantasia  mistica  medievale,  una 
delle  più  notevoli  è  quella  dell'  avvenimento  di  un  regno 
dello  Spirito  Santo,  destinato  a  seguire  i  regni  del  Padre 
e  del  Figlio  e  a  mutar  la  faccia  del  mondo.  Forse  le  prime 
traccie  se  ne  posson  trovare  nella  credenza  di  alcuni  tra  i 
discepoli  di  Gesù  che  la  venuta  dello  Spirito,  promessa  più 
volte  dal  loro  divino  Maestro,  avesse  dovuto  portar  seco  la 
restaurazione  del  regno  d'Israele.  E  nel  suo  motivo  apoca- 
littico e  nell'ultimo  sfondo,  che  essa  ci  apre  in  una  primi- 
tiva e  rozza  filosofia  della  storia,  concepita  come  serie  con- 
tinua di  fatti  divini  millenari,  forse  codesta  idea  non  è  senza 


300  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

qualche  punto  di  contatto  colla  dottrina  persiana  degli  hazar 
0  regni  di  mille  anni  (cliiliasmi),  presieduti  ciascuno  dal 
suo  profeta,  che  dovevano  preparare  il  regno  d'Ormuzd. 
Essa  aveva  però  il  suo  naturale  addentellato  logico  nel  le- 
game, che  dovè  stabilirsi  tra  l'esplicazione  spontanea  della 
dottrina  della  Trinità,  e  il  concetto  di  un  avvenimento  del 
regno  di  Dio.  L' idea  madre  del  Cristianesimo  era  quella 
àtiV  Incarnazione,  intesa  come  un  fatto  divino  avvenuto  nel 
mondo,  il  quale  succedendo  e  facendo  riscontro  agli  altri 
del  Vecchio  Testamento,  al  tempo  stesso  anche  li  compiva, 
era  rispetto  ad  essi  un  progresso  nell'intimità  di  quell'unione 
tra  Dio  e  l'anima  umana,  ch'è  il  motivo  creatore  e  l'ideale 
della  coscienza  religiosa.  Nulla  di  piìi  naturale  che  codesta 
intima  unione  potesse  apparire  suscettibile  d' essere,  mi  si 
lasci  dir  così,  integrata  da  un  ultimo  fatto  divino,  che  rias- 
sumesse in  sé  il  valore  e  il  significato  trascendente  di  tutti 
gli  altri  ;  e  che  a  suggerirne  il  concetto  si  prestasse  quello 
dello  Spirito  Santo,  dello  Spirito  di  Dio,  presente  nella  sua 
Chiesa,  e  l'altro  di  una  sua  prossima  azione  nel  mondo; 
concetti  che  avevano  in  se  una  forma  e  un  contenuto  di 
idealità,  tali  da  tentare  le  menti  al  tempo  stesso  e  gli  animi. 
E  oltre  a  ciò,  la  credenza  in  un  progresso,  possibile  nella 
Chiesa  sotto  l'ethcacia  continua  dell'opera  di  Dio,  sempre 
pili  manifesta  in  lei  per  mezzo  dell'ispirazione  individuale, 
era  di  quelle  troppo  conformi  allo  spirito  primitivo  del  Cri- 
stianesimo, perchè  non  vi  si  dovesse  disegnare  cliiara  o 
prima  o  poi.  E  vi  apparve  e  vi  destò  un  vivo  fermento  di 
misticismo  e  un  contagio  di  sacra  follia  nella  Frigia  ai 
tempi  di  Marco  Aurelio. 

Fu  il  moto  dei  Montanisti;  "qualcosa  di  simile,,   dice 


I  MontanisH  3oT 


Ernesto  Kenan  ''  a  quello  che  vediamo  accadere  oggi 
in  Inghilterra  e  in  America  tra  gli  Irvingtanì  e  i  Santi 
degli  ultimi  giorni.  Alcuni  spiriti  semplici  ed  esaltati  si 
credettero  chiamati  a  rinnovare  i  prodigi  dell'ispirazione  in- 
dividuale fuori  delle  catene,  già  fatte  pesanti  ormai,  della 
Chiesa  e  dell'episcopato.  Una  dottrina  già  da  lungo  tempo 
sparsa  nell'Asia  ^Minore,  secondo  la  quale  un  Paracleto  do- 
veva venire  a  compiere  l'opera  di  Clesìi,  o,  per  meglio  dire, 
a  riprenderne  l' insegnamento,  ristabilirlo  nella  verità  sua, 
purgandolo  dalle  alterazioni  che  gli  apostoli  e  i  vescovi  vi 
avevano  introdotto,  una  tale  dottrina  apriva  la  porta  a  ogni 
specie  d'innovazioni.  La  chiesa  dei  santi  era  concepita  come 
in  continuo  progresso,  come  destinata  a  passare  per  diversi 
gradi  di  perfezione.  Il  profetismo  era  considerato  come  la 
cosa  più  naturale  del  mondo.  I  sibillisti,  i  profeti  d' ogni 
risma  correvano  le  vie,  e,  nonostante  le  loro  arti  grosso- 
lane, trovavan  fede  o  favore  tra  le  genti,,.  "In  Frigia  il 
Cristianesimo  fu  sempre  una  religione  di  borgate  e  di  cam- 
pagnoli. Un  certo  Montano,  del  villaggio  d'Ardabav  nella 
Misia,  sui  confini  della  Frigia,  seppe  dare  a  queste  pie 
follie  un  carattere  contagioso  eh'  esse  non  avevano  avuto 
tino  allora,,.  I  suoi  dicevano  "il  Paracleto  aver  rivelato  per 
bocca  di  lui  cose  più  grandi  che  non  avesse  fatto  Cristo 
per  mezzo  dell'Evangelo.  La  Legge  e  i  profeti  eran  tenuti 
da  loro  come  l'infanzia  delle  religioni;  l'Evangelo  ne  era 
la  giovinezza  ;  la  venuta  del  Paracleto  sarebbe  stato  il  segno 
della  sua  maturità,,.  E  lo  sentivano  già  in  se.  "Quello,, 
seguita  il  Renan  "  che  v'era  di  piìi  strano  nel  culto  di 
questa  sètta  era  la  cerimonia  delle  piangenti  o  vergini 
lampadofore,  che  per  più  rispetti  rammenta  i  risvegli  prò- 


302  rXA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

testanti  d'America.  Sette  vergini  con  fiaccole  in  mano  e 
vestite  di  bianco  entravano  in  chiesa,  mandando  gemiti  di 
compnnzione,  e  fra  pianti  dirotti  accompagnati  da  gesti 
espressivi,  deploravano  la  miseria  della  vita  umana.  Poi 
venivano  scene  d' illuminismo.  Là,  in  presenza  di  tutti,  le 
vergini  erano  a  un  tratto  come  colpite  da  un'  esaltazione 
strana,  si  mettevano  a  predicare,  uscivano  in  profezie,  ca- 
devano in  estasi.  E  l'uditorio  singhiozzava  e  usciva  di  chiesa 
tutto  compunto  „  (Renan,  Marc-Aurèle,  Paris,  1882,  Calmann  Levy; 
pag.  210,  214,  217).  Sono  scene  che  fanno  pensare  anche  a 
quelle,  non  meno  strane,  e  per  di  piìi  spesso  un  po'  grot- 
tesche, dQÌVarmata  della  ^"^alute,  oggi  piìi  numerosa  di  quel 
che  da  molti  si  creda,  in  Inghilterra  e  in  altre  parti  d'Eu- 
ropa e  sjìecialmente  in  America,  a  petto  alle  quali  la  di- 
scesa da  Monte  Labbro  potrebbe  parere  la  più  seria  e 
savia  cosa  di  questo  mondo. 

Tra  i  mistici  del  medio  evo  fu  l'abate  calabrese  Gioac- 
chino di  Fiore, 

di  spirito  profetico  dotato, 

che  nella  seconda  metà  del  secolo  XII  diede  al  concetto 
apocalittico  di  un  regno  dello  Spirito  Santo  forma  di  vera  e 
propria  dottrina.  A  me  non  sta  qui  il  parlar  di  quest'uomo 
singolare,  che  peregrinò  in  Terra  Santa,  tornato  in  patria 
fu  predicatore  infaticabile,  poi  visse  solitario  per  qualche 
tempo  commentando  le  Scritture,  e  mise  in  atto  parte  delle 
sue  idee  di  riforma  religiosa  fondando  un  ordine  monastico. 
Nelle  sue  opere  (Concordia  dell'antico  e  nuovo  T'estamento, 
Commento  cdV Ai:)ocalisse,  Salterio  delle  dieci  corde)  si  di- 
segna fra  le  penombre  dell'immaginazione    speculativa    del 


Il  calabrese  abate  Gioacchino  SO'-i 

mistico  tutta  una  filosofìa  della  storia,  che  unita  a  quella 
della  Chiesa  gira  intorno  al  concetto  di  tre  periodi  o  stati 
successivi  della  società  umana,  due  dei  quali  sono  già  tras- 
corsi e  il  terzo  deve  venire  tra  poco.  Essi,  pensava  l'abate 
Gioacchino,  rispondono  all'  influsso  diverso,  che  ciascuna 
delle  persone  della  Trinità  ha  esercitato  e  deve  esercitare 
nella  storia  del  mondo.  "  Fu  un  tempo  in  cui  gli  uomini 
non  conobbero  se  non  il  rigor  della  legge,  e  dominava  in- 
contrastato il  Padre.  A  questo  lungo  periodo  successe  l'altro 
in  cui  fu  scoperta  la  verità,  sulla  quale  era  da  secoli  tirato 
un  fitto  velo  ;  fu  il  regno  del  Figlio  o  dell'eterna  sapienza. 
Ma  con  questo  secondo  periodo  non  si  chiude  il  corso  della 
storia.  L'uomo  temeva,  ma  non  ancora  ama  quanto  dovrebbe, 
e  la  fiamma  del  Santo  Spirito  non  ancora  scalda  il  suo 
cuore,  ond'  è  necessario  che  al  regno  del  Figlio  sottentri 
quello  dello  Spirito,,.  Così  riassume  l'amico  mio  Felice 
Tocco,  che  nel  suo  bel  libro  V Eresia  nel  Medio  Evo  discorre 
a  lungo  di  Gioacchino  di  Fiore  e  dell' efficacia  potente,  che 
le  sue  dottrine,  condannate  però  in  parte  dalla  Chiesa  nel 
secolo  XIII,  ebbero  sui  frati  minori.  Tra  questi  fecero 
scuola  anche  nel  secolo  successivo,  in  mezzo  alle  lunghe 
lotte  che  accompagnarono  il  moto  religioso  del  sodalizio 
francescano,  e  alle  aberrazioni  ascetiche  àQÌ  flagellanti,  degli 
apostolici,  dei  beghini  provocate  da  esso.  E  noto  che  le 
opere  dell'abate  calabrese  riapparvero  nel  secolo  XIII  sotto 
il  nome  di  Evangelo  eterno  per  opera  di  Giovanni  da  Parma, 
e  forse  di  altri  frati  appartenenti  al  partito  gioachimita,  e 
qual'eco  abbiano  avuto  le  previsioni  e  i  terrori  apocalittici, 
a  cui  codesto  Evangelo  eterno  poneva  come  termine  fisso  il 
fatale  anno  1200.  Non  minore  efficacia  esercitarono  le  dot- 


304  rXA    VISITA    ALLA    TOKRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

trine  gioacliimite  sul  razionalismo  filosofico  degli  Alma- 
riciani,  e  l'Iundt  nella  sua  Histoire  dio  Pantheisme  popu- 
laire  cut  moyen  àge  et  au  selzième  siede  nota  con  ragione 
'•  com'esse  vadano  unite  intimamente  a  tutto  il  corso  della 
tradizione  panteistica  che  le  sètte  popolari  si  trasmettono 
lungo  l'età  di  mezzo,,. 

Bisognerebbe  poter  fare  degl'ideali  e  dei  motivi  religiosi 
della  coscienza  cristiana  quella  stessa  critica,  che  il  moderno 
metodo  comparativo  ha  fatto    delle  mitologie  e  delle  lette- 
rature. Bisognerebbe  poterli  seguire    passo   passo  non  solo 
nel  loro  corso  principale  lungo  tutta  la    grande    tradizione 
della    Chiesa  e  nelle  sue  lotte,    ma    anche    rintracciarne    a 
una  a  una  le  derivazioni    segrete,    le   infiltrazioni    dai    i)iìi 
alti  agi'  infimi  strati  del  pensiero  e  del  sentimento  nella  ri- 
flessione speculativa  e  nell'intuito  mistico,  nei  libri  dei  teo- 
logi e  dei  filosofi,  nelle  leggende  e  nell'arte  popolare  ingenua 
sino  ai  racconti  e  alle  novelline  domestiche.  Sarebbe  un'in- 
dagine da  sfidare  qualunque  piìi  acuto  ingegno,  qualun(|ue 
sforzo  collettivo  di  critica,  e  che  riassumerebbe  in  se  sotto 
una  forma  piìi  alta  e  pili  complessa  tutte,  a  un  tempo,  le 
difficoltà  dello  studio  comparativo  delle  mitologie  e  delle  let- 
terature. A  convincersene  basta  pensare  come,  con  l'enorme 
espansione  che  gl'ideali  del  Cristianesimo  hanno  avuto  tra 
popoli  così   diversi,    1"  intimità   psicologica    della    coscienza 
moderna,  tanto  più  ricca  e  più  fina  di  quell'  antica,    abbia 
dovuto  penetrarli  di  se  in  modo  da  accrescerne  infinitamente 
il  valore  e  il  contenuto  umano,  e  così  farli  i)assare  per  tutte 
le  forme  dei  pensiero,    della  vita  sociale    e    dell'  arte.  Solo 
quando  una    tal    critica   fosse    possibile,  allora  si  vedrebbe 
quale  intimo  legame  vi  sia  spesso  tra  le  manifestazioni  su- 


L'aspetfaiira  del  regno  di  Dio 


305 


periori  della  coscienza  umana  in  un  dato  tempo  e  certi  fatti 
religiosi,  in  cui  i  suoi  ideali  più  alti  e  piìi  puri  balenano 
appena  in  germe  o  nelle  forme  d'un  embrione  rozzo  e  quasi 
mostruoso.  ^' 

Uno  di  questi  fatti  è  certo  il  moto  religioso  dei  Lazza- 
rettisti.  In  esso  si  cercherebbe  invano  un  disegno  di  riforma, 
veramente  nuovo  e  ben  definito,  che  si  riveli   tra   i   sogni 


Santa  Fiora.  —  L'antica  torre  e  parte  del  palazzo  dei  Conti  (pag.  151). 

del  profeta  d'Arcidosso  e  che  gli  sia  proprio.  Egli  è  go- 
vernato da  impulsi  fantastici,  che  lo  avvolgono  sempre  più 
nelle  spire  di  due  o  tre  idee  dominanti,  e  finiscono  col 
fissarlo  in  una  sola,  suggeritagli  dal  fanatismo  religioso  e 
dalla  smania  di  popolarità.  Eppure,  in  mezzo  a  codesti  im- 


^)  Vedi  il  mio  libro  Dal  Rinascimento   al  Risorgiinenio.   R.  Sandron,   Pa- 
lermo; seconda  edizione;  1909. 


G.  Baezellottii 


39 


306  UNA    VISITA    .'LLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

pulsi  ciechi,  a  codeste  strane  immagini,  fra  le  aberrazioni 
d'una  mente  esaltata,  opera  in  lui  e  in  quanti  gii  stanno  vi- 
cino, colpiti  sempre  piìi  dal  contagio  della  sua  strana  dot- 
trina, il  motivo  del  Cristianesimo  nascente,  ({nello  stesso,  che 
s'è  rifatto  vivo  in  tutti,  si  può  dire,  i  moti  religiosi  popolari 
da  Gesìi  fino  a  noi  :  l'aspettativa  millenaria  del  regno  di  D'io, 
concepito  anche  questa  volta  come  il  regno  dei  poveri,  e 
per  di  pili  come  ({iieìV avvenimento  dello  Spirito  Santo,  che 
dai  ]\rontanisti  a  Gioacchino  di  Fiore  e  dopo  di  lui  lungo 
tutta  la  via  corsa  dal  misticismo  medievale  nelle  fantasie 
dei  solitari  e  dei  volghi,  è  sempre  apparso  l'ultimo  progresso, 
riserbato  alla  Chiesa  cristiana,  il  compimento  dei  fatti  divini 
del  Vecchio  Testamento  e  del  Nuovo.  Che  quest'idea  o  me- 
glio quest'ideale,  espresso  da  David  nelle  Lettere  e  piìi  chia- 
ramente nel  Manifesto  e  pili  a  lungo  nel  TAhro  dei  Celesti 
Fiori  e  nella  Lotta  con  Dio,  gli  venisse  diritto  dal  mistici- 
smo teologico  medievale,  forse  tuttora  vivo  nei  Francescani, 
me  lo  fa  credere  l'avere  egli  praticato  a  lungo  con  parecclii 
frati  di  codesto  ordine.  Forse  ne  faceva  parte  quel  Micus 
eremita,  prussiano,  a  cui  David  deve,  io  credo,  in  parte  i 
primi  semi  delle  pie  allucinazioni  che  la  sua  mente,  nata  a 
riceverle  e  ad  alimentarle,  svolse  poi  in  se  stessa  con  tanta 
forza.  Ed  e  probabile  die  il  concetto  di  un  regno  dello 
Spirito  Santo,  non  ancora  interamente  svolto  negli  scritti 
anteriori  al  primo  viaggio  in  Francia,  gii  fosse  ril)adito  in 
mente  dal  Padre  Priore  della  Certosa  di  Grenoble,  che  cor- 
resse di  sua  inailo  (sono  jìarole  di  David)  e  forse  is})irò  e 
compose  egli  stesso  in  i)arte  il  Tjit)ro  dei  Celesti  Fiori.  Ma 
si  pensi  di  ciò  ([uello  che  si  vuole:  non  deve  certo  passare 
inosservato  a  chi  raccolga  da  ogui  parte  intorno  a  se  i  se- 


J'ìia  rclìqione  delVarvenire  307 

gni  dei  tempi,  (questo  riapparire  che  ha  fatto  la  dottrina 
mistica  dell'abate  Gioacchino  oggi  in  pieno  secolo  decimo- 
nono in  mezzo  a  poche  migliaia  di  montanari  toscani. 

Ma  è  anche  più  notevole  che  questa  stessa  idea  di  una 
riforma  del  Cristianesimo,    concepito    come    religione    dello 
Spirito  di  Dio,  si  vegga  oggi  apparire,  benché  trasfigurata, 
anche  in  tutt'altro  aml>iente  intellettuale    da    quello  che  la 
suggeriva  alla  fantasia  del  Lazzaretti.  E  cosa  che  fa  pen- 
sare, perchè  ci  mostra  come    ciò    che,    per    dir    così,    alita 
nell'atmosfera  morale  di  una  società  intera,  e  vi  si  fa  sen- 
tire con  un  bisogno  intenso,  profondo    che    l' agita   dentro, 
senza  ch'essa  stessa  sappia  rendersene  conto,  trovi  o  prima 
0  poi  altrettante  vie  d'esprimersi,  quante  sono  le  forme  pili 
0  meno  alte  del  pensiero  e  del  sentimento,    del   raziocinio 
e  della  fede  delle  quali  codesta  società  è  capace.  Certo  tra 
la  mente  del  Lazzaretti   o    di   uno    dei    suoi    seguaci,    che 
crede  oggi  come  poteva  credere  un  popolano  di  Yittemberga 
ai  tempi  di  Lutero,  e  la  mente  di  un  pensatore  tedesco  dei 
nostri  giorni  non  c'è  paragone  possibile.  L'uno  vive  distante 
dall'altro  piìi  di  tre  secoli.  E  pure  quello  stesso  bisogno  di 
un  rinnovamento  del  Cristianesimo,  che  al  Lazzarettista  si 
fa  sentire  nella  rozza  forma    dell'  aspettativa    millenaria  di 
un  regno  dello  Spirito  Santo,  a  Edoardo  Hartmann  sugge- 
risce la  chiusa  del  suo  notevole  libro  sulla   Coscienza  reli- 
giosa deir  Umanità,  e  non  trova    anche  in  lui  altra  via  di 
esprimersi  e  di  ricollegarsi    alla    tradizione  della  coscienza 
cristiana  che  codesto  siml»olo  teologico  dello  Spirito  di  Dio 
concepito  come    immanente  in  noi,    come    mezzo  e  termine 
d'un  indefinito  progresso  morale,  e  perciò  anche  come  og- 
getto d'una  nuova  fede.  È  chiaro  che  qui,  sotto  la   stessa 


308  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

forma,  poiché  l'Hartmann  parla  a  lungo  anche  lui  della 
futura  religione  dello  Spirito  Santo,  che  sottentrerà  a  quella 
del  Padre  e  a  quella  del  Figlio,  il  contenuto  dell'  ideale 
religioso  è  ormai  tutt'altro.  La  futura  religione,  in  cui  ha 
fede  il  filosofo  tedesco,  sarà  tutta  un  prodotto  dello  spirito 
umano,  che  avverando  sempre  piìi  in  se  il  divino,  potrà  ri- 
fare in  ciascuno  di  noi  l'opera  di  Cristo,  opera  di  salvazione, 
di  cui  noi  stessi  saremo  gli  autori.  L' ideale  religioso  dei 
Lazzarettisti  è  invece  quello  stesso  del  Cristianesimo  pri- 
mitivo, che  senza  uscire  dalla  forma  della  tradizione  e  della 
fede  popolare,  tuttora  viva  in  loro,  vi  cerca,  per  dir  così, 
un'espansione  nuova.  E  nondimeno  quello  che  i  montanari 
dell' Amiata  hanno  pur  comune  col  filosofo ,  il  sentimento, 
se  non  il  concetto,  di  un  intimo  hisogno  della  coscienza 
religiosa,  che  aspira  a  rinnovarsi,  è  indizio  che  qualcosa 
si  move  ancora  in  lei,  che  il  vecchio  ceppo  del  Cristiane- 
simo serba  in  se  un  germe  di  vita,  da  cui  spunteranno 
forse  nuovi  rampolli.  A  farne  qualche  pronostico,  a  conget- 
turare se  0  fino  a  qual  segno  nelle  nuove  forme,  in  cui  forse 
si  svolgerà  il  grande  organismo  del  Cristianesimo,  potrà 
conservarsi  il  tipo  storico  del  suo  germe,  si  prestano,  senza 
ne  esagerarne  ne  trascurarne  il  valore,  i  fatti  del  genere 
di  questo  da  me  descritto  sin  qui.  Ecco  perchè  a  me  è  parso 
che  valesse  la  pena  di  fermarcisi  sopra  un  po'  a   lungo  ^\ 


^1  Xeiriiltimo  cai)itolii  del  suo  libro,  ]>ieiu)  di  pensiero  speculativo.  E.  llart- 
maini  sostiene  che  una  l'utura  evoluzione  del  l'ristiauesimo,  nata  da  nuovi  e  vi- 
vaci impulsi  di  fede,  dovià  muovere  dal  concetto  tradizionale,  del  domwa  della 
Tì-inUà.  e  dal  bisogno  di  spieij.n'e  più  razionalmente  Vioimanenza  dello  spirito 
di  Dio  nella  sua  Chiesa,  iinmanenza  a  cui  i  Cristiani  creilono  ancora,  e  a  cui 
però  si  oppone  il  concetto  ilella  personalità  di  Cristo.  Tolto  via  il  concetto  di 
questa  personalità  e  di  quella  del  Padre,  e  ammettendo  l'assoluta  unità  di  Dio, 
il  futuro  Cristianesiuio  non  pntrà  non  divenire  hi  liel'ujione  dello  Spirito  di  Dio, 


Filippo  309 

Queste  cose  mi  andavano  per  la  mente  cinque  anni 
dopo  la  morte  di  David,  mentre  coi  miei  amici  stavo  sul 
piazzale  davanti  all'eremo  di  Monte  Labbro.  Passato  quel 
silenzio  profondo  dei  primi  bocconi,  che  in  tutte  le  comitive 
e,  si  può  dire,  nella  prammatica  dell'appetito,  specie  poi 
dopo  una  lunga  gita  sui  monti  (il  lettore  non  si  sarà,  spero, 
scordato  che  ci  eravamo  messi  a  mangiare),  la  conversazione 
rinacque  e  s'incamminò  a  sbalzi,  a  riprese,  poi  crebbe  in 
un  insieme  continuo,  sempre  pili  chiassoso.  E,  com'è  facile 
immaginare,  il  soggetto  che  la  dominava  tutta,  e  che  anche 
se  qualcuno  si  fosse  provato  ad  escluderlo,  vi  ricompariva 
subito,  di  dove  forse  meno  te  lo  saresti  aspettato,  magari 
in  un'allusione,  in  un  motto,  in  una  reticenza,  era  quello 
suggerito  dal  luogo,  dalle  cose  vedute  e  dai  discorsi  di 
tutta  quella  mattina.  Il  nome  di  David,  la  data  del  18  ago- 
sto 1878,  scappavan  fuori  a  ogni  momento.  E  di  tanto  in 
tanto  tutte  quelle  teste  là  in  circolo,  piegate  per  lo  più  a 
guardare  sulla  tovaglia  in  cerca  di  nuovi  bocconi,  si  rial- 
zavano come  per  una  molla  interna  che  le  facesse  scattare. 


presente  in  noi,  e  che  però  —  dice  l'Hartmann  in  senso  quasi  egheliano  —  av- 
vereremo sempre  più  in  noi  stessi,  perchè  non  sarà  altro  che  il  divino  divenuto 
sempre  più  manifesto  e  prevalente  in  noi  per  opera  nostra.  Per  ciò  —  egli  dice 
—  se  nell'antica  religione  del  Padre  e  in  quella  posteriore  del  Figlio  di  Dio 
l'uno  e  l'altro  occuparono  alternamente  il  primo  posto,  nella  futura  religione  lo 
Spirito  di  Dio  si  sostituirà  nella  coscienza  umana  al  Padre  ed  al  Figlio.  —  Può 
esser  cosa  notevole  per  chi  osservi  come  gli  stessi  motivi  e  gli  stessi  problemi 
morali  persistano  d'età  in  età,  e  si  riproducano,  in  forme  diverse,  ma  identici 
nel  fondo,  così  nei  gradi  più  alti  della  coscienza  religiosa  e  filosofica,  come  nella 
coscienza  popolare,  il  vedere  che  v'è  nel  Lazzarettismo  un  rozzo  tentativo  teolo- 
gico di  rimuovere  quella  opposizione,  indicata  anche  dall'Hartmann,  tra  il  con- 
cetto A^ÌViìiimanenza  dello  Spirito  di  Dio  nella  sua  Chiesa  e  il  concetto  della 
personalità  di  Cristo.  Nella  teologia  del  Lazzarettismo  la  persona  di  David  è  con- 
cepita come  l'arcana  trasfigurazione  di  quella  di  Cristo,  tornato  al  mondo,  per 
la  virtù  e  per  l'opera  dello  Spirito  Santo,  di  cui  egli  deve  iniziare  il  regno  e 
compiere  la  riforma. 


31(1  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

e  si  voltavano  tutte  al  nuovo  sopravvenuto,  a  Filippo,  al 
Lazzarettista. 

Queir  uomo  d'apparenza  così  modesta,  benché  disinvolta, 
era  per  parte  di  tutti  noi  segno  a  una  folla  d'interrogazioni 
mute  che  lo  prendevan  di  mira.  Egli  taceva,  mangiando 
adagio  adagio,  e  guardando  ora  l'uno  ora  l'altro  di  noi.  E 
solo  di  tanto  in  tanto,  a  qualclie  parola,  a  qualche  osser- 
vazione un  po'  canzonatoria  sul  nuovo  Messia  e  sul  regno 
dello  Spirito  Sauto^  buttata  là  apposta  dai  miei  amici  o 
dalla  guida  per  farlo  parlare,  Filippo  faceva  colla  mano  e 
col  viso  un  atto  tranquillo,  intelligente,  senz'ombra  di  di- 
spetto, come  se  avesse  voluto  dire  :  io  vi  capisco,  ma  tutto 
questo  non  mi  riguarda  ;  voi  avete  le  vostre  idee,  io  le  mie  ; 
teniamoci  ciascuno  le  nostre. 

Nell'attitudine  di  quell'uomo  appariva  un  convincimento 
tanto  pili  sicuro  quanto  più  consapevole  di  sé  e  lontano 
dal  volersi  mettere  in  mostra,  e  che  finì  a  poco  a  poco 
coir  ispirarci  simpatia.  Non  aveva  ancora  aperto  bocca,  ma 
si  sentiva  che,  se  anche  avesse  parlato  per  ore  e  ore,  tutti 
l'avrebbero  lasciato  dire,  ascoltandolo  attentamente  senza 
un  sorriso.  E  parli»,  invitato  da  tutti.  Nel  linguaggio  sem- 
plice e  immaginoso  delle  sue  montagne,  dove  la  parola  e  la 
frase  toscana,  ancora  pure,  cominciano  già  a  prender  forza 
dall'accento  romano,  ci  rifece  tutta  la  storia  del  suo  rJivino 
Maestro,  com'egli  lo  chiama,  la  descrisse,  la  colorì,  la  com- 
mentò in  tutti  i  minuti  particolari,  infervorandosi  sempre 
pili,  sollevandosi  man  mano  e  in  certi  momenti  quasi  sino 
all'eloquenza.  Ci  avremmo  fatto  notte  a  sentirlo.  Aveva  ogni 
tanto  delle  inflessioni,  delle  sfumature  di  voce,  delle  alzate  di 
testa  e  di  spalle,  che  dicevan  piìi  di  tutte  le  sue  parole,  per- 


La  fedeltà  di  un  discepolo  311 

chi'  ci  davano  come  la  misura  e  la  nota  del  sentimento  che 
le  accompagnava.  Era  il  sentimento  d'una  fedeltà,  d'un'af- 
fezione  a  tutta  prova  che  lo  legava  per  sempre  a  David, 
e  che,  ispirata  da  lui  a  quanti  gli  erano  stati  intorno,  si 
comunicava  alle  cose  ch'egli  aveva  insegnato,  e  le  faceva 
amare,  credere  appassionatamente;  un'affezione  piti  che  di 
discepoli,  di  figli  per  il  loro  padre,  mista  di  rispetto  e  di 
confidenza,  e  ora,  dopo  la  morte  di  lui,  resa  piìi  viva  dal 
rimpianto  e  dalla  compassione  delle  memorie  :  il  sentimento 
che  è  stato  sempre  l'anima  di  tutte  le  propagande  religiose 
dalle  pili  grandi  alle  più  piccole,  e  che  ha  fatto  che  in  ogni 
tempo  vi  avessero  tanta  parte  le  donne. 

Ma  quello  che  mi  colpì  anche  pili  in  Filippo  fu  l'impasto 
curioso  e  pure  naturalissimo,  che  facevano  nella  sua  mente 
una  finezza  non  ordinaria  di  buon  senso  pratico,  un  abito 
di  riflessione  calma  assennata,  e  la  sua  fede  nella  missione 
divina  di  David.  Mentr'egli  parlava,  io  pensavo  :  ecco  qua 
un  uomo  tutt'altro  che  matto.  Il  pili  ingegnoso  degli  alle- 
nisti potrebbe  squadrarlo  da  capo  e  piedi  colla  lente  della 
sua  diagnosi,  misurargli  il  cranio  e  la  fronte,  frugarne  per 
tutti  i  sensi  la  mente  e  la  vita;  non  vi  troverebbe  certo 
una  ragione  per  metterlo  ne  anche  due  mesi  a  prova  in  una 
casa  di  salute.  Eppure  per  andar  dietro  alle  fantasie  re- 
ligiose di  David  quest'uomo  ha  perduto  quel  po'  che  aveva 
di  suo,  ha  lasciato  le  forme  e  in  parte  anche  le  credenze 
del  cattolicismo  in  cui  era  cresciuto,  ha  perso  il  pane  del 
suo  mestiere,  ha  sofferto  la  prigionia  e  crede  ancora  nel 
prossimo  avvenimento  di  un  regno  dello  Spirito  Santo.  Con 
lui  molti  altri  che  non  mancano  ne  di  buon  senso  uè  di 
criterio  in  tutte  le  altre  cose  della  vita,  hanno  fatto  lo  stesso, 


312  UNA    A'ISITA    ALLA    TORBE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

e  credono  tuttora  nel  nuovo  Messia.  Accade  così  anche  in 
Inghilterra  tra  gli  affigliati  alle  sette  millenarie  di  quel 
paese,  che  mentre,  dice  il  Renan,  hanno  le  piìi  strane  cre- 
denze sulla  prossima  fine  del  mondo,  applicano  il  piti  sano 
buon  senso  pratico  alle  cose  della  vita,  alle  faccende  del 
commercio  e  alle  industrie.  E  si  poteva  dire  lo  stesso  di 
molti  tra  i  seguaci  che  non  piìi  di  un  cinquant'  anni  fa 
avevano  in  Francia  e  in  altre  parti  d'Europa  il  Saint -Simon, 
il  Fourier,  il  Pere  Enfantin,  il  Leroux,  le  cui  dottrine  tro- 
vano tuttora  favore  in  America  tra  gente  vòlta  di  continuo 
a  interessi  pratici  e  finanziari. 

Innanzi  a  siffatti  stati  di  mente  e  d' animo  il  nostro 
buon  senso  borghese  si  trova  come  in  una  regione  che  non 
è  la  sua,  e  li  giudica  un  po'  al  modo  del  provinciale,  che 
crede  possibile  soltanto  quel  che  ha  veduto  e  sentito  dire 
nella  sua  borgata.  Perchè  in  noi  ormai  il  sentimento  del- 
l'ideale, il  bisogno  del  maraviglioso  è  rintuzzato  dalla  fredda 
riflessione  e  dalla  scienza,  e,  anche  se  siamo  credenti,  la 
nostra  fede  non  crea  piti  a  se  stessa  alcun  nuovo  oggetto. 
ma  reputa  cliiuso  per  sempre  il  giro  di  quelli  cli'essa  rico- 
nosce per  suoi,  noi  stentiamo  ad  ammettere  che  le  energie 
generatrici  di  nuove  forme  religiose  possano  ancora  esser 
così  vive  e  deste  in  altre  anime  umane,  com'erano  un  tempo, 
quando  l'organismo  stesso  della  nostra  fede  si  formava  : 
e  per  ossequio  a  lei  non  riusciamo  a  comprendere  come  lo 
stesso  stato  intellettuale  che  l' ha  creata  una  volta  possa 
oggi  rinnovarsi  in  menti  del  tutto  sane. 

Eppure  quella  stessa  necessità  di  ben  avvertire  le  dif- 
ferenze dei  tempi  e  degli  ambienti  intellettuali  e  morali, 
che  può  dirsi  la  norma  direttiva  d'ogni  buona  critica  storica. 


La  relatività  delV eqnilibno  mentale 


313 


dovrebbe,  mi  pare,  esserci  sempre   presente   anche  quando 
giudichiamo  gli  atti  e  le  idee  dei  contemporanei. 

Quelle  credenze,  quegli  stati  di  mente  e  di  animo,  che 
oggi  nell'uomo  di  scienza  sarebbero  certo  stranezze  e  follie, 
nell'ambiente  invece  e,  se  posso  dir  così,  nel  tempo  intel- 
lettuale, in  cui  oggi  vive  un  contadino  del  paese  di  Galles 


Santa  Fiora.  —  La  peschiera,  da  cui  esce  il  lìume  (pag.  152). 


0  un  cafone  delle  Paglie,  trovano  ancora  luogo  a  comporsi 
in  pieno  e  sano  equilibrio  con  tutto  il  loro  modo  di  sentire, 
di  pensare,  d'immaginare,  di  credere.  Eccone  qua  un  esempio 
anche  in  questo  Lazzarettista.  Certo  F  ebbrezza  divina  da 
cui  egli  pure  era  invaso  in  quelle  quattro  notti  e  in  quei 
quattro  giorni  che  precedettero  la  discesa  da  Monte  Labbro, 
potè  a  momenti  rasentare  la  follia.  E  non  per  questo  si 
deve  dire  che  la  sua  fede  in  David  e  l'intensità  e  la  forma 

G.  Baezellotti.  40 


314  USA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

dei  motivi  religiosi,  che  glieriianno  fatta  abbracciare  e  la 
conservano  ancora  viva  in  lui,  siano  in  intimo  contrasto  col- 
r attitudine  abitualmente  composta  e  calma  della  sua  mente, 
colla  sana  tempra  del  suo  criterio  pratico,  finamente  toscano. 
Egli  è  un  millenario  della  prima  generazione  cristiana  ;  ecco 
tutto.  Quelle  parole  del  Pater  noster,  in  cui  si  domanda  al 
Padre,  ch'e  ne'  cieli,  V avvenimento  del  suo  regno,  egli  le 
prende  ancora  alla  lettera  nel  loro  senso  primitivo  e  piìi  na- 
turale. La  fede  nella  possibilità  del  miracolo,  dell'intervento 
particolare  di  Dio  in  mezzo  alle  cose  umane,  deposta  in  lui 
coi  germi  delle  idee  religiose  fra  le  quali  egli  cresceva,  non 
rimase  in  quell'animo  rozzo,  ingenuo,  nato  a  sentirla,  come 
per  lo  pili  rimane  nel  nostro,  un  che  di  meramente  appreso, 
di  ricevuto  e  non  altro;  ma  vi  penetrò  a  fondo,  vi  si  svolse 
insieme  colle  forze,  coi  bisogni  crescenti  del  cuore  e  della 
fantasia,  invitata  a  pensare  di  Dio  dall'aspetto  sublime  della 
natura  montanina  e  da  quell'atmosfera  morale  ch'egli  respi- 
rava coi  suoi  compaesani,  tutto  pregno  di  leggende  di  santi, 
di  vaticini,  di  storie  di  miracoli,  di  ubbìe  sacre.  Il  parroco, 
non  su})eriore  di  molto  in  cultura  alla  maggior  jìarte  delle 
sue  pecorelle,  aveva  detto  piìi  e  più  volte  anche  dal  pulpito, 
specie  poi  da  (|uando  V empia  guerra  della  rivoluzione  s'era 
mossa  contro  il  Santo  Padre,  che  qualche  uomo  di  Dio,. 
qualche  raso  d^elezione  sarebbe  o  prima  o  poi  apparso  an- 
che questa  volta  a  tutela  della  fede.  E  Yuomo  di  Dio  era 
venuto,  ed  era  un  loro  compaesano  ;  veniva  da  lontani  paesi, 
dopo  lunga  assenza,  mutato  in  cuore  da  quel  di  })rima, 
e  anche  il  parroco  e  altri  preti,  coi  ([uali  andava  sem})re 
a  farsi  vedere  di  villaggio  in  villaggio,  parlavano  delle 
miracolose  apparizioni  che  lo  avevano  convertito. 


Filippo  creile  nei  ritorno  di  David  315 


Filippo,  per  anni  e  anni,  non  g-li  s'era  mai  mosso   dal 
fianco,   aveva  bevuto,  sorso  a  sorso,  nelle  espansioni  fami- 
gliari e  nelle  mistiche  riunioni  notturne,  tutto  l'incanto  della 
sua  parola,  aveva  seguito  David  col  pensiero  fuori  d'Italia, 
là  in  quel  paese  lontano  ove    Dio    lo    chiamava,    ove    tutti 
gli  avevano  fatto  onore.  E  quando,  dopo  tornato  in  patria, 
V  idolatria  ixipale  gli  aveva  mosso  guerra  e  il  mistero  della 
sua  vita  s'era,  a  un  tratto,  svelato  per  la  sua  stessa  bocca, 
Filippo  naturalmente    aveva    creduto    piìi    a    lui,    al  nuovo 
Messia  riapparso    nel   mondo,    che    al    parroco  e  ai    nuovi 
Farisei,  i  quali  a  ogni  costo  lo  volevan  morto.  E  ora  dopo 
che  egli  l'aveva  veduto  cadere  e  con  tanto  coraggio,  e  della 
morte  ch'egli  stesso  s'era  predetta,  l'immagine  del  suo  pro- 
feta s'andava  con  la  lontananza  man  mano  come   trasfigu- 
rando sempre  piìi  in  Filippo  a  una  luce  nuova  che  la  in- 
vestiva dall'alto.  La  leggenda  di  David  io    la    sentivo  già 
aleggiare  nei  suoi  discorsi  e  in  quelli  dei   suoi    compagni. 
Le  cose  e  gli  uomini  noi  li  amiamo  in  proporzione  dei  sa- 
crifizi che  ci  costano,  e  l'amore  vero  divinizza  tutto.  Così 
era   accaduto  anche    a   Filippo.  A  qualche    parola    che  gli 
venne  detta,  a   qualche  cenno  che  egli   buttò   là   di    nuove 
riunioni  fatte  anche    in    quei    giorni    coi   suoi    compagni  lì 
alla  Torre,  e  poi   proibite    dalla    Polizia,    io    capii    che    la 
missione  del  diacono  Filippo  lo  aveva  tentato.  Egli  l'aveva 
cominciata  fra  i  suoi    compagni  di  prigionia  a  Grosseto  e 
a   Siena  ;    la    continuava    ancora.    Un'  ombra    delle    antiche 
società  religiose  fondate  dal  Lazzaretti  durava  sotto  la  vi- 
gilanza di  chi  da  lontano  pareva  tenerne  le  veci.  I  confra- 
telli erano  pochi,  ma  pieni,  diceva  Filippo,  di  pie  speranze; 
aspettavano  ancora,  non  si  stanchereb1)ero  mai  di  aspettare. 


316  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

0  prima  o  poi  David  deve  tornar    tra   loro    a  compire   la 
riforma  del  Santo  Spirito. 

Intanto  su  lui  e  sulla  sua  vita  si  sta  formando  tutta 
una  rozza  letteratura  di  scritti  anonimi,  che  i  pochi  fedeli 
copiano  per  lo  più  e  si  passano  l'un  coll'altro,  vivendo  così 
in  una  comunione  spirituale,  a  cui  il  segreto,  reso  neces- 
sario dai  sospetti  della  Polizia  e  dalle  beffe  del  pubblico, 
fa  sentire  un  po'  le  attrattive  della  persecuzione.  Di  codesti 
scritti  io  ne  conoscevo  già  più  d' uno  e  li  ho  citati  varie 
volte.  Sono  biografie  di  David,  racconti  di  conversioni,  di 
guarigioni  miracolose  ottenute  dalla  virtù  della  sua  parola, 
pronostici,  speranze,  minacele  di  cataclismi  futuri,  lettere 
e  commenti  sulle  sue  dottrine  ;  primi  documenti  della  piccola 
chiesa  millenaria,  dove  un'  esegesi  e  una  teologia  ancora 
informi  si  provano  già  a  trar  fuori  dal  povero  materiale 
dei  fatti  e  delle  speculazioni  mistiche,  a  cui  si  applicano, 
un  senso  più  alto.  Ed  è  pieno  d'attrattiva  per  chi  ricerchi 
anche  nei  minimi  tra  i  fatti  religiosi  e  sociali  del  genere  di 
questo  l'elemento  umano  eh' è  nei  più  grandi,  il  vedere  con 
quali  sottili  artifizi,  traverso  a  quanti  compromessi  fra  il 
buon  senso  e  la  fede  si  faccia  anche  nella  rozza  fantasia 
di  quei  montanari  un  adattamento  della  leggenda  nascente 
alla  tradizione  religiosa  e  alle  sue  profezie,  da  un  lato,  e, 
dall'altro,  alla  realtà  de'  fatti  e  alle  idee  moderne.  In  una 
biografia  di  David,  scritta  da  una  persona  tutt'altro  clic  in- 
colta e  priva  d'ingegno,  e  clie  pure  crede  ancora  o  mostra 
credere  ch'egli  fosse  davvero  Cripto  duce  e  ffiudice  tornato 
al  Il/ondo^  l'autore  cerca  fin  nei  più  minuti  particolari  ([ucl- 
l'analogia  della  vita  di  lui  colla  vita  di  (Jesìi,  clie  era  evi- 
dentemente uno  fra    i    tratti   caratteristici  della  esaltazione 


La  formazione  della  leggenda  'à  1 7 

religiosa  del  barrocciaio  profeta.  E  che  questa,  per  un  con- 
tagio ben  naturale,  possa  oggi  continuarsi  in  altri,  me  lo 
farebbero  pensare  alcuni  scritti,  dove  qualche  seguace  di 
David  ha  l'aria  di  credersi  in  pienissima  buona  fede  uno 
degli  apostoli.  Quella  stessa  rozza  teoria  di  una  metempsicosi 
divina,  che  s' insinuò  sempre  più  nei  sogni  messianici  del 
Lazzaretti  fino  a  fargli  man  mano  smarrire  la  coscienza 
di  se  stesso  in  quella  del  suo  ideale  sovrumano,  chi  sa  che 
non  tenti  oggi  la  mente  di  qualche  suo  imitatore  ?  Nell'in- 
tima logica  delle  idee  religiose  si  nascondono  impulsi,  che 
hanno  fatto  dar  di  volta  a  pili  d'un  cervello  debole  o  so- 
vreccitato. Sulle  mistiche  altezze,  ove  il  pensiero  e  l'animo 
umano  paiono  toccare  il  cielo,  solo  i  veramente  grandi  e 
forti  non  hanno  mai  il  capogiro. 

Cosi  anche  intorno  a  David  si  sta  ora  elaborando  da 
se  nella  cospirazione  inconscia  delle  fantasie  popolari  tutto 
un  embrione  di  mito  religioso,  che  in  altri  tempi  e  in  altre 
condizioni  sociali  potrebbe  forse  svolgersi  e  aver  vita.  La 
vicinanza  toglie  poco  o  nulla  ai  vivi  colori,  di  cui  la  figura 
del  barrocciaio  profeta  apparisce  abbellita  agli  occhi  dei 
suoi.  Egli  s'era  fatto  molto  amare  :  ecco  il  segreto  della 
sua  forza.  Ancora  :  i  segni  che  apparivano  in  lui  chiari  di 
una  mente  non  sana,  e  che  sarebbero  bastati  a  levargli, 
se  non  altro,  ogni  credito  in  mezzo  a  una  società  come  la 
nostra,  là  tra  quei  montanari  furono  invece  una  delle  ca- 
gioni principali  del  suo  prestigio.  Egli  lo  sentiva,  e  perciò 
nella  prefazione,  o,  com'egli  la  chiama,  nella  previsione  a 
chi  legge  in  capo  ai  Rescritti,  cita  come  segni  della  sua 
missione  misteriosa  le  ispirazioni  istantanee,  accompagnate 
da  un  acutissimo  dolor  di  testa,  che  gli  eccitava  sonnolenza 


318  TTN'A    VISITA    ALL.V    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 


e  lo  distraeva  da  ogni  altro  pensiero,  le  visioni  durante  il 
sonno  seguite  da  una  memoria  e  da  un  intendimento  stra- 
ordinario,  le  voci  che  gli  pareva  di  udire.  E  nota  ormai 
a  tutti  la  parte  che  le  malattie  nervose  e  la  follia  hanno 
nella  storia  dei  movimenti  religiosi.  "  La  medicina  sa  dirci 
il  nome  della  malattia  che  fece  la  fortuna  di  Maometto  .,, 
dice  Ernesto    Renan   {Vie  de  Jesus,  Paris,  1881,  pag.  278). 

Ma  se,  io  pensavo  allora,  stando  a  sentire  Filippo,  se 
il  Lazzaretti  fu  poco  sano  di  mente,  non  per  questo  furono 
e  sono  tali  anche  tutti  i  suoi  seguaci.  Il  valore  psicologico  e 
umano,  che  il  loro  tentativo  d'innovazione  religiosa  ha  in- 
nanzi ad  ogni  osservatore  imparziale,  resta,  nel  fondo,  lo 
stesso.  La  propaganda  di  David,  durata  dieci  anni,  la  sua 
fine,  la  leggenda  che  ne  vien  fuori  porgono  a  quella  che  io 
chiamerei  qui  V embriologia  dei  fenomeni  religiosi  una  mate- 
ria di  studi,  sempre  piìi  rara  oggi  nei  nostri  paesi  civili, 
dove  il  prevalere  sempre  crescente  della  riflessione  sulla 
spontaneità  primitiva  incolta,  non  ci  fa  quasi  pili  assistere 
al  prodursi  di  qualche  fatto  religioso  collettivo.  Tra  quelli 
che  pure  di  tanto  in  tanto  si  vedono  accennarsi  anche  nei 
volghi  cattolici,  specie  nelle  campagne,  per  non  parlare  del 
continuo  fermento  delle  sètte  religiose  americane  e  inglesi, 
non  ce  n'è  stato  da  gran  tempo  uno  che  presenti  le  pro- 
porzioni e  le  forme  tipiche  del  Lazzarettismo.  Il  quale  fa 
pensare  a  quei  moti  religiosi,  che  nei  primi  tempi  del  Cri- 
stianesimo h»  imitavano  o  gli  erano  i)arallcli,  e  in  cui  forse 
ebbe  molta  parte  una  forma  di  mania  analoga  a  quella  di 
David.  Egli  avrebbe  potuto  riuscire  un  Apollonio  di  'Piana 
0  un  Simone  di  Gitton. 

E  tuttavia,  guardato  nella  sincerità  dei  motivi  religiosi 


Il  TMzzareithìiio  31  <> 


che  gli  vennero  dalla  coscienza  popolare,  il  Lazzarettisrao 
presenta  in  sé  assai  più  di  buono  e  di  vero  clic  non  paia 
a  primo  aspetto.  La  forma  teatrale  vi  ha,  non  si  può  ne- 
gare, specie  in  ultimo,  una  parte  prevalente  ;  e  alla  reli- 
gione vi  si  mescolano,  com'  è  avvenuto  troppo  spesso  in 
Italia,  le  passioni  politiche,  ma  esse  non  hanno  in  se  nulla 
della  violenza  etferata  e  della  pazza  sensualità  che  mac- 
chiarono in  Miinster  il  regno  di  Giovanni  di  Leida.  Un 
fino  alito  di  buon  senso  tatto  toscano  non  cessa  di  spirare 
fra  quei  montanari,  uè  anche  (juando  il  loro  fanatismo  è 
giunto  al  suo  colmo.  David  non  si  prova  mai  a  simulare 
un  miracolo,  e  i  suoi  non  lo  mettono  mai  al  punto  di  si- 
mularlo ;  aspettano  che  lo  faccia  ;  e  non  lianno  bisogno  di 
avvenimenti  prodigiosi  per  continuare  a  credere  in  lui  an- 
che dopo  la  sua  morte.  I  fanatici  di  Lourdes  e  della  Salette 
sono  per  questo  rispetto  in  uno  stato  di  mente  inferiore.  E 
poi  qualunque  giudizio  voglia  darsi  delle  fantasie  ascetiche 
di  quei  montanari,  resta  sempre  innegabile  il  fatto  che 
molti  tra  loro  in  quell'  avventura  religiosa  hanno  rimesso 
tutto  il  proprio,  e  che  nei  più  era  intimo  il  bisogno  di 
sentire  infusa  una  vita  nuova  nelle  forme  tradizionali  del 
culto  cattolico,  di  veder  tornare  la  Chiesa  alla  povertà  e 
alla  purezza  dei  tempi  evangelici^'. 

i|  Del  resto,  ciuauto  al  valore  storico,  spirituale  ed  umano,  che  un  moto  re- 
ligioso può  pure  portare  in  sé,  qualunque  sia  la  parte  che  vi  hanno  anche  stati 
mentali  patologici,  non  posso  dispensarmi  dal  rimandare  il  lettore  a  ciò,  che  con 
tanta  verità  e  giustezza  scriveva  il  James  in  un  suo  libro,  pubblicato  più  di  se- 
dici anni  dopo  questo  mio.  Confutando  quello  ch'egli  chiama  mnteriìlismo  me- 
dico, il  quale  non  vede  nel  fenomeno  delle  emozioni  religiose  altro  che  uno  stato 
neuropatologico,  e  così  vuol  togliergli  quel  valore  spirituale  superiore,  che  può 
avere  in  sé.  l'insigne  psicoligo  dice  che  una  tale  dottrina ''se»/pZ{cisizcrt,,  è  "as- 
solutamente illogica  e  arbitraria,,.  —  Il  valore  e  il  signiiicato  degli  stati  men 
tali,  che  hanno  |.arte   noi    fatti    della   coscieuz  i    religiosa,  vanno    giudicati    non 


320  UNA    VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

Quando  Filippo  ebbe  finito  di  parlare,  ci  fu  tra  noi  un 
silenzio  di  alcuni  minuti,  come  accade  sempre  nelle  comitive 
dopo  quei  discorsi  che  lasciano  negli  animi  l'eco  di  molti 
})ensieri.  Ci  alzammo.  Il  sole  scendeva  verso  il  tramonto. 
Quel  venticello  di  ponente  che  spirava  fino  dalla  mattina, 
■e  poi  s'era  a  un  tratto  posato  nelle  ore  più  calde,  ora  ri- 
cominciava a  farsi  sentire  destando  nella  vasta  campagna 
intorno  il  leggiero  fremito  che  suol  precedere  la  sera.  Il 
fiume  giù  al  basso  si  vedeva  appannarsi  sotto  una  nebbia 
leggiera,  crescente  verso  le  cupe  gole  della  Maremma;  ma 
nel  tratto  più  vicino  a  noi,  poco  al  di  sotto  delle  ultime 
case  di  Santa  Fiora,  pareva  una  striscia  sottile  di  acciaio 
brunito,  incurvata  qua  e  là  da  mani  invisibili.  Da  quella 
gran  quiete,  sino  allora  quasi  non  interrotta,  cominciava 
a  venir  su  qualche  suono  sempre  più  distinto:  voci  di  pa- 
stori che  si  chiamavano  tra  loro,  riecheggiate  dalle  valli, 
qualche  colpo  di  fucile  tra  l'abbaiare  lontano  dei  cani,  un 
muggire  di  bovi,  un  canto  d'uccelli,  prima  sommesso  e  in- 
terrotto, poi  sempre  più  aperto,  quasi  frettoloso. 

Io  m'ero  fermato  a  guardare  codesta  scena  cosi  diversa 
da  quella  che  m' era  apparsa  poche  ore  prima.  ^li  scosse 
la  voce  dei  miei  amici,    eh'  erano    già    tutti    in    sella,  e    si 


dalla  relazione,  che  essi  stati  mentali  possono  aver^  con  certi  fenomeni  fisiolo- 
gici, ma  dai  risultati,  dai  frutti  clic  portano  nell'animo  umano  e  nella  vita  so- 
ciale. "L'origine  psicopatica  di  inulti  fenomeni  religiosi  non  dovrebbe  sorpren- 
derci nò  sconcertari'i.  anohe  se  ci  venisse  asserito  essere  essi  l'esperienza  umana 
più  sublime  e  più  preziosa....  È  naturale  che  un  temperamento  portato  alle  esal- 
tazioni ed  alle  emozioni  morali  e  metafisiche  conduca  l'uomo  nelle  regioni  della 
verità  religiosa  e  gli  scuopra  parti  dell'universo,  che  il  sistema  nervoso  di  un 
robusto  filisteo,  il  quale  non  abbia  una  sola  fibra  malata,  lascerà  per  sempre  ce- 
late agli  occhi  del  suo  soddisfatto  possessore,,.  —  W.  .Iamks,  Le  varie  forme  <leVa 
coscienza  religiosa.  'Prad.  itai.  Uocca,  1H(»4.  (Nota  aggiunta  a  questa  nuova  edi- 
zione del  mio  libro). 


Si  fa  sera 


321 


disponevano  a  partire.  Montai  subito  a  cavallo  anch'io  e 
mi  misi  dietro  a  loro.  Con  me  venivano  a  piedi  Filippo  e 
la  guida. 

In  meno  d'un  quarto  d'ora  fummo  alla  porta  del  podere, 
a  cui  ci  eravamo  fermati  la  mattina,  e  scendemmo  per  dare 
un  addio    a    quella  brava    gente.   La    famiglia    stava    tutta 


Il  Convento  della  Trinità  (pag.  151). 


raccolta  a  cena  intorno  alla  tavola,  su  cui  fumava  in  un 
grosso  vaso  di  terra  cotta  la  minestra  di  pane  e  di  fagioli 
condita  di  erbe  e  di  pepe.  Il  padre,  ritto  in  piedi  con  un 
largo  cucchiaio  in  mano,  la  scodellava  in  un  piatto  ;  e  ac- 
canto e  in  faccia  a  lui  una  diecina  di  piccole  teste  brune 
e  bionde  guardavano  in  silenzio,  ma  con  certi  occhi  dov'era 
tutta  la  muta  eloquenza  dell'appetito.  Solo  la  figliuola  mag- 
giore, quella  giovinetta   pallidissima,    che   io  avevo  veduto 

G.  Barzellotti.  41 


322  tjNa  visita  alla  toeee  di  david  lazzaretti 

la  mattina  affacciata  alla  finestra,  se  ne  stava  in  disparte 
a  sedere,  colla  bella  testa  un  po'  chinata  e  guardava  verso 
il  focolare.  La  madre,  in  ginocchio,  vi  soffiava  dentro  per 
attizzare  la  fiamma  sotto  il  paiolo,  da  cui  usciva  a  larghe 
spire  una  bianca  nuvola  di  fumo.  Il  sole,  penetrando  dalle 
finestre  basse,  mandava  una  placida  luce  rosea  di  tramonto 
su  quella  stanza  e  su  quella  tranquilla  vita  di  famiglia. 

Entrammo  salutati,  festeggiati  da  tutti.  Ci  offrirono  da 
mangiare  e  da  bere  con  quella  garbatezza  eh' è  propria  dei 
nostri  montanari.  Ricusammo,  dicendo  di  dover  ripartire 
subito,  e  io,  mentre  i  miei  amici  domandavano  al  capoccia 
delle  raccolte  di  quell'anno,  attaccai  discorso  colla  moglie,  e 
adagio  adagio  la  messi  sul  racconto  delle  traversie  sofferte 
dalla  famiglia  dopo  la  morte  di  David.  Era  una  lunga  storia 
di  dolori,  di  ansie,  di  patimenti  d'ogni  sorta,  durati  ben 
quindici  mesi  fino  alla  sentenza  del  Tribunale  di  Siena  che 
assolvè  i  Lazzarettisti.  Già  l'annata  innanzi,  mi  diceva  la 
donna,  asciugandosi  ogni  tanto  gli  occhi,  era  riuscita  scarsa; 
il  grano  aveva  fallito  ;  il  fieno,  gli  agnelli  erano  andati 
male.  Le  contribuzioni  che  la  famiglia  s' era  impegnata  a 
pagare  (e  Dio  sa  se  lo  facevano  volentieri!)  per  la  vita 
comune  su  alla  Torre,  avevano  consumato  quel  poco  che 
restava  nel  granaio.  E  11  da  loro  ci  veniva  spesso  gente 
ad  albergare  la  notte.  Arrivavano  da  tutte  le  parti,  per  lo 
piti  di  maremma,  alcuni  anche  da  piìi  lontano  per  vedere 
David,  parlargli  e  poi  ripartire;  ma  un  boccone,  si  sa,  lo 
mangiavano  sempre.  Il  marito  e  i  garzoni  (i  figliuoli  maschi 
li  aveva  tutti  piccini)  erano  sempre  su  alla  Torre  ;  alla  stalla 
ci  badavano  ormai  poco  o  punto.  Intanto  il  padrone  tem- 
pestava, minacciando  di  licenziarli,  specie  negli  ultimi  tempi, 


Una  famiglia  di  Lazzarettìsti  323 


quando  si  diceva  che  David  mettesse  su  i  contadini  a  non 
dividere  piìi  le  raccolte.  Lei  allora  aveva  nna  di  quelle 
creature  al  petto,  una  baml)ina.  Quante  notti,  rimasta  sola, 
non  era  andata  a  letto,  non  aveva  mai  chiuso  occhio,  tre 
mando  come  una  foglia  a  ogni  abbaio  del  cane,  per  paura 
di  vedersi  riportare  a  casa  il  marito  morto  o  malconcio  dai 
nemici  di  David  !  E  quello  struggimento  continuo  le  aveva 
mandato  indietro  il  latte;  la  bimba,  cresceva  stenta  ch'era 
una  pena  a  vederla.  Poi  eran  venuti  que'  brutti  giorni  del- 
l'agosto :  i  terrori  delle  profezie  di  David,  la  sua  morte,  e 
per  lei,  rimasta  quel  giorno  a  casa,  lo  spavento  del  ve- 
dersi tornar  davanti  la  figlia  piti  morta  che  viva;  poi  l'ar- 
resto e  la  lunga  prigionia  del  marito,  di  cui  in  tutto  il 
tempo  aveva  avuto  notizie  appena  due  o  tre  volte,  e  lo 
sapeva  malato  di  febbri  a  Grosseto  e  nel  cuore  del  luglio  ! 
Aveva  dovuto  uscire  dal  podere,  ed  era  stata  ricoverata  in 
casa  da  una  sua  parente  —  che  Dio  la  rimeriti  !  —  fino  a 
che  poi,  piti  di  tre  mesi  dopo,  la  Corte  d'Assise  di  Siena 
aveva  riconosciuto  l'innocenza  di  suo  marito.  E  allora  il  pa- 
drone li  aveva  ripresi.  Ora  non  se  la  passavano  poi  tanto 
male,  nonostante  il  debito  delle  prestanze,  con  cui  erano  ri- 
masti. Ma  la  Maria  non  era  più  rifiorita  dopo  quello  spavento. 
—  E  voi  —  interruppe  Filippo  con  voce  calma  e  so- 
lenne —  offrite  a  Dio  i  vostri  dolori  e  quelli  dei  vostri 
cari.  Egli  ve  ne  consolerà  col  darvi  una  fede  sempre  piti 
viva  in  lui,  una  speranza  serena  nel  prossimo  adempimento 
delle  promesse  del  nostro  divino  Maestro.  E  quando  i  ciechi 
e  i  cattivi,  vedendovi  la  domenica  entrare  in  chiesa  giii  al 
paese,  vi  sfuggono  come  se  foste  macchiata  di  colpa,  voi 
allora  pensate  che  anche  i  primi  cristiani    erano  e  si  sen- 


324  UNA    VISITA   ALLA    TORRE    DI    DAVID    L  VZZARETTI 

tivano  tanto  più  cari  a  Dio  quanto  piti  in  odio  al  mondo^ 
rammentatevi  quel  dettato  di  David  che  l  travagl!  della  vita 
sono   i  tesori  delV anima. 

—  Io  —  riprese  vivamente  la  donna  —  non  ho  avuto 
per  un  pezzo,  voi  lo  sapete,  che  un  solo  rimorso,  quello 
di  non  poter  credere  con  tutto  il  cuore  come  credete  voi^ 
zi'  Filippo,  come  crede  mio  marito  e  questa  creatura.  Si 
vede  che  Dio  non  mi  voleva  far  la  grazia.  Ma  dopo  il  mi- 
racolo di  quella  morte,  predetta  da  lui  tanto  tempo  innanzi, 
dopo  tutto  quel  che  s'è  patito  io  e  la  famiglia  senza  aver 
fatto  nulla  di  male,  e  anzi  provandoci  sempre  a  fare  quel 
più  di  bene  che  si  poteva,  la  fede  sento  che  mi  cresce  ogni 
giorno  e  non  mi  può  piìi  mancare  ormai. 

Qui  tacque  per  un  momento  ;  poi,  abbassando  la  voce, 
e  con  lo  sguardo  fisso,  che  come  quello  del  frate  descritta 
da  Lorenzo  Sterne,  pareva  mirare  a  cosa  di  Ih  dal  mondo, 
quel  gran  giorno  —  mormorò  —  non  può  essere  molto 
lontano,  se  dicono  il  vero  certe  cose  che  si  vedono  ogni 
notte  su  alla  Torre.... 

A  un  tratto  s'interruppe,  stette  sospesa  come  se  ascol- 
tasse una  parola  interiore,  poi  si  fece  il  segno  della  croce. 
Per  l'aria  quieta  della  vasta  campagna  veniva  su  leggera 
leggero,  tra  il  canto  sommesso  dei  grilli,  un  suono  di  cam- 
pana lontanissimo,  VAve  Maria  della  sera.  S'inginocchiarono 
tutti.  Filippo  recitò  la  preghiera,  a  cui  gli  altri  risponde- 
vano, e  io  notai  eh'  egli  ])ronunziava  il  latino  a  senso  e 
senza  errori.  Un  alito  dei  primi  tempi  cristiani  jìareva  spi- 
rare in  (|uella  stanza  sulle  teste  innocenti  di  quei  l>ambini 
e  di  quelle  due  donne  chinate  a  pregare.  In  mezzo  a  loro 
stavano  in  una  penombra,    su   cui    il    foL-olare  scoccava  di 


La  fede  dei  montanari  amiatini 


32.> 


tanto  in  tanto  la  sua  tìoca  luce  rossastra,  le  alte  e  belle 
figure  sacerdotali  dei  due  uomini.  Nel  puro  ovale  del  viso, 
pieno  di  vigoria,  sotto  la  bianca  e  calma  fronte  quadrata 
e  negli  occhi  azzurri  del  contadino  si  leggeva  la  fede  se- 
rena di  quella  forte  natura.  Egli  non  poteva  aver  mai  du- 
bitato ;  credeva  e  aspettava.  Finita  la  preghiera,  ci  fu  un 
momento  di  silenzio,  in  cui  si  sentiva  l'ansare    della   fan- 


Scarpe  di  David  Lazzaretti  (pa^'.  265 j. 


ciulla,  che  col  viso  nascosto  tra  le  mani  piangeva  a  calde 
lagrime. 

Uscimmo  che  era  notte  fatta.  La  comitiva  riprese  in 
silenzio  la  via  verso  Arcidosso.  Io  avevo  accanto  a  me  un 
amico  mio,  un  medico,  che  per  la  sua  professione  gira  ogni 
anno  quasi  casa  per  casa  tutto  il  paese  a  molte  miglia  lì 
intorno,  e  vi  sa  guardare  uomini  e  cose  con  occhio  d'os- 
servatore. Gli  descrivevo  le  impressioni  e  i  pensieri  lasciati 
in  me  da  quella  visita  alla  Torre,  che  mi  aveva  fatto  ve- 


B26  UNA    VISITA   ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

dere  da  vicino  e  cogliere  sul  vivo  il  processo  di  formazione 
embrionale  dei  fenomeni  religiosi.  Quelle  intime  energie 
dell'  anima  umana,  da  cui  essi  escono  nelle  età  primitive 
ingenue,  e  che  oggi,  soffocate  dal  prevalere  crescente  della 
fredda  riflessione,  si  vanno  sempre  piìi  spengendo  in  noi  e 
nella  società  intorno  a  noi,  m'erano,  dicevo,  apparse  tuttora 
vive  lassù  tra  quei   montanari. 

—  Bisogna  —  mi  rispose  l'amico  —  star  sempre  in 
mezzo  a  loro  per  farsi  un'  idea  della  potenza  e  della  ric- 
chezza che  il  sentimento  religioso  può  avere  in  anime  come 
queste.  Esse  vivono  tuff  altra  vita  dalla  nostra,  in  cui  ciò 
che  con  una  parola  ormai  molto  comprensiva  diciamo  ideale, 
occupa  appena  l'ultimo  sfondo  della  coscienza,  e  ci  sta  per 
molti  di  noi  almeno  come  un  di  più,  come  una  cosa  di  pia- 
cere e,  se  posso  dir  così,  di  lusso  intellettuale  o  di  pascolo 
pel  sentimento.  Per  questa  gente  invece  l'ideale  è  tutto, 
investe,  penetra  ogni  parte  e  ogni  ufficio  della  vita,  vi  è 
sottinteso  ad  ogni  momento,  subordina  a  se  anche  la  cura 
degl'interessi  materiali.  E  poi  i  più  tra  i  nostri  campagnoli 
menano,  soli  o  colla  famiglia,  nei  casolari  sparsi  tra  i  monti, 
nelle  lunghe  ore  del  lavoro  e  nel  pascolar  le  bestie  pei 
campi  e  tra  i  ì)oschi,  una  vita  quasi  da  cenobiti.  Le  cime 
di  queste  scogliere  e  le  ombre  delle  nostre  valli  hanno,  a 
certe  ore,  silenzi  e  sussurri  così  profondi,  che  Dio  vi  si  fa 
sentire  piìi  da  vicino  a  chi  sappia  ascoltarlo  nella  natura. 
Ecco  perchè  in  questa  e  in  altre  popolazioni  di  montagnoli 
nascono  di  tanto  in  tanto  nuovi  moti  di  pie  credenze,  in 
cui  ha  parte  per  lo  i)iìi  Y  efficacia  personale  di  (jualche 
uomo,  e  Itoma  senza  pur  favorirli  risolutamente,  cerca  per 
lo  piìi   (li  non    lasciarli    ne    anche    allontanar    troppo    dalla 


Le  clasai  colle  e  il  popoh)  327 


sua  tutela.  Essa   sente  eli  dover    dirigere    una    forza,   che, 
nata  in  lei,  potrebbe  facilmente  volgersi  contro  di  lei. 

—  E  il  sentimento  —  gli  replicai  — •  che  manca  pur 
troppo  a  noi,  specialmente  in  Italia,  a  noi  classi  gover- 
nanti, che  pur  vorremmo  e  dovremmo,  secondo  il  concetto 
dello  Stato  moderno,  non  perder  mai  d'occhio  una  sola  tra 
le  grandi  forze  morali  che  ha  in  se  il  paese.  E  intanto  la 
nostra  indifferenza  in  materia  di  religione,  tale  e  tanta 
ormai  da  farci  ignorare  affatto  ciò  che  pensa  e  crede  due 
terzi  almeno  del  popolo  italiano,  rende  tra  noi  estranea,  se 
non  forse  ostile,  al  potere  sociale  e  politico  la  più  potente 
di  codeste  forze  che  pur  si  movono  nella  coscienza  della 
nazione.  Noi  sorridiamo  a  sentir  dire  che  in  alcuni  comuni 
del  Mantovano  il  popolo,  ritornando  alle  antiche  consuetudini 
della  Chiesa,  ha  eletto  da  se  il  proprio  parroco.  In  quasi 
dieci  anni,  ci  diamo  una  o  due  volte  appena  il  pensiero  di 
domandare,  sorridendo,  in  che  modo  sia  sorto  e  duri  quassìi 
tra  migliaia  di  contadini,  non  senza  il  favore  palese  del 
clero,  un  moto  religioso  che  la  parte  avversa  alla  libertà 
e  alla  monarchia  tiene  in  mano  sua.  E  quando  l'uomo  che 
l'aveva  iniziato  si  volge  contro  di  lei  e  predica  teorie  sov- 
versive, e  i  sindaci  e  il  clero  a  una  voce  invitano  il  Go- 
verno a  provvedere,  noi  anche  allora  lasciamo  fare,  lasciamo 
passare,  sino  a  che  la  mera  possibilità  d'un  pericolo,  che 
noi  stessi,  se  mai,  avremmo  creato,  e'  induca  a  impugnare 
contro  gente  inerme,  salmeggiante,  gli  stessi  mezzi  di  re- 
pressione che  Luigi  XIV  usò  contro  i  Calvinisti  delle  Ce- 
vennes.  Politica  liberale  e  illuminata  davvero  !  Ma  questa  in- 
differenza e  questa  ignoranza  dei  bisogni  religiosi  del  popolo 
italiano  ci  renderebbero  impotenti,  incerti  della  via  da  tenere 


328  UNA    VISITA   ALLA    TORRE   DI   DAVID    LAZZARETTI 

di  faccia  a  Roma,  sicurissima  invece  della  sua,  il  giorno  che 
per  la  prima  volta  sorgesse  in  Italia  una  questione  religiosa; 
e  potrebbero  riuscir  fatali  al  paese  in  una  di  quelle  grandi 
prove  contro  lo  straniero,  nelle  quali  l'amore  alla  patria  e 
a,lla  monarchia  avesse  bisogno  d'esser  rinfocolato  da  tutti 
gli  altri  amori  di  cui  può  esser  capace  l'anima  d'una  na- 
zione. E  della  nostra,  non  l)isognerebbe  mai  dimenticarlo, 
sono  più  che  due  terzi  le  popolazioni  delle  campagne. 

Proseguimmo  in  silenzio  per  un  buon  tratto  di  strada. 
A  tutt'  e  due  passavano,  credo,  per  la  mente  gli  stessi 
pensieri.  Poi,  come  per  rispondere  a  una  domanda  che  io 
di  certo  gli  avrei  fatta,  l'amico  mio  disse  :  la  propaganda 
religiosa  del  Lazzaretti  ha  lasciato  poche  traccie  nei  villaggi 
e  nei  borghi  piìi  grossi  del  Monte  Amiata,  dov'  egli  non 
ebbe  mai  molti  seguaci.  Ma  girando,  com'io  faccio,  queste 
campagne,  s'incontrano  spesso  fuori  di  via,  giìi  nella  vallata 
verso  la  maremma  o  per  le  colline  tra  ombrie  solitarie, 
casolari  di  iittaioli,  di 'piccoli  possidenti,  per  lo  più  conta- 
dini nel  proprio,  che  serbano  ancora  sulla  porta  nn  emblema 
con  sopra  incisa  la  sigla  di  David.  A  quel  segno  si  rico- 
noscevano le  case  dei  suoi  fedeli.  E  a  molti  di  loro,  dopo 
i  fatti  del  18  agosto  1878,  fu  non  si  sa  perchè  ordinato 
di  levarlo  via.  Essi  rifiutarono.  Sono,  per  la  maggior  parte, 
vecchi  amici  di  David,  della  generazione  cresciuta  con  lui, 
che  vi  sanno  dire  ancora  il  giorno  e  il  momento  della  sua 
vita  in  cui  ebbe  le  tali  e  tali  visioni,  o  fece  le  tali  e  tali 
profezie,  e  spiegare  come  e  percliè  si  siano  poi  verificate, 
ma  in  lutt' altro  modo  da  (jucllo  clic  i  piìi  immaginavano 
in  princii)io.  Nella  piccola  chiesa,  nata  a  Monte  Lal)bro, 
essi  erano  e  rimangono    ancora    quello    clic  i  vecchi    sono 


La  parte  estrema  del  Lazzarettismo 


329 


per  lo  più  rinipetto  ai  giovani  in  materia  di  religione  :  la 
parte  estrema,  fanatica  che  crede  fino  all'  assurdo,  gli  no- 
mini delle  allucinazioni  e  dei  terrori  apocalittici,  gli  eredi 
e  i  continuatori  delle  visioni  del  Maestro.  Erano  stati  i 
primi  a  mettere  in  comune  nella  Società  delle  famiglie  cri- 
stiane quel  po'  che  possedevano  e  l'hanno  perduto  ;  ma  la 
loro  fede  non  è  cangiata. 


t." 


-. »  'tv 


^-6^.^ 


NeUe  solitudini  lunffo  la  Fiora. 


Io  ne  ho  conosciuti  piìi  d'uno  di  questi  Milleìiart,  la 
cui  vita  si  potrebbe  riassumer  tutta  nelle  parole  che  i  primi 
cristiani  si  sussurravano  tra  loro  per  riconoscersi  :  Maran 
atha^  il  Signore  sta  per  venire.  Due,  tra  gli  altri,  non  mi 
usciranno  mai  dalla  memoria.  E  poco  piìi  che  un  anno  fa. 
Me  ne  venivo  solo  solo  a  cavallo,  sull'  imbrunire,  laggiìi 
per  la  valle  della  Fiora,  in  una  di  quelle  giornate  tristi 
sulla  fine  di  settembre,  quando  già  l'autunno  ci  manda  in- 

G.  Bakzellotti.  42 


330  UNA   VISITA    ALLA    TORRE   DI    DAVID    LAZZARETTI 

naiizi  i  primi  brividi  dell'  inverno.  A  un  tratto  il  cavallo 
mi  si  fermò.  La  via  che  avevo  seguito  sino  allora,  appena 
visibile  alle  poche  traccie  che  in  un  giorno  di  pioggia  vi 
aveva  lasciate  impresse  qualche  giovenco,  si  perdeva  in  una 
sodaglia  sparsa  di  felci  e  di  scope  tra  rari  quercioli.  Il 
luogo  era  solitario  e  orrido  nel  silenzio  crescente  della  sera, 
sotto  a  un  cielo  cupo  e  abbassato,  pesante  per  nuvoloni 
scuri,  che  si  facevano  piìi  rari  solo  in  qua  verso  il  tra- 
monto, dove  appariva,  tinto  d' un  rosso  caldo,  il  cono  di 
Monte  Labbro.  Smontai,  presi  il  cavallo  per  la  briglia  e 
camminavo  lento,  con  cautela,  per  non  dar  giù  in  uno  di 
quelli  acquastrinai,  così  frequenti  lungo  la  Fiora.  Ero  stanco 
e  triste.  Sentivo  che  mi  sarei  volontieri  buttato  in  terra  a 
passar  la  notte  fra  quel  silenzio;  ma  fatti  appena  pochi 
passi,  scorsi  non  lontano  di  li  tra  i  rami  dei  quercioli  la 
porta  d'una  casa.  La  fiamma  del  focolare  la  illuminava  e 
vi  faceva  apparire  in  alto  lo  stemma  dei  Lazzarettisti. 

Entrai.  Una  donna  stava  inginocchiata  pregando  dinanzi 
a  un  quadro  che  riconobbi  subito.  Era  la  Madonna  della 
Conferenza.  Ardeva  davanti  al  quadro  una  lampada  a  olio. 
Al  focolare  sedevano  due  veccliioni,  uno  di  forme  atletiche, 
impresse  d'una  vigoria  ancora  fresca  di  veterano  in  riposo,  e 
con  due  buoni  e  piccoli  occhi  azzurri  che  mi  guardavano  soc- 
chiusi ;  l'altro,  meno  complesso,  pensieroso  con  uno  sguardo 
fisso  e  come  smarrito  nel  vuoto.  I  capelli  e  la  barba  bian- 
chissima scendevano  a  tutt'e  due  sulle  spalle  e  sul  petto. 
Li  salutai  e  sedetti  in  mezzo  a  loro.  Parlammo  di  David. 
Faolone,  lo  chiamano  così,  il  piìi  vecchio  dei  due,  mi  rac- 
contò come,  parecchi  anni  innanzi,  stando  egli  una  mattina 
sull'alba  nel  letto,  a  occhi  aperti,  gli  fosse  apparsa  quella 
stessa  Madonna  della   Conferenza,    tale   quale    suol    dipin- 


Essi  io  nspeitano  ancora  331 


gersi  nella  visione  del  Lazzaretti,  in  atto  di  persona  viva, 
parlante.  David  era  allora  nei  principi  del  suo  apostolato  ; 
tutti  andavano  a  lui  per  parlargli  e  per  consultarlo  delle 
cose  di  Dio;  a  Paolone  però  mancava  la  fede.  Ma  ecco  che 
la  visione  gli  si  rinnova  piìi  e  pili  volte,  sempre  in  atto 
di  comando  e  quasi  di  minaccia  e  non  gli  dà  tregua,  fìn- 
ch'egli  non  va  a  Monte  Labbro  e  non  ne  ragiona  con  David. 
D'allora  in  poi  Vuomo  del  mistero  non  aveva  avuto  tra 
i  suoi  un  seguace  piìi  fedele  di  Paolone. 

—  E  credete  ch'egli  tornerà?  —  domandai,  levandomi 
per  partire.  Alzarono  la  testa  tutt'e  due  in  atto  di  mara- 
viglia, e  l'altro  vecchione,  che  fino  allora  non  aveva  mai 
aperto  bocca,  stese  una  mano  scarna  e  bianca,  e  coli' occhio 
immobile,  senza  sguardo,  come  accennando  lontano  lontano 
a  cosa  ch'egli  solo  poteva  vedere,  —  i  tempi  —  disse  a 
voce  bassa  —  so)io  maturi,  sono  troppo  pieni  di  colpa;  il 
gastigo  non  può  mancare.  Egli  tornerà  e  noi  prima  di  mo- 
rire, lo  rivedremo. 

Quando  uscii  e  il  passo  del  mio  cavallo  suonò  intorno 
a  me  nella  notte  nuvolosa,  fantasticavo  di  tornarmene  verso 
il  castello  degli  Aldobrandeschi,  lungo  il  corso  di  Fiume 
Armino,  sul  cadere  dell'anno  innanzi  al  fatale  12G0,  dopo 
aver  visitati  due  vecchi  Millenari  seguaci  à^W  Evangelo 
eterno  e  vassalli  dei  signori  Conti  di  Santa  Fiora. 

Questo  mi  diceva  l'amico  mio.  E  anche  a  me  dalle  im- 
pressioni delle  cose  vedute  e  pensate  tutto  il  giorno,  fatte 
pili  vive  a  quell'ora  per  quella  via  lunga  e  buia,  tra  mac- 
chie e  monti  deserti,  sorgevano  in  fantasia  immagini  d'altri 
tempi,  d'altre  anime  umane.  Era  come  se  per  quel  giorno 
fossi  tornato  a  vivere  parecchi  secoli  fa  nel  piìi  fitto  medio 
evo,  in  mezzo  a  un  volgo  di  campagnoli,  commosso  ancora 


332  UNA    VISITA    ALLA    TOEItE    IH    DAVID    LAZZARETTI 

dalle  profezie  di  qualche  eretico  visionario,  fatto  bruciar 
vivo  innanzi  ai  loro  occhi  sulla  piazza  di  qualche  tetro  ca- 
stello, per  ordine  del  Sant'Uffizio.  E  a  me  accadeva  quello 
che  suole  accader  sempre  a  chi  nelle  manifestazioni  del 
sentimento  religioso  popolare,  dalle  piìi  alte  alle  piìi  umili, 
guarda  al  di  là  della  forma  nel  loro  fondo,  nell'eterno 
elemento  umano,  eh' è  di  tutti  i  tempi  e  di  tutti  i  luoghi. 
Il  significato  e  il  valore  dei  fatti  d'Arcidosso  mi  s'allar- 
gava nella  mente  a  mano  a  mano  che  io  li  guardavo  a  co- 
desta luce.  Come  nell'embrione  mostruoso  s'accennano,  di 
momento  in  momento,  nel  suo  sviluppo  le  forme  degli  ani- 
mali inferiori  e  si  fan  presentire  in  germe  quelle  piìi  alte 
e  al  di  là  del  tipo  vivente  ch'esso  porta  in  se,  nelle  rozze 
credenze  dì  quel  gruppo  di  montanari  raccolti  intorno  a 
David,  mi  apparivano  i  tratti  essenziali  alla  coscienza  re- 
ligiosa umana  nel  suo  sollevarsi  dal  culto  spiritistico  del 
selvaggio  sino  alla  fede  millenaria  dei  primi  cristiani,  sin 
quasi  all'alto  concetto  che  ha  oggi  di  Dio  chi  lo  adora  solo 
in  ><plrito  e  In  verità.  E  piìi  io  mi  ci  fissavo  coll'occhio 
della  mente,  piìi  codesto  eterno  istinto  del  divino,  così  pro- 
prio all'uomo,  pareva  mandarmi  nel  fondo  del  cuore  una 
voce,  in  cui  riecheggiavano,  se  posso  dir  cosi,  dai  confini 
estremi  e  da  tutte  le  età  della  storia,  le  voci  delle  piìi  no- 
bili asi)irazioni  e  di  tutti  i  piìi  alti  ideali  umani. 

Allora  io  pensavo:  quel  complesso  d'intiiue  disposizioni 
della  mente  e  del  cuore,  ov'è  tanta  ])arte  di  noi.  dall'arcano 
senso  di  terrore  del  fanciullo,  fuggente  al  vedere  la  propria 
ombra,  sino  all'intuizione  artistica  dell'universo,  a  cui  si 
ispira  un  poeta  santo,  tutte  quelle  arcane  energie  dell'animo, 
che  non  han  nome  per  la  scienza  e  che  non  si  posson  ri- 
durre a  lei,  distinte  pure  ciascuna   per    se,    si    fondono    in 


Alcune  mie  riflessioni  333 


una  vGAultanfG  nuova  sotto  Tefficacia  potente  di  ciò  che  in 
noi  si  chiama  fede.  E  mosse,  scaldate  daUa  fede,  sia  essa 
quello  che  vuoi,  alto  sospiro  dell'anima  o  delirio  di  fana- 
tismo, codeste  energie  divengono  una  delle  leve  piii  potenti 
della  vita  e  della  storia  umana.  Tutto  quanto  v'è  in  lei  di 
pili  grande  è  sgorgato,  finora  almeno,  da  sitfatta  fonte  ; 
tutto  quello  che  di  pili  torbido  e  di  limaccioso  ne  derivò 
per  secoli  nelle  grandi  correnti  del  sentimento  umano,  se 
sparse  intorno  a  se  rovine  e  ghiaia  devastatrice,  depose  an- 
che materie  fecondanti  e  germi  di  nuova  vita. 

Qui  una  lunga  serie  di  dubbi,  di  domande,  l'una  piìi  in- 
calzante dell'altra,  mi  s'affollavano  alla  mente.  Che  la  religio- 
sità, intesa  come  deve  intenderla  chi  ne  guardi  il  fondo,  cioè 
come  aspirazione  a  un  ideale,  come  sentimento  o  intuito  di 
un  ignoto  adorabile,  trascendente  il  pensiero  e  le  forme  delle 
cose,  possa  mai  un  giorno  dileguarsi  dall'anima  umana  in- 
nanzi alla  luce  della  scienza,  questo  mi  riusciva,  non  che 
incredibile,  assurdo.  L'uomo  adorerà,  io  mi  dicevo,  finche 
c{\ie\V incognito  indistinto  di  stati,  di  aspirazioni,  di  bisogni 
interiori  che  il  pensiero  scientifico  non  vale  a  soddisfare,  e 
che  la  fede  e  l'arte  esprimono  in  se,  vivrà  nel  nostro  spi- 
rito, ch'è  quanto  dire,  sempre.  Certo  la  fiamma  del  senti- 
mento religioso  non  e  stata  mai  prima  d'ora  così  bassa, 
com'è  oggi  in  tutti  i  paesi  più  civili.  L'attenuazione  con- 
tinua, progressiva,  che  dell'idea  di  Dio  s'è  venuta  facendo 
dai  principi  del  secolo  in  poi  nelle  scuole  filosofiche  sino  a 
ridurre  ora  q^uell'idea,  secondo  l'espressione  viva  di  un  teo- 
logo inglese,  ^^  a  un  che  dì  trasparente ,,  (defecated  to  a  pure 
transparency),  non  accenna  di  voler  finire.  Da  un  lato,  1'  ^^In- 
conoscibile,,  dello  Spencer  e  degli  Agnostici,  dall'altro,  ''la 
forza  cieca,  inconscia,,  dei  Monisti   tedeschi    hanno    in    se 


334  UNA   VISITA    ALLA    TORRE    DI   DAVID    LAZZARETTI 

del  divino  tanto  quanto  può  esprimerne  il  simbolo  dell'in- 
finito matematico.  E  intanto  quattrocento  milioni  di  Bud- 
disti professano  ancora,  sebbene  sfigurata  dall'idolatria,  una 
religione  ch'è  nei  suoi  prìncipi  atea;  e  tra  i  Protestanti  e 
anche  tra  i  Cattolici,  nonostante  clie  Roma  imponga  alla 
loro  scarsa  fede  donimi  sempre  nuovi,  la  coscienza  religiosa, 
specie  delle  classi  piti  colte,  lascia  sempre  piìi  cadere  da 
se,  come  organo  inoperoso,  la  parte  dommatica,  metafisica 
delle  sue  credenze,  per  attenersi  alla  parte  morale.  Ma  è 
pur  vero  che  la  propaganda  maomettana  avanza  vittoriosa 
in  Africa  e  in  Asia,  e  che  in  Europa  e  in  America  anche 
tra  i  liberi  pensatori,  anche  tra  coloro  che  non  professano 
nessun  culto  positivo,  la  vecchia  pianta  della  religlosith  ri- 
pullula dalle  radici,  e  in  una  forma  che  par  nuova  ed  è 
invece  la  piìi  antica  e  la  più  rozza  di  tutte.  Lo  Spiritismo 
non  è  in  fondo  che  il  primitivo  culto  dei  morti,  la  reli- 
gione dei  selvaggi. 

Di  questi  segni  religiosi  del  nostro  tempo,  così  incerti 
e  contradditori  tra  loro,  uno  dei  più  notevoli  mi  sembrava 
la  calma  in  cui  stagna  il  Cattolicismo.  Le  vecchie  divisioni, 
che,  pur  senz'alterarne  l'unità  delle  dottrine,  vi  mantene- 
vano un  qualche  moto  di  pensiero  e  d'esame,  hanno  ora 
quietato  da  un  pezzo.  Le  ultime  traccie  sparivano  innanzi 
alla  sentenza  del  Concilio  Vaticano  ^iiW  i  nf alilo  ili  fa,  che  fu 
il  passo  definitivo  di  quel  lento  processo  di  ossificazione,  che 
si  fa  da  secoli  nell'organismo  invecchiato  della  Chiesa.  Oggi, 
l'insegnamento  della  Teologia  e  della  florale  sacra,  scemato 
già  di  molto  in  estensione  e  in  intensità,  se  non  altro  tra 
i  popoli  latini,  ridotto  com'è  a  una  Scolastica  e  a  una  Ca- 
sistica, irrigidite  nella  fredda  interpretazione  dei  testi,  eser- 
cita nelle  scuole  forse  la  memoria,  ma   non    la    mente    del 


La  Chiesa  romana  e  la  società  moderna  335 

giovine  clero;  e,  salvo  nei  paesi  dove  il  Cattolicismo  ha  di 
contro  a  se  i  Protestanti,  rinunzia  ogni  giorno  piìi  alla  di- 
scussione cogli  avversari  e  alla  critica,  si  ritira  sempre  piìi 
in  sé  stesso.  E  anche  l'ultimo  spiraglio  di  libertà,  che  la 
speculazione  lìlosofìca  apriva  al  pensiero  religioso  dei  Cat- 
tolici sino  a  pochi  anni  sono,  è  stato  ormai  chiuso  da 
Leone  XIII  il  giorno  in  cui  egli  sottoscrisse  l' Enciclica 
sulla  tilosolia  di  San  Tommaso.  I  Gesuiti  che  volevano 
messi  all'indice  gli  scritti  di  Antonio  Rosmini,  e  che  con- 
tristarono gli  ultimi  anni  della  vita  di  quel  pensatore  santo, 
possono  ormai  impugnare  contro  di  lui  e  contro  i  suoi  se- 
guaci l'arme  dell'autorità  papale.  La  grande  istituzione  del 
Cattolicismo  invecchiante  adopera,  com'è  proprio  sempre  dei 
vecchi,  quel  che  le  resta  ancora  di  forze  vive  a  respingere 
da  se  la  piena  dei  tempi,  che  le  ingrossa  intorno  e  vuole 
invaderla  da  ogni  parte.  Nel  medio  evo,  quando  era  in  pieno 
rigoglio  di  giovinezza,  e  il  suo  spirito  si  confondeva  ancora 
con  quello  della  società  civile  informata  da  lei,  la  Chiesa 
romana  cercò  un  sostegno  alla  propria  efficacia  nel  pen- 
siero e  nella  scienza,  nel  credo  ut  intelluiaìn.  Ma  ora  che 
lo  spirito  e  l'anima  dei  tempi  s'allontana  ogni  giorno  più 
dai  suoi  dommi,  essa  si  rifugia  nel  sentimento  semplice  e 
rozzo,  nell'ossequio  del  cuore  non  illuminato  dall'intelletto. 
Coloro,  che,  credendo,  hanno  anche  bisogno  d'  intendere, 
sentono  ogni  giorno  piìi  la  difficoltà  d'accordare  in  lei  la 
fede  colla  ragione.  E  da  tutto  ciò  nasce  che,  mentre  in 
questo  continuo  ritrarsi  che  fa  in  se  lo  spirito  della  Chiesa 
da  ogni  contatto  colla  parte  più  civile  e  più  colta  della  so- 
cietà moderna,  non  solo  la  vita,  ma  anche  la  mente  del 
clero  si  dilungano  da  lei,  il  Cattolicismo  romano  rischia  di 
divenire  ogni  giorno  più  quello  che  divennero  in  altri  tempi 


336  UNA   VISITA    ALLA    TORRE    DI    DAVID    LAZZARETTI 

altre  credenze  destinate  a  morire  :  una  fede  di  volghi  e  di 
donne  incolte,  una  religione  di  villaggi  e  di  campagnoli. 

Andando  di  questo  passo,  io  pensavo,  rimarrà  sempre 
meno  a  sperare  che  un  grande  e  largo  e  desiderabile  risve- 
glio della  coscienza  religiosa  cattolica  ravvivi  le  forze  morali 
del  nostro  tempo,  I  grandi  rinnovamenti  religiosi  nascono, 
è  vero,  dal  basso,  ma  essi  riescono  fecondi  e  durevoli  solo 
quando  gl'impulsi  che  movono  il  sentimento  popolare  rispon- 
dano ai  pili  alti  bisogni  intellettuali  e  morali  d'una  società 
intera.  Così  fu  del  Cristianesimo.  Ma  io  non  vedevo  come 
in  questo  ritrarsi  clie  fa  l' efficacia  del  Cattolicismo  romano 
ogni  giorno  piìi  dal  pensiero  delle  classi  superiori  nell'asce- 
tismo delle  pratiche  esterne  e  nel  rozzo,  mistico  sentimento 
dei  volghi,  una  tal  fede  possa  educare  in  essi  altre  ten- 
denze religiose  che  non  siano  le  pili  lontane  dalla  coscienza 
e  dalla  mente  dei  nostri  tempi.  N'era  per  me  un  segno  il 
tentativo  di  rinnovazione  religiosa,  di  cui  io  avevo  cercato 
le  traccie  tra  i  montanari  dell'Annata.  Eppure  quello  che 
di  pili  veramente  umano  e  di  conforme  ai  più  alti  bisogni 
della  coscienza  religiosa  m'era  apparso,  come  in  ombra,  tra 
i  sogni  dei  M'dlenan  di  Monte  Labbro,  accennava  che  an- 
che tra  i  volghi  delle  campagne  l'ossequio  a  Roma  catto- 
lica potrebbe  pur  trovarsi  di  faccia  a  ribellioni  non  preve- 
dute, il  giorno  in  cui  anche  la  coscienza  popolare,  commossa 
da  nuovi  impulsi  di  fede  viva,  si  sentisse  a  disagio  nelle 
vecchie  forme  immobili  della  tradizione. 


J"  I  N  E. 


NOTE 


G.  Barzellotti.  .q 


I. 

Il  Lazzarettismo  vive  anche  oggi  nel  Monte  Amiata. 

I  lettori  vorranno,  io  credo,  sapere  se  in  questi  ventiquattro  anni, 
daccliè  uscì  il  mio  libro  sul  Lazzaretti,  siano  rimaste  traccio  della  sua 
propaganda  religiosa  nei  luoghi  ove  egli  predicò  e  fu  ucciso,  e  se  oggi 
possa  dirsi  che  il  Lazzarottismo  viva  ancora  sul  Monte  Amiata.  Alla 
legittima  curiosità  dei  lettori  risponderò  accennando  solo  e  breve- 
mente fatti  a  me  ben  noti. 

Non  in  tutto  il  Monte  Amiata,  ma  in  Arcidosso  e  nelle  piccole 
boi'gate  vicine,  in  quelle  più  prossim.e  a  Monte  Labbro  e  nelle  cam- 
pagne, che  guardano  la  Maremma,  ove  il  profeta  trovò  fin  da  prin- 
cipio i  più  dei  suoi  seguaci,  gli  restano  ancora  fedeli  quasi  tutti  i 
superstiti  delle  società  fondate  da  lui,  i  suoi  apostoli  e  alcuni  dei 
discepoli  più  giovani,  dei  chiamati  più  tardi  alla  fede.  Il  loro  numero 
è  tuttoi'a  notevole  ;  —  mi  diceva  di  recente  persona  bene  informata  e 
non  certo  ad  ossi  favorevole,  un  prete  rigidamente  ortodosso.  Riman- 
gono incrollabili  nella  loro  fede,  fra  l'indifferenza  della  generazione 
venuta  dopo,  e  che  è  ancora  religiosa,  in  maggioranza,  ma  meno  dispo- 
sta ad  interessarsi  e  a  preoccuparsi  di  cose  religiose.  E  anche  di  nuovi 
venuti  alla  fede  oe  ne  sono  stati  in  questi  ultimi  tempi.  I  vecchi,  — 
di  anni  e  di  fede,  bellissimi  vecchi,  i  più,  dalla  lunga  barba  bian- 
chissima 0  grigia,  che  tutti  portano,  perchè  è  come  un  distintivo  laz- 
zarettista,  —  formano  ancora  una  piccola  chiesa,  che  ha  i  suoi  riti, 
le  sue  riunioni,  il  suo  simbolo  e  in  cui  circolano,  oltre  le  opere  del 
maestro,  libri  dottrinali  e  di  propaganda,  di  preghiere  e  d'inni  e  di 
laudi,  manoscritti  e  in  stampa.  Tra  questi,  tre  sono  stati  pubblicati 
che  non  è  molto.  Uno,  nel  1903.  E  un  Avviso  di  pace  e  di  giustizia 
a  tutti  i  fratelli  in  Dio  e  in  Cristo,  col  quale  i  discepoli  del  nuovo 
Messia  fanno  testimonianza  della  verità  della  sua  venuta  nel  mondo, 
ch'è  stata  la  seconda  venuta  di  Cristo,  come  Duce  e  Giudice  e  come 
Paracleto,  già  annunziata  dal  Vangelo  e  necessaria  nella  maturità  dei 
tempi,  pieni  di  colpa.  Che  i  tempi  fossero  maturi  per  la  sua  missione 
era  stato  annunziato  anche  dalla  Eejin'i  del  cielo^  apparsa  sul  monte 
della  Salette.  Ma  l'eletto  jiglio  dell'uomo,  il  Grande  Monarca,  predetto 
anche  da  Francesco  di  Paola,  non  fu  compreso  se  non  da  pochi.  E 
ora  questi  pochi,  credenti  ancora  fermamente  in  lui,  dopo  ventiquat- 
tro anni,  contadini  ignoranti,  ma  illuminati  dallo  spirito  di  verità,  si 
rivolgono  per  farne  testimonianza  ai  cari  fratelli  del  popolo  latino  e 
delli  cattoìicità;  si  professano  fgli  ed  amanti  e  non  nemici  della. 
Chiesa  cattolica,  sebbene  avversi  alla  mondanità  di  una  parte  dei  suoi 
ministri;  si  dichiarano  alieni  da  ogni  setta  religiosa  e  politica,  ^' dai 
tanti  socialismi ,,  che  ^'scindono,  spezzino,  frantumano  l'unità  dell'u- 
tnana  famiglia,,,  mentre  essi  la  vogliono  concorde  in  un'unica  fede 
e  felice  e  in  pace.  Che  l'Avviso  —  scritto  con  chiarezza  e  qua  e  là  non 


340  NOTE 

senza  efficacia  di  pensiero  e  di  forma  —  sia  di  Filippo  Imperiuzzi,  si 
vede  dalle  ultime  parole,  in  cui  si  annunzia  prossima  la  pubblicazione 
della  veridica  storia  di  JJavid,  e  s'invitano  i  lettori  a  sottoscrivere  il 
manifesto  d'associazione. 

L'altro  libro  che  circola  tra  i  Lazzarettisti,  pubblicato  nel  190-1, 
è  quasi  un  breviario  d'Inni,  Ioli  e  jrrejliiere,  in  prosa  e  in  versi;  pre- 
ghiere a  Dio,  alla  Santissima  Trinità,  a  Gesù,  allo  Spirito  Santo,  a 
Maria;  lodi  in  forma  di  salmi,  a  Dio  per  le  anime  defunte,  a  Maria 
madre  e  s/iosa  di  Dio  :  inni  alla  Trinità,  ai  Santi  avvocati,  a  Cristo 
duce  e  Giudice;  quest'ultimo  composto  dall' Imperiuzzi.  Il  resto  —  mi 
diceva  un  lazzarettista  . —  è  di  David.  Nei  versi,  che  risentono  della 
lettura  dei  Romantici  manzoniani,  e  qualche  volte  zoppicano,  piace 
la  schietta  semplicità  e  la  sincerità  del  sentimento  che  li  ha  ispirati. 

E  composto  daU'Imperiuzzi,  con  una  chiara  sobrietà  e  una  densa 
precisione  di  forma,  che  ini  pare  notevole,  è  un  Catechismo  t/iurisda- 
cidtco,  pubblicato  nel  1907,  il  quale  contiene  e  svolg'e,  in  non  più  di 
cinquantaquattro  piccole  pagine,  la  sostanza  di  quelli  che  potrebbero 
chiamarsi  i  capitoli  della  fede  dei  Lazzarettisti;  dal  domina  fondame  i- 
tale  gioachimita  della  nuova  manifestazione  dolio  Spirito  Santo,  ap- 
parsa nel  secondo  Figlio  dell'  Uomo  (David  Lazzaretti),  dai  mistul, 
che  si  sono  avverati  nella  sua  vita,  e  dal  significato  della  riforma  ini- 
ziata da  lui  con  la  Legge  del  Diritto,  sino  —  se  posso  dir  così  —  alte  dot- 
trine professate  dai  Jjazzarettisti  (pianto  al  peccato,  ai  vizi  capitali,  al 
demonio  e  all'inferno,  al  valore  delle  0[)ere  meritorie,  tra  le  cjuali  en- 
trano quelle  dell'amor  di  patria,  agli  angeli  custodi,  alle  disposizioni 
di  mento  e  d'animo,  necessarie  per  chi  voglia  entrare  nella  nuova 
chiesa,  e  sino  ai  suoi  ''  nuovi  riti  „  e  alle  preghiere  ch'essa  predilige  in- 
vocanti la  Vergine  "  coirJ.r  ;  Maria,  con  le  Litanie  e  coi  nuovi  can- 
tici „.  Al  Catechismo  seguono  le  Litanie,  che  sono  quelle  della  chiesa 
cattolica,  salvo  due  o  tre  nuove  forme  d'invocazione,  come  questa: 
Prot  ctrlr  Jurlsilavldicorìim  !  E  accanto  alle  Litanie  latine  sta  la  tra- 
duzione italiana,  recitata  dai  fedeli,  poiché  tutte  le  preghiere  nella 
nuova  chiesa  sono  in  volgare.  Alle  Litanie  succede  il  Rosario,  detto 
ogni  giorno  dai  Lazzarettisti,  o  i  cui  misteri  non  sono  più  quindici, 
ma  ventiquattro  —  quanti  gli  articoli  del  simbolo  di  David  —  e  si 
riferiscono  alla  vita  e  alla  missione  di  lui  e  alla  sua  morte.  La  chiesa 
lazzarettista  ha  essa  pure  le  sue  feste,  indicate  nel  libretto,  che  si 
chiude  con  uno  "specchietto  per  conoscere  tutte  le  creature  umane 
(inali  angeli  buoni  di  Dio  e  quali  angeli  cattivi  di  Satana... 

Tutto  ci(^  che  è  in  questo  Catechismo  si  pu(')  diro  sia  sostanzial- 
mente nelle  opere  di  David,  fuorché  —  come  noterò  più  sotto  —  qualche 
aggiunta  dovuta  a  Filippo  Imperiuzzi. 

I  credenti  in  David  si  chiamano  da  so  stessi  Giurlsdavldlci,  dal 
nomo  del  maestro  e  dalla  loro  fede  nel  prossimo  avvenimento  del  re- 
gno del  Diritto  e  della  Giustizia.  Non  vaiuio  in  chiesa  e  non  seguono 
più  lo  pratiche  del  culto  cattolico,  sul  quale  però  si  modella  ancora 
quasi  in  tutto  la  piccola  chiosa.  Dal  cattolicismo  dissentono,  come  sap- 
piamo, anche  in  duo  punti  essenziali,  perchè  negano  con  David  l'eter- 
nità delle  pene  infernali,  e  rigettano  la  confessione  auricolare.  Piccoli 
possidenti,  lavoratori  dei  i)roprt  campi,  coloni,  artigiani,  braccianti,  — 
uno  dei  loro  capi  è  un  })ittoro  di  stanze,  —  si  conoscono  tutti  fra  loro; 
vivono  a  sé,  alcuni  quasi  solitari  noi  poderi  sparsi  per  le  campagne, 
i  più,  a  piccoli  grup[)i,  nei  villaggi  intorno  ad  Arcidosso,  pochi  in 
paese;  gente  (|uicta,  sonz'oml)ra  d'intolleranza,    ma    tenacissima  della 


Il  Lazzareitismo  rive  anche  oggi  nel  Monte  Annata  341 

propria  fede  o  noncurante  di  quello  "che  può  dirne  il  mondo,,.  Non 
entrano,  se  non  interrogati,  nella  materia  delle  loro  "idee  religiose., ; 
richiesti,  le  espongono  con  sincera  franchezza,  citando,  se  occorre, 
punto  per  punto,  a  mente,  gli  articoli  del  loro  simbolo,  o  leggendoli 
in  un  libretto  accuratamente  rilegato,  che  tutti  portano  sempre  in 
tasca.  kSono  —  mi  è  stato  riferito  da  più  parti  —  alienissimi  dal  be- 
stemmiare e  dal  cedere  all'ira,  non  alzano  mai  la  voce,  parlando.  E 
vi  sono  fra  di  essi  alcuni  assai  agiati,  che  vivono  in  mezzo  ai  loro  po- 
deri, alla  loro  famiglia  e  ai  loro  coloni  una  vita  tutta  patriarcale.  1 
Lazzarettisti  si  riuniscono  "per  fare,,  —  come  dicono  —  "le  loro  devo- 
zioni,, in  casa  di  questo  o  di  quello  dei  più  vecchi  e  autorevoli  e  pr-o- 
vati  tra  loro,  che  tiene  le  veci  di  sacerdote.  Alcuni  anni  fa,  si  diceva 
che  non  pochi  salissero,  ogni  sabato,  di  nottetempo  su  alla  torre  di 
Monte  Labbro  "per  adorare  lo  spirito  del  Profeta,,.  Non  so  se  e 
quanti  credono  ancora  nella  sua  resurrezione.  Certo  in  Montagna  o 
in  Maremma  e  qua  e  là  in  tutto  il  senese  c'è  tuttora  chi  ci  crede. 
Enrico  Panzacchi  mi  ha  raccontato  che  un  giorno,  a  Siena,  non  molti 
anni  fa,  mentre  passeggiava  con  un  amico  fuoti  di  Porta  Romana,  e, 
guardando  l'Amiata  lontano  là  nell'ultimo  orizzonte,  parlavano  in- 
sieme del  Lazzaretti,  una  vecchia  popolana  li  aveva  interrotti,  escla- 
mando: "Il  santo  David  risusciterà  senza  dubbio,,. 

Nel  maggio  del  1904  Filippo  Imperiuzzi  ricomparve  a  un  tratto 
in  mezzo  al  piccolo  cenacolo  lazzarettista.  Nei  ventisei  anni  corsi 
dalla  morte  di  David  egli  era  stato  lungamente  a  Gradole,  sua  patria, 
nel  viterbese,  e  più  volte  anche  a  Roma,  ove  —  così  dicono  le  auto- 
rità ecclesiastiche  —  "aveva  dato  segni  di  resipiscenza,,  e  aveva 
servito  nella  chiesa  del  Gesù.  Ora,  ripreso  forse  dalla  nostalgia  di  quei 
monti  e  della  strana  fede  mistica  a  cui  aveva  dato  la  sua  giovinezza, 
il  monaco  filippino  tornava  lassù  a  tentare  fra  i  vecchi  discepoli  del 
secondo  Cristo  e  innanzi  alla  nuova  generazione,  che  doveva  esser  chia- 
mata alla  fede,  la  missione  di  un  evangeUsta,  forse  —  chi  sa?  —  di  un 
San  Paolo.  Ed  era  andato  a  Poggio  Marco,  piccola  borgata  nascosta 
fra  i  castagni  presso  Arcidosso,  in  casa  del  più  venerando  tra  i  se- 
nio-i lazzarettisti,  dell'apostolo  Paolo  Conti.  Là  celebrava  la  messa 
innanzi  ai  fedeli,  che  correvano  numerosi. 

La  sua  venuta  trovava  infatti  —  come  poi  mi  disse  un  sacerdote 
di  qua  —  "  il  terreno  preparato  „.  "  Il  fuoco,  sopito  dopo  la  morte  del 
Lazzaretti,  accennava  a  divampare  nuovamente,,.  Le  voci  che  subito 
corsero  intorno  alle  riunioni  religiose  di  Poggio  Marco,  e  al  proposito 
espresso  dall' Impeiiuzzi  di  riadattare  la  chiesa  diruta  di  Monte  Labbro, 
e  di  farne  il  centro  d'una  nuova  propaganda,  misero  in  pensiero  le 
autorità  ecclesiastiche.  Avvertito  da  queste,  un  maresciallo  dei  cara- 
binieri si  recò  a  Poggio  Marco  e  parlò  all' Imperiuzzi.  Egli  intanto 
evangelizzava;  scriveva  epistole  ai  fedeli  e  agli  Arcidossini,  in  cui  si 
diceva  "eletto  ad  annunziare,  in  nome  di  David,,  l'avvenimento  del 
regno  eterno  della  legge  del  Diiitto  emanata  dallo  Spirito  Santo, 
"che  dovrà  unire  tutti  gli  uomini  in  un  solo  ovile  e  sotto  un  solo 
pastore,,.  "La  chiesa  cattolica  è„  —  diceva  —  "un  albero  secco  che 
non  rende  più  frutti,,.  Proclamava  con  David  la  necessità  di  una  ri- 
forma sociale,  professandosi  però  alieno  dal  Socialismo.  E  scriveva  al 
vescovo  di  Montalcino,  esortandolo  "a  fare,  tra  i  primi,  alleanza  con 
Cristo  e  col  suo  nuovo  Evangelista,  a  cui  la  Santissima  Trinità  aveva 
manifestato  il  lìrinci'pio  e  il  procedimento  delle  umane  vicende ^y  E 
conchiudeva:  "Se  Ella  vuol   da  me  sapere   il  mistero  divino  com- 


34:J  NOTE 

piuto,  sono  pronto  a  spiegarlo,,.  E  inviava  al  vescovo  un  drappello 
di  apostoli  e  di  discepoli  con  la  missione  di  esporgli  il  simbolo  e  di 
patrocinare  innanzi  a  lui  la  causa  della  nuova  fede.  Erano  —  mi  di- 
ceva un  testimone  del  loro  colloquio  col  vescovo  —  sei  o  sette  vec- 
chioni alti,  diritti,  bellissimi,  che  nelle  larghe  faccio  vigorose,  abbru- 
nite dal  sole  dei  campi,  portavano  scritta  la  rude  e  franca  semplicità 
montagnola.  E  alcuni  tra  di  essi,  scelti  dagli  altri  a  far  la  parte  di 
missionari,  parlarono  a  lungo;  nella  forma  incolta,  ma  viva  e  piena 
d'intimo  garbo,  della  loro  schietta  parlata  toscana,  misero  un  calore 
di  convinzione,  che  toccò  più  volte  l'eloquenza.  Il  vescovo,  uomo 
d'ingegno  e  alieno  da  ogni  intolleranza,  —  una  tra  le  menti  più  ele- 
vate e  più  colte  che  abbia  avuto  l'episcopato  toscano,  —  li  ascoltò  con 
benevolenza;  li  esortò,  come  doveva,  amorevolmente  a  rientrare  in 
grembo  alla  Chiesa;  ma  quando  furon  partiti,  non  potè  fare  a  meno 
di  esclamare:  "Vorrei  che  tutti  quelli  tra  i  nostri  che  vanno  ogni 
giorno  in  chiesa,  credessero  con  la  profondità  di  convinzione  e  di  fede 
di  questi  Lazzarettisti  !  „  —  Un'esclamazione  simile  a  questa  l'ho  udita 
di  recente  dalla  bocca  di  quel  sacerdote,  sinceramente  cattolico,  a  cui 
accennavo  poco  fa,  e  che,  richiesto  da  me  se  i  Lazzarettisti,  da  lui 
conosciuti,  fossero  buona  gente,  "ma  che  le  pare!,,  —  mi  risposo, 
alzando  lo  braccia,  —  "buonissima!,,.  E  che  non  siano  pochi  lo  ar- 
gomentava dal  numero  di  quelli  che,  tempo  fa,  seguivano  il  trasporto 
funebre  di  uno  dei  loro.  Al  feretro  veniva  dietro,  senz'altro  accompa- 
gnamento, una  fila  assai  lunga  di  uomini  e  donne,  con  in  mano  una 
candela  accesa,  recitanti  in  grande  raccoglimento  le  loro  preghiere.  1 
paesani  stavano  in  silenzio  a  vederli  passare.  —  lo  stesso,  che  per 
più  di  venti  anni  ho  avvicinato  e  conosciuti  non  pochi  Lazzarettisti, 
debbo  dire  che  la  mia  esperienza  personale  conferma  in  tutto  queste 
favorevoli  testimonianze,  qui  da  me  riferito,  dei  loro  costumi  e  della 
loro  vita. 

E  termino  il  racconto,  qui  sopra  incominciato,  del  tentativo  di 
propaganda  fatto  dall' Imperiuzzi  nel  1904.  La  vigilanza  delle  autorità 
ecclesiastiche  locali  si  fece  sempre  più  stretta  e  impaziente  di  mettere 
un  fine  alla  nuova  agitazione  lazzarettista.  Ai  primi  di  giugno  ne  fu 
informato  il  Vaticano,  o  dal  Cardinale  Serafino  Vannutelli,  segretari*) 
della  Santa  Romana  e  Universale  Liquisizione,  venne  ordine  peren- 
torio di  ammonire  l'Imperiuzzi,  di  ordinargli  di  desistere  dalla  sua  pro- 
paganda, e,  ov'egli  persistesse,  di  sospenderlo  a  divinis,^  e  invitare  le 
autorità  civili  a  provvedere.  Gli  ordini  furono  eseguiti.  Un  giorno, 
sulla  fine  di  giugno,  il  maresciallo  dei  carabinieri  andò  a  Pojgio  Marco 
e  ingiunse  all'lmi^oriuzzi  di  partire  subito  per  Gradole.  Riferisco  i 
fatti;  non  li  giudico. 

È  notevole  come  nell'esposizione,  che  i  Lazzarettisti  fanno  del 
sìmholo  di  David  e  negli  scritti  dell' Lnperiuzzi,  —  solo  intorpotre, 
che  fin  qui  abbiano  avuto  le  idee  religiose  da  essi  i)rofessate,  —  non 
apparisca  novità  alcuna,  dovuta  al  loro  proprio  modo  d'intendere  e 
di  ripensare  l'insegnamento  del  Maestro,  fuorché  forse  in  un  punto: 
nella  distinzione,  fatta  dall' Imperiuzzi,  tra  U  Cristo  pvvo  e  il  Cristo 
impuro.  "La  storia  del  primo,  che  è  Gesù,  mi  fa  comprendere..  — 
scrive  il  frate  filippino  —  "quella  del  secondo,  ch'è  David.  L'uno  mi 
ha  concessa  la  foie,  il  secondo  me  l'ha  confermata.,.  T^],  come  si  vede, 
ini  primo,  timido  tentativo  di  spiegare  ciò  che  la  persona  del  secondo 
Cristo  ha  di  nuovo  e  di  suo,  agli  occhi  dei  discepoli,  paragonata  con 
quella  del  Nazzareno;  primo  e  informe  nu<lco  di  imn  rozza //JiosHaz- 


Il  LazzarettlsDio  vive  anche  ongi  nel  Monte  Aminta  843 

zarettista,  che  in  altri  tempi  dai  nostri,  in  tempi  di  fede  viva  e  mi- 
stica, sarebbe  forse  suscettibile  di  uno  svolgimento  dottrinale,  e  a  cui 
possiamo  trovare  qualcosa  di  affine  o  di  analogo  in  alcuna  tra  le  in- 
finito cristologie  delle  sètte  dei  primi  secoli  cristiani. 

Il  concetto  centrale  del  La/zarettismo,  ch'è  la  riapparizione  dello 
Spirito  Santo  nella  persona  di  David,  fa  pensare  anche  a  ciò  che  cre- 
devano i  Guglielmiti,  convinti  di  eresia  nel  1300,  a  Milano^^  in  un 
processo,  il  cui  testo  ambrosiano  è  stato  pubblicato  per  intero  da  Fe- 
lice Tocco  nei  Rendiconti  dei  Lincei  (Serie  quinta;  voi.  Vili,  1899). 

I  Guglielmiti  —  cosi  chiamati  per  la  loro  fede  nella  missione  di- 
vina di  una  suora  Guglielma,  morta  a  Milano  e  da  alcuni  ritenuta 
figlia  o  sorella  di  un  re  di  Boemia  —  credevano  che  essa  sarebbe 
risorta  avanti  l'universale  risurrezione,  incarnando  nella  sua  la  terza 
persona  della  Trinità,  riapparsa  nel  mondo  per  rinnovarlo  e  redimerlo; 
credevano  "che,  come  Cristo  aveva  patito  in  forma  umana,  così  il 
nuovo  redentore  avrebbe  nella  persona  di  lei  patito  in  forma  feminea 
pei  nostri  peccati  e  salvato  ebrei  e  pagani,  per  poi  risalire  al  cielo, 
come  Cristo,  in  forma  corporea.,. 

II  motivo  ispiratore  della  nuova  sètta  era,  in  sostanza,  come  quello 
del  Lazzarettismo,  l'attesa  del  vaticinato  ritorno  di  un  liberatore  di- 
vino; alla  quale,  sempre  per  la  fede  nella  promessa  evangelica  della 
finale  riapparizione  dello  Spirito,  si  univa  nel  nuovo  simbolo,  non  al- 
trimenti che  nel  simbolo  dei  Lazzarettisti,  lo  strano  concetto  apoca- 
littico di  un'identificazione  della  persona  del  nuovo  Cristo  con  quella 
del  Paracleto.  Era  ancora  il  vecchio  motivo  gioachimita,  che  dal  domma 
della  Trinità  e  dalla  fede  in  una  possibile  e  desiderabile  evoluzione 
del  fatto  e  della  dottrina  del  Cristianesimo,  traeva  la  speranza  e  le 
previsioni  profetiche  di  un'era  futura  dell'umanità  rinnovata  e  piena- 
mente redenta.  Se  non  che  nella  sètta  processata  a  Milano  appariva, 
quasi  a  mostrare  di  quali  e  quanto  strane  immaginazioni  sia  stata 
feconda  l'esaltazione  del  sentimento  religioso,  la  fede  in  un  redentore 
uscito  dal  sesso  femminile,  e  che  —  cosi  credevano  della  loro  Maestra 
i  Guglielmiti  —  aveva  lasciato  per  proprio  vicario  in  terra  una  suora, 
che  doveva  esercitare  le  funzioni  sacerdotali  e  pontificali.  Era  uno 
strano  caso  di  femminismo  religioso,  che  ricorda  la  parte  importante 
avuta  dalle  donne  nelle  più  antiche  sètte  cristiane,  e  più  in  ispecie 
nel  moto  dei  Montanisti.  Fra  questi  e  fra  le  profetesse,  che  erano 
l'anima  della  loro  propaganda,  una  Prisca  asseriva  di  aver  veduto 
Cristo  incarnato  in  forma  feminea. 


II. 

Due  nuovi  bio?rafì  di  David. 


'e' 


Il  nome  del  casato  di  David  è  —  nell'uso  comune  di  Arci- 
dosso  e  di  tutta  la  Montagna  —  Lazzeretti,  non  Lazzaretti.  Egli  e  i 
suoi  e  quanti  appartengono  ad  altri  rami  della  famiglia  si  sottoscrivono 
di  solito  così.  Cosi  è  scritto  il  casato  sul  frontespizio  di  tutte  le  opere 
pubblicate  da  David  prima  di  andare  in  Francia.  Nelle  opere  scritte 
là,  e  pubblicate  in  francese  e  nella  edizione  italiana,  egli  si  sottoscrive 
per  la  prima  volta  Lazzaretti;  forse  perchè  il  suo  nome  gli  suona 
meglio  e  più  nobile,  o  perchè  vuol  ravvicinarlo  a  quello  di  Lazzaro 
Pallavicino,  del  personaggio  leggendario,  uscito  di  famiglia  reale  e 
francese,  da  cui  egli  —  per  le  rivelazioni  avute  nella  grotta  della  Sa- 
bina —  si  vanta  disceso.  Dietro  l'esempio  del  Maestro  anche  i  disce- 
poli hanno  poi  adottato  ed  usano  la  nuova  versione  del  suo  nome, 
e  si  chiamano  Lazzarettisti,  Io  ho  usato  nelle  edizioni  bolognesi  del 
mio  libro,  e  séguito  a  usare  in  questa,  la  nuova  adottata  da  David  in 
Francia,  come  rispondente  alla  trasfigurazione,  —  so  posso  dir  cosi,  — 
che  anche  il  suo  nome  subiva  col  trasfigurarsi  ch'egli  faceva  vivendo 
quasi  una  nuova  vita  nel  suo  sogno  di  profeta. 

Questo  quanto  al  nome.  Quanto  alla  persona  del  Lazzaretti  e  al 
suo  stato  di  mente,  rimando  i  lettori  a  ciò  che  ne  fu  scritto  dal  Verga, 
dal  Lombroso,  dal  Buccola,  dal  Tanzi,  dal  Morselli  e  da  molti  altri 
alienisti,  che  hanno  fatto  di  lui  uno  tra  i  soggetti  preferiti  dei  loro 
studi.  Alle  ben  conosciute  oonchiusioni  cui  essi  sono  giunti,  nulla  di 
notevole  è  stato  opposto,  in  più  di  venticinque  anni,  né  dai  seguaci 
del  profeta  né  da  scrittori  di  altra  opinione  e  di  altra  fede,  fino  a  due 
pubblicazioni  recenti,  che  aggiungono  ora  nuovi  dati  alla  cronaca  dei 
fatti  di  Arcidosso,  e  sono  state  suggerite  da  sentimenti  e  da  convin- 
zioni di  natura  assai  diversa^  ma  di  pari  forza  ed  eflScacia  sull'animo 
dei  due  scrittori. 

Comincio  dalla  più  recente  delle  due  pubblicazioni,  ch'ò  l'unico 
scritto  apparso  finora,  in  cui  la  fede  assoluta  nella  persona  e  nelle 
idee  di  David,  professata  dai  svioi  seguaci  più  calorosi,  abbia  avuto 
una  piena  e  viva  espressione.  È  la  Storia  di  David  Lazzaretti  profeta 
di  Arcidosso,  scritta  da  Filippo  Tmporiuzzi,  ex-fiate  filippino,  del  quale 
io  parlo  nel  libro  e  nella  nota  precedente,  ove  riassumo  le  ultime  vi- 
cende della  chiesa  lazzarettista.  Qui  aggiungerò  solo  che  il  frate  filip- 
pino, dopo  essere  stato,  per  ordine  della  Polizia,  allontanato  da  Poggio 
Marco,  ove  abitava  in  casa  del  vecchio  apostolo  lazzarettista  Paolo 
Conti,  s'è  stabilito  da  qualche  anno  a  Siena,  e  là  ha  [)ul)blicato  a 
fascicoli  la  sua  Storia  in  un  volume  di  520  pagine  (Siena,  Tipografia 
nuova,  UiOT).  Essa  è  —  che  io  sai)pia  —  l'unico  tra  i  molli  st-ritti  del- 
rimporiuzzi  che  sia  stato  pubblicato  per  lo  stamp.'  sotto  il  suo  nome. 
Gli  altri,  composti,  i  più,  nel  1881,  quasi  tutti  di  intento  polemico,  e 
che  io  ho  letti,  ma  che  mi  posso  dispensare  dal  citar  qui,  haiuio  cir- 
colato a  lungo  e  in  parte  circolano  anche  oggi  manoscritti  fra  i  Laz- 
zarettisti,  dei  quali  l'ardente  filippino  è  tuttora  Tovangelista  e  il  capo 
spirituale. 


Due  nuovi  biografi  di  David  345 


È  preceduta  da  un  esame  critico;  —  cosi  l'autore  chiama  l'ardente 
difesa  eh'  Qg\\  tenta  della  persona,  della  vita  e  dello  idee  del  può 
maestro,  confutando  vivacemente  tutti  i  capi  di  accusa  oppostigli 
dagli  avversari.  —  Inutile  dire  come  lo  spirito  ohe  informa  da  cima  a 
fondo  questo  esame,  sia  tutt'altro  che  critico;  e  come  il  presupposto, 
da  cui  l'autore  muove  e  al  quale  ritorna  sempre,  sia  la  verità,  per 
Itti  incrollabile,  di  qtianto  David  ha  pensato,  ha  detto,  ha  operaio; 
verità  che  porta  in  se  i  segni  certi  della  missione  divina  del  nuovo 
Jjglio  dell'uomo^  e  ha  avuto  per  riprova  l'adempimento  delle  sue  pro- 
fezie. E  quest'adempimento  l'imperiuzzi  vuol  dimostrarlo  a  parte  a 
paite  per  ciascuna  di  esse,  accettando  a  occhi  chiusi  tutto  ciò  che  i 
seguaci  di  David  vedevano  e  seguitano  a  vedere  di  prodigioso  e  di  so- 
vrumano nella  sua  persona  e  nella  sua  vita.  La  leggenda,  che  già 
qtiando  io  scrissi  il  mio  libro,  si  andava  formando  intorno  a  lui,  pro- 
segue a  disegnarsi  e  a  colorirsi  sempre  più  in  questa  storia  del  frate 
di  Gradole.  Egli  sostiene  che  l'apparizione  della  grotta  della  Sabina 
fu  —  come  quelle  della  Salette  e  di  Lourdes  —  realtà  e  non  illusione; 
dà  come  precursori  di  David  San  Francesco  di  Paola,  che  lo  preco- 
nizzò vaticinando  del  Gran  Monarca  e  del  futuro  duce  dellt  milizia 
croci  fera  dello  Spirito  Santo,  e  Dante,  che  accennò  al  i)rofeta  di  Ar- 
cidosso  col  suo  '^ velt'-o ,,  e  col  suo  ''messo  di  Dio,,,  predetto  nel  canto 
trentesimoterzo  del  Purgatorio.  L'Imperiuzzi  dice  di  potere  spiegare 
in  due  maniere,  riferendolo  a  David,  il  famoso  "cinquecento  dieci  e 
cimali',,.  Le  tre  lettere  in  numeri  romani  DXV  significano  David 
Xtus  Victor.  Trasposte  le  lettere,  DVX  apparisce  il  Dux  "messo  da 
Dio,,.  Nel  simbolo,  distribuito  ai  credenti  nell'ultimo  periodo  della 
sua  propaganda,  David  si  disse  —  e  i  suoi  lo  elicono  e  lo  credono 
anche  oggi  —   Cristo,  Duce  e  Giudice. 

Benché,  come  si  vede,  rimasto  al  tutto  fuori  dell'ambiente  degli 
studi  religiosi  moderni,  l'Imperi  uzzi  non  è  però  senza  coltura  in  ma- 
teria di  teologia  e  di  libri  sacri,  e,  se  si  faccia  astrazione  da  alcuni 
errori  di  senso  nell'uso  di  qualche  parola,  e  da  alcuni  trascorsi  di 
penna,  scrive  non  male,  anzi  qua  e  là  con  una  certa  efficacia.  Egli  ha 
rifuso  qui  la  sua  Vita  di  Dacid  Lazzaretti,  Cristo  Duce  e  Giudice  e 
Gh'an  Monarca,  non  mai  pubblicata,  ohe  io  ebbi  manoscritta  e  di  cui 
mi  valsi;  l'ha  però  molto  allargata  con  le  notizie,  che  intorno  alla 
vita  e  agli  scritti  e  alle  idee  di  David  gli  venivano  dalla  sua  liuiga 
familiarità  con  Itti  e  coi  stioi  seguaci,  e  dalla  larga  parte  avtita  nei  fatti 
di  Arcidosso.  Io  ho  adesso,  naturalmente,  tenuto  conto  di  tali  notizie 
e  di  tutto  il  materiale  di  qtiesta  nuova  Storia  di  David,  che  però  non 
contiene,  quanto  alle  ideo  e  alla  vita  di  lui  e  ai  fatti  di  Arcidosso, 
nulla  di  sostanzialmente  nuovo  e  di  diverso  da  ciò  che  se  ne  sapeva 
e  che  io  raccolsi  già  attingendo  alle  fonti.  Nella  sua  narrazione  l'Im- 
periuzzi  alterna  agli  scritti  in  prosa  di  David,  dei  quali  cita  più  brani, 
parecchie  poesie,  che  possono  avere  un  certo  interesse  pei  lettori.  La 
vocazione  del  Lazzaretti  e  la  sua  dimora  nella  Sabina  con  le  appari- 
zioni e  le  visioni  che  l'accompagnarono,  sono  narrate  e  dociunentate 
dall'autore  con  molti  particolari.  Ma  chi  conosca  le  opere  del  profeta, 
e  specie  le  prime  e  le  più  sue,  penserà  facilmente  che  gli  scritti  di 
lui,  riportati  in  qtiesta  e  in  altre  parti  del  libro,  siano  stati  per  lo 
meno  molto  ritoccati  e  rielaborati. 

L'altra  pubblicazione  recente,  a  cui  ho  accennato,  la  quale  per 
l'interesse  ohe  l'ha  suggerita,  e  pei  lettori  ai  quali  si  rivolge,  mostra 
come  il  Lazzaretti  e  il  Lazzarettismo  siano  un  soggetto  rimasto  tut- 

(t.  Babzellotti.  44 


346  NOTE 

torà  vivo  e  preseuie  nella  letteratura  religiosa  contemporanea,  è  un 
Yolumo  di  '/à'ò  pagine  uscito  nei  1904  a  Kopenhagen  col  titolo:  "Un 
Cristo  ai  nostri  giorni, y.  Bozzetti  della  coltura  italiana.  (Eh  Kristiis  fra 
vore  Dage:  italiensk  Kulturhillede).  Il  libro  è  giù  alla  seconda  edizione. 
L'autore,  il  sig.  Emilio  Ivasmussen,  dottore  in  filosofia  dell'Università 
di  Kopenhagen,  è  tra  quanti  hanno  scritto  su  David  uno  dei  me- 
glio informati  per  la  lunga  e  accurata  inchiesta  fatta  da  lui  sui  luoghi 
e  tra  i  testimoni  diretti  »>  indiretti  del  moto  lazzarettista.  Egli  è  stato, 
qualche  anno  fa,  por  più  mesi  ad  Arcidosso;  conosce  tutta  la  lettera- 
tura relativa  al  soggetto  che  tratta;  ha  Ietto  anche  il  mio  libro  che 
cita  con  lode,  e  vd  ha  trovato  indicazioni  e  accenni,  che  lo  hanno 
messo  sulla  via  di  poter  meglio  chiarire,  come  dirò,  qualche  aspetto 
della  vita  e  della  mente  di  David,  che  doveva  essere  spiegato. 

Il  libro  del  Rasmussen  mi  pare  notevole  per  lo  spirito  con  cui 
è  scritto,  e  che  si  avvicina  molto  a  quello  dei  seguaci  del  Lazzaretti; 
mentre  l'autore,  uomo  coltissimo,  non  rinunzia  nell'esposizione  dei 
fatti  e  nel  giudizio  che  dà  del  profeta,  agli  abiti  di  mente  e  alle  ten- 
denze della  critica  storica. 

Il  Rasmussen  è  un  ardente  ammiratore  di  David,  ch'egli  mette 
fra  i  geni  religiosi  e  paragona  e  contrappone  a  Cristo.  E  non  nega 
che,  come  in  tutti  gli  altri  geni  religiosi,  cosi  in  lui  vi  siano  state 
condizioni  di  mente  anormali  e  stati  fisici  morbosi,  che  le  iirecede- 
vano  e  le  accompagnavano,  quali,  tra  gli  altri,  gli  accessi  violenti  di 
febbre,  a  cui  seguirono  i  suoi  primi  sogni  profetici  e  le  prime  visioni, 
e  inoltre  allucinazioni,  cramra,  sonno  anormale,  fenomeni  catalettici 
e  convulsioni  epilettiche;  conchiude  però  che  i  malati  co  ne  David 
"non  entrano  nelle  categorie  classiche  dei  pazzi.  La  sua  non  era  una 
forma  specifica  di  epilessia,  ma  uno  stato  tranquillo  di  oppressione 
epilettica,  combinato  con  deliri  religiosi  s[iesso  sistematizzati,,.  E  ag- 
giunge: "Xoi  dobbiamo  riconoscere  che  la  grandezza  della  mente  di- 
pende spesso  dalla  malattia  della  mente.  Anche  i  pensieri  di  Cristo 
sono  malattia,,. 

Questa  conchiusione  —  da  cui  io  dissento  profondamente  —  po- 
trebbe far  credete  che  il  giudi/io  dato  dal  Rasmussen  intorno  alla 
persona,  alla  vita  e  all'opera  di  David,  non  sia  in  sostanza  diverso  da 
quello  degli  alienisti.  ^la  nel  fatto  non  è  così.  Lo  scrittore  danese,  il 
quale  fa  un  caloroso  elogio  del  carattei-e  morale  disinteressato,  schietto, 
altruistico,  della  buona  fede  e  del  patriottismo  di  David,  nega  che  si 
osservino  in  lui  le  anormalità  affettive  proprie  alla  massima  i)arte  dei 
"geni  religiosi,,.  Diversamente  da  molti  di  essi,  egli  \nve  por  la  sua 
famiglia,  è  tenero,  premuroso,  pieno  d'amore  pei  suoi.  La  sua  vita  co- 
niugale è.  stata  dolio  più  regolari.  "'Egli  fu  veramente  un  padre,,.  E 
in  un  altro  punto  ancora  il  Rasnuissen  si  allontana  dagli  psicologi 
dell'alionismo:  nel  negare  che  la  famiglia  di  David  abbia  avuto  dei 
malati  di  mente.  Quanto  a  questo  punto,  sti  cui  le  testimonianze  sono 
state  sempre  incerte  e  contradditorie,  è  notevole  però  come  l'Impe- 
riuzzi  affermi  nella  sua  storia  aver  sentito  dire  che  due  zii  di  David 
da  parte  di  padre  abbiano  dato  "segni  di  momentanea  alienazione 
mentale,,. 

Per  quanto  si  possa  esser  tentati  di  dubitare  che  il  barrocciaio  di 
Arcidosso  sia  stato  sempre,  come  afferma  il  lìasmussen,  esemplarmente 
fedele  alla  moglie,  bisogna  però  riconoscere,  come  cosa  di  fatto,  che 
nel  Lazzaretti,  religioso  e  capo  dello  società  di  Monto  Labbro,  nessun 
motivo  0  fomite  sessuale  si  mostra  più.  Per  questa  parte  egli,  che  pure 


Due  nuovi  biojrafi  di  Dacid  347 

riesce  inferiore  di  statura  mentalo  a  tanti  altri  capisetta,  guadagna 
però  al  paragone  coi  più  di  loro.  Nulla  v'è  in  lui,  non  dico  della  sen- 
sualità apertamente  feroce  o  violenta  di  molti  eretici  ribolli  e  agita- 
tori di  turbe  del  Medio  Evo  e  del  Kinascimento,  ma  neppure  di  quella, 
celata  inconsciamente  o  ad  arte  nelle  pratiche  devote  e  nelle  pie  re- 
lazioni sessuali  anche  da  recenti  iniziatori  di  novità  religiose.  Lo 
stesso  si  dica  della  vita  comune  che  i  Lazzarettisti  hanno  tenuta  a 
Monte  Labbro,  per  più  anni,  presente  e  assente  il  maestro.-  Ciò  che 
dagli  avversari  di  David  è  stato  detto  dei  disordini,  ai  quali  avrebbe 
dato  occasione  l'essersi  là  trovati  insieme  uomini  e  donne,  per  mesi 
e  mesi,  si  riduce  a  poche  voci  vaghe  e  inconsistenti,  subito  cadute  e 
smentite.  La  correttezza  del  costume,  che  nelle  riunioni  di  Monte 
Labbro  si  univa  ah'abito  della  gentilezza  innata  ai  toscani,  e  ha  reso 
possibile  anche  a  signore  straniere  (a  una  miss  Alice  Gordon,  inglese, 
a  una  suor  Gregoria,  brettone  e  ad  altre)  vivere  per  più  mesi  in  com- 
pagnia di  quelli  eremiti;  l'ingenua  onestà  dei  sentimenti  e  degli  af- 
fetti domestici,  la  semplicità  della  vita,  la  probità  specchiata  della 
massima  parte  dei  compagni  di  fede  e  degli  amici  di  David,  entrano 
per  molto  in  quella,  se  posso  dir  così,  suggestione  di  simpatia,  che  il 
Lazzarettismo  esercita  su  chiunque  ora  lo  guardi  senza  preconcetti  da 
questo  suo  aspetto,  ch'ò  moralmente  e  socialmente  estetico. 

David  Lazzaretti  fu  un  autodidatta.  Non  il  pochissimo  ch'egli 
potè  imparare  nelle  scuole  del  suo  paese,  ma  il  molto,  che  a  una 
mente  geniale,  com'era  la  sua,  venne  fatto  di  assimilarsi^  in  mezzo 
alla  viva  esperienza  degli  uomini  e  delle  cose,  nell'esercizio  del  suo 
mestiere  girovago,  poi  nella  vita  di  eremita  e  di  pellegrino,  nei  vari 
suoi  viaggi  in  Italia  e  nel  prolungato  soggiorno  in  Francia,  ci  può 
spiegare  com'egli  apparisse  ai  modi  e  al  parlare  —  più  ancora  che 
negli  scritti  —  assai  superiore  alla  condizione  e  all'ambiente  in  cui 
era  nato.  Per  la  vivezza  dell'ingegno  precoce,  da  giovanetto  lo  chia- 
mavano in  famiglia:  Mille  idee-  A  venti  anni  aveva  già  letto  molto. 
Leggeva,  dice  un  biografo  suo  discepolo,  più  che  altro  la  notte,  perchè 
il  giorno  doveva  lavorare  per  vivere.  Preferiva  i  poeti,  e,  fra  tutti, 
Dante  e  il  Tasso,  dei  quali  sapeva  a  mente  lunghi  brani.  Verseggiava 
con  facilità  —  non  rara  tra  i  nostri  montanari,  fra'  quali  si  trovano 
spesso  degl'improvvisatori,  o,  come  qua  li  chiamano,  cantori  di  ottave 
—  e  non  senza  una  certa  felicità  e  vivezza  di  pensiero  e  di  espressione, 
notevoli  in  specie  nelle  poesie  qua  e  là  alternate  con  la  prosa  in  tutto 
il  rJbro  del  Celesti  Fiori.  La  lista  dei  suoi  scritti  inediti,  unita  alle 
opere  composte  in  Francia,  porta  i  titoli  di  tre  tragedie  "  fatte  prima 
della  sua  vocazione,,.  Una  di  queste  aveva  per  soggetto  Kolokotroni. 
l'eroe  della  guerra  d'indipendenza  dei  Greci.  Un  inno  di  guerra,  scritto 
nel  18H6,  fu,  si  dice,  mandato  al  Brofferio,  a  cui  piacque.  In' una  let- 
tera diretta  a  me  da  Turpino  Lazzaretti,  che  mi  parla  della  gioventù 
di  stio  padre  e  del  soggiorno  della  famiglia  in  Francia,  egli  dice  che 
là  David  scrisse,  oltre  le  opere  poi  pubblicate,  un  trattato  di_  Morale 
in  sette  volumi  e  un  poema  in  ottave  in  ventiquattro  canti  intito- 
lato: //  mostro  dfogni  peccato,  rimasti  inediti.  Molti  altri  scritti  in 
prosa  e  in  versi  da  formaie  in  tutti  più  di  una  ventina  di  volumi, 
sono  segnati  nella  lista  delle  opere  inedite,  data  dall'edizione  fi-anceso 
del  Manifesto.  Ma  i  più  non  debbono  essere  stati  che  titoli  o  vaghi 
disegni  e  abbozzi  di  0[)ore  rimaste  nella  mente  immaginosa  del  profeta. 

Mi  resta  a  dire  una  parola   intorno  al   modo   in   cui   ho   tentato 
di  descrivere  i  momenti  successivi,  pei  quali,  negli  anni  della  propa- 


348  NOTE 

ganda  del  Lazzaretti,  passò  quella  che  con  termine  generico  si  può 
chiamare  la  sua  esaltazione  religiosa,  e  che  gli  alienisti  chiamano  la 
sua  pazzia,  la  sua  malattia  mentale,  il  suo  delirio  sistematizzato.  Sia 
che  si  ammetta  o  no  la  tesi  di  questi,  e  —  i  lettori  lo  avranno  ve- 
duto —  io  non  la  escludo,  a  me  pare  elio  in  tutti  o  di;e  i  casi  cosi 
lo  studio  psicologico  del  dramma  mentale  di  David  come  la  compiuta 
constatazione  dei  dati  di  fatto  che  ci  offi'e  la  sua  vita  e  la  sua  av- 
ventura religiosa,  portino  ad  uno  stesso  resultato,  di  cui  si  risente,  se 
posso  dir  così,  tutti  il  procedimento  letterario  del  mio  libro:  ad  am- 
mettere, cioè,  nella  vita  mentale  del  profeta  e  nei  suoi  atti  uno  svol- 
gimento, un  crescendo  verso  l'apice  della  esaltazione  finale  che  portò 
alla  catastrofe.  In  questo  presupposto  io  sono  stato  confermato  dal- 
l'opinione autorevole  di  uno  dei  più  valenti  alienisti  d'Italia,  che,  ri- 
chiestone da  me,  mi  rispondeva:  "esser  molto  probabile  che  nel  prin- 
cipio della  vita  di  David,  il  delirio  ambizioso  e  allucinatorio  non  si 
sia  manifestato  ohe  scarsamente,  e  il  suo  cervello  abbia  potuto  funzio- 
nare con  una  relativa  lucidezza.  A  poco  a  poco  però  il  delirio  s'im- 
pose e  fini  per  far  perdere  al  Lazzaretti  il  sentimento  reale  della  pro- 
pria personalità,  uno  dei  criteri  della  integrità  mentalo,,.  In  somma, 
secondo  l'autorevule  alienista,  vi  deve  essere  stata  "una  parabola  con- 
tinua fatalo  nella  malattia  del  Lazzaretti,  quale  si  osserva  in  tutti  i 
soggetti  simili  a  lui.,.  La  diagnosi  aveva  mosso  però  —  si  noti  —  da 
questa  importunto  considerazione:  "Non  si  può  trovare  pei' il  Lazza- 
retti, come  per  altri  suoi  illustri  (ol leghi,  una  formula  clinica  vera- 
mente esatta.  Lo  si  può  dire  mattoide,  cervello  squilibrato,  disorien- 
tato nei  primi  momenti;  successivamente  (nel  vero  periodo  del  suo 
apostolato)  lo  si  può  considerare  in  preda  ad  un  eccitamento  maniaco 
o  ad  un  delirio  di  grandezza  (megalomania)  con  allucinazioni.  Gli  scrit- 
tori un  po' arretrati  di  psichiatria  direbltero  il  Lazzaretti  affretto  da 
monomaìiia  religiosa,  od  anche  da  teomania-  espressioni  poco  precise,,. 


IH. 
Fonti  delle  profezie  di  David. 

Il  dott.  Rasmusson,  il  '^ sor  Emilio,,,  come  ora  lo  chiamano  fa- 
miliarmente i  parenti  di  David  e  i  suoi  seguaci,  è  stato,  durante  il 
lungo  suo  soggiorno  fra  loro,  messo  sulla  via  di  rintracciare  —  forse 
in  sèguito  a  quel  ohe  essi  gli  han  detto  intorno  alle  primo  letture 
del  Lazzaretti  —  alcune  tra  le  fila  maestre,  di  cui  gli  si  ordirono  in 
mento,  nel  sogno  e  fra  i  deliri  febbrili,  in  Maremma  e  in  Sabina,  le 
prime  visioni  profetiche. 

Il  Rasmussen  ha  trovato  l'origino  dello  strano  racconto  genealo- 
gico, fatto  a  David  dal  mlstenoso  personaggio,  che  gli  apparisce  nella 
gl'Otta  del  Beato  Amedeo,  e  gli  si  rivela  per  Manfredo  Pallavicino, 
suo  sedicesimo  avo,  e  figlio  di  un  re  di  Francia.  Nelle  avventui'e  di 
questo  personaggio  è  passato  tutto  l'intreccio  di  un  romanzo  del  Ro- 
vani, uscito  tra  il  1845  e  il  1846,  che  è  intitolato  ap})unto  Manfredo 
Pallaviiino.  L'Imperiuzzi,  il  quale  ha  scritto  dopo  il  Rasmussen,  non 
parla  del  romanzo,  ma  dice,  confermando  implicitamente  quanto  as- 
serisce lo  scrittore  danese,  di  aver  riscontrato  "  nella  stona,,  la  ^Qvìtìx 
dello  cose  narrate  a  David  dal  misterioso  personaggio.  Il  fatto  ch'esse 
coincidono  quasi  letteralmente  col  romanzo  del  Rovani,  mentre  David 
già  nella  sua  Memoria  indirizzata  al  Cardinale  Panebianco  le  dava 
come  vere  e  proprie  rivelazioni,  avute  da  lui,  della  sua  discendenza 
regale,  non  escludo  —  in  ciò  io  convengo  col  Rasmussen  —  la  buona 
fede  del  Lazzaretti.  In  quel  misto  d'incoscienza  e  di  riflessione  inten- 
zionale, che  è  spesso  lo  stato  di  mente  —  molto  ditfieilo  a  ben  defi- 
nire —  degli  uomini  del  suo  tipo  intellettuale,  egli  può  aver  creduto 
alla  realtà  eiTettiva  delle  cose,  che  l'immaginazione  esaltata,  nutrita 
di  reminiscenze  più  o  meno  lontane,  gli  fingeva  sotto  l'ossessione 
delle  idee  e  dei  motivi  religiosi  che  la  dominavano. 

Lo  stesso  si  dica  quanto  all'evidente  riscontro  che  fanno  le  pro- 
fezie di  David  con  quelle  esposte  nelle  Lettere  attribuite  a  San  Fran- 
cesco di  Paola;  riscontro  che  il  Rasmussen  ha  trovato  —  credo  di 
poterlo  dire  —  dietro  la  traccia  di  ciò  che  io  avevo  scritto,  per  primo, 
intorno  al  Gioachimismo  delle  previsioni  profetiche  del  Lazzaretti.  Il 
Rasmussen  ha  saputo  che  le  Lettere  del  Santo  calabrese  a  Simone  del- 
l'Alimena  —  il  cui  contenuto  proviene  senza  dubbio  dalla  corrente 
delle  idee  gioachimite,  vive  e  diffuse  tuttora  quando  San  Francesco 
viveva  e  predicava  nella  seconda  metà  del  secolo  XV  —  entravano 
in  un  gruppo  di  libri  di  profezie,  posseduti  dal  sacerdote  (i.  Battista 
Polverini,  che  venne  per  la  prima  volta  a  Monte  Labbro  nel  marzo 
del  1871,  e  dopo  in  quello  stesso  anno  conobbe  il  Lazzaretti.  Lo  ri- 
porta il  più  diffuso  di  quei  libri,  uscito  appunto  noi  1871  a  Torino, 
e  di  cui  si  fecero  setto  edizioni.  Ha  per  titolo  :  /  futuri  destini  degli 
astati  e  delle  Nazioni,  e  fu  pubblicato  da  Domenico  Cerri,  protonotario 
apostolico  e  missionario,  autore  in  quel  tempo  di  altri  libri  di  sog- 
getto religioso-politico,  suggeriti  da  intenti  clericali.  Che  David  abbia 
potuto  conoscere  le  Lettere  di  San  Francesco  di  Paola,  non  solo  "al 
più  tardi,,  —  come  dice   il   Rasmussen  —  nel  1808,   (piando   si   con- 


3')0  NOTE 

yertì,  ma  assai  prima,  è  lecito  argomentarlo  aiiclie  da  ciò  che  ora 
scrive  rimperÌLizzi  nella  sua  Storia.  E^li  scrivo  che  tra  i  santi  che 
David  rispettava,  non  bestemmiandone  mai  il  nome,  anche  "  nel  tempo 
della  sua  vita  scorretta,,  e  che  teneva  ''come  suoi  protettori  partico- 
lari,,, era,  oltre  San  Francesco  d'Assisi  e  Sant'Antonio  da  Padova, 
anche  San  Francesco  di  Paola;  e  no-giunge  che  un  giorno  certo  Ca- 
marri  scarpellino  disse  al  Lazzaretti  "di  avere  intOsO  dai  preti  par- 
lare della  venuta  di  un  personaggio  celeste,  annunziato  da  San  Fran- 
cesco di  Paola,,;  —  al  che  David,  allora  peccatore,  replicò:  "Se  tu 
dai  retta  ai  preti  e  ai  frati,  ti  daranno  ad  intendere  che  Gesù  Cristo 
è  morto  in  croce  di  sonno,,. 

Francesco,  nato  circa  il  1437  nel  borgo  di  Paola  in  Calabria,  e 
nella  sua  infanzia  votato  dai  genitori  a  San  Francesco,  ne  vestì  a  tre- 
dici anni  l'abito,  edificò  a  Paola  un  convento  per  l'ordine  dei  Miiiimi, 
da  lui  istituito.  Venuto  in  fama  di  grande  virtù  e  celebrato  come 
taumaturgo  —  la  sua  Vita  nei  Bollandisti  è  piena  dell'enumerazione 
dei  suoi  prodigi  —  andò  in  h^rancia,  chiamatovi  da  Luigi  XI,  che 
—  cosi  dice  la  leggenda  —  si  emendò  per  opera  sua  e  moti  penitente. 
L'eco  delle  profezie  di  Giovacchino  di  Fiore,  ridestata  due  secoli  prima 
in  mezzo  agli  siÀrituali  franco-cani  (laW Evangelo  eter.io,  prende  una 
nuova  risonanza  in  quelle  attribuite  al  santo  calabrese,  nato  nella 
stessa  parte  d'Italia  di  cui  era  nativo  l'abate  profeta,  e  vissuto  in 
tempi  commossi  dal  timore  delle  invasioni  dei  Turchi,  dal  sentimento 
del  bisogno  di  una  riforma  della  Chiesa,  e  dalla  vaga,  ansi(  sa  aspet- 
tazione di  grandi  e  prossimi  avvenimenti  e  della  comparsa  di  qualche 
uomo  superiore,  mandato  dal  cielo  a  sanare  e  a  rinnovare  tutto. 

Delle  Lettere  di  San  Francesco  di  Paola,  le  quali  sono  certo  di 
più  che  dubbia  autenticità,  —  in  alcune  di  esse  si  predicono  a  parte 
a  parte  i  casi  e  la  fine  del  Savonarola,  —  si  hanno  vai'ie  raccolte.  Le 
più  note  tra  queste  lettere  e  le  più  diff'use,  indirizzate  "al  molto  ma- 
gnifico e  virtuoso  signore,  il  signor  Simone  dell'Alimena,  etc,  etc.,, 
cominciano  quasi  tutte  con  la  formula:  "la  gratia  dello  Spirito  Santo 
sia  sempre  con  V.  S.„.  Vi  si  parla  più  volte  di  un  aspettato  discen- 
dente dell'Alimena,  "che  sarà  il  Gran  Duce  della  militia  santa  dello 
Spirito  Santo,  la  quale  deve  vincere  il  mondo  e  insignorirsi  del  tem- 
porale e  dello  spirituale....,  e  che  porterà  il  segno  di  Dio  vivo  in  petto 
e  sarà  nominata  li  Santi  Crociferi  di  Gesù  Cristo,  consumerà  la  setta 
maomettana,  annichilerà  tutto  le  eresie,  dominerà  tutto  il  mondo,  for- 
merà una  nuova  religione,  che  si  sostituirà  a  tutte  le  altre  e  sarà 
l'ultima  e  riunirà  tutti  gli  uomini  in  im  solo  ovile  e  sotto  un  solo 
pastore,,. 

In  (jueste  Lettere  —  la  cui  data  è  diversa  nelle  varie  raccolte  — 
si  accenna  alla  nascita  e  alla  vita  di  questo  capitano  dei  santi  Croci- 
feri, di  questo  potentissimo  nonio,  principe  sopra  cjli  altri  princiji,  re 
sopra  ijli  altri  re,  il  quale  sarà  del  suìigm-  di  Costantino  inip>'i>'atore  e 
del  seme  di  Pipino  (da  cui  veniva  anche  l'Alimena),  e  sarà  nella  (]io- 
venta  gran  peccatore,  poi  si  convertirà  a  Dio,  e  gli  verrà  comandato 
da  un  santo  eremita  di  portare  scoperto  sul  petto  il  segno  di  Dio  vivo. 
Egli  comincierà  "a  investigare  i  segreti  di  Ì)io  sopra  la  gran  visita 
e  reggimento,  che  farà  lo  Spirito  Santo  nel  mondo  per  mezzo  della 
sua  santa  milizia,,.  In  una  lettera,  a  cui  si  ai^pono  la  data  del  141)0^  ò 
detto  che  quest'uomo,  messo  da  Dio,  "scompartirà  la  nuova  religione 
fondata  da  lui,  e  differente  da  tutte  le  altre,  in  tre  ordini:  cioè  di  ca- 
valieri armigeri,  di  sacerdoti  solitari  e  di  ospitalieri  piissimi.,.  —  "Il 


Fonti  delle  profezie  di  David  351 

mondo  tutto  non  avrà  so  non  dodici  re,  un  imperatore  e  un  papa,  e 
pochissimi  signori,  e  questi  saranno  tutti  santi,,. 

Ora,  non  solo  col  tenore  di  queste  Lettere,  ma  coi  concetti  fon- 
damentali e  con  le  singole  espressioni  più  importanti  e  con  le  parole 
usate  dal  Santo,  coincidono  le  profezie  del  Lazzaretti,  fino  dalle  prime 
pubblicate  a  parte  nel  1871  nella  Seconda  lettera  ai  cittadini  romani, 
e  negli  alti'i  scritti  intitolati  Avvisi  e  -predizioni  di  un  incognito  i^ro- 
feta  e  Sogni  o  visioni.  David  qui  parla  in  nome  di  una  missione  che 
gli  è  stata  data  "in  virtù  dello  Spirito  Santo,,;  rivolgendosi  a  Pio  IX, 
accenna  "  a  un  Principe,  a  un  Monarca,  che  L)io  ha  donato  alla  Chiesa 
e  alle  Nazioni,  ancora  ignoto,  ma  che  un  giorno  scenderà  dai  monti, 
tenendo  il  vessillo  della  redenzione  dei  popoli  ,„  e  a  capo  di  mille  gio- 
vani, tutti  italiani;  '^ e  questa  sarà  chiamata  la  milizia  dello  Spirito 
Santo,,,  che  conquisterà  il  mondo.  Volgendosi  alla  Francia,  e  vatici- 
nandole la  venuta  del  Gran  Monarca,  che  sorgerà  dall'Appennino  to- 
scano, dice  che  sarà  (quale  egli  stesso  si  diceva)  "un  rampollo  del 
sangue  di  Pipino,  che  fonderà  un  grande  Impero,  unendo  Italia,  Francia 
e  Spagna  e  poi  anche  la  Grecia,  e  facendo  di  quattro  Nazioni  una 
sola  Nazione,,.  (Il  discendente  dell'Alimena  doveva  essere  egli  pure 
coronato  delle  tre  mir abili s sin le  corone).  La  milizia  dello  Spirito  Santo, 
della  quale  David  in  queste  prime  profezie  torna  sempre  a  parlare,  e 
che  porterà  nella  sua  insogna  la  croce,  è  chiamata  nel  Manifesto  e 
nelle  altre  opere  scritte  in  Francia  la  milizia  dei  crociferi.  La  "son- 
tuosa piramide,,,  che  nella  Lettera  ai  popoli  cr/if«Zm  l'immaginazione 
fatidica  del  profeta  vede  sorgere  sul  monte  (Monte  Labbro),  è  "co- 
struita di  tre  ordini  di  gradinate,,,  sulle  quali  stanno  i  rappresen- 
tanti dei  tre  ordini  francescani,  e  che  corrispondono  ai  tre  istituti 
ideati  da  David,  e  fanno  pensare  a  quelli,  in  cui  "si  scompartirà  la 
nuova  rehgione,  fondata  dall'aspettato  discendente  dell'Alimena,,. 

Ohe  fino  dai  primi  tempi  della  propaganda  religiosa  del  Lazza- 
retti nel  cenacolo  dei  suoi  seguaci  fossero  note  e  lette  le  profezie  del 
Santo  di  Paola,  e  già  se  ne  vedesse  prossimo  l'adempimento  nella  per- 
sona e  nella  missione  di  David,  apparisce  dalla  pubblicazione,  fatta 
nel  1873  a  Napoli,  di  un  libretto,  che  va  tuttora  per  le  mani  dei 
Lazzaretti sti,  e  ha  per  titolo:  Lettere  profetiche  di  San  LVancesco  di 
Paola  rendile  al  Gran  Monarca  e  all'ordine  dei  santi  Crociferi  di 
Gesù  Cristo:  Lettere  ai  l'omani  e  pojyoli  d'Itcdia;  Avvisi  alle  Nazioni, 
ai  monarclii  d'Europa  ed  istituto  dei  Santi  Eremiti,  Penitenti  e  Peni- 
tenzieri di  David  Lazzeretti.  Nella  prefazione  è  detto  che  le  previsioni 
di  David  alludono  alle  profezie  di  San  Francesco  di  Paola,  e  dopo 
l'intestazione  del  titolo  di  queste  si  aggiunge:  " stateci  consegnate  da 
un  religioso  agostiniano  fino  dal  1855....,,.  In  alcune  parole  premesse 
agli  Avvisi  "la  missione,,  di  David  è  designata  come  fraternizzante 
in  vcirte  con  quella  del  patriarca  calabrese.  In  una  nota  alla  seconda 
delle  sue  Lettere,  riportate  nel  libretto,  si  accenna  alla  loro  concor- 
danza con  le  predizioni  di  Santa  Brigida,  che  il  Rasmussen  mette,  in- 
sieme a  quelle  attribuite  alla  Sibilla  tiburtina  e  con  altre,  tra  le  fonti 
a  cui  David  pviò  avere  attinto.  Lo  scrittore  danese  crede  che  una  più 
diretta  e  particolareggiata  conoscenza  delle  profezie  del  Santo  di  Paola 
possa  aver  contribuito,  tra  il  1860  e  il  1868,  alla  conversione  del  Laz- 
zaretti. La  conversione  religiosa,  aggiunge,  ha  poi  portato  con  sé  la 
conversione  politica.  Ciò  che  —  sia  detto  qui  di  passaggio  —  non  sa- 
prei sino  a  che  punto  possa  affermarsi,  perchè  lo  idee  politiche  di 
David  rimasero  sempre,  anche  durante  la  sua   propaganda  religiosa, 


352  NOTI- 

in  quel  yago  incerto  tra  il  liberalismo  patriottico  e  il  tradizionalismo 
teocratico-cattolico-papale,  nel  quale  ondeggiano  in  tutte  le  sue  opere. 
—  Il  colpo  finale  che  ha  determinato  il  passaggio  definitivo  delia  mente 
di  David  alle  idee  della  sua  missione  religiosa  e  lo  ha  spinto  a  intra- 
prenderla, dev'essere  stata  —  conchiude  il  suo  biografo  danese  —  la 
lettura  del  romanzo  del  Rovani. 

Il  Rasmussen  mette  eoa  ragione  in  rilievo  un  punto,  in  cui  le  idee 
di  David  ditteriscoao  sostanzialmente  da  (pielle  degli  altri  seguaci 
della  parte  conservatrice  clericale,  che  lo  favorì  e  lo  aiutò;  ed  è  la  sua 
non  mai  smentita  tendenza,  diciamo  così,  nazionalistica.  L'Italia  deve 
dare  alle  altre  genti  il  Gran  Monarca  aspettato;  i  crociati  debbono 
essere  italiani;  all'Italia  deve  spettare  il  primato  nella  lega  ilei  po- 
poli latini  destinata  al  dominio  del  mondo;  da  lei  uscirà  il  moto  di 
riforma  e  di  rinnovazione  che  lo  redimerà. 

Conchiuderò  dicendo  essere  inutile  che  io  faccia  notare  ai  lettori 
come  le  nuovo  e  importanti  indicazioni  dateci  dal  Rasmussen  intorno 
all'origine  e  alle  fonti  delle  idee  professate  dal  Lazzaretti  e  delle  sue 
profezie,  siano  una  piena  conferma  di  ((uanto  fino  dal  1885  io  avevo 
detto  del  Gioachimismo  del  profeta  di  Arcidosso  e  dei  suoi  discepoli. 
E  lo  scrittore  danese  lo  accenna  e  lo  riconosce  nel  suo  libro. 


IV. 
Bibliografìa. 

Credo  sia  utile  ai  lettori  che  io  termini  queste  note,  indicando 
loro  alcune  pubblicazioni,  non  citate  nel  testo,  riguardanti  la  storia 
del  Monte  Amiata  e  la  cronaca  del  Lazzaiettismo,  e  aggiungf^ndo 
qualche  notizia  artistica,  che  non  entrava  nel  disegno  di  questo  libro, 
il  cui  intento  è  letterario  e  scientifico  e  non  di  erudizione. 

Oltre  agli  scrittori,  che  io  cito  nell'  Introduzione  e  al  Giuratori 
{Rer.  Ital.  Script.],  hanno  dato  nuove  e  prezioso  notizie  intorno  alla 
storia  dei  paesi  della  Montagna,  L.  Zdokauer  in  un  suo  scritto  S<ujli 
Statuti  del  Monte  Aìuidti,  pubblicato  fra  gli  ^- Studii  giuridici  dedi- 
cati e  offerti  a  Francesco  Schupfer  jioUa  ricorrenza  del  XXXV  anno 
del  suo  insegnamento  „  (Torino,  Fratelli  Bocca,  1898),  e  il  prof.  Calisse  noi 
Documenti  del  Monastero  di  iSan  tialoadore  sul  Munte  Amiata,  rifjuar- 
danti  il  territorio  romano  (Estv.  dall'Avcliivio  della  R.  Società  Romana  di 
Storia  patria;  voi.  xvi-xvrj).  E  del  resto,  la  fonte  principale  della  storia 
del  celebre  monastero  sono  le  sue  Carte  diplomatiche,  conservate  nel- 
l'Archivio di  Siena,  del  quale  A.  Lisini  si  è  roso  benemerito,  pul)bli- 
candono  ì'  Inventario  generale  (Siena.  1899^  L'Archivio  di  Siena  e  la 
Biblioteca  comunale  hanno  altri  importanti  manoscritti,  riguardanti  i 
paesi  dello  Stnto  senese  e,  quindi,  anche  (luelli  doll'Amiata.  Per  la 
storia  degli  Aldobrandeschi,  vedi  l'erlinghiori,  N'o'izie  dci/li  Alio- 
hrandeschi  (Siena,  0.  Porri,  1842).  Notizia  importanti  sulla  condiziono  dei 
sudditi  della  Contea  di  Santa  Fiora  verso  la  metà  del  secolo  XVJ,  si 
possono  avere  ni>irimi)ortanto  pubblicazione  di  l'aolo  IMccolomini,  Lo 
tìtatuto  del  Castello  della   Trinna  (Siena.  Lazzcri,  19(1.")). 

Intorno  alla  storia  delle  minioie  doll'Amiata  è  utile  a  consultarsi 
il  libro  di  M.  l\omei  (Firenze.  1890).  e  sulle  loro  condizioni  odierno  si 
veda  la  monografia  di  P.  De  Ferrari  Le  miniere  di  Mercurio  del  Monte 
Amiatx  {Appendice  alla  Rivista  mineraria  del  lss9.   Firenze.  G.  Barbèra,  1890). 


Bibliografìa  353 


Per  la  conoscenza  delle  vicende  del  Lazzarettismo  e  più  in  par- 
ticolare dei  fatti  ohe  condussero  alla  morto  del  Profeta,  gioverà  la 
lettura  del  processo,  che  nell'ottobre  del  1879  ebbe  luogo  alla  Corte 
d'Assise  (li  Siena,  e  nel  quale  comparvero  ventidue  Lazzarettisti  (tra 
questi  anche  Tlmperiuzzi)  ''  accusati  di  attentati  contro  la  sicurezza 
interna  dello  Stato  per  acere  commessi  atti  esecutivi  diretti  a  rovesciare 
il  Governo  ed  a  mutarne  la  forma,  non  che  a  muocere  la  guerra  civile 
ed  a  portare  la  devastazione  ed  il  saccheggio  in  un  Comune  dello  Stato  „. 
Il  Tribunale  li  assolvè,  con  sentenza  del  10  novembre  1870,  che  l'o- 
pinione pubblica  riconobbe  giusta.  L'onestà  della  vita  degl'  imputati 
risultò  nel  processo,  anche  per  la  deposizione  concorde  dei  testimoni 
a  carico.  Notevole  quella  del  sindaco  di  Santa  Fiora,  il  quale  attestò 
che  prima  dei  fatti  di  Arcidosso  il  Prefetto  di  Grosseto  gli  aveva  detto: 
"Se  prendessi  qualche  provvedimento  preventivo,  mi  troverei  in  gra- 
vissimo impaccio  a  fronte  del  governo  centrale  [Sensazione  nelV  u- 
dienza) .,.  Vedi  G.  Bracco,  Il  Processo  Lazzaretti.  Eoma,  1879. 

Alle  notizie  delle  cose  d'arte  importanti,  che  ha  il  Monte  Amiata, 
aggiungo  qui  che  sotto  alla  chiesa,  unita  ai  resti  del  Monastero  del- 
l'Abbadia, ve  n'ò  un'altra,  sostenuta  da  bei  pilastri  con  capitelli  squi- 
sitamente e  variamente  scolpiti,  la  quale  o  fu  forse  la  chiesa  primitiva 
o  servi  a  questa  da  sotterraneo  e  da  cimitero.  E  degna  di  esser  visi- 
tata dagli  studiosi  della  storia  dell'Architettura. 

Del  Monte  .Amiata  e  dei  suoi  abitanti  e  del  Lazzaretti  parla  un 
libro,  pubblicato  di  recente  a  Londra  dal  signor  Odoardo  Hutton  col 
titolo  In  unlnowìi  Tuscany  e  con  belle  illustrazioni  (1-909).  L'Autore,  che 
non  ama  la  nuova  Italia  politica  e  liberale  (chiama  grottesca  la  nostra 
occupazione  di  Roma  nel  1870),  è  un  appassionato  e  starei  per  dire 
un  sentimentale  ed  enfatico  ammiratore  delle  bellezze  naturali  della 
nostra  patria,  e  specialmente  di  quelle  della  nostra  Montagna.  Nar- 
rando con  grande  simpatia  per  l'uomo  la  vita  di  David,  segue  quasi 
passo  passo  il  mio  libro,  che  cita  più  volte.  Non  fa  come  ha  fatto  più 
d'un  narratore  italiano,  che,  seguendolo,  si  è  guardato  bene  dal  ci- 
tarlo, e  come  fece,  alcuni  anni  sono,  Emilio  Gebhart,  che  l'aveva  avuto 
da  me,  e  scrivendo  nei  Déba^s  un  articolo,  intitolato  L'ultimo  del 
Profeti,  non  nominò  una  sola  volta  né  me  nò  l'opera  mia. 


G.  Barzellotti.  45 


INDICE. 


Prefazione Pag.    v 

Monte    Amiata. 

(Pag.  1  a  86). 

Il  paese,  il  popolo,  le  industrie.  La  celebre  Bibbia  Amiatiiia.  Vicende  dei  paesi 
della  Montagna.  L'Amiata  e  lo  Stato  di  Siena.  Le  due  grandi  rivali:  Firenze  e 
Siena,  La  bella  città  sognatrice.  Re  Giannino  e  il  beato  Brandano.  I  manoscritti 
di  Bartolommeo  Bellomini.  Il  Seicento  nei  manoscritti  del  Bellomini.  Un  Inno- 
minato toscano.  Casi  di  banditi  e  di  ammazzamenti.  Piancastaguaio  eretto  in 
feudo.  Il  regime  della  Comunità  Pianese.  Notizie  di  opere  d'arte.  Questione  d'an- 
nona. Processioni  e  funzioni  sacre.  La  bambina  ebrea.  Contiitto  di  autorità  rivali. 
Preghiere  pubbliche  nel  luogo  vecchio.  Interviene  l'autorità  sovrana.  L'ebreina  deve 
andare  a  Firenze.  L'ebreina  alla  corte  di  Cosimo  HI.  I  viaggi  scientifici  al  3Ionte 
Amiata.  Il  Monte  Amiata  nel  Settecento  e  nell'Ottocento.  Che  cosa  ha  fatto  il 
governo  italiano.  Eccesso  delle  imposte  locali.  Poco  valgono  gli  aizzatori  del  po- 
polo. Regione  ignorata  e  poco  curata.  Che  cosa  aspetta  e  promette  l' Amiata. 

David  Lazzaretti  di  Arcidosso,  detto  il  Sauto. 

(Pag.  87  a  101). 

L'apostolato  di  David.   Il  Monte  Amiata  e  gli  abitanti.  Condizioni  intellettuali  :  il 
clero.    I  principi  dell'apostolato  di  David.   La  sua  esaltazione  non   esclude  l'ac- 
cortezza. Fine  di  David;  sue  cause  e  occasioni. 

Una  visita  alla  torre  di  David  Lazzaretti  (cinque  anni  dopo). 

(Pag.  103  a  336). 

Il  podere  sotto  Monte  Labbro.  I  Lazzarettisti.  L'ascetismo  di  David.  I"n  aneddoto 
della  giovinezza  di  David.  Qual'uomo  era  David.  Il  popolo  non  crea  più  le  reli- 
gioni. I  fatti  di  Arcidosso  guardati  da  più  aspetti.  Per  l'erta  di  Monte  Labbro. 
L'ambiente  in  cui  crebbe  la  nuova  fede.  Monte  Labbro  e  la  missione  del  profeta. 
La  ìiuova  Sion:  la  chiesa.  L'uomo.  La  torre.  La  veduta  che  si  ha  daU'Amiata. 
La  Badia  San  Salvatore.  Piancastaguaio.  I  giardini  del  Marchese.  Il  piatto  delle 
streghe.  Castel  del  Piano.  Arcidosso.  Vengono  per  la  statatura.  Santa  Fiora.  Il 
palazzo  Sforza  Cesarini.  11  convento  delle  Cappuccine.  Il  convento  della  Trinità. 
La  torre  di  David.  La  grotta  sotto  la  Torre.  Tn  discepolo  del  Lazzaretti.  Come 
nacque  la  popolarità  di  David.  I  credenti  in  David.  Amici  e  avversari  del  pro- 
feta.   Gli  apostoli  del  Lazzaretti.    Non  fu  un  moto  agrario  e  socialistico.   Le  tre 


356  INDICE 


società  istituite  da  David.  Fu  uu  moto  prettamente  religioso.  Le  riunioni  alla 
Torre.  Il  lavoro  al  campo  di  Cristo.  Le  prediche  e  l'influenza  personale  di  David. 
Fabbricano  la  Torre.  La  vocazione  di  David.  La  visione  della  grotta  miracolosa. 
David  discendeva  da  un  re  di  Francia.  L'uomo  del  mistero.  Egli  non  poteva  tor- 
nare indietro.  Il  ritiro  nell'isola  di  Montecristo.  Il  ritorno  dall'isola  di  Montecristo. 
Poesie  di  soggetto  politico-religioso.  Codice  di  leggi  religiose,  morali,  civili.  Dopo- 
la  breccia  di  Porta  Pia.  Il  Profeta  ammonisce  il  Ee  di  Prussia.  Le  Lettere,  gli 
Avvisi  e  le  Predizioni.  David  e  l'utopia  del  Primato  italiano.  Le  profezie  di  David 
e  l'anima  nazionale  italiana.  David  va  per  la  prima  volta  in  Francia.  Ritorna  in 
Italia.  Nuovo  soggiorno  in  Francia.  Le  opere  scritte  in  Francia.  Il  libro  dei  Ce- 
lesti Fiori.  La  mia  lotta  con  Dio.  Il  Manifesto  ai  poiìoli  e  ai  princiiyi  cristiani. 
Le  sei  teste  dell'Anticristo.  Cospirazione  clerico-legittimista.  Eoma  papale  non  fidò 
mai  in  lui.  Vuol  fondare  la  città  di  Trislionia.  Ciò  che  lo  fece  ritornare  in  Italia. 
Gli  Editti  del  Gran  Monarca.  È  chiamato  a  Eoma  dal  Sant'Uffizio.  Come  fece  il 
suo  ultimo  passo.  Gl'inni  alla  nuova  Eepubblica  e  il  Credo.  La  vocazione  di  un 
Lazzarettista.  Effetti  del  suo  ritorno  a  Monte  Labbro.  David  annuncia  il  giorno 
della  sua  discesa.  Giuseppe  Zauardelli  e  le  sue  teorie.  Reprimere,  ma  non  preve- 
nire. Grave  parte  di  colpa  che  va  al  Governo.  David  dà  il  segno  della  partenza. 
L'aspetto  della  processione.  Le  Figlie  dei  Cantici.  Giungono  ad  Arcidosso.  David 
davanti  al  delegato.  Fanno  fuoco  sulla  folla.  I  Lazzarettisti  tornano  indietro.  Da- 
vid sul  suo  letto  di  morte.  Valore  scientifico  del  soggetto  da  me  trattato.  ,Quali 
sentimenti  proviamo  per  David.  La  vita  delle  religioni.  L'ispirazione  individuale 
e  il  domma.  Le  infime  forme  della  coscienza  religiosa.  Il  regno  dello  Spirito  Santo. 
I  Montanisti.  Il  calabrese  abate  Gioacchino.  L'aspettativa  del  regno  di  Dio.  Una 
religione  dell'avvenire.  Filippo.  La  fedeltà  di  uu  discepolo.  La  relatività  dell'e- 
quilibrio mentale.  Filippo  crede  nel  ritorno  di  David.  La  formazione  della  leg- 
genda. Il  Lazzarettismo.  Si  fa  sera.  Una  famiglia  di  Lazzarettisti.  La  fede  dei 
montanari  amiatini.  Le  classi  colte  e  il  popolo.  La  parte  estrema  del  Lazzaret- 
tismo.   Essi  lo  aspettano  ancora.    Alcune  mie  riflessioni.   La  Chiesa  romana  e  la 

società  moderna. 


Note Pag.   337 


INDICE  DELLE  INCISIONI. 


Pag. 

David  Lazzaretti  detto  il  Sauto    .      ii 

Monte  Amiata  veduto  dalla  Ròcca 
di  Piancastas^naio 3 

Il  Convento  delPAbbadia  San  Sal- 
vatore   8 

La  Ròcca  di  Piancastagnaio,  veduta 
di  fuori  del  paese 9 

Santa  Fiora  veduta  dal  Convento 
della  Trinità 13 

Bartolomeo  Garosi (Brandano).  Opera 
del  Duomo 21 

Piancastagnaio.  —  Palazzo  del  Mar- 
chese     -9 

Crocifisso  ch'è  nella  chiesa  del  Con- 
vento dell'Abbadia  San  Salvatore.     33 

Dipinto  di  scuola  senese  scoperto 
nella  chiesa  del  Conveuto  di  Pian- 
castagnaio      37 

La  Ròcca  di  Piancastagnaio,  veduta 
dall'interno  del  paese    ....     40 

Altare  con  la  Madonna  della  Cin- 
tola, di  Andrea  della  Robbia.     .     41 

Fonte  battesimale  col  Battesimo  di 
Gesù  Cristo,  dei  Della  Robbia    .     45 

La  Ss,  Trinità,  dei  Della  Robbia  .     49 

Comunicatorio,  dei  Della  Robbia  .     53 

L'Incoronazione  della  Vergine  e  i 
Santi  Francesco  e  Gerolamo,  dei 
Della  Robbia 57 

L'ultima  Cena  di  Gesù  con  gii 
Apostoli;  dettaglio  di  un  Pulpito, 
(lei  Della  Robbia 61 

La  Resurrezione;  dettaglio  di  un 
Pulpito,  dei  Della  Robbia.     .     .     65 

L'Ascensione  ;  dettaglio  di  un  Pul- 
pito, dei  Della  Robbia  ....     69 

Arcidosso 77 

Castel  del  Piano 81 

Monte  Labbro 89 

Il  podere  sotto  ]\Ionte  Labbro    .    .  105 


]\[onte  Labbro  veduto  da  Santa  Fiora. 

La  Chiesa,  l'Eremo  e  la  Torre  di 
David ;     .     .     . 

L'Amiata,  veduto  dall'Abbadia  San 
Salvatore 

l'na  strada  dell'Abbadia  San  Sal- 
vatore   

Fuori  del  paese  dell'Abbadia.     .     . 

Paesaggio  tra  l'Abbadia  e  Pianca- 
stagnaio    

Il  Roccheto 

Porticato  della  Chiesa  del  Convento 
di  Piancastagnaio 

La  Chiesa  del  Convento  di  Pianca- 
stagnaio   

Piancastagnaio.  —  La  porta  di  Vol- 
taia 

Una  strada  di  Piancastagnaio  .     . 

Il  Mugnello 

Il  ì\Iugnello,  con  resti  di  antica  fon- 
tana      

11  piatto  delle  streghe 

Monte  Laterone 

Barrocciai 

Luogo  fuori  di  Arcidosso,  dove  fu 
ucciso  David 

Tre  degli  apostoli  di  David .     .     . 

Casa  delle  Bàgnore,  ove  morì  David. 

11  camposanto  di  Santa  Fiora,  ove 
è  sepolto  David 

La  madre,  novantenne,  di  David,  e 
il  fratello  Francesco 

Arcidosso,  veduta  da  levante     .     . 

Santa  Fiora.  —  L'antica  torre  e  parte 
del  palazzo  dei  Conti     .     .     .     . 

Salita  Fiora.  — ■  La  peschiera  da  cui 
esce  il  fiume 

Il  Convento  della  Trinità.     .     .     . 

Scarpe  di  David  Lazzaretti  .     .     . 

Nelle  solitudini  lungo  la  Fiora.     . 


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321 
325 
32» 


QUATTRO  TAVOLE  A  COLORI: 

Com'erano  vestiti  David  e  i  suoi  seguaci,  e  quali  vessilli  portavano  il 
giorno  della  "discesa,,  del  Profeta  da  Monte  Labbro  (18  agosto  1878). 
David  Lazzaretti  —  Sacerdote-Eremita  —  Principe  legionario .     .     .  \ 

Discepolo  —  Musicante  —  Suora  di  carità j 

Matrona  —  Fanciulla  pia  —  Figlia  dei  cantici '.  \      -^"P^  ^ 

Vessillo  della  l.*"  legione  italiana  —  Vessillo  dei   militi  delle   sante  i  frontispizio 
Milizie  —  Bandiera  di  legno  che  fu  innalzata  il  giorno  16  ago-  1 
sto  1878  in  cima  alla  torre  di  i\lonte  Labbro 


Opere  di  Giacomo  Barzellotti: 


Delle  dottrine  filosofiche  nei  libri  di  Cicerone.  Firenze,  Barbera,  1867.  Uu  vol.pag.  167. 

La  morale  nella  Filosofia  positiva.  Firenze,  Cellini,  1871  (esaurito);  ripubblicato 
ia  inglese  nel  1878  a  New  York,  C.  P.  Somerby,  col  titolo:  The  Ethics  of  Po- 
sitivism.  Vn  voi.  pag.  327. 

David  Lazzaretti  di  Arcidosso.  detto  il  Santo,  i  suoi  seguaci  e  la  sua  leggenda^ 
Bologna,  Zanichelli,  1885,  un  voi.  edizione  elzeviriana,  pag.  322  (esaurito). 

Santi,  Solitari  e  Filosofi,  seconda  edizione:  un  volume  pag.  400,  Bologna,  Zani- 
chelli, 1886  (esaurito). 

Studi  e  Ritratti.  Un  voi.  Bologna,  Zanichelli,  1893. 

l'P'polito  Taine.  Un  volume.  Roma,  Loescher,  1895  (esaurito). 

La  Fhilosoiihie  de  H.  Taine.  Traduzione,  e  seconda  edizione  della  stessa  opera, 
Paris,  Felix  Alcan,  1900  (E,oma  Loescher). 

Dal  Rinascimento  al  Risorgimento  (con  un  discorso  su  Giosuè  Carducci).  Un  vo- 
lume. Seconda  edizione;  Palermo,  E.  Sandroii,  1909. 


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